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venerdì 14 giugno 2013

martedì 11 giugno 2013

Affinità tra gli insegnamenti di Buddha e di Gesù. 47


Gli insegnamenti morali di Buddha e di Gesù sono spesso molto affini. Entrambi proibiscono di uccidere, di rubare, di mentire e di fornicare. L’uno e l’altro raccomandano il rispetto dei genitori, ed esaltano i pacifici; tutti e due vogliono ricambiare il male col bene, predicano l’amore per i nemici, insegnano a non accumulare inutili ricchezze terrene e preferiscono la misericordia all’offerta di sacrifici.

Anche le definizioni sono spesso pressoché letteralmente eguali. Buddha si definisce «figlio dell’uomo», come Gesù, e viene anche lui chiamato «profeta», «maestro» e «signore». Le denominazioni di Buddha quale «occhio del mondo» e «luce senza pari» corrispondono alla definizione di Cristo quale «luce del mondo». Perfino i miracoli compiuti da Buddha sono simili a quelli di Gesù: i malati guariscono, i ciechi vedono, i sordi sentono, gli storpi procedono di nuovo eretti. Egli cammina sul Gange in piena come Gesù sul lago.

Buddha esigeva che i suoi miracoli non venissero intesi come mere esibizioni, proprio come Gesù. Ma in seguito, nel Buddismo istituzionalizzato, il miracolo svolse lo stesso ruolo dominante che ebbe nella Chiesa cristiana o nell’Islam. In tutte le religioni la massa si lascia più facilmente impressionare dai portenti e dalle magie che non dalla spiritualità e dall’ethos; essa vuole che accada qualcosa per sé, non in sé.
A conclusione del confronto tra Cristianesimo e Buddismo viene qui riportato uno dei più sorprendenti parallelismi tra loro riferito all'episodio evangelico dell'obolo della vedova. Nella narrazione buddista, durante un’assemblea religiosa i ricchi offrono doni preziosi, mentre una vedova possiede solo due monete: è tutto ciò che ha, ma lo offre con gioia. Il sacerdote riconosce la sua buona intenzione e la esalta, senza badare ai regali degli altri. Ecco il passo parallelo del Vangelo di Marco: «E sedutosi di fronte al tesoro, (Gesù)stava a vedere come la folla gettava monete nella cassa, e molti ricchi ne gettavano molte. Ma venuta una povera vedova, gettò due monete, che fanno un quadrante. E chiamati a sé i discepoli, disse loro: “In verità vi dico, questa povera vedova ha dato molto più di tutti gli altri, che hanno gettato qualcosa nella cassa. Infatti, costoro hanno tutti quanti gettato il superfluo, essa invece tutto quello che aveva nella sua povertà, tutto il suo sostentamento”» (Marco 12, 41 sgg.).

Qui le coincidenze sono specifiche e assolute: in tutti e due i casi si tratta di una donna; le due donne sono povere; entrambe offrono in chiesa; entrambe lo fanno assieme ai ricchi; tutte e due donano tutto ciò che hanno; entrambe posseggono due monete; entrambe vengono esaltate da un osservatore; entrambe le donazioni sono stimate assai più che i doni dei ricchi. È qui difficile, se non impossibile, negare un rapporto diretto di dipendenza del racconto evangelico da quello buddista.

Le analogie fra Buddismo e Cristianesimo continuano anche dopo la morte dei loro fondatori. Miti e leggende trasfigurano le loro immagini: Buddha e Gesù vengono ben presto divinizzati e collocati al di sopra di tutte le altre divinità e i loro principi fossilizzati in dogmi. In tutte e due le religioni si giunge a un Concilio. I buddisti ortodossi fissarono il proprio dogma nel Concilio di Pataliputra (241 a.C.), circa 250 anni dopo la morte di Buddha, i cristiani lo fecero nel Concilio di Nicea (325), circa trecento anni dopo la morte di Gesù. 

La sollecita apoteosi di Buddha rende comprensibile la divinizzazione relativamente rapida di Gesù. Ma le deificazioni, la comparsa di Redentori e soprattutto di figli divini provenienti dal cielo, come Asclepio, Eracle e Dioniso, modelli del cristiano figlio di Dio, erano familiari e ovvi nel mondo antico che precedette il cristianesimo.



Asclepio


venerdì 7 giugno 2013

Le molteplici affinità tra Gesù e altri fondatori di antiche religioni. 46


I parallelismi tra le antiche religioni e il cristianesimo sono spesso così evidenti da giustificare chi crede che il cristianesimo sia fondamentalmente una sintesi delle religioni che lo precedettero. Oggi esamineremo in particolare il rapporto tra Buddha e Cristo. Già Schopenhauer riconobbe giustamente l’affinità tra Cristianesimo e Buddismo affermando:Tutto ciò che è vero nel Cristianesimo, si trova anche nel Brahmanesimo e nel Buddismo. Come spiegare un fatto del genere? Ammettendo che nell'antichità di certo ha avuto luogo uno scambio continuo del patrimonio religioso ideale tra l'Oriente e l'Occidente. Mercanti, ambasciatori e dotti indiani giunsero spesso in Occidente e viceversa determinano prestiti reciproci; fu addirittura sostenuta la tesi di una presenza di Gesti in India, ma senza possibilità di prova.

La storia di Buddha (ca. 560-480 a.C.) presenta diversità notevoli da quella di
Gesù: non è il figlio di un falegname, ma di un re, non viene perseguitato né da giovane né da adulto, e non finisce ancor giovane sul patibolo, come un delinquente comune, ma passa a miglior vita vecchio di 80 anni. Esistono poi differenze dottrinali significative. Tuttavia, la sua vita e la sua predicazione offrono molte analogie degne di nota col Cristo biblico.

Prima della sua venuta, Buddha dimora quale entità spirituale fra le divinità del cielo e discende volontariamente sulla terra per la salvezza del mondo e, come il Cristo biblico, viene generato in modo miracoloso. Gli Angeli lo proclamano Redentore e annunciano alla vergine madre: «Ogni gioia piova su di te, Regina Maya; giubila e sii lieta, perché il bimbo che hai partorito è sacro!». Gesù, alla presentazione del Tempio, viene accolto dal sacerdote Simeone che, prendendolo tra le braccia esclama estasiato:«Signore, adesso congeda il tuo servo in pace, come hai promesso; perché i miei occhi hanno visto la salvezza, che hai posto davanti agli occhi di tutti i popoli, una luce per illuminare i pagani e per magnificare il tuo popolo d’Israele»(Lc. 2, 25 sgg.). Un analogo episodio illustra la vita di Buddha. Il Simone buddista, è il vecchissimo e santo veggente Asita che, ormai prossimo a morte, si reca dal neonato, lo innalza sulle braccia e proclama estasiato: «Costui è l’incomparabile, il più illustre fra gli uomini. Questo fanciullino attingerà il culmine della piena illuminazione». 

Altro episodio comune tra Gesù e Buddha riguarda il dodicenne Gesù nel tempio. che si intrattiene con gli scribi, stupefatti della sua profonda dottrina, mentre i genitori lo cercano. Analogamente il Principe Buddha a scuola, conosce già tutte le scritture e dodicenne compie un breve viaggio, viene smarrito e ritrovato immerso in meditazione profonda.

Nella letteratura antica, però, a dire il vero, sono presenti molti episodi analoghi ad una simile leggenda.  Ad esempio il racconto sul dodicenne nipote del re Ramsete II, del quale il testo egizio, dice: «Il fanciullo crebbe e divenne robusto. Fu mandato a scuola e ben presto superò lo scriba che lo doveva istruire. E allorché il fanciullo raggiunse l’età di dodici anni, era tanto sapiente, che a Memphis nessuno scriba o dotto gli era pari nella lettura dei libri di Magia». Simili parallelismi riguardano altre personalità antiche. Epicuro iniziò a dodici anni lo studio della filosofia (Diogene Laertio. 10, 14), e alla stessa età Augusto tenne una pubblica orazione (Svetonio. Aug. 8,1). Lo storico ebreo Giuseppe Flavio narra che a 14 anni era tanto avanti nella conoscenza della Legge, che esimi esperti di Gerusalemme si recavano da lui per consultarlo.

Altri parallelismi tra Gesù e Buddha. A circa trentanni, come in seguito il Cristo dei Vangeli, Buddha inizia la sua vita pubblica. Mentre digiuna e mortifica la carne, come Gesù viene tentato dagli spiriti maligni, dopo il digiuno di 40 giorni e 40 notti (Mt. 4, 2 sg.). Una storia simile di tentazioni veniva raccontata anche per Zarathustra. Ma le analogia non si fermano qui.

Come Gesù, anche Buddha va in giro in volontaria povertà, col seguito di numerosi discepoli, ai quali si manifesta con detti, metafore e parabole. Come il Cristo evangelico, anche Buddha ha dodici discepoli preferiti, e i suoi primi seguaci sono due fratelli, come i primi seguaci di Gesù . Buddha e Gesù hanno un discepolo prediletto e uno traditore. Devadatta è il traditore di Buddha e fa una fine miseranda come Giuda. Con la stessa durezza, con la quale Gesù combatte i Farisei ligi alla lettera della Torah, così Buddha critica la pratica esteriore della legge da parte dei Brahmini credenti nel Veda.

Come Buddha bolla d’infamia i Brahmini ipocriti, allo stesso modo Gesù smaschera i Farisei: definendoli « .. sepolcri imbiancati, belli a vedersi esteriormente, ma dentro pieni di ossa di morti e di ogni putridume» (Mt. 23,27). Infine, anche i pensieri di Buddha sulle abluzioni rituali, su ciò che è puro e su ciò che è impuro, sono analoghi ai giudizi di Gesù.

Buddha


martedì 4 giugno 2013

Tutti i miracoli attribuiti a Gesù erano già stati raccontati in età precristiana.45


Ogni religione ha dimostrato coi miracoli la «verità» delle sue dottrine. Infatti: guarigioni, resurrezioni, moltiplicazioni di pani, passeggiate sull’acqua, viaggi all’inferno o al paradiso, interventi sulla natura e così via erano prodigi standard di tutte le religioni antiche che precedettero Gesù. Non sorprende quindi che nei decenni successivi alla sua morte tali miracoli, vivi nella fantasia popolare, furono trasferiti a lui, e la sua immagine venne sublimata
dallo splendore della leggenda.

La letteratura specialistica dimostra che i miracoli evangelici coincidono sia nella loro stilizzazione che nel contenuto coi miracoli delle altre religioni per cui è evidente l’origine pagana delle leggende sinottiche. Più tardi molti miracoli furono attribuiti a Maometto, perché, come Gesù fu posto in concorrenza con le divinità pagane, così Maometto fu contrapposto a Gesù. I tratti tipici dei miracoli profani si ripropongono con perfetta similitudine con quelli del Nuovo Testamento. Ad esempio, come Gesù incontra il fanciullo di Nain mentre viene condotto al sepolcro, così anche i taumaturghi pagani erano soliti incontrare il feretro per avere l'occasione di operare la resurrezione. Altri elementi in comune sono il tocco della mano del malato, l’esplicito richiamo alla lunga durata della malattia, l’intensità della sofferenza, gli inutili sforzi dei medici, il successo immediato, lo stupore delle persone e altri simili tratti caratteristici.

Le guarigioni miracolose, soprattutto gli esorcismi, erano assai familiari agli antichi sia ebrei che pagani e dappertutto si incontravano esorcisti che
cacciavano demoni, guarivano turbe psichiche, la follia, l’isteria, l’epilessia. Le narrazioni di questi eventi sono spesso eguali e assai schematizzate.
In quel tempo non erano affatto eccezionali né la camminata di Gesù sull’acqua né il placamento delle tempeste marine. Asclepio e Serapide erano considerati veri maestri in simili prodigi. Inoltre, esisteva presso gli ebrei tutta una serie di straordinarie esorcizzazioni di tempeste, come possiamo evincere da questo racconto: «Accadde a una nave pagana... e c’era in essa un giovane ebreo. Si levò quindi una grande tempesta... e allora dissero a quel1’ebreo: Figliolo, alzati e invoca il tuo dio!.., subito il giovane si levò.., e gridò.., e il mare si tacque».

Nemmeno resuscitare i morti costituiva allora qualcosa di eccezionale , se è vero che esistevano vere e proprie formule specialistiche in proposito. A Babilonia, dove l’idea della resurrezione dalla morte era straordinariamente diffusa, molte divinità venivano definite esplicitamente «resuscitatrici». Nel Medioevo la Chiesa, ancora in preda a alla supestizione più tenebrosa, superò ogni limite ammettendo resurrezioni in serie. I Libri dei Miracoli del Sacrario Bavarese di Inchenhofen indicano 173 resurrezioni ottenute «con l’invocazione e l’intercessione di qualche santo locale.

Anche i papi, allora, diedero il proprio contributo. Fra i cento e più miracoli assemblati nel secolo XIII per il processo di beatificazione di Sant’Elisabetta ed esaminati alla corte papale di Perugia dai più autorevoli prelati della Chiesa, poi approvati ufficialmente dal Papa, ci sono nove resurrezioni. Ma con l'avvento dell'Illuminisno miracoli simili sono spariti, o meglio,evaporati nel nulla, e oggi la Chiesa si deve a mala pena accontentare di qualche pseudoguarigione, spesso contesta della scienza.

Sant'Elisabetta


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Informazioni personali

Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)