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domenica 1 aprile 2012

Peccato e redenzione. L'irruzione di Paolo di Tarso nella Chiesa cristiano-giudaica. 60


Dopo due anni di permanenza a Roma, in attesa del processo, di lui si perse ogni traccia. La tradizione vuole che durante la persecuzione di Nerone del 64 sia stato martirizzato. Ma è un’ipotesi destituita di ogni attendibilità.

Alcuni studiosi, trovando nella Lettera ai Romani delle chiare allusioni alla caduta di Gerusalemme del 70, ritengono che sia vissuto più a lungo e che dopo aver visitato la Spagna, Creta e la Macedonia sia morto di vecchiaia a Nicopoli in Epiro, dove aveva preventivato di ritirarsi fin da quando era a Roma, ed abbia avuto modo di organizzare, nel frattempo, la Chiesa da lui fondata, dotandola di una solida gerarchia.

Quando, in seguito alle due Guerre Giudaiche del 70 e del 135, Gerusalemme fu rasa al suolo, la Palestina distrutta e tutti gli ebrei furono cacciati in esilio permanente, la Chiesa dei cristiano-giudei fu cancellata definitivamente e sparì per sempre, mentre quella cristiano-pagana di Paolo, rimasta unica padrona del campo, si diffuse rapidamente in tutto l’Impero e diede origine al nostro cattolicesimo.

La diffusione del cristianesimo pagano-cristiano, fondato da Paolo, fu rapida e capillare e prontamente esso si arricchì del contributo di molti dottori che, elaborando la teologia paolina, crearono le premesse della complessa e monumentale istituzione cristiana che oggi è diffusa in gran parte del mondo.


L'enigma svelato (Il lato oscuro della verità). 111


Non era trascorso molto tempo dallo scontro con Paolo, quando Davide e Giuda vennero a sapere che erano giunti in città dei giudei, seguaci del Galileo crocifisso, sfuggiti alla feroce persecuzione cui erano stati sottoposti a Gerusalemme. Si erano presentati nella sinagoga della città ma erano stati scacciati con violenza dal rabbino.
Impressionati dalla notizia, si erano presentati al loro capo Filippo per avere informazioni di prima mano. Costui raccontò che Stefano, il capo degli ebrei ellenisti, accusato dal Sinedrio di bestemmia, aveva pronunciato davanti al popolo un discorso memorabile alla fine del quale aveva affermato che, in una visione, aveva visto il Figlio dell'Uomo, cioè il Risorto Gesù, assiso in Cielo alla destra di Dio Padre. A queste parole era scoppiato un grave tumulto. Molti dei presenti avevano elevato, in segno di protesta, grida altissime e si erano turati, scandalizzati, gli orecchi per non udire. Fu allora che una guardia del Tempio, di nome Paolo, aveva incitato la folla esasperata a lapidare Stefano come blasfemo. Dopo la sua uccisione, ebbe inizio una feroce persecuzione contro tutti i seguaci di Gesù di tendenza ellenistica, che furono costretti ad abbandonare precipitosamente la Palestina, mentre gli altri seguaci giudei, furono lasciati in pace, perché difesi strenuamente da Gamaliele.
Questi avvenimenti convinsero Giuda e Davide che il trucco che Maddalena aveva attuato con il loro aiuto, stava avendo conseguenze imprevedibili e fortemente negative. Ma fece anche loro capire la ferocia di Paolo. Poco dopo Ptolomeo, arrivato da Gerusalemme con un altro carico di pellame, confermò in pieno la versione di Filippo aggiungendo che aveva saputo dal levita incaricato della consegna delle pelli, che Paolo sarebbe presto partito per Damasco, con lettere credenziali del sommo sacerdote Caifa, che lo autorizzavano all'arresto e alla deportazione a Gerusalemme degli ellenisti rifugiatisi in città.
"Ma qui non può fare una cosa del genere, non ne ha nessuna giurisdizione" fece Giuda scandalizzato.
"D'accordo col rabbino ed alcuni ortodossi, potrebbe ricorrere al loro rapimento e alla traduzione forzata a Gerusalemme" spiegò Ptolomeo. "Infatti, non verrà solo ma con una scorta armata".
Giuda rimase allibito. Le cose si stavano mettendo peggio di quanto avesse potuto immaginare. Ripensando al duro scontro avuto con Paolo, cominciò a temere della incolumità sua e di Davide e ventilò l'idea di circondarsi di una guardia del corpo.


In nomine Domini 8


"Come fai a conoscere tutte queste cose?", lo interruppe Giovanni seccato e risentito.
"Ultimamente ho stretto molti rapporti con la nobiltà romana, che è informatissima su tutto quanto avviene in Italia e in Alemagna. Sanno che sono avverso alle nozze di mamma e questo mi rende loro bene accetto e degno della massima fiducia e confidenza. Re Ugo è odiatissimo da tutti ed è considerato un barbaro violento e irascibile. Da loro, ma anche da altre persone bene informate, ho appreso molte notizie sulla nostra casata: cose orribili che da principio mi rifiutavo di credere ma che poi ho finito con l'ammettere, tante erano le testimonianze che le provavano".
"Per esempio?", chiese Giovanni con aria di sfida.
"Su chi era tuo padre".
"Ma è già da tempo che sono venuto a conoscenza che era papa Sergio III. Me l'ha confermato anche mamma, sia pure con qualche difficoltà", rispose Giovanni, per niente impressionato dalle parole del fratello.
"Ma non credo tu sappia molte cose su questo papa", aggiunse Alberico con una punta d'ironia.
"So che è stato un grande papa, che ha riedificato San Giovanni in Laterano e molte altre basiliche che erano in piena decadenza, adornandole di statue, arazzi e candelabri. So che ha ripulito Roma dello sterco e dei rifiuti ingombranti che intasavano le strade e le fogne, emanando effluvi pestilenziali e l'ha trasformata nella città pulita e ordinata che troviamo oggi. Mi sembra che ciò basti per affermare che è stato un grande papa", disse Giovanni con orgoglio.
"Ma prima di autoproclamarsi papa con l'aiuto di nostra madre e della sua potente famiglia, dopo aver strangolato il suo concorrente Cristoforo, era stato un prete arruffapopolo che si era distinto durante il sinodo cadaverico, profanando la salma di papa Formoso e gettandola nel Tevere. E appena divenuto papa aveva ribadito la condanna di Formoso, riabilitato da Giovanni IX suo successore, e aveva fatto strangolare tutti quelli che avevano patrocinato quella riabilitazione. Secondo la vox populi non vi è stato delitto, per infame che fosse, di cui non si sia macchiato ed era lo schiavo di tutti i vizi, e il più scellerato di tutti gli uomini".
"Infamie, solo infamie", urlò Giovanni al colmo del furore. Ma s'interruppe perché aveva avvertito all'esterno della stanza un fitto parlottare. Erano le guardie che stavano informando Marozia, venuta per ispezionare la situazione, della presenza di Alberico.
La porta si aprì di scatto e la Senatrice irruppe furiosa e sconvolta. Corse subito ad abbracciare Giovanni, che si rasserenò subito a quell'abbraccio affettuoso e prese a sorridere. Ciò parve attenuare il furore di Marozia.
"Chi ti ha dato il permesso di disturbare il papa", chiese lei con durezza, rivolta al Alberico.
Il giovane, per niente intimorito, rispose con grazia: "Mamma, quando ho saputo che mio fratello è tornato tra noi, sono venuto a salutarlo. Era tanto tempo che non lo vedevo!"
"Non è successo niente", intervenne Giovanni con tono disteso. "Ci siamo solo scambiati le nostre opinioni. L'ho fatto entrare io, senza che lui me lo chiedesse, perché non riuscivo a dormire, sebbene il buon Ursino mi allettasse col suo canto".
"Naturalmente abbiamo parlato del tuo imminente matrimonio", intervenne Alberico con naturalezza, senza mostrare alcuna animosità, "e ognuno è rimasto nella sua opinione; io contrario, Giovanni favorevole. Tutto qui".
Le parole, e soprattutto l'atteggiamento sereno dei due fratelli, tranquillizzò Marozia.
"Avevo deciso di rinchiuderti a Castel Sant'Angelo fino alla celebrazione delle nozze", riprese Marozia rivolta ad Alberico, "visto l'atteggiamento ostile che nutri nei riguardi del tuo futuro patrigno. Ma qualcuno me l'ha sconsigliato".
"Avresti incontrato la disapprovazione di tutta Roma e re Ugo sarebbe diventato ancora più odioso a tutti", rispose Alberico, per niente intimorito dalle minacce della madre.
"L'unica preoccupazione mia e di tutti i nobili romani", proseguì senza incertezze, "è che il tuo futuro sposo riduca in vassallaggio la nostra città e trasformi tuo figlio papa nel suo Ciambellano di Corte".
Marozia scoppiò in una sonora e allegra risata. "Tu non consci tua madre", esclamò sarcastica. "Nessun uomo finora l'ha mai dominata, anzi si dà il caso che nobili, principi e papi siano sempre stati succubi del suo volere. La tue preoccupazioni e quelle della nobiltà romana sono quindi assolutamente inconsistenti. Nessuno, proprio nessuno, finché io avrò vita, potrà allungare le sue mani su Roma e disporre, in qualche modo, di mio figlio papa", concluse con irruenza. "Comunque", riprese dopo una breve pausa, "ho deciso due cose nei tuoi confronti, che tu ottempererai senza battere ciglio. La prima, che assisterai di buon grado alle nozze, svolgendo la funzione di paggio, per dimostrare a re Ugo la tua devozione. La seconda, che fra qualche mese, appena le cose si saranno normalizzate, in premio del tuo comportamento ti farò dare da re Ugo il feudo di Spoleto e Camerino, appartenuto a tuo padre. Avrai così modo di dimostrare a tutti quanto sei abile, coraggioso e determinato. Nonostante il tuo spirito ribelle e indomabile, so bene infatti che sei un giovane di gran valore e molto preparato per il tuo futuro compito", concluse Marozia in modo pacato e mostrando una sottile emozione.
Alberico ascoltò in silenzio le parole della madre e, se pur fremeva di rabbia all'idea di dover diventare, anche per pochi mesi, il paggio di re Ugo, parve accettarle di buon grado. Ciò commosse Marozia, che finalmente si sentiva in sintonia con quel figlio ribelle ma pur sempre amato, e corse ad abbracciarlo.


sabato 31 marzo 2012

Il falso Jahvè. Il sincretismo religioso in Israele prima della riforma di re Giosia 90


Durante il periodo intercorso tra la conquista della terra di Canaan (1230-1220 a.C.) e la riforma religiosa di re Giosia (539-586), accanto al monoteismo professato prevalentemente dalla schiera dell'esodo, era ancora molto diffuso tra le tribù d'Israele il pluralismo religioso.

Ce lo confermano numerosi dati che ricaviamo dai libri dei Re e delle Cronache, dai reperti archeologici, dai nomi di alcuni luoghi importanti per il culto e dalle violente invettive dei profeti contro l'idolatria.. Questa situazione durerà fino a dopo l'esilio babilonese, quando il monoteismo rigoroso s'imporrà come professione di fede fondamentale di tutto Israele. (Morton Smith, Palestinian Parties and Politics That Shaped the Old Testament, pagg.15-56).

Prima della costruzione del Tempio di Gerusalemme i centri cultuali degli israeliti erano numerosi e sparsi in tutto il territorio. Praticamente tutte le colline elevate e i grandi alberi frondosi erano usati per celebrare sacrifici e bruciare incenso non solo a Jahvè ma ad altre divinità più o meno collegate al suo culto, come Ashera, considerata sua consorte, le schiere celesti e le divinità nazionali dei paesi vicini. A proposito di Ashera, è stata trovata un'iscrizione tardo-monarchica della Sefela, nel Regno di Giuda, che la dichiara apertamente la compagna di Jahvè.

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Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)