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venerdì 8 settembre 2017

Peccato e redenzione n. 16

Il Nuovo Testamento e la nascita del mito della Redenzione. Le fonti del Nuovo Testamento
Trattando la la mitica origine del peccato originale inventato dai Sumeri e inserito nella Bibbia nel VI secolo a.C. durante l'esilio babilonese, abbiamo chiarito che questa colpa primigenia determinava per il popolo ebreo soltanto punizioni terrestri in quanto ogni anima umana cessava di vivere con la morte e ritornava nel nulla assoluto non avendo il dono dell'immortalità. Quindi l'Antico Testamento escludeva la necessità di una redenzione divina che riscattasse l'anima dal peccato di Adamo e la portasse alla felicità eterna, come invece proclamerà il cristianesimo derivato in parte dal vecchio ebraismo. Ma sarà solo il cristianesimo ellenistico-pagano di Paolo (non quello giudaico dei cosiddetti apostoli), che, con l'invenzione dell'immortalità dell'anima, trasformerà il concetto di peccato originale, ponendo la necessità di una redenzione divina.
Il cristianesimo, nato nel primo secolo della nostra era, si fonda su 27 documenti canonici che costituiscono il Nuovo Testamento, che unici ci raccontano la vita di Gesù, ritenuto il suo fondatore. Ma nessuno di questi 27 documenti ha una qualche valenza storica perché sono considerati dagli studiosi alla stregua di ingenue testimonianze della fede dei primi cristiani e in nessun caso dei documenti storici in senso stretto. Per di più essi hanno subito nel corso dei secoli, moltissime e macroscopiche manomissioni e aggiunte che hanno scalfito ancor più la loro attendibilità.
Se noi, infatti, compariamo i quattro vangeli canonici attuali con quelli che si trovano nel più antico e integro codice del Nuovo Testamento (Codice Sinaitico), rinvenuto nel monastero di Santa Caterina sul Monte Sinai nel 1859, datato al IV secolo, riusciamo ad evidenziare, in modo inconfutabile, le numerosissime falsificazioni intenzionali che sono state inserite, durante i secoli, in tutti i Nuovi Testamenti oggi in circolazione, con grande imbarazzo della Chiesa, unica responsabile di tali falsificazioni. Ma l'assurdo è che l'imbarazzo della Chiesa non dipende tanto dalle sue numerosissime false aggiunte, messe in luce da questo codice, quanto ancor più per le molteplici, eclatanti omissioni riscontrate in esso rispetto ai fondamenti del Cristianesimo. L'omissione più straordinaria è quella che riguarda la dottrina centrale della fede cristiana: la resurrezione, le apparizione di Gesù Cristo risorto e la sua ascensione in cielo che non sono riportate nel Vangelo di Marco, il più antico dei quattro e utilizzato come fonte dagli altri due Vangeli sinottici di Matteo e Luca. Nelle versioni odierne di questo Vangelo tutto quanto concerne la resurrezione viene raccontato con l'aggiunta di oltre 500 parole totalmente inventate (16:9-20) e conosciute come la Finale lunga di Marco.



lunedì 4 settembre 2017

Peccato e redenzione n.15

Benefici materiali e terreni, quindi, quali la sopravvivenza nella prosperità e nell'abbondanza, il costante incremento demografico e il dominio sulle altre nazioni, questo era il premio per le virtù concesse al popolo ebraico. Disobbedendo alle leggi del suo Dio, invece, cioè commettendo il peccato, Israele credeva di essere destinato a perire. Il patto stipulato tra Jahvè e il suo popolo riguardava soltanto la vita terrena e non contemplava minimamente quella spirituale o celeste perché la morte segnava l'annullamento dell'individuo e la fine di ogni rapporto col suo Dio. Tutta la vita di Israele era condizionata dall'osservanza della Legge ritenuta garanzia della sua sopravvivenza .
Questa legge regolava tutti gli aspetti della vita quotidiana, anche quelli sociali e familiari, e imponeva la difesa dei deboli e degli oppressi. Le sue preoccupazioni umanitarie comprendevano, ad esempio, la remissione dei debiti ogni sette anni, le leggi antiusura, il porre un limite alla schiavitù e, a questo proposito, veniva ricordato al popolo ebraico come fosse stato esso stesso un tempo schiavo e straniero (Deuteronomio, 15, 20 e 23). Anche i salariati, gli orfani, le vedove e gli indigenti erano trattati con grande umanità. Perfino gli animali domestici venivano tutelati da maltrattamenti e da sfruttamenti iniqui: al bue non si poteva mettere la museruola quando trebbiava (Deuteronomio 25,4). La Legge, tutelando i diritti umani e la dignità della persona, dava un esempio senza precedenti di attenzione per i deboli e gli indifesi e contemplava norme morali finalizzate al benessere sociale. La festività del sabato, ad esempio, possiamo considerarla la prima conquista sindacale della storia, mediante l'artificio del riposo consacrato alle fatiche del Signore.
Ma nella Bibbia, accanto ai dettami della Legge connotati da alta umanità e socialità, troviamo anche molti comandi di Jahvè che consentono al suo popolo di commettere i delitti e le perversioni più efferati, come lo stupro, l'infanticidio, il feticidio, l'incesto, la legittimità della schiavitù, la condanna a morte, la guerra civile e religiosa, la sottomissione della donna, la morale della maledizione, la lapidazione e molti altri delitti. Essi inoltre consentono la poligamia (il leggendario re Salomone aveva un harem con centinaia di mogli e concubine), il concubinaggio con schiave e con prigioniere di guerra, il rapporto sessuale con le prostitute e l'assegnazione ai figli celibi di una schiava «per coito», subito dopo il raggiungimento della pubertà e in attesa del matrimonio. (Ma, d’altra parte, ordina di punire con la morte, mediate lapidazione, ogni rapporto extraconiugale della donna).
Nei riguardi degli altri popoli poi Jahvè si rivela un Dio crudele, sanguinario, vendicativo, estremamente malvagio che esige lo sterminio di intere popolazioni, ree di essere incirconcise o nemiche di Israele; la distruzione degli altari e delle statue delle altre religioni; le più efferate crudeltà contro i nemici vinti. Infatti durante la conquista della Terra Promessa, è proprio Jahvè che ordina a Giosuè, successore di Mosè, di attuare i massacri più crudeli contro i nemici e di sterminare, senza pietà: donne, vecchi e bambini. Questo per dimostrare le enormi contraddizioni che si trovano in questo testo antico ritenuto, ancor oggi, da milioni di americani, autentica parola di Dio.

Il massimo peccato che il popolo ebraico poteva commettere e che Jahvè, secondo la Bibbia, avrebbe punito con carestie, malattie, sconfitta politica, resa in schiavitù e perfino distruzione dell'intero popolo, era quello di adorare altri dèi oltre Jahvè. Era un peccato gravissimo nel quale Israele cadeva spesso e i profeti non si stancavano di ripetere che tutte le sciagure che accadevano continuamente al loro popolo erano la giusta punizione divina per il peccato di idolatria. Una colossale fandonia perché gli eventi storici ci dimostrano che Israele ha sofferto i momenti più dolorosi e drammatici della sua storia proprio quando, in seguito alla riforma di re Giosia, aveva raggiunto il massimo rigore religioso. Infatti, all'apice della raggiunta religiosità perché l'intero popolo ebraico si era perfettamente uniformato ai precetti divini osservando con grande zelo tute le leggi della Torah e re Giosia aveva la certezza che finalmente Israele poteva meritare la più completa protezione di Jahvè, proprio allora gli è sopraggiunta la più immane delle catastrofi, cioè l'annientamento della nazione ebraica e la schiavitù a Babilonia con la conseguente perdita di ogni libertà politica. Evidentemente il Dio biblico era soltanto un inetto totem tribale. 

venerdì 1 settembre 2017

Peccato e Redenzione n.14


Com'era visto il peccato originale nel Vecchio Testamento 

Secondo la favola sumerica, che abbiamo fin qui esaminato, tutti i mali che affliggono l'umanità e il nostro martoriato pianeta hanno avuto origine dalla disobbedienza del primo uomo Adamo ad un comando divino. Abbiamo dimostrato come la logica del padre amoroso che crea gli uomini per renderli partecipi della sua gloria e della sua beatitudine sia incompatibile con la logica della prova cui Dio ha voluto sottoporli (ben sapendo per onniscienza del fallimento della stessa) ed ancor più con l'assurda punizione che questa ha comportato per Adamo e tutti i suoi discendenti. Quindi il peccato, così è stata chiamata la colpa di Adamo, secondo la leggenda biblica, è per l'uomo la fonte unica e suprema di ogni male che riguarda la vita terrena.
Ma esso come viene inteso nella Bibbia antica, conosciuta come Vecchio Testamento? In modo diametralmente opposto da come lo concepiamo noi cristiani. Il cristianesimo, essendo stato fondato da San Paolo che era ebreo, è stato fatto discendere dall'ebraismo dal quale ha ereditato la Bibbia e Jahvè (o Geova) il Dio ebraico. Ma con questa religione non ha quasi più niente in comune, come vedremo in seguito, perché rispetto ad essa ha subito una trasformazione radicale e irreversibile.
Ebraismo e cristianesimo sono concordi nel ritenere che la colpa di Adamo ha degradato l'uomo da essere quasi divino ad essere mortale, sottoposto a tutti i mali e alla morte. Ma per l'Antico Testamento le sofferenze e la morte riguardavano esclusivamente la vita terrena dell'uomo, finita la quale tutto cessava. Non c'era, cioè, un aldilà dove la parte spirituale dell'uomo avrebbe continuato a vivere in un paradiso, se buona, o nell'inferno, se malvagia. Nella Bibbia ebraica o Vecchio Testamento, considerata parola di Dio, è scritto: «La sorte degli uomini e delle bestie è la stessa, come muoiono queste muoiono quelli. C’è un soffio vitale per tutti: non esiste superiorità dell’uomo rispetto alle bestie, perché tutto è vanità» (Qoèlet 3,19). Con la morte, quindi, secondo il teologo biblico, tutto finisce, sia l'anima sia il corpo, perché tutto è venuto dalla polvere e tutto ritorna nella polvere.
Infatti i Sadducei, cioè l’alto clero del Tempio di Gerusalemme detentore dell'ortodossia ebraica, sostenevano che Mosè non aveva mai parlato né dell'immortalità dell'anima, né della "resurrezione dei morti", e non credevano nella perpetuazione dell'individuo dopo la morte, in corpo e spirito. Quindi, per loro, non esisteva un aldilà dove le anime sarebbero state punite con l'inferno o premiate col paradiso. Quindi escludevano totalmente la necessità di una redenzione anche perché ignoravano che Jahvè avesse un figlio da sacrificare per redimere l'umanità peccatrice. Ma allora per un ebreo in che cosa consisteva il peccato e quali conseguenze comportava?
Il peccato consisteva nella violazione di una o più delle seicentotredici leggi contenute nella Torah, il libro della Legge attribuito a Mosè e ritenuto dagli ebrei scritto su dettatura divina, e la punizione, in caso di gravi violazioni, soprattutto per il peccato di idolatria, consisteva nella perdita della protezione di Javhè e nel sopraggiungere di calamità di ogni genere.
Jahvè, infatti, nella Bibbia promette al suo popolo che solo obbedendo alla sua Legge avrebbe ottenuto da lui la protezione per crescere in potenza politica e prosperità economica. Viceversa, disobbedendo alla Legge, cioè commettendo il peccato, sarebbe stato punito con la schiavitù, le carestie e le pestilenze. "Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male; poiché io oggi ti comando di amare il Signore tuo Dio, di camminare per le sue vie, di osservare i suoi comandi, le sue leggi e le sue norme, perché tu viva e ti moltiplichi e il Signore tuo Dio ti benedica nel paese che tu stai per entrare a prendere in possesso. Ma se il tuo cuore si volge indietro e se tu non ascolti e ti lasci trascinare a prostrarti davanti ad altri dèi e a servirli, io vi dichiaro oggi che certo perirete" (Deuteronomio 30,15/18).

  

martedì 29 agosto 2017

Peccato e redenzione n.13


Le successive pagine della Genesi poi ci presentano altre mirabolanti storie del tutto inverosimili, cominciando da quella del diluvio, un'altra leggenda presa, di sana pianta, dalla mitologia babilonese.

Per cominciare, sono passate appena nove generazioni dalla creazione di Adamo e già il genere umano è riuscito a popolare gran parte della Terra. Come avranno fatto? Gli ominidi, nostri veri antenati, hanno impiegato milioni di anni per evolvere e popolare il nostro pianeta. Nella Bibbia bastano nove generazioni. A questo punto, Dio si pente della sua creazione perché l'umanità è diventata corrotta e malvagia e decide di sterminarla con un diluvio che coprirà l'intero globo.

Anche qui ci troviamo davanti alla leggenda quasi identica, fin nei minimi particolari, dell'epopea di Gilgamesh, creata a Babilonia nel 1600 a.C. (James George Frazer, Folk-lore in the Old Testament, vol. I, pagg. 104-136). Sul racconto del diluvio le amenità bibliche si sprecano anche se ancor oggi milioni di americani dalla Bible Belt, indifferenti al ridicolo, lo credono veritiero.

Anzitutto, Noè costruisce l'arca in pieno deserto con l'aiuto di pochi familiari, e la costruisce così grande (150 metri di lunghezza, 25 di larghezza e 15 di altezza) da uguagliare la stazza di un moderno transatlantico. Come avrà fatto e come si sarà procurato l'immenso materiale occorrente? Alcuni Padri della Chiesa (Origene e Sant'Agostino), non sapendo darsi una risposta, hanno supposto che la costruzione sia durata cent'anni. Il che sembra davvero poco verosimile! La durata delle piogge poi è controversa. Secondo la Genesi è durata quaranta giorni e quaranta notti ma in altre parti della Bibbia la durata si allunga da sessantun giorni ad un anno e dieci giorni.

E che dire degli animali? Chi li radunò davanti all'arca e in numero così grande? "D'ogni animale mondo prendine con te sette paia, il maschio e la sua femmina; degli animali che non sono mondi un paio, il maschio e la sua femmina. Anche degli uccelli mondi del cielo, sette paia, maschio e femmina, per conservarne in vita la razza su tutta la terra " (Genesi 7,23). Un numero stratosferico! E per il nutrimento di quel giardino zoologico galleggiante? I teologi non si sono scoraggiati, e dando fondo a tutta la loro amena fantasia hanno calcolato anche questo. Per Athanasius Kircher, stravagante ecclesiastico del 1600 che si piccava di aver decriptato i geroglifici ed era seguace dell'occultismo teologico, Noè imbarcò anche 4562 pecore per sfamare gli altri animali carnivori.

E per gli erbivori? E per accudire quella massa d'animali? Facevano pure i loro bisogni! Qualcuno ha pensato di risolvere ogni cosa ricorrendo all'ibernazione che elimina tutti i problemi. E i pesci? Vennero imbarcati nell'arca o rimasero fuori e s'arrangiarono da soli? Infine, ma i quesiti potrebbero continuare, gli animali e Noè cosa trovarono per sfamarsi una volta usciti dall'arca, dal momento che ovunque c'era solo fango! E pensare che molti, nonostante quello che abbiamo detto, ancora ai nostri giorni sono convinti che sul monte Ararat ci siano i resti dell'arca di Noè!

Quanto raccontato dimostra in modo lapalissiano che tutta la Genesi è un condensato di miti infantili privi di ogni veridicità.

Purtroppo la stupida favoletta di Adamo ed Eva inventata, come quella greca del Vaso di Pandora, per spiegare, a livello infantile e allegorico, l'origine del male, venendo inserita in un libro, considerato sacro come la Bibbia, si è tramutata in parola di Dio e quindi creduta ciecamente attraverso i secoli fino ai nostri giorni, determinando immani sciagure e funeste conseguenze a tutti i livelli per gran parte dell'umanità.



venerdì 25 agosto 2017

Peccato e redenzione n.12


La Bibbia ci presenta Dio come un padre amoroso che ha creato Adamo ed Eva per renderli partecipi della sua gloria e della sua beatitudine. Infatti assegna loro il Giardino dell'Eden, una specie di paradiso terrestre. Dovrebbe essere pago di vederli felici mentre scorrazzano per quel meraviglioso giardino in compagnia degli animali tutti docili e mansueti. Ogni padre lo sarebbe vedendo i suoi figli trascorrere le giornate nel più sereno e felice dei modi. Invece a lui ciò non garba affatto.

E cosa fa allora questo Dio stravagante? Si inventa di sottoporre le sue creature ad una prova, pur sapendo, avendo anche l'attributo dell'onniscienza, che la falliranno. Si può essere più malvagi di così? Voi vi comportereste in tal modo con un vostro figlio? Solo un padre snaturato potrebbe farlo. Perché sottoporre il figlio ad una prova senza senso e per di più a sicure conseguenze funeste e tragiche, è una forma di efferata malvagità. Quindi questo chimerico Dio, stando alla favola, non ha creato Adamo ed Eva per amore ma per soddisfare i suoi sadici istinti di vendetta. Un Dio mostruoso che, stando alla Bibbia, si rivelerà crudele e sanguinario. Infatti punirà Adamo ed Eva non solo cacciandoli da quella specie di paradiso terrestre in cui li aveva collocati, ma togliendo loro l'immortalità e rendendoli vittime del dolore e della morte, compresi tutti i loro discendenti, per infinite generazioni.

La trasmissione della colpa e quindi del castigo a tutti i discendenti rappresenta la massima incoerenza di Dio. Il peccato di due antenati non può ricadere sull'intera specie. Non è plausibile che uno sbaglio soggettivo diventi collettivo. Se è inaccettabile il passaggio di responsabilità da un padre a un figlio, a maggior ragione lo è da una generazione all'altra. Una ragione lapalissiana per dichiarare improponibile un Dio così malvagio, incoerente e assurdo.

Proseguendo nella lettura della Genesi scopriamo che questa favola sumerica s'ingarbuglia sempre più e si arricchisce di continue e assurde contraddizioni che certificano ancor di più la sua intrinseca falsità. Vediamo un esempio. Sappiamo che Adamo ed Eva, dopo la cacciata dal Giardino dell'Eden ebbero due figli: Caino e Abele e che Caino, per invidia, uccise il fratello. Se diamo per acquisito che la coppia primigenia (Adamo ed Eva) non simboleggia l’umanità, intesa come comunità di viventi, ma l’unione di due singoli individui creati da Dio, come spiegare che dopo l’uccisione di Abele, Caino viene condannato a vagare per la Terra per sfuggire alla disapprovazione degli uomini? (Gen 4,14: “Ecco, tu (Dio) mi scacci oggi da questo suolo e io mi dovrò nascondere lontano da te; io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra e chiunque mi incontrerà mi potrà uccidere”). Ma, perché nessuno lo colpisca, il Signore gli impone un segno. Chi mai poteva essere quel “chiunque mi incontrerà” tanto temuto da Caino se in quel momento oltre a lui c'erano solo i suoi genitori?

II racconto prosegue (Gen 4) dicendo: “Ora Caino si unì alla moglie che concepì e partorì Enoch; poi divenne costruttore di una città, che chiamò Enoch, dal nome del figlio.” Da dove salta fuori la moglie di Caino? E come fa egli a costruire da solo una città? E per chi? Queste incongruenze così palesi sono la conferma che tutto il racconto biblico è falso e illogico.


martedì 22 agosto 2017

Peccato e redenzione n.11


Se questo è un Dio.

Gli argomenti che negano l'esistenza di Dio sono inesauribili e qui voglio citarne un altro che, sebbene indiretto, ha una valenza logica ineccepibile. Mi riferisco al fatto che se Dio viene presentato nel cristianesimo come un padre così amoroso da sacrificare suo figlio per redimere i peccati delle sue creature (la più colossale delle assurdità perché Dio essendo onnipotente può redimere chiunque senza dover sacrificare chicchessia) perché non si manifesta apertamente, per farsi conoscere, e pretende che noi crediamo alla sua esistenza e ai suoi precetti solo attraverso testimonianze di nessuna attendibilità, che risalgono a tempi antichissimi?

La logica del padre amoroso è incompatibile con la logica del nascondimento: nessun padre gioca a nascondino coi figli. Alla base del rapporto d’amore e di fiducia del figlio nei confronti del padre sta ovviamente la certezza della sua esistenza: sarebbe assurdo che su ciò il figlio dovesse soltanto affidarsi alle forche caudine della fede cieca. Il primo, fondamentale atto d’amore verso chi si ama è farsi conoscere. Dio potrebbe fornire in mille modi la certezza della sua esistenza. Perché non lo fa? Semplicemente perché non c'è.

Se poi passiamo ad esaminare gli attributi che la Genesi riconosce al Dio biblico, riscontriamo che sono contraddittori e irrazionali. La Bibbia ci dice che essendo Dio l'essere in assoluto più perfetto, tra i molti suoi attributi ci sono l'onnipotenza e la bontà infinita. Ebbene già l'antico filosofo greco Epicuro, vissuto qualche secolo prima di Cristo, parlando della bontà e dell'onnipotenza degli dèi, aveva messo in chiaro l'incongruenza tra questi due attributi, facendo riferimento ai molti mali che affliggono l'uomo e il mondo intero.

Se gli dèi sono veramente buoni e vogliono il bene dell'umanità, ma non impediscono il dolore, le malattie e la morte, si chiedeva Epicuro, significa chiaramente che sono impotenti. Se invece sono onnipotenti ma consentono che il male tormenti l'uomo e la natura, sono malvagi. Se, infine, non possono e non vogliono evitare il male, significa che non sono né onnipotenti, né benevolenti. Lo stesso discorso vale per il Dio biblico che, come vedremo in seguito, si rivelerà il più obbrobrioso e sanguinario Dio inventato dall'uomo.

In realtà l'esistenza del male rinnega un altro attributo di Dio: quello di essere un essere perfetto. Com'è possibile che un Dio, inteso come perfezione assoluta, crei un mondo totalmente imperfetto e soggetto a cataclismi continui, e consenta che in esso si creino e si estinguano milioni di specie diverse ? La scienza ci dimostra, infatti, che circa il novanta per cento delle specie comparse sulla Terra nel corso di milioni di anni sono scomparse, come, ad esempio, i famosi dinosauri.

Se prendiamo poi in esame più attentamente l'assurdo comportamento del Dio biblico nei confronti dei nostri mitici progenitori, scopriamo altri aspetti della sua malvagità.


venerdì 18 agosto 2017

Peccato e redenzione n.10


Sono la conferma di quanto si era intuito già alcuni decenni fa esaminando, sotto il profilo medico, la conversione di San Paolo. Questa conversione coincise con una rovinosa caduta del millantato apostolo che possiamo sicuramente attribuire ad un improvviso attacco epilettico su cui la scienza non nutre dubbi. Il neurologo A. Ragot scrive: “Paolo era soggetto a crisi epilettiche: oscuramento, aura luminosa e sonora, caduta, coma, cecità, afasia che regrediscono nei giorni seguenti, paralisi che migliora progressivamente lasciando ogni volta conseguenze emiplegiche definitive”. Tutte cose accadute a San Paolo durante la sua rivelazione.

Spiegava più di un decennio fa Vilayanur Ramachandran, dell'Università San Diego di California, che le crisi epilettiche dei lobi temporali del cervello inducono visioni e voci religiose particolarmente vivide che permangono anche dopo gli attacchi. Ciò, nel caso di San Paolo, spiegherebbe oltre la folgorazione di Damasco, anche le successive sue visioni e i presunti rapimenti al terzo cielo. D'altronde è lo stesso Paolo che nelle Lettere conferma indirettamente la sua malattia scrivendo in Galati: “Voi sapete, fratelli, che fu a causa di una malattia del corpo che vi annunciai il vangelo” (da lui sempre dichiarato una rivelazione divina, cioè una visione) (Galati 4,13). Ai suoi tempi l'epilessia era considerata un morbo sacro che gli dèi riservavano a coloro che sceglievano come loro intermediari. Quindi le odierne scoperte dei neurologi americani confermano quanto si supponeva da tempo, che cioè Dio è solo una creazione del nostro cervello.

Se poi passiamo ad esaminare la storia, constatiamo che molte di quelle che in passato venivano considerate punizioni divine (calamità, epidemie, cataclismi e così via), e quindi prove della sua esistenza, col progredire della conoscenza umana si sono trasformate in evidenze scientifiche, spiegabili razionalmente.


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Informazioni personali

Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)