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giovedì 14 maggio 2015

Basilica di S.Pietro- Roma


martedì 12 maggio 2015

51 - “L'invenzione del cristianesimo” - Parte terza. Paolo a Roma.

Durante il suo soggiorno nella capitale dell'Impero per essere processato da Nerone, egli divenne perfettamente consapevole di aver giocato la carta vincente. Infatti, a Gerusalemme la situazione stava rapidamente precipitando.
Giacomo, fratello del Signore, il suo nemico più accanito, veniva nel frattempo vilmente lapidato per ordine del sommo sacerdote Anania, nonostante godesse della stima dei farisei. Continui focolai di rivolta scoppiavano dovunque e l'intera Palestina, in preda ad un messianismo frenetico e delirante, veniva travolta dalla guerra giudaica che si sarebbe conclusa con la fine di Israele e la distruzione di Gerusalemme.
Non sappiamo se Paolo ebbe modo di conoscere, in tutto o in parte, questi avvenimenti, che senz'altro aveva previsti, perché dopo due anni di permanenza a Roma, in attesa del processo, di lui si perse ogni traccia. La tradizione vuole che durante la presunta persecuzione di Nerone del 64 sia stato martirizzato. Ma è l'ipotesi meno attendibile. Il "Frammento Muratoriano", conservato nella Biblioteca Ambrosiana, si dice che Paolo, prosciolto dalle accuse, se ne andò in Spagna come aveva preventivato di fare nella Lettera ai Romani (Romani 15,24).
Questa tesi fu condivisa da Clemente Romano che nel 96, data molto vicina ai fatti, affermò che l'apostolo giunse all'estremo limite dell'Occidente, allora ritenuto la Spagna. Conferme di questo viaggio si troverebbero anche in Acta Petri e Acta Pauli e, più tardi, in Atanasio, Giovanni Crisostomo e Girolamo.
Il martirio a Roma, per decapitazione, fu menzionato nel 200 da Tertulliano, senza una documentazione adeguata. Eusebio di Cesarea, Padre della Chiesa e contemporaneo di Costantino, nel suo Chronacon lo fa morire nel 67, poco prima dell'uccisione di Nerone.
Alcuni studiosi ipotizzano, invece, che sia vissuto più a lungo e che dopo aver visitato la Spagna, Creta e la Macedonia sia morto di vecchiaia a Nicopoli in Epiro, dove aveva preventivato di ritirarsi fin da quando era a Roma, ed abbia avuto modo di organizzare la Chiesa da lui fondata dotandola di una solida gerarchia.
La cosa più stupefacente è che gli Atti, che sembrano stati scritti in funzione di Paolo, s'interrompano bruscamente nel 62, quasi a significare che tra Paolo e il suo biografo ci sia stata una rottura brusca e irreparabile.
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venerdì 8 maggio 2015

50 - “L'invenzione del cristianesimo” - Parte terza. Paolo di Tarso. Quarta ed ultima visita a Gerusalemme 2

Appena Paolo cominciò a parlare, la folla tumultuante si zittì e lo ascoltò in silenzio. Gli Atti vogliono farci credere che quelli che lo avevano aggredito fossero ebrei non cristiani. Ma ciò è falso perché i cristiano-giudei costituivano una setta abbastanza numerosa a Gerusalemme ed erano sempre presenti in gran numero nel Tempio e rispettati. Un'ulteriore prova del fatto che l'uditorio di Paolo era costituito in gran parte da giudeo-cristiani la deduciamo dal comportamento da essi tenuto durante il suo discorso. Infatti, Paolo iniziò la sua difesa parlando della nuova dottrina della parusia e raccontando che lui, in un primo tempo, l'aveva perseguitata duramente per poi, dopo la rivelazione divina della messianicità di Gesù, abbracciarla e divulgarla. Ma non diede nessuna spiegazione di questa nuova dottrina perché era ben conosciuta da tutti i presenti, i quali si guardarono bene dal contestarla. Il tumulto riesplose violento non appena Paolo affermò che il Signore lo aveva inviato a divulgare la parusia ai pagani.
Era questo un argomento tabù per tutti gli ebrei, cristiani e non, ma nel caso di Paolo la protesta si riferiva soprattutto al suo rifiuto della circoncisione e dell'obbligatorietà della Legge per i pagani convertiti e al fatto che si faceva accompagnare per le vie della città e fino alle porte del Tempio da compagni incirconcisi. "Allora [Dio] mi disse: "Va', perché ti manderò lontano, tra i pagani" Fino a queste parole erano stati ad ascoltarlo, ma allora alzarono la voce gridando: “Toglilo di mezzo; non deve più vivere!” E poiché continuavano a urlare, a gettar via i mantelli e a lanciar polvere in aria, il tribuno ordinò di portarlo nella fortezza" (Atti 22,21-23).
A questo punto, a sceneggiata conclusa, Paolo rivelò al centurione che lo tratteneva d'essere cittadino romano e di godere dei privilegi che solo una piccola minoranza degli abitanti dell'Impero poteva vantare. "Ma quando l'ebbero legato con le cinghie, Paolo disse al centurione che gli stava accanto: «Potete voi flagellare un cittadino romano, non ancora giudicato?"(Atti 22,25).
Per l'autore degli Atti e per i suoi confratelli presenti alla scena (Luca, Timòteo e Tròfimo), lo scontro tra Paolo e gli ebrei, anche cristiani, sanciva il rigetto dei pagani da parte dei cristiano-giudei e quindi giustificava lo scisma che Paolo stava attuando con l'ebraismo.
Per Paolo tutti i ponti erano definitivamente tagliati ora tra il suo cristianesimo universalistico e salvifico, e quello di Gerusalemme, rimasto ancora legato al messianismo jahvista e ad una concezione etnica e religiosa di stampo tribale. Rinchiuso nella Torre Antonia, fu avvisato da un nipote (figlio della sorella) che quaranta giudei avevano giurato di ucciderlo. Il tribuno, preoccupato perché Paolo era cittadino romano, decise di trasferirlo a Cesarea, sotto una scorta di centinaia di soldati. A Cesarea, Paolo rimase due anni, in una specie di blanda prigionia, sotto i procuratori Felice e Festo. Il processo fu celebrato poco dopo l'arrivo di quest'ultimo e alla presenza del re Agrippa II e della sorella Berenice. L'avvocato Tertullo, che patrocinava il sommo sacerdote contro Paolo, accusò l'apostolo di essere il capo di un gruppo di agitatori. "Abbiamo scoperto che quest'uomo è una peste, fomenta continue rivolte tra tutti i giudei che sono nel mondo" (Atti 24,5).
La fama di Paolo, fomentatore di disordini, era quindi conosciuta da tutti. Comunque Paolo si difese con maestria ma si guardò bene dal riferire che aveva gettato la Legge alle ortiche per i cristiani gentili e perfino per gli ebrei che si convertivano alla nuova dottrina.
Festo, non ravvisando colpe a suo carico, gli propose la scarcerazione e il trasferimento a Gerusalemme. Ma Paolo, ben sapendo che in quella città lo avrebbero immediatamente ucciso, in qualità di cittadino romano si appellò a Cesare, cioè all’imperatore, da Paolo definito "autorità istituita da Dio, cui tutti dovevano obbedienza” (Romani 13,1-2). E così ebbe salva la vita e fu trasferito a Roma, come desiderava.
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giovedì 7 maggio 2015

Il Gesù dei Vangeli era al suo tempo un anticlericale che combatteva la falsa religiosità. 211

Leggendo attentamente i Vangeli sinottici scopriamo che il Gesù da loro descritto è, inequivocabilmente, antilegalistico, anticultuale, anticlericale, e interpreta senza rispetto l’etica veterotestamentaria della Legge, contrapponendo al «Voi avete sentito», il proprio «Ma in verità io vi dico». La sua battaglia va contro qualsiasi Chiesa organizzata, diretta da una gerarchia strutturata, guidata da un sommo sacerdote e dai suoi accoliti e fossilizzata da teologi e da riti vacui, privi di autentica spiritualità.

Egli si scontrava sempre con la prassi farisaica che portava all'estremo questo tipo di falsa religiosità, rinnegata prima di lui anche dagli esseni, seguaci del «Maestro di Giustizia», ai quali Gesù si ispirava. D'altra parte per i farisei Gesù era considerato un innovatore rivoluzionario, un servitore del diavolo, un sovversivo e seduttore di Israele.

Perché tale ostilità verso un setta della quale Gesù condivideva molti aspetti? I farisei sostenevano opinioni meditate, pregevoli e addirittura idee che lo stesso Gesù andava predicando. Ma la gran parte di loro, specialmente i «separati» , (così soprannominati per la consuetudine di evitare tutti coloro che non rispettavano la pulizia imposta dal rito, le norme alimentari e purificatrici, e quindi erano considerati impuri per il culto) esigevano la correttezza formale ai dettami della Legge fino ai limiti dell’assurdo, nel modo più capzioso, riducendo la religiosità a formalità puramente esteriori e tiranniche che nulla avevano a che fare con l’etica e la religione e soprattutto con lo spirito di carità, con l'autentico amore del prossimo. La loro religiosità era soltanto esteriore, improntata all'ipocrisia e all'ostentazione.

Il Gesù sinottico era tutto l'opposto di tali comportamenti; non deviava dalle esigenze etiche fondamentali mediante sofismi dialettici, proprio perché respingeva l’insignificante e il superfluo, spesso argomento principale dei farisei. Lo irritava il pedante e vuoto formalismo, rigettava i rituali, le vacue usanze codificate, le consacrazioni, le abluzioni, i digiuni, le «pedanterie», per altro chiaramente ricollegandosi in tal modo alle tendenze già proprie degli antichi profeti. Egli scindeva nettamente l’etica dall’implicazione inutile e dannosa col culto.

Richiamandosi agli antichi profeti polemizzava aspramente contro la mera abitudinarietà rituale del clero: «Voi pulite la parte esterna, i calici e le ciotole, ma dentro siete pieni di rapina e di cupidigia!»; oppure: «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lungi da me. E’ vano il culto che mi rendono con le loro dottrine, che sono precetti di uomini». E infine: «Io voglio misericordia, non sacrifici» (Mc. 7,6 sg.; Mt. 9, 13). Non si tratta di concetti nuovi, giacché erano già in Buddha e in Zarathustra, il quale condannava radicalmente i sacrifici di sangue, e si ritrovano addirittura in un antichi testi sacri egizi.


Zarathustra


martedì 5 maggio 2015

49 - “L'invenzione del cristianesimo” - Parte terza. Paolo di Tarso. Quarta ed ultima visita a Gerusalemme 1

Accompagnato da Luca, il presunto autore degli Atti e del Vangelo omonimo, da Timoteo, da Tròfimo di Efeso e da alcuni discepoli di Cesarea, Paolo giunse a Gerusalemme nel periodo della Pentecoste. Perché tanti testimoni, per di più di origine pagana, per un rito di espiazione che avrebbe dovuto essere riservato ai soli ebrei? Forse perché Paolo voleva che i suoi compagni si rendessero conto che lui era una vittima e toccassero con mano la perfidia dei giudei. Ma anche perché voleva, di proposito, provocare i suoi accusatori.
La narrazione in Atti dell'incontro di Paolo con Giacomo e gli anziani (di Pietro non si fa cenno, sicuramente deceduto nel frattempo), è gravida di tensione e di sospetto. Essa riporta le gravi accuse rivolte a Paolo durante i suoi viaggi missionari riguardo il superamento della Legge e l'abolizione della circoncisione da parte dei cristiani ellenisti e perfino degli stessi giudei convertiti. Giacomo, infatti, così lo apostrofa: ".....hanno sentito dire di te che vai insegnando a tutti i Giudei sparsi tra i pagani che abbandonino Mosè, dicendo di non circoncidere più i loro figli e di non seguire più le nostre consuetudini", e conclude accusandolo di predicare “contro la legge e contro questo luogo (il Tempio)” (Atti 21,21).
Accuse gravissime per un ebreo che richiedevano una severa cerimonia di espiazione, da attuarsi secondo una rigida procedura: la rasatura e la lavatura del capo, il divieto per sette giorni di incontrare persone e cose che potessero contaminare in qualche modo il penitente (ad esempio, persone incirconcise), il versamento di una cospicua somma di denaro al Tempio per il sacrificio richiesto e un formale atto di sottomissione che testimoniasse pubblicamente la sua piena adesione all'ebraismo. Paolo, da dotto fariseo, la conosceva perfettamente, ma di proposito e in piena consapevolezza, decise di violarla per sancire definitivamente la sua rottura con la Chiesa di Gerusalemme.
Ecco perché gli servivano i compagni che si era portato dietro.
Infatti, il giorno della purificazione si fece ostentatamente vedere nelle vicinanze del Tempio insieme a Tròfimo, un noncirconciso, scatenando il furore degli ebrei cristiani e non, in quanto con quel compagno al fianco, ritenuto dagli israeliti un pagano, contaminava se stesso, la sua offerta e il Tempio. La testimonianza di Luca, autore degli Atti, gli era indispensabile perché la sceneggiata fosse tramandata in tutta la sua drammaticità e il suo martirio sancito dalla storia.
La reazione dei presenti fu violentissima, come Paolo s'aspettava.
"Allora tutta la città fu in subbuglio e il popolo accorse da ogni parte. Impadronitisi di Paolo, lo trascinarono fuori del Tempio e subito furono chiuse le porte. Stavano già cercando di ucciderlo, quando fu riferito al tribuno della coorte che tutta Gerusalemme era in rivolta. Immediatamente egli prese con sé dei soldati e dei centurioni e si precipitò verso i rivoltosi. Alla vista del tribuno e dei soldati, cessarono di percuotere Paolo. Allora il tribuno si avvicinò, lo arrestò e ordinò che fosse legato con due catene" (Atti 21,30-33).
Paolo sapeva di rischiare grosso, ma la presenza capillare dei romani e la loro rapidità d'azione (la Torre Antonia, sede della guarnigione romana, era poco lontana dal Tempio) lo rassicuravano. Probabilmente, aveva calcolato tutto a puntino. Infatti al tribuno non rivelò subito di essere cittadino romano, aspettò prima di aver da lui il permesso di rivolgersi alla folla con la scusa di calmarla, in realtà per provocarla ulteriormente.

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venerdì 1 maggio 2015

48 - “L'invenzione del cristianesimo” - Parte terza. Paolo di Tarso. Terza visita a Gerusalemme e terzo viaggio missionario.

Allora gli apostoli e l'assemblea degli anziani di Gerusalemme, sempre più allarmati dal comportamento scismatico di Paolo, decisero di riconvocarlo per una spiegazione. Egli accettò l'invito. Di questo suo terzo viaggio a Gerusalemme c'è appena una traccia negli Atti. "Giunto a Cesarea, (Paolo) si recò a salutare la Chiesa di Gerusalemme e poi scese ad Antiochia" (Atti 18, 22).
Nelle Lettere non vi è alcun accenno ad esso. Vi si recò da solo, senza testimoni che avrebbero potuto risultare imbarazzanti in un incontro duro e umiliante per lui. Naturalmente fu Giacomo, fratello del Signore e capo carismatico dei cristiano-giudei, a giudicare l'operato di Paolo.
A Gerusalemme erano arrivati parecchi rapporti contro di lui perché le contestazioni che gli erano state mosse da parte dei giudei, in quasi tutte le città dell'Asia e della Grecia, erano state frequenti ed aspre e avevano suscitato scandalo e indignazione.
Perciò gli fu comminata una pena piuttosto gravosa: avrebbe dovuto sottoporsi ad un rito di purificazione, facendo una pubblica dichiarazione di colpevolezza da effettuarsi il giorno della Pentecoste, accompagnata da un cospicuo sacrificio in denaro da versare al Tempio. Non si fosse sottoposto a questa procedura, avrebbe ricevuto la scomunica. Non conosciamo le reazioni di Paolo perché lui non dice niente a proposito di quest'episodio nelle sue Lettere e nemmeno gli Atti ne parlano.
Sappiamo, però, che poco dopo il suo rientro ad Antiochia, egli ripartì per un ulteriore viaggio in Asia e in Grecia e, secondo quanto aveva fatto in precedenza visitando le comunità cristiane da lui fondate per rinfrancarle nelle fede, si diede a raccogliere anche una colletta per i poveri della Chiesa di Gerusalemme.
Ma la colletta gli sarebbe servita a pagare il prezzo del sacrificio, piuttosto cospicuo, della sua purificazione nel Tempio.
Scrive nella Lettera ai Romani: "Per il momento vado a Gerusalemme, a rendere un servizio a quella comunità; la Macedonia e l'Acaia infatti hanno voluto fare una colletta a favore dei poveri che sono nella comunità di Gerusalemme" (Romani 15,25). Come si vede, egli si guarda bene dal dire la verità sul suo viaggio a Gerusalemme ma non riesce a nascondere una certo preoccupazione sul suo esito: "Vi esorto perciò, fratelli, per il Signor nostro Gesù Cristo e l'amore dello Spirito, a lottare con me nelle preghiere che rivolgete per me a Dio, perché io sia liberato dagli infedele della Giudea e il mio servizio a Gerusalemme torni gradito a quella comunità, sicché io possa venire da voi nella gioia, se così vuole Dio, e riposarmi in mezzo a voi" (Romani 15,31-32). Le sue preoccupazioni per i rischi di quel viaggio le troviamo chiaramente espresse negli Atti. "Ed ecco ora, avvinto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme, senza sapere cosa mi accadrà" (Atti 20,22).
Ma non sono soltanto i rischi del viaggio a turbarlo, c'è anche il timore che durante la sua assenza i suoi nemici, cioè gli emissari dei cristiano-giudei, attacchino la sua teologia e sconfessino il suo Vangelo come avevano fatto durante i suoi precedenti viaggi. "Io so che dopo la mia partenza entreranno fra voi lupi rapaci, che non risparmieranno il gregge; perfino di mezzo a voi sorgeranno alcuni a insegnare dottrine perverse per attirare discepoli dietro di sé. Per questo vigilate" (Atti 20,29-31).
I discepoli, intuendo l'angoscia di Paolo, cercano di convincerlo a rinunciare alla partenza. "Avendo ritrovati i discepoli, rimanemmo colà una settimana, ed essi, mossi dallo Spirito, dicevano a Paolo di non andare a Gerusalemme" (Atti 21,4).
Ma Paolo rispose: «Perché fate così, continuando a piangere e a spezzarmi il cuore? Io sono pronto non soltanto a esser legato, ma a morire a Gerusalemme per il nome del Signore Gesù» (Atti 21,13). Paolo, quindi, era ben deciso ad andarci perché aveva in mente un piano ben articolato, ma lo mascherava recitando il ruolo del martirio.
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Informazioni personali

Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)