I
vescovi del periodo più antico non venivano nominati dall'alto ma
scelti
ed
eletti dalla comunità Una diffusa regola ecclesiastica del III
secolo stabiliva: «Sarà insediato come vescovo colui che sarà
stato scelto dal popolo», e fino alla metà del III secolo
qualsiasi laico poteva diventare subito vescovo, senza aver ricoperto
prima nessuna carica ecclesiastica; era sufficiente che fosse onesto,
caritatevole,
amante del vero, disponibile, alieno dalla cupidigia, buon marito e
pa-
dre
di famiglia.
Una
stessa comunità,se numerosa, poteva avere più vescovi e persino
piccoli villaggi avevano i propri episcopi. Ma a partire dal IV
secolo ebbe inizio la lotta fra i«Vescovi di città» e «Vescovi
di villaggio» che si concluse con la vittoria dei vescovadi più
vasti. Nel Concilio di Nicea (325) erano ancora rappresentati
numerosi vescovi di piccole comunità di villaggio, forniti di
prerogative
sostanzialmente
eguali a quelle dei loro colleghi cittadini. Nelle comunità
piuttosto popolose le elezioni del vescovo erano estremamente
tumultuose, accompagnate da acclamazioni e da risse, tuttavia
osservavano sempre rigorosamente una legalità formale.
Ma
con l'accrescersi del potere episcopale, soprattutto economico,nella
scelta dei vescovi l’intervento dello Spirito Santo assumeva spesso
forme poco ortodosse, come ci dimostra la testimonianza del Padre
della Chiesa Gregorio di Nazianzio.
Con
evidente imbarazzo e sorvolando sui dettagli, egli ci informa di
un’elezione avvenuta a Cesarea, durante la quale (cosa allora
niente affatto rara) erano scoppiati violenti disordini, sedati a
stento dalle autorità, anche perché - come afferma Gregorio - il
prestigio del seggio episcopale attizzava l’asprezza dello scontro.
Alla fine fu raggiunto un accordo, ma non su un candidato cristiano,
bensì «su un notabile cittadino, moralmente irreprensibile, ma non
ancora battezzato».
Tuttavia,
questo pagano, non attribuendo alcuna importanza al prestigioso
seggio vescovile, non volle ricoprire la carica; ma ciò non impedì
che «con l’ausilio della guarnigione militare presente in città
venisse trascinato contro la sua volontà davanti all’altare e un
po’ con le suppliche, un po’ con le minacce fosse costretto a
subire il battesimo e ad accettare la nomina».
Gregorio
giustifica tale procedura piuttosto anomala col «fervido entusiasmo
dei
credenti».
I fedeli, dunque, trasformarono questo pagano recalcitrante nel som-
mo
pastore cristiano di Cesarea, procedendo sbrigativamente al
battesimo, all’ele-
zione
e all’intronizzazione.
Ora,
dal racconto imbarazzante di Gregorio sappiamo che a quei tempi
per l'elezione di un vescovo accadessero delle vere e proprie
sanguinose battaglie tra i fedeli. Allorché nel 366 i
pretendenti vescovi Damaso e Ursino si contesero il trono episcopale
della Città Eterna, i partigiani delle due fazioni si massacrarono
crudelmente persino nelle chiese, tanto che in un solo giorno ne
furono estratti centotrentasette cadaveri. Naturalmente si
verificavano campagne elettorali condotte con metodi un po’ meno
rozzi, ad esempio per mezzo di gigantesche operazioni di corruzione
dirette nascostamente sia dal candidato, sia da qualche facoltosa
favorita ben disposta verso il futuro servo di Dio. Gli stessi Padri
della Chiesa non possono fare a meno di alludere al fatto che in
occasione di simili elezioni la «massa» veniva letteralmente
comprata
I
metodi corrotti della lotta politica e dell’elezione degli
imperatori propri della
Roma
antica continuarono tranquillamente con la Chiesa. Ci furono anche
seggi episcopali ereditari. Policrates di Efeso fu l’ottavo vescovo
nella sua famiglia, come ci fa sapere Eusebio di Cesarea.
Fino
al 483 i vescovi di Roma vennero eletti dal popolo romano. In
seguito, i fedeli persero i diritti elettorali conservando solo
quello dell’assenso a cose avvenute; abitudine che si è mantenuta
fino ai nostri giorni, quando il papa neoeletto si affaccia alla
loggia di S. Pietro per raccogliere il tifo giubilante della folla
raccolta in piazza dalla fumata bianca.