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mercoledì 10 aprile 2013

Il Vangelo di Giovanni (Quinta parte) 38


Il Vangelo di Giovanni poté diventare utilizzabile dalla Chiesa solo mediante un‘opera di rimaneggiamento. Inoltre, questo Vangelo, nato probabilmente in Asia o in Siria al principio del Il secolo (come anche la Prima Epistola di Giovanni), venne rimaneggiato alcuni decenni più tardi, perché la Chiesa aveva condannato l’originale; e se non fosse stato troppo noto e popolare, forse Io avrebbe fatto scomparire del tutto.

E così, verso la metà del II secolo, questo «scritto eretico» venne ecclesiastizzato da un anonimo redattore, che, limitandosi ad aggiunte senza ricorrere a soppressioni, non poté evitare le incongruenze. Nel testo antico gli ebrei figuravano quali creature del demonio: nella sua rielaborazione la salvezza viene proprio da loro! Interpolazioni ecclesiastiche più consistenti sono la pericope dell’adultera (Giovanni 7, 53; 8, 11) e l’intero capitolo 21 che tenta di recuperare il ruolo primario di Pietro mediante la triplice affermazione di Gesù risorto "pasci le mie pecorelle" (Giovanni 21,15-17). Essendo chiaramente un falso accettato da tutta la teologia critica e anche da teologi cattolici si può desumere chiaramente che il Vangelo si concluda col capitolo 20.

Il rimaneggiamento ecclesiastico si propose, fra l’altro, di far apparire il Vangelo come opera dell’apostolo prediletto Giovanni; e anche se il suo nome non viene menzionato, esso provvide non senza astuzia a che si imponesse, per così dire, da solo. I cristiani d’Asia Minore credevano di sicuro alla paternità dell’Apostolo, evincendone il nome dal testo più agevolmente che se egli stesso lo avesse dichiarato apertamente.

Negli ambienti «ortodossi» il Vangelo di Giovanni, pur così popolare, non godette di una buona fama. Gli «eretici» Valentino ed Eraclio lo rivalutarono per primi, riconoscendovi l’espressione di una personale convinzione religiosa. Eraclio ne scrisse persino il primo commento.

Sembra anche che lo preferissero gli eretici montanisti; al contrario, non viene menzionato da nessuno dei Padri apostolici. E persino la Roma ecclesiastica vi si contrappose duramente sulle soglie del Il secolo, talvolta con repulsione esplicita. In seguito, però, la Chiesa cominciò a porre in secondo piano o a reinterpretare attraverso il quarto Vangelo i Sinottici, più antichi e perciò più arretrati. In fondo, per gli scopi della Chiesa ufficiale, esso appariva più fecondo, nella misura in cui con la sua rappresentazione di Cristo il processo di divinizzazione di Gesù era pressoché compiuto.

martedì 9 aprile 2013

Considerazioni sulle genealogie di Gesù.


Le due genealogie, quella di Matteo che giunge fmo ad Abramo, e quella di Luca che arriva addirittura ad Adamo, sono totalmente diverse. Da Abramo a Gesù Luca conta 56 generazioni, Matteo 42; il padre di Giuseppe, cioè il nonno di Gesù, in Matteo si chiama «Giacobbe», in Luca «Eli». Da Giuseppe a Davide, periodo che comprende un millennio, i due alberi genealogici hanno in comune solo due nomi. Fin dall’antichità molti cristiani rimasero perplessi di fronte a queste contraddizioni e per superarle in taluni casi ricorsero alle falsificazioni. Nei Vangeli più antichi fu proprio l’albero genealogico di Gesù a subire molte correzioni.

Secondo il cattolico Karl Hermann Schelkle: «I due Evangelisti non si sono letti reciprocamente, e proprio i loro alberi genealogici non si conoscono l’un l’altro, altrimenti non avrebbero simili differenze nei nomi». Ma per papa Leone XIII, nessun problema, perchè nella sua enciclica Providentissimus Deus, egli afferma con sicumerica certezza che gli evangelisti «esprimono con infallibile veridicità tutto ciò che Dio ha ordinato loro di scrivere e soltanto quello». Quindi per questo papa e solo Dio il confusionario.

A proposito della genealogia di Matteo, suscita in noi una certa perplessità il fatto che questo evangelista inserisce in essa quattro antenate di Gesù che, a detta della Bibbia, erano donne di facili costumi e, per di più, non di sangue ebreo. Sono: la cananea Tamara, che si fa passare per meretrice, onde giacere col suocero in un rapporto incestuoso (Genesi 38); la cananea Raab che si prostituisce in casa propria (Giosuè 2); la moabita Rut, adescatrice di uomini, ma anche proclive all'omofilia, per il suo legame con Noemi (Rut), e, infine, Betsabea, l'adultera hittita, che dopo aver tradito il marito Huria con David, acconsente all'uccisione del coniuge per unirsi definitivamente al re

Leone XIII


venerdì 5 aprile 2013

Come nasce la leggenda dei due padri di Gesù. 28


Per Matteo e Luca Gesù discendeva dal seme di David ma anche dallo Spirito Santo. Come è potuta nascere questa inconciliabile e assurda duplice paternità? Ecco una probabile spiegazione. Presso i cristiano-giudei di Gerusalemme, Gesù era considerato soltanto un Messia che, secondo l’idea messianica ebraica del tempo, doveva appartenere alla discendenza dalla casa di Re David. Per questa ragione Matteo e Luca fanno nascere Gesù non a Nazareth, ma a Betlemme, in Giudea, perché lì aveva avuto origine la famiglia di David e gli attribuiscono una genealogia davidica. Marco di un simile adattamento alle aspettative messianiche degli ebrei non sapeva nulla e quindi ignora la cosa.

Quando nel IV secolo s'impose presso i cristiano-pagani, discendenti dai seguaci di Paolo, la credenza nella verginità di Maria e della necessità di dare un seme teogamico a Gesù, nel frattempo divinizzato come Figlio di Dio, ecco che nei Vangeli di Matteo e di Luca alla discendenza di Gesù dalla casa di David, raccontata in due genealogie concernenti Giuseppe, venne aggiunta l'assurda contraddizione che il padre di Gesù non era Giuseppe, ma lo Spirito Santo. Quindi Gesù si trovò ad essere figlio di David, attraverso Giuseppe, secondo la tradizione più antica derivata dagli apostoli, e figlio dello Spirito Santo, attraverso Maria, secondo la teoria paolina che lo divinizzava.

I padri della Chiesa hanno fatto le più incredibili contorsioni teologiche per conciliare questa assurdità. Una di queste, collegandosi con la genealogia riportata da Luca, pretende di dimostrare che Maria sarebbe una discendente di David. Teoria non solo in contraddizione col testo scritturale,, ma che contraddice anche il principio per cui non si elencava la parentela materna, essendo determinante, secondo la concezione giuridica ebraica, esclusivamente la discendenza maschile. 

Entrambe le genealogie di Gesù elencate da Matteo e Luca (tra l'altro totalmente inconciliabili e combacianti in due soli nomi) si riconducono chiaramente a Giuseppe, e tutti i tentativi di conciliare le due cose sono condannati al fallimento. Persino i cattolici più intransigenti, come Daniel Rops, devono riconoscere che «è impossibile costruire una genealogia, che unisca la madre di Gesù con Davide». Ma la massa dei credenti, costituita da beoti, continua imperterrita a non cogliere queste assurde contraddizioni.

Daniel Rops


martedì 2 aprile 2013

Nel Vangelo di Marco Gesù non è onnipotente,nè onnisciente né assolutamente buono. 27


Marco in più occasioni nega la divinità di Gesù. Infatti nel suo Vangelo Gesù non ci appare onnipotente perché a Nazareth  non riuscì a fare alcun miracolo a causa della incredulità della gente. Questo fatto oltre a dimostrarci la non divinità di Gesù ci dimostra anche la non esistenza dei miracoli.

I miracoli, infatti, sono guarigioni di natura psicosomatica che per verificarsi necessitano di una fede cieca da parte del malato nei poteri taumaturgici del guaritore e dell'appoggio psicologico dei presenti. In caso contrario non avvengono. Se dipendessero da Dio avverrebbero senza condizioni.

In Marco, Gesù non è nemmeno onnisciente: infatti, dice chiaramente a proposito del giorno del Giudizio, che nessuno ne conosce il momento preciso, ad eccezione di Dio, «neppure il Figlio» (Mc. 13, 32; anche 13, 30). Tale espressione suscitò forti perplessità nei primi cristiani.

Ai Padri della Chiesa del IV secolo, apparve tanto funesta, che, contro l’evidenza testuale del Vangelo di Marco, o la negarono tout court, o la considerarono un falso (Ambrogio, De fide, 5, 8) o, addirittura, la stravolsero del tutto (Basilio. Ep. 236, 2).
E infine, Gesù in Marco non è assolutamente buono, perché a un ricco che lo definisce «buono» risponde: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, soltanto Dio» (Mc. 10, 18). Gesù, dunque, non pensa affatto di equipararsi a Dio. 

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Informazioni personali

Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)