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venerdì 10 novembre 2017

Peccato e redenzione n.34

Cominciamo da Giuda, che negli Atti viene chiamato Theudas e viene presentato come uno dei capi del Movimento Nazionalista Giudaico antiromano. Secondo Giuseppe Flavio, durante il periodo in cui Cuspio Fado era Procuratore della Giudea (44-46 d.C.), Giuda, atteggiandosi come Profeta col nome di Theudas, era riuscito a radunare un cospicuo numero di zeloti presso il fiume Giordano, forse pronti ad un colpo di mano, ma il procuratore Fado li colse di sorpresa inviando tempestivamente uno squadrone di cavalleria che piombò improvviso su di essi uccidendone molti e facendone altri prigionieri. Lo stesso Theudas fu catturato, gli mozzarono la testa e la portarono a Gerusalemme per esporla come trofeo e monito (Libro XX di “Antichità Giudaiche” versetti 97/102). Un paio d'anni dopo, sotto l’amministrazione di Tiberio Alessandro (Procuratore dal 46 al 48 d.C.), dopo una lunga latitanza, Giacomo e Simone (Pietro), figli di Giuda il Galileo, vennero catturati per essere sottoposti a processo e poi giustiziati di spada. Gli Atti riferiscono il loro arresto, confermando l'uccisione di Giacomo e inventando la liberazione di Pietro per intervento divino (Atti 12).
A causa dei continui scontri tra zeloti e romani la Palestina fu perennemente in preda ad un caos inarrestabile e nel 66 d.C. la situazione precipitò definitivamente. Fu allora che Giuseppe, conosciuto anche col nome di Menahem, l'ultimo dei figli di Giuda il Galileo e fratello del Messia crocifisso Giovanni, mirando alla restaurazione della monarchia asmonea di cui si sentiva erede, messosi alla testa di un folto manipolo di zeloti, assalì la roccaforte di Masada, si appropriò dell’arsenale del re Erode Agrippa II e, piombato a Gerusalemme, massacrò la guarnigione romana e assunse il comando della città (Bellum VII 433-434).
Ma il Sommo Sacerdote Anania gli si oppose, forse con l'appoggio del Sinedrio. Allora Giuseppe Menahem non esitò ad ucciderlo e a sostituire il vecchio Sinedrio con un altro rivoluzionario che lo riconobbe come Re dei Giudei e Sommo Sacerdote. Mentre, però, ornato in gran pompa con la veste regia, si trovava a pregare nel Tempio, Eleazar, capitano delle Guardie del Tempio e figlio del Sommo Sacerdote Ananìa che lui aveva ucciso, riuscì ad imprigionarlo e dopo averlo sottoposto a molti supplizi, ad ucciderlo con i suoi luogotenenti. La morte di Giuseppe, “detto Menahem” segnò la fine dei cinque fratelli appartenenti a una dinastia definita più volte da Giuseppe Flavio “di grande potere” ... Una stirpe di sangue reale che – rivendicando il diritto a sedersi sul trono dei Giudei, appartenuto agli Asmonei spodestati dai romani in favore di Erode – si impegnò, fino al martirio, in una guerra contro il dominio di Roma attraverso un contesto storico estremamente catastrofico per la nazione ebraica. Il casato asmoneo ebbe un ultimo e terrificante epilogo nel 73 d.C. per opera di Eleazar bar Jair (Lazzaro figlio di Giairo) nipote di Giuda il Galileo in quanto nato da una sua figlia (sorella quindi di Giovanni) che aveva sposato Giairo. Dopo l'uccisione delle zio Menahem, Eleazar capo della setta dei sicari, la fazione più irriducibile degli zeloti, si rifugiò nelle fortezza di Masada e durante la prima Guerra Giudaica, a partire del 70 d.C. ne diresse la resistenza. Nel 73 d.C. la decima legione sotto il comando di Flavio Silva, procuratore della Giudea, mediante la costruzione di una rampa imponente riuscì ad iniziare l'espugnazione della rocca. Allora Eleazar con un focoso discorso convinse, con la promessa della “resurrezione dell'anima”, circa mille ribelli, famiglie comprese, a suicidarsi in massa per evitare l'umiliazione di stupri e schiavitù da parte dei legionari (Bellum VII 253). Quando i romani penetrarono nell'altopiano, trovarono i corpi esanimi di tutti i difensori, tra cui donne e bambini. Una vera ecatombe. Con la morte di Eleazar si conclude definitivamente la tragica saga degli ultimi discendenti della regia famiglia degli Asmodei. È doveroso riconoscere che tutti i membri di quella potente dinastia, hanno lottato e pagato per un fine patriottico nobile. Per quattro generazioni, da Ezechia ad Eleazar, hanno condotto una guerriglia sempre a rischio della vita, accettando la morte con coraggio indomito e totale sprezzo del dolore.
La componente zelota, sempre molto diffusa in Israele, non volle mai sottomettersi al giogo romano nonostante la fine degli Asmonei e la distruzione di Gerusalemme e del Tempio, e si riaccese violentissima nel 135 d.C con la insurrezione di Simone bar Kochba, che determinò la seconda e definitiva distruzione di Gerusalemme e della Palestina e la diaspora dell'intero popolo ebraico. L'imperatore Adriano, di fronte a quell'ennesima rivolta, pensò bene di risolvere il problema alla radice. Ordinò di cancellare a Gerusalemme e nella Palestina ogni traccia che si riferisse all'ebraismo. Quindi fece spianare il Golgota, sconvolse radicalmente ogni aspetto della vecchia città santa e sulle rovine del Tempio fece erigere, come suprema profanazione, un tempio pagano con le statue di Giove Capitolino e di altre divinità. Non pago degli stravolgimenti radicali operati a Gerusalemme e in Palestina, Adriano proibì agli ebrei, che si erano salvati nella fuga, di rientrare, pena la morte, nei loro territori e nella nuova Gerusalemme, ribattezzata Aelia Capitolina, e da allora iniziò la vera diaspora ebraica che durò fino alla nascita dello Stato d'Israele nel 1948.


martedì 7 novembre 2017

Peccato e redenzione n. 33

Il regno di Giovanni non durò a lungo. Alla fine dell’anno 35 d.C., Lucio Vitellio, dopo aver costretto Artabano alla fuga e aver assoggettato nuovamente l’Armenia al dominio di Roma, rientrò ad Antiochia con le sue legioni” (Tacito, Annales VI 37). Venuto a conoscenza degli eventi accaduti in Giudea, dopo aver fatto riposare l’esercito nei quartieri invernali, alla testa delle sue legioni si avviò verso Gerusalemme per giustiziare il monarca, che, illegittimamente, si era proclamato Re dei Giudei e ristabilire l'ordine. Nel frattempo il Prefetto Marcello era giunto a Cesarea Marittima per rilevare Ponzio Pilato dal suo incarico.
Giunto nel periodo pasquale del 36 d.C., Lucio Vitellio, cinse d’assedio la Città Santa, già stremata dalla lunga carestia, e le inviò un ultimatum di resa. Fu il Sinedrio, convocato dallo stesso Giovanni in qualità di Sommo Sacerdote del Tempio a decretare in quel momento la fine del Re e del suo breve regno. Nel Vangelo di Giovanni le parole di Caifa ai sinedriti che recitano: “Considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera” (Gv 11,50) suonano assurde se riferite ad un mite predicatore che offre sempre l'altra guancia qual è il Gesù evangelico, ma sommamente pertinenti se riferite ad un Messia zelota la cui sopravvivenza metteva a rischio l'incolumità di un intera nazione. Per Giovanni, il “Salvatore” Re dei Giudei, non vi fu alcuna possibilità di scampo e accettò la resa di Gerusalemme e il suo atroce destino: la crocifissione.
Venne arrestato, portato nella Fortezza Antonia, incatenato, sottoposto a dileggi e ad atroci torture. Il giorno dopo, venne crocefisso pubblicamente, come monito rivolto agli Ebrei inteso a rimarcare la potenza dell'Impero romano. Il popolo distanziato da un fitto cordone di sbarramento di miliziani romani, assistette in silenzio, impietrito e impotente, alla morte di Giovanni, sopraggiunta dopo una lunga agonia “fra i più atroci tormenti d'ogni sorta fino all'ultimo istante di vita” (Bellum VII cap. 8,272).
Poco prima di morire, secondo Marco e Matteo, il Gesù evangelico ebbe un attimo di smarrimento e pronunciò il grido di terrore e solitudine: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Marco 15,34), inconcepibile se Cristo fosse stato il Figlio di Dio che s'immolava per la salvezza dell'umanità, ma chiarissimo per un Messia che, avendo fermamente creduto nell'intervento di Jahvè in suo aiuto, constatava con disperazione l'abbandono divino e il fallimento della sua missione. In base alla legge romana, al collo del crocifisso venne appeso un cartello con il nome e la motivazione della pena capitale:
I N R I: IOHANNES NAZIREVS REX IVDAEORVMU.
Non vi fu alcuna via crucis, del resto mai accennate da Cicerone, Seneca, Maccio Plauto e Plinio il Vecchio che riferirono sulle crocifissioni. Questa tortura avrebbe creato grossi problemi di servizio d'ordine mettendo a rischio l'incolumità dei miliziani di scorta obbligati a seguire il condannato per un lungo tratto di strada. Non vi fu alcun processo per stabilire la colpevolezza perché il reato era flagrante. Quindi il processo di Gesù celebrato nei Vangeli, oltre ad essere una summa di incoerenze e di assurdità, era totalmente escluso dalla flagranza del reato. Allora perché è stato inserito nei Vangeli? Per far ricadere sui Giudei la colpa dell’uccisione del “Salvatore”. Infatti, Gesù Cristo “Nostro Signore”, per la nuova dottrina del Cristianesimo nascente, non doveva risultare giustiziato dal potere di Roma perché ciò avrebbe dimostrato che era un re ebreo zelota guerriero e questo contrastava la figura dell’“Agnus Dei”, vittima sacrificale divina per il bene dell’umanità. Inoltre i Vangeli narrano, in contrasto palese con la storia documentata e tra assurdità e incoerenze di ogni genere, che a far uccidere Gesù fu Ponzio Pilato, costretto dai Giudei, e non Lucio Vitellio. Falso storico conclamato perché la condanna di “Gesù” è avvenuta dopo la destituzione di Pilato (Ann. XV cap. 44).

La crocifissione di Giovanni di Gamala, per gli ebrei del suo tempo, significava che lui non era il Messia prescelto da Jahvè perché secondo i Profeti ebrei, il loro Dio non aveva schierato le potenze celesti in suo aiuto per annientare la supremazia dei “Kittim” pagani invasori (Rotoli di Qumran: frammento 4Q 246). Perciò dopo la fuga dei suoi seguaci zeloti, venne in un primo tempo dimenticato in Palestina, anche se la rivendicazione dinastica, come vederemo continuerà coi suoi fratelli, datesi alla macchia. Prima di analizzare sinteticamente l'evoluzione della nuova dottrina derivata dalla crocifissione di Giovanni di Gamala, che sfocerà nell'attuale Cristianesimo, esaminiamo per brevi linee le vicende finali, tutte altamente drammatiche e crudeli, degli altri quattro fratelli di Giovanni e del loro nipote Eleazar. 

venerdì 3 novembre 2017

Peccato e redenzione n. 32

A causa delle continue sommosse provocate dagli zeloti accadde che: “Spinti dall'odio e dal furore, i soldati romani si divertivano a crocifiggere i prigionieri in varie posizioni, e tale era il loro numero che mancava lo spazio per le croci e le croci per le vittime” (Bellum V 451). Come vedremo nel proseguo della trattazione, tutti i cinque figli di Giuda il Galileo e il loro nipote Eleazar finiranno di morte violenta combattendo con spietata durezza per la causa messianica.
Ma perché gli zeloti, nonostante la continua e feroce repressione romana che costò loro migliaia di crocifissioni e la distruzione di città e villaggi, mai desistettero dalla loro lotta armata contro i romani? Per una complessa serie di motivi, tra i quali era determinante il sostegno massiccio avuto dall'opinione popolare, specie dai giovani; ma principalmente perché credevano fermamente che, come avevano vaticinato i Profeti ebrei, Jahvè sarebbe intervenuto schierando le potenze celesti e la sua ira avrebbe annientato la supremazia dei “Kittim” pagani invasori, con una grande strage, consentendo al popolo eletto di costituire l'antico regno di Davide che sarebbe durato in eterno” (Rotoli di Qumran: frammento 4Q 246).
E, come vedremo nel prosegue dello studio, il vero Gesù (Giovanni di Gamala) e suo fratello minore Giuseppe o Menahem, riuscirono, in due successivi momenti, a scacciare i romani dalla Giudea e farsi ungere re d'Israele. Il “Rotolo della Guerra” trovato a Qumran nel 1947 ci ha dimostrato il linguaggio rassicurante, basato sulla certezza dell'intervento divino, adottato dai Profeti zeloti per istigare le masse a ribellarsi contro i “kittim” invasori: “Ascolta, Israele! Voi state per combattere contro i vostri nemici… Non spaventatevi e non allarmatevi innanzi a loro. Poiché il vostro Dio cammina con voi per combattere i vostri nemici e per salvarvi… Allorché nel vostro paese verrà una guerra contro un oppressore che vi opprime, suonerete le trombe e il vostro Dio si ricorderà di voi e sarete salvi dai vostri nemici ... ” . E , una volta sconfitti e catturati, non avendo avuto il tempo di suicidarsi prima della cattura, come affrontavano la morte gli zeloti? Giuseppe Flavio, il massimo storico ebraico che li odiò a morte, ritenendoli responsabili della distruzione di Gerusalemme e del Tempio e che forse era lontano parente dei figli di Giuda il Galileo, nel suo libro Guerra Giudaica così dice degli zeloti: “…non vi fu alcuno che non restasse ammirato per la loro fermezza e per la loro forza d’animo, o cieco fanatismo che dir si voglia…accogliendo i tormenti e il fuoco, con il corpo che pareva insensibile e l’anima quasi esultante” (Bellum VII 416-419). E ancora: “Il loro spirito fu assoggettato ad ogni genere di prova durante la guerra contro i romani, in cui stirati e contorti, bruciati e fratturati e passati attraverso tutti gli strumenti di tortura perché bestemmiassero il Legislatore, o mangiassero qualche cibo vietato, non si piegarono a nessuna delle due cose, senza una parola meno che ostile verso i carnefici e senza versare una lacrima. Ma sorridendo tra i dolori e, prendendosi gioco di quelli che li sottoponevano ai supplizi, esalavano serenamente l'anima, certi di tornare a riceverla” (Antichità II 152).
Nel 34 d.C. in Giudea imperversò una grave carestia che opprimeva l'intera popolazione, costringendo molti poveri a morire di fame. La carestia era aggravata anche dai forti contributi imposti da Roma sui prodotti agricoli e determinava scontri sociali cavalcati prontamente dagli zeloti allora campeggiati da Giovanni di Gamala, figlio primogenito di Giuda il Galileo. Nello stesso anno scoppiò un conflitto fra l'Impero romano e il Regno dei Parti, obbligando le legioni romane del Medio Oriente a marciare, sotto il comando di Lucio Vitellio, verso il fiume Eufrate per bloccare l'esercito persiano.
Approfittando di questa eccezionale situazione, Giovanni di Gamala (il Gesù dei Vangeli), stante i medesimi rapporti di forza fra i due Imperi, il Romano e il Partico, adottò l'identica strategia del suo predecessore, Antigono II asmoneo, contando, come lui, sulla vittoria dei Parti e si accordò con il re parto Artabano III per sollevare la Giudea contro i romani. Durante la Festa delle Capanne del 35, che riuniva a Gerusalemme gran parte della popolazione giudaica, spinse la nazione a ribellarsi, e dopo aver annientato la guarnigione romana, si impadronì del potere facendosi osannare dal popolo come “Re dei Giudei” e “Salvatore” (Yeshùa). Giovanni restaurò la prassi degli antenati monarchi Asmonei che rivestivano entrambi i sacri uffizi di Re e Sommo Sacerdote. Per gli Ebrei Giovanni divenne così il “Yeshùa” (Salvatore) della terra santa, e tramite il rituale dell'unzione, il nuovo Messia (Cristo). A quella data, il Prefetto Ponzio Pilato era stanziato nel palazzo pretorio di Cesarea Marittima, ma, non avendo saputo disporre forze sufficienti per impedire la rivolta, venne da Roma riconosciuto colpevole e destituito.




martedì 31 ottobre 2017

Peccato e redenzione n.31

Questa “quarta filosofia”, ideata da Giuda il Galileo e dal fariseo Saddoc, in aggiunta alle altre tre filosofie allora esistenti e costituite dai sadducei (aristocrazia sacerdotale), farisei ed esseni, postulava un capovolgimento radicale in campo sociale ed economico, prevedendo l’abolizione della schiavitù e del latifondo e l’eliminazione delle caste sacerdotali ebraiche, aristocratiche, filo romane e quindi collaborazioniste; ma soprattutto si prefiggeva lo scopo di liberare i territori palestinesi dai dominatori pagani, mediante la lotta armata, per riedificare l’antico Regno di Israele.
La nuova dottrina si diffuse capillarmente nella classe popolare e determinò la nascita di un movimento armato clandestino i cui membri erano chiamati zeloti e sicari. Gli zeloti si allearono ben presto con gli esseni che condividevano gli stessi ideali e in più diffondevano l'aspettativa profetica di un condottiero, consacrato come Re (Messia), che con l’aiuto di Dio, avrebbe guidato il popolo ebreo ad annientare i pagani invasori e a ricostruire, imperituro, l'antico regno di Davide.
La guerriglia, nata il 6 d.C. dalla “quarta filosofia” nazionalista di Giuda il Galileo per ostacolare il censimento, si intensificò quando nel 17 d.C. il senato romano respinse la richiesta, fatta dal Sinedrio, di alleggerire la tassazione che opprimeva il popolo con eccessivi carichi fiscali. (Tacito Annali. II 42). La reazione degli zeloti, capeggiati da Giuda, fu veemente ma venne prontamente repressa dal procuratore Valerio Grato che ne catturò il capo e lo crocifisse nel 17 d.C. assieme a molti suoi seguaci. La la crocifissione di Giuda il Galileo non determinò, però, la fine della rivendicazione dinastica degli Asmonei che, anzi, proseguì con più determinazione da parte dei suoi cinque figli maschi: Giovanni, il primogenito (il Gesù dei Vangeli), seguito da Giacomo, Simone, Giuseppe e Giuda (elencati nei Vangeli come fratelli di Gesù e figli di Maria). “Non è forse costui (Gesù) il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle non sono tutte fra noi?” (Mt 13,55-56).

I seguaci della quarta filosofia fondata da Giuda il Galileo erano degli spietati zeloti, cioè dei “fanatici nazionalisti” che si opponevano al dominio di Roma ma anche contrastavano con ferocia gli ebrei collaborazionisti, filo romani e filo erodiani. Secondo Giuseppe Flavio (Bellum VII 254) ordivano congiure contro quei giudei che volevano accettare la sottomissione ai romani e li combattevano in ogni modo come nemici, depredandoli degli averi e del bestiame e appiccando il fuoco alle loro case. A dimostrazione di ciò va ricordato che nel Vangelo di Luca (Lc 9,51-54) l'apostolo Giovanni risulta uno zelota pronto ad incendiare villaggi dei Samaritani, nemici dei Giudei, assieme all'altro suo fratello Giacomo. Secondo lo storico e filosofo ebreo Filone Alessandrino l'intera Palestina dal 6 d.C., a causa degli zeloti e nonostante la presenza di guarnigioni romane, fu permanentemente in preda al saccheggio e la gente veniva uccisa senza rispetto di alcuna legge. Fino alla definitiva sconfitta del 70 d.C., sfociata nella distruzione della Città Santa e del Tempio, Israele visse un periodo di massacri, caratterizzato da molte centinaia di migliaia di morti, dei quali nei Vangeli, Atti degli Apostoli e negli scritti dei “Padri Apostolici” non vi è traccia. Non solo. Nel XVIII libro di “Antichità Giudaiche” di Giuseppe Flavio, a causa delle cancellazioni operate dalla Chiesa nel codice originale ricopiato nel decimo secolo dai suoi amanuensi e poi distrutto dopo la copiatura, non troviamo “registrato alcun misfatto nella storia” concernente un così grave avvenimento rivoluzionario durante il quale gli zeloti sfasciarono tutti gli ordinamenti civili”. Perché? Perché gli scribi che attuarono la manipolazione erano a conoscenza che gli eroi cristiani che si chiamavano Apostoli, nella realtà, erano i capi zeloti. È significativo il fatto che nei Vangeli attuali gli Apostoli, coi nomi dei fratelli di Gesù, presentano qualifiche aggiunte come: “zelota” o “cananeo”, “iscariota”, “barionà” e “boanerghès”, che significano “fanatico nazionalista”, “sicario”, “latitante, ricercato” e “figli dell'ira”. Simone Pietro e lo stesso “Gesù” vengono accusati di essere “Galilei nel Vangelo di Matteo (Mt 26,69) “Anche tu (Simone Pietro) eri con Gesù il Galileo”. Quindi, l'epiteto rivolto a Pietro dai servi di Caifa era un chiaro riferimento alla sua appartenenza agli zeloti perché ai tempi di Gesù, “Galileo” significava ribelle, sovversivo (oggi diremmo: terrorista). 

venerdì 27 ottobre 2017

Peccato e redenzione n. 30

La vera identità del Gesù dei Vangeli
Finora abbiamo esaminato la nascita dei due miti su cui poggia il Cristianesimo facendo riferimento ai testi sacri che li hanno generati: l'Antico e il Nuovo Testamento. Per la Chiesa questi antichi testi sono considerati ispirati da Dio e quindi rappresentano la verità assoluta e immutabile. Ma per gli studiosi che non accettano i paraocchi dogmatici questi testi sono privi di ogni validità storica e scientifica e quindi considerati alla stregua di semplici leggende, pur considerando valido il concetto che alla base di ogni leggenda c'è sempre un qualche avvenimento storico che l'ha generata. Seguendo questo principio, recenti studi, esaminando sotto una nuova luce le opere di Giuseppe Flavio, il massimo storico ebreo del primo secolo, nelle quali vengono descritti gli avvenimenti della Palestina fino alla guerra giudaica del 70 d.C., sono riusciti ad identificare il mitico fondatore del Cristianesimo, conosciuto nei Vangeli come Gesù Cristo, finora risultato del tutto ignoto ai circa quaranta storici della sua epoca. E tutto ciò, nonostante Giuseppe Flavio mai abbia nominato Gesù, con questo nome, nelle sue opere, e la Chiesa, erede dei suoi codici, abbia distrutto, dopo averli ricopiati, con grosse manipolazioni e censure durante il Medioevo, i libri XVIII-XIX-XX della sua opera principale “Antichità Giudaiche”, allo scopo di nascondere ogni traccia del vero Gesù storico.
Il Gesù descritto nei Vangeli come il mite agnello di Dio, sempre pronto ad offrire l'altra guancia, vittima sacrificale divina per la redenzione dell’umanità, fu in realtà, in base a questi studi, come verrà ampiamente dimostrato nel proseguo del libro, un dottissimo dottore della Legge mosaica e uno spietato zelota, conosciuto come di Giovanni di Gamala. Nato nella città di Gamala che si trova nel Golan siriano, prossimo alla Galilea, era figlio dell'asmoneo Giuda bar Ezechia, crocifisso nel 17 d.C. dal procuratore Valerio Grato per insurrezione armata contro Roma. Discendeva quindi dalla famiglia regale e sacerdotale degli Asmonei, fondata da Simone Maccabeo, che nel 140 a.C. regnò sul Regno di Giuda e i cui discendenti furono detronizzati nel 63 a.C. da Pompeo Magno che sottomise la Palestina a Roma come regno vassallo.
Nel 37 a.C., ignorando il “Diritto” degli Ebrei (la Legge mosaica) che prevedeva che fosse nominato come “Re dei Giudei” un autentico israelita, di sangue reale e di dignità sacerdotale, Marco Antonio e Gaio Giulio Ottaviano, allora Triumviri, avevano insignito come re vassallo di Israele un mezzo sangue idumeo (semigiudeo di estrazione araba) senza dignità sacerdotale, di nome Erode. Questo fatto costituì per il popolo ebraico e per il Sinedrio, il massimo organo di governo, un affronto insopportabile e determinò un odio imperituro verso il monarca idumeo e i suoi discendenti.
Erode, appena divenuto re, compì due gravissimi misfatti: uccise l'asmoneo Ezechia di Gamala, avente diritto al trono dei Giudei, essendo di stirpe regale e bene accetto dalla nazione, e poi sterminò l'intero Sinedrio che lo aveva accusato di aver violato la legge con quell'omicidio. Non ebbe però l'avvertenza di uccidere il figlio di Ezechia di nome Giuda. Questi, sposato con una nobile asmonea di nome Maria (la Maria dei Vangeli), divenne un coltissimo rabbino e finché visse Erode il Grande, che governava con spietata durezza, rimase alla macchia. Dopo la morte di Erode (4 a.C.), in quanto discendente degli Asmonei rivendicò il diritto a divenire “Re dei Giudei” (Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche, XVII 272). A tal fine capeggiò la rivolta contro Erode Antipa (figlio di Erode il Grande), assalì il palazzo reale del Tetrarca e dopo averlo spodestato, si proclamò “Re dei Giudei” e si insediò a Sepphoris, capitale della Galilea, venendo conosciuto da quel momento in poi come “Giuda il Galileo”.
Ma Roma non perse tempo e subito inviò il figlio di Publio Quintilio Varo, il quale, con le sue legioni, dopo avere cinto d'assedio Sepphoris, fece radere al suolo la città (Ant. XVII 289), indi ridusse in schiavitù i sepphoriti e, dopo aver crocefisso duemila ribelli, riportò l'ordine in tutta la Palestina. Ma Giuda il Galileo riuscì a salvarsi con la fuga. Nel 6 d.C., quando Publio Sulpicio Quirinio, fu incaricato da Gaio Cesare Ottaviano di effettuare il censimento di Giudea, Samaria e Idumea, appena annesse alla Provincia di Siria dall'Augusto Imperatore in seguito alla destituzione di Archelao, figlio di Erode il Grande, per manifesta incapacità, Giuda il Galileo fondò” la setta degli zeloti, chiamata la “quarta filosofia”, e diede inizio alla lotta armata contro le legioni romane per contrastare il censimento.


martedì 24 ottobre 2017

Peccato e redenzione n. 29

L’astrofisico, forse più famoso del mondo, il 9 maggio 2010 presentando il suo nuovo documentario del titolo "Nell'Universo con Stephen Hawking" ha confessato, senza mezzi termini, di non aver dubbi sull'esistenza degli extraterrestri in base a molte evidenze scientifiche ormai accettate dalla maggioranza degli scienziati. Gli ha fatto eco il professor Cristiano Cosmovici, bioastronomo romano dell’Istituto di fisica dello spazio interplanetario e dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) anche lui convinto dell’esistenza nell’universo di altre civiltà evolute e tecnologicamente avanzate quanto la nostra e forse anche superiori. Per di più il radioastronomo Usa, Frank Drake, ha realizzato un’equazione, da cui risulta che soltanto nella nostra galassia possono esistere 5 milioni di pianeti abitati da altri esseri viventi, di cui 5mila con una civiltà potenzialmente molto evoluta. Ciascuno di questi corpi celesti si trova infatti all’interno di sistemi solari in tutto simili a quello della Terra. Da ultimo, anche la Pontificia Accademia delle Scienze e la Specola Vaticana al termine di severi studi di astrobiologia è arrivata, dopo tormentate contorsioni metafisiche, alla stessa conclusione.
Quindi non ci sono più dubbi: nell'universo non siamo più soli come ritenevamo fino a pochi decenni fa. Ma cosa dimostra una teoria così importante? Anzitutto che tutte le religioni sono delle colossali bufale perché si fondano sul creazionismo, mentre solo la teoria naturalistica della realtà, teorizzata da Darwin (che con Democrito, Epicuro, e Lucrezio restava nell'ambito della speculazione filosofica), riesce a spiegare scientificamente l'origine della vita nell'universo. Infatti, i processi che si svolgono nel nostro mondo, e in tutti gli altri mondi possibili, sono il prodotto di leggi immanenti ai mondi stessi e quindi non hanno niente a che vedere con leggi trascendenti, riferibili ad una qualsiasi divinità. Gli scienziati sono certi che negli altri pianeti la vita potrebbe essersi realizzata in forme totalmente diverse dalla nostra.

In secondo luogo, l'esistenza di altre forme di vita nell'universo, ci fa comprendere che tutta l'impalcatura del cristianesimo, fondata sulla “redenzione”, cioè sul sacrificio del figlio di Dio per cancellare gli effetti del peccato originale, si riduce ad una colossale impostura perché se dovessero esistere gli omini verdi, magari più intelligenti di noi, come la mettiamo con la “redenzione” strettamente limitata alla specie umana? Cristo si è sacrificato anche per salvare gli omini verdi o questi hanno avuto un altro figlio di Dio per la loro salvazione? Oppure i nostri fratelli alieni, come oggi comincia a considerarli la Chiesa, non hanno avuto bisogno di redenzione perché magari il loro Adamo non è stato così sciocco da mangiare la mela sbagliata? O lo sbaglio del nostro progenitore ha infettato l'universo intero? Mi aspetto acrobatiche piroette teologiche da parte dei grandi stregoni del Vaticano per risolvere i poderosi enigmi riferiti alla questione.

venerdì 20 ottobre 2017

Peccato e redenzione n. 28

L'assurda tardività della redenzione.
Tutte le infantili favole che fin qui sono stato obbligato a propinarvi, dalla creazione di Adamo ed Eva alla redenzione per opera del figlio di Dio, che si è incarnato e si è fatto crocifiggere per salvare l'umanità, impongono la domanda, da sempre elusa dai dottori del cristianesimo, e cioè, come mai Dio ha deciso di redimere l'umanità solo duemila anni fa? Perché si è svegliato così tardi? L'umanità vissuta per molte centinaia di migliaia di anni prima della incarnazione e crocifissione di Cristo, che fine ha fatto, dove è stata buttata? Era o non era da salvare? Se sì, Dio si è comportato con suprema ingiustizia nei suoi confronti, negandole di fatto la salvezza. Se no, vuol dire che la redenzione è una favola.
E come conciliare la cacciata dall’Eden, il diluvio universale e tutte le altre cattiverie usate da Dio contro l'umanità peccatrice nell'antichità, con la misericordia usata verso l'umanità recente, salvata dal sacrificio sulla croce del suo diletto figlio? E, ancora, come mai Dio invece di prendersela con gli uomini peccatori, non gli ha creati perfetti come gli angeli? A lui non costava nessuna fatica e per di più evitava di sacrificare il suo figlio prediletto per la loro salvezza. Se l'uomo è così imperfetto, la colpa di chi è? Chiaramente di chi l'ha creato così imperfetto. Domande che presumono una sola risposta: il peccato originale, la redenzione e tutto il resto sono favole infantili, E, infine, perché Dio, quando si è incarnato, ha redento solo una piccola parte dell'umanità e ha ignorato quasi tutte le popolazioni fuori dell'Impero romano? Erano figlie di un altro Dio?

Queste domande riguardano il passato. Ma ce ne son altre che riguardano il presente e forse il futuro. 

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Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)