"Come
fai a conoscere tutte queste cose?", lo interruppe Giovanni
seccato e risentito.
"Ultimamente
ho stretto molti rapporti con la nobiltà romana, che è
informatissima su tutto quanto avviene in Italia e in Alemagna. Sanno
che sono avverso alle nozze di mamma e questo mi rende loro bene
accetto e degno della massima fiducia e confidenza. Re Ugo è
odiatissimo da tutti ed è considerato un barbaro violento e
irascibile. Da loro, ma anche da altre persone bene informate, ho
appreso molte notizie sulla nostra casata: cose orribili che da
principio mi rifiutavo di credere ma che poi ho finito con
l'ammettere, tante erano le testimonianze che le provavano".
"Per
esempio?", chiese Giovanni con aria di sfida.
"Su
chi era tuo padre".
"Ma
è già da tempo che sono venuto a conoscenza che era papa Sergio
III. Me l'ha confermato anche mamma, sia pure con qualche
difficoltà", rispose Giovanni, per niente impressionato dalle
parole del fratello.
"Ma
non credo tu sappia molte cose su questo papa", aggiunse
Alberico con una punta d'ironia.
"So
che è stato un grande papa, che ha riedificato San Giovanni in
Laterano e molte altre basiliche che erano in piena decadenza,
adornandole di statue, arazzi e candelabri. So che ha ripulito Roma
dello sterco e dei rifiuti ingombranti che intasavano le strade e le
fogne, emanando effluvi pestilenziali e l'ha trasformata nella città
pulita e ordinata che troviamo oggi. Mi sembra che ciò basti per
affermare che è stato un grande papa", disse Giovanni con
orgoglio.
"Ma
prima di autoproclamarsi papa con l'aiuto di nostra madre e della sua
potente famiglia, dopo aver strangolato il suo concorrente
Cristoforo, era stato un prete arruffapopolo che si era distinto
durante il sinodo cadaverico, profanando la salma di papa Formoso e
gettandola nel Tevere. E appena divenuto papa aveva ribadito la
condanna di Formoso, riabilitato da Giovanni IX suo successore, e
aveva fatto strangolare tutti quelli che avevano patrocinato quella
riabilitazione. Secondo la vox
populi non
vi è stato delitto, per infame che fosse, di cui non si sia
macchiato ed era lo schiavo di tutti i vizi, e il più scellerato di
tutti gli uomini".
"Infamie,
solo infamie", urlò Giovanni al colmo del furore. Ma
s'interruppe perché aveva avvertito all'esterno della stanza un
fitto parlottare. Erano le guardie che stavano informando Marozia,
venuta per ispezionare la situazione, della presenza di Alberico.
La
porta si aprì di scatto e la Senatrice irruppe furiosa e sconvolta.
Corse subito ad abbracciare Giovanni, che si rasserenò subito a
quell'abbraccio affettuoso e prese a sorridere. Ciò parve attenuare
il furore di Marozia.
"Chi
ti ha dato il permesso di disturbare il papa", chiese lei con
durezza, rivolta al Alberico.
Il
giovane, per niente intimorito, rispose con grazia: "Mamma,
quando ho saputo che mio fratello è tornato tra noi, sono venuto a
salutarlo. Era tanto tempo che non lo vedevo!"
"Non
è successo niente", intervenne Giovanni con tono disteso. "Ci
siamo solo scambiati le nostre opinioni. L'ho fatto entrare io, senza
che lui me lo chiedesse, perché non riuscivo a dormire, sebbene il
buon Ursino mi allettasse col suo canto".
"Naturalmente
abbiamo parlato del tuo imminente matrimonio", intervenne
Alberico con naturalezza, senza mostrare alcuna animosità, "e
ognuno è rimasto nella sua opinione; io contrario, Giovanni
favorevole. Tutto qui".
Le
parole, e soprattutto l'atteggiamento sereno dei due fratelli,
tranquillizzò Marozia.
"Avevo
deciso di rinchiuderti a Castel Sant'Angelo fino alla celebrazione
delle nozze", riprese Marozia rivolta ad Alberico, "visto
l'atteggiamento ostile che nutri nei riguardi del tuo futuro
patrigno. Ma qualcuno me l'ha sconsigliato".
"Avresti
incontrato la disapprovazione di tutta Roma e re Ugo sarebbe
diventato ancora più odioso a tutti", rispose Alberico, per
niente intimorito dalle minacce della madre.
"L'unica
preoccupazione mia e di tutti i nobili romani", proseguì senza
incertezze, "è che il tuo futuro sposo riduca in vassallaggio
la nostra città e trasformi tuo figlio papa nel suo Ciambellano di
Corte".
Marozia
scoppiò in una sonora e allegra risata. "Tu non consci tua
madre", esclamò sarcastica. "Nessun uomo finora l'ha mai
dominata, anzi si dà il caso che nobili, principi e papi siano
sempre stati succubi del suo volere. La tue preoccupazioni e quelle
della nobiltà romana sono quindi assolutamente inconsistenti.
Nessuno, proprio nessuno, finché io avrò vita, potrà allungare le
sue mani su Roma e disporre, in qualche modo, di mio figlio papa",
concluse con irruenza. "Comunque", riprese dopo una breve
pausa, "ho deciso due cose nei tuoi confronti, che tu
ottempererai senza battere ciglio. La prima, che assisterai di buon
grado alle nozze, svolgendo la funzione di paggio, per dimostrare a
re Ugo la tua devozione. La seconda, che fra qualche mese, appena le
cose si saranno normalizzate, in premio del tuo comportamento ti farò
dare da re Ugo il feudo di Spoleto e Camerino, appartenuto a tuo
padre. Avrai così modo di dimostrare a tutti quanto sei abile,
coraggioso e determinato. Nonostante il tuo spirito ribelle e
indomabile, so bene infatti che sei un giovane di gran valore e molto
preparato per il tuo futuro compito", concluse Marozia in modo
pacato e mostrando una sottile emozione.
Alberico
ascoltò in silenzio le parole della madre e, se pur fremeva di
rabbia all'idea di dover diventare, anche per pochi mesi, il paggio
di re Ugo, parve accettarle di buon grado. Ciò commosse Marozia, che
finalmente si sentiva in sintonia con quel figlio ribelle ma pur
sempre amato, e corse ad abbracciarlo.