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martedì 13 maggio 2014

San Pietro


venerdì 9 maggio 2014

Il concilio apostolico di Gerusalemme. 138

Quando, dopo lunghe discussioni, la Chiesa di Gerusalemme decise di aprire il cristianesimo ai gentili, impose loro, come conditio sine qua non per essere accolti come cristiani, l'obbligo di farsi prima ebrei, di abbracciare cioè in toto la legge mosaica e di subire la circoncisione. Condizione estremamente dura e insopportabile per i gentili ma facilmente comprensibile per gli ebrei che ritenevano il cristianesimo non una nuova religione, come diverrà successivamente con Paolo, ma un completamento dell'ebraismo.


Paolo e lo stesso Barnaba si resero subito conto dell'assurdità della cosa. Già la legge ebraica era di difficile osservanza in Palestina, dove la maggior parte della popolazione era ebrea, e diventava quasi impossibile per gli ebrei della diaspora che vivevano in mezzo ai gentili perché, tra le altre cose, imponeva il rispetto rigoroso del riposo del sabato, del tutto ignorato dai pagani e oggetto di scherno da parte loro, e prescriveva norme alimentari e di purificazione di difficile attuazione al di fuori della Palestina. Se, per il pagano che voleva convertirsi, si aggiungeva a queste difficoltà anche l'obbligo della circoncisione, per di più in età adulta e con tutte le conseguenze che implicava, non ultima l'umiliazione di una mutilazione spregevole che simboleggiava una castrazione, appariva evidente per Paolo l'impossibilità per un gentile di convertirsi.


Di fronte alle proteste piuttosto dure di Paolo e Barnaba, gli apostoli li convocarono a Gerusalemme per un chiarimento. L’esito dell’incontro fu un armistizio precario: a predicare ai giudei provvedeva la comunità di Gerusalemme, ai pagani invece Paolo che otteneva per loro la dispensa provvisoria dalla Legge ma anche l'obbligo di osservare un minimo rituale giudaico (Galati 2,10; Atti, 15,28 sgg.). Era sottinteso però, che gradualmente, frequentando le sinagoghe, i cristiani ellenisti avrebbero abbracciato l'ebraismo e si sarebbero sottoposti alla circoncisione.



Circoncisione


martedì 6 maggio 2014

Primo viaggio missionario di Paolo. 137

Stabilitosi ad Antiochia, capitale della Siria, che coi suoi 800.000 abitanti era allora la terza città dell'impero romano e nella quale si era costituita una comunità cristiana fondata dai giudei-ellenisti fuggiti da Gerusalemme dopo la lapidazione di Stefano,, ne divenne ben presto il leader indiscusso e carismatico. Questa comunità di cristiani ellenisti non era più legata esclusivamente al giudaismo ma già in parte aperta al paganesimo e alle religioni misteriche.


Lì ad Antiochia Paolo iniziò quella evoluzione che lo porterà, sotto l'influsso del paganesimo e delle religioni misteriche, a passare dall’ambito culturale palestinese a quello ellenistico e a creare il suo cristianesimo personale che soppianterà in seguito quello giudaico. La notizia secondo la quale furono proprio i discepoli d’Antiochia a essere chiamati per la prima volta «Cristiani» (Atti, 11, 26), indica chiaramente che ivi la nuova religione aveva ormai assunto una caratteristica tutta propria.


La Chiesa di Gerusalemme, preso atto del ruolo di leader di Paolo ad Antiochia, superando dubbi e riserve sul suo conto, inviò Barnaba, l'unico che riteneva la sua conversione sincera, ad incontrarlo e a proporgli un'azione missionaria in Asia Minore e lungo le coste del Mediterraneo per convincere gli ebrei della diaspora, allora molto numerosi in tutte le contrade dell'Impero, dell'imminente ritorno di Cristo dal cielo (Atti 13,1).


Così, Paolo e Barnaba, coadiuvati dal figlio dell'apostolo Pietro di nome Marco, si diedero a diffondere il Vangelo (la parusia) tra gli ebrei che vivevano fuori della Palestina e che parlavano esclusivamente la lingua greca. Ma incontrarono quasi sempre da parte di costoro una forte ostilità e un rifiuto ostinato (Paolo per poco non venne addirittura lapidato).


Questi ebrei di tendenza conservatrice, che volevano semplicemente frequentare la sinagoga, fare l'elemosina e dedicarsi ai propri affari, non tolleravano di essere coinvolti nell'esaltazione del ritorno del Messia e della fine dei tempi. Se il ritorno di Cristo, infatti, comportava spazzar via Imperatore, senato, tribunali e quant'altro, ciò suonava estremamente sedizioso alle loro orecchie. Era chiaro che per loro Gesù non era il Messia Martirizzato ma un falso Messia.


Paolo e Barnaba decisero allora di rivolgere la loro predicazione ai gentili timorati di Dio. Costoro erano quei pagani che frequentavano le sinagoghe come uditori, essendo favorevolmente impressionati dal modo di vita ebraico che  imponeva il monoteismo, severe norme morali e l'assistenza ai bisognosi, e si dimostrarono spesso molto più disponibili e ricettivi degli ebrei ad accettare la prospettiva dell'imminente restaurazione del Regno di Dio.


A Gerusalemme non tutti erano d'accordo sull'inserimento dei non ebrei nella nuova comunità cristiana. L’opposizione dei cristiani gerosolimitani era rafforzata dalla cooptazione nella loro comunità di molti farisei, aspramente combattuti da Gesù, coi quali, tuttavia, gli apostoli si erano affratellati e in questo connubio non erano stati i farisei a recedere dalle loro posizioni, ma li apostoli a fare delle concessioni di principio. Alcuni farisei, dunque, si opponevano recisamente all'inserimento deo non ebrei, convinti che il ritorno del Risorto riguardasse solo il popolo eletto e non i pagani peccatori. Erano ancora fermi al concetto di religione tribale.


Probabilmente a sollevare il problema dei non ebrei era stato Marco, il figlio di Pietro, che improvvisamente (forse non condividendo la conversione dei pagani) aveva interrotto la sua collaborazione con Paolo e Barnaba ed era rientrato a Gerusalemme, mettendo in guardia quella comunità sul metodo seguito da Paolo. Allora la Chiesa di Gerusalemme, che sotto Giacomo era totalmente ligia al giudaismo, sospettando che la comunità ellenistica guidata da Paolo avesse ormai assunto una caratteristica tutta propria che la poneva in aperta contraddizione con la tradizione giudaica, mandò alcuni suoi inviati (per Paolo “falsi fratelli intromessisi”) ad Antiochia a studiare la situazione e ne nacque una «violenta polemica» (Galati 2,4; Atti, 15,2) con Paolo, che rasentò la ribellione.



Barnaba di Cipro


venerdì 2 maggio 2014

Primi contatti di Paolo con la comunità cristiana di Gerusalemme. 136

Per tre anni Paolo predicò il ritorno del Risorto in Arabia, come si chiamava allora il territorio immediatamente a sud di Damasco (Galati 1,15-17), mostrando di conoscere ben poco della dottrina di Gesù. infatti nelle sue Lettere egli non accenna a Gesù taumaturgo ed esorcista, non fa riferimento al ricco materiale della passione e alle parabole, ignora le diatribe tra Gesù i farisei e gli scribi a proposito della Legge mosaica, non conosce il battesimo per mano del Battista, né le tentazioni e neppure la missione in Galilea.

Paolo, in verità, ribadirà più volte nelle sue Lettere d’essere stato
personalmente chiamato dal Signore, di non aver ascoltato il Vangelo da nessun uomo, nemmeno a Gerusalemme dagli Apostoli, da lui definiti con scherno «superapostoli» o «arciapostoli», ai quali non riteneva d’essere affatto inferiore e il cui prestigio lo lasciava indifferente (Gal. 1, 1 sgg.; 2, 6). Quindi le sue conoscenze sulla dottrina di Gesù si basavano sulle sue presunte rivelazioni celesti (allucinazioni epilettiche), e forse su quanto aveva appreso durante gli arresti e gli interrogatori dei cristiano-giudei da lui compiuti a Gerusalemme.

Questo lungo intervallo di tempo, prima di recarsi a Gerusalemme dagli apostoli, simile ad un esilio volontario, sembra molto strano e probabilmente fu determinato dal fatto che il suo turbolento passato di persecutore lo costringeva a rivolgersi a gente che non lo aveva conosciuto prima e che quindi non poteva contestarlo

Quando finalmente decise di recarsi nella città santa e contattare quelli che erano gli unici depositari dell'insegnamento di Cristo (39 d.C.?), a causa del suo passato di spietato persecutore, tutti lo schivarono e riuscì a malapena ad avvicinare due dei cosiddetti apostoli: Pietro e Giacomo (uno dei fratelli di Gesù, non il figlio di Zebedeo) per merito del cipriota Barnaba, un ebreo della diaspora molto stimato dagli apostoli perché a Gerusalemme aveva venduto tutti i suoi beni immobili e ne aveva dato il ricavato alla comunità cristiana. 

Paolo scrive in Galati: «Solo dopo tre anni mi recai a Gerusalemme per parlare con Cefa (Pietro), ma restai con lui solo quindici giorni. In quell’occasione non vidi nessuno degli altri Apostoli, eccetto Giacomo, fratello del Signore»(Galati 1,18-19 – Atti 10,26-27). E ribadisce solennemente con un giuramento:«Quel che vi scrivo adesso potrei testimoniarlo davanti a Dio, che dico la pura verità» (Gal. 1, 18sgg. Cfr. soprattutto anche Gal. 1, 12).

Quindi, fu merito di Barnaba se Paolo, a causa del suo passato di spietato aguzzino che i cristiano-giudei ricordavano fin troppo bene, potè avvicinare i due apostoli Non è da escludere che in città dovesse muoversi con circospezione per evitare di dar nell'occhio ai grandi sacerdoti che non gli avevano perdonato il suo voltafaccia di Damasco e che pare avessero messo una taglia sulla sua testa.
Comunque il suo contatto con la Chiesa di Gerusalemme fu breve, limitato a pochi incontri e assolutamente negativo. Segnò indubbiamente l'inizio del conflitto fra lui e la comunità di Gerusalemme che si aggraverà nel tempo. Gli Atti degli Apostoli, estremamente tendenziosi e composti probabilmente da Luca, discepolo di Paolo, cercheranno, senza riuscirci di occultare gli aspri conflitti che seguiranno tra Paolo e la comunità di Gerusalemme.



Giacomo, fratello di Gesù


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Informazioni personali

Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)