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martedì 16 marzo 2010

Il tradimento di Giuda (“L'invenzione del cristianesimo”) 53

Sul tradimento di Giuda Iscariota, ovvero di Giuda "sicario", più di uno storico ha sollevato dei dubbi scagionando l'apostolo da ogni addebito, adducendo il fatto che le motivazioni addotte per dimostrare il suo gesto: i trenta denari o l'irritazione per lo spreco dell'unzione nella casa di Betania, sono semplicemente ridicole. Comunque sulla fine di Giuda, il Vangelo di Matteo (l'unico dei quattro che accenna al fatto) e gli Atti discordano vistosamente.

Matteo ci racconta che Giuda, pentitosi del suo gesto, avrebbe gettato i trenta denari nel Tempio e si sarebbe impiccato. I sacerdoti, recuperata la somma, avrebbero comperato con essa il Campo del Vasaio, per la sepoltura degli stranieri, in adempimento delle profezie di Geremia (Geremia 32, 6) e Zaccaria (Zaccaria 11, 12-13). "E presero trenta denari d'argento, il prezzo del venduto, che i figli di Israele avevano mercanteggiato, e li diedero per il campo del vasaio, come aveva ordinato il Signore" (Matteo 27,9-10).

Abbiamo visto in precedenza che pur di far collimare le vicende del Messia con le profezie, gli evangelisti non esitarono ad inventare molti episodi. In questo caso la coincidenza tra la somma percepita da Giuda (trenta denari) e quella richiamata dalla profezia ci pare chiaramente sospetta.

Gli Atti danno una versione molto diversa della fine di Giuda ma bisogna saperla leggere tra le righe per capirla bene. Secondo questa versione Giuda non si pentì affatto del suo tradimento e coi trenta danari comperò un campo, ma poi ebbe una specie d'infortunio: cadde per terra, gli si squarciò il ventre e gli fuoriuscirono tutte le viscere.

Strano, perché quello di squarciare con la spada il ventre dei traditori e di spargerne le viscere al suolo era il metodo seguito abitualmente dagli zeloti, e tra gli apostoli di zeloti ce n'erano più di uno, a cominciare da Pietro che non aveva esitato a tagliare l'orecchio a Malco e sicuramente non esitò a fare il karakiri a Giuda, che col suo tradimento aveva fatto fallire l'impresa (P.Zullino, Giuda. Rizzoli, Milano)

lunedì 15 marzo 2010

Perché i cristiani sono attualmente perseguitati nei Paesi musulmani e asiatici.

Quasi ogni giorno leggiamo che in molti Paesi del mondo, specie musulmani, i cristiani subiscono violenze, persecuzioni e talvolta anche dei veri e propri eccidi. In questi giorni, ad esempio, in Nigeria centinaia di cristiani sono stati massacrati a colpi di machete da musulmani inferociti. In Marocco, Paese relativamente tollerante, nei giorni scorsi ne sono stati espulsi sedici. Nello Yemen, in Siria, in Sudan e perfino nella laica Algeria le carcerazioni dei cristiani per motivi religiosi sono all'ordine del giorno.

Cosa sta succedendo? Qual è il motivo di questa recrudescenza contro chi professa la nostra religione? I giornali occidentali, e soprattutto italiani, si guardano bene dal rivelarlo. Ma la verità è semplice e lapalissiana e l'ha ben spiegata il ministero degli Interni marocchino affermando: “Le espulsioni si inquadrano nella lotta contro i tentativi di propagazione del credo evangelico, mirante a scuotere la fede dei musulmani, in conformità con le norme in vigore sulla preservazione dei valori religiosi e spirituali del regno».

Il culto cristiano è al massimo tollerato per discendenza familiare, cioè per chi nasce già cristiano, ma se un cristiano tenta di convertire un musulmano, commette un reato. Per i musulmani, quindi, ma anche per gli asiatici come gli Indiani, tutte le forme di proselitismo sono considerate inammissibili ingerenze punite con il carcere, l'espulsione e talvolta con la morte. Queste popolazioni hanno capito da tempo che l’evangelizzazione è stata nel passato – e lo è tuttora – un’arma potente usata dagli Stati occidentali per promuovere il loro dominio sui Paesi arretrati e per sfruttarli meglio economicamente.

Quindi, dietro l'intenzione di diffondere il cristianesimo c'è sempre stata la maschera degli interessi economici e politici dell'Occidente. Ai nostri giorni il proselitismo cristiano, sia cattolico che protestante, sta ancora operando massicciamente presso popolazioni indigene dell'Africa e del Sud America, continuando a cancellare la diversità culturale di molte etnie. In tal modo distrugge i riti primitivi delle tribù e le deruba di ciò che le Nazioni Unite hanno definito patrimonio culturale mondiale, oltre che a corrompere, instillando il virus del peccato e della redenzione, il loro sereno e gioioso modo di vivere.

Siamo quindi in presenza di un continuo genocidio culturale e religioso, attuato in piena violazione del diritto internazionale, che vieta di imporre insegnamenti, non richiesti, in cambio di beni materiali e assistenza medica. Gli antropologi, constatando come il cristianesimo imponga alle popolazioni evangelizzate una cultura prettamente occidentale, con la conseguente distruzione di quella loro preesistente o con la sovrapposizione ad essa di schemi mentali avulsi dalla loro tradizione, parlano apertamente di atteggiamento etnocida e invocano l'intervento dell'ONU che impedisca un tale sconvolgimento.

In conclusione, il proselitismo, da qualsiasi parte provenga, è sempre un crimine culturale e religioso che provoca sempre violente reazione da parte delle religioni autoctone e delle autorità locali.

Il processo romano (“L'invenzione del cristianesimo” 52

Tornando al processo giudaico, facciamo osservare che il primitivo Vangelo di Marco non lo conteneva, confermandoci che questo processo fu aggiunto posteriormente per spoliticizzare Gesù e scagionare i romani.

Giunta l'alba, che probabilmente dava inizio alla vigilia della Pasqua (ma non ne siamo certi perché i Vangeli sono discordi anche su questo), Gesù incatenato fu portato alla sede del presidio romano e consegnato al prefetto della Giudea, Ponzio Pilato.

Come mai Gesù, accusato di bestemmia, cioè di un reato religioso, viene consegnato ai romani per essere giudicato? Sotto il profilo giuridico la cosa non ha senso, perché Roma, ammettendo la più ampia libertà religiosa, non contemplava reati di quel genere. Al limite, era una faccenda puramente interna che gli ebrei dovevano sbrigare tra di loro (in base al principio giuridico romano "sui legibus uti"). E allora?

Gli arrampicatori sugli specchi adducono il pretesto che, non avendo in quel tempo gli ebrei la facoltà di emettere sentenze di morte, dovevano per forza ricorrere ai romani. La cosa è semplicemente ridicola ed è smentita dai Vangeli e dagli Atti degli Apostoli nei quali si narra di lapidazioni eseguite per motivi religiosi, senza che le autorità romane siano mai intervenute.

Stefano, il cosiddetto protomartire, non sarà lapidato proprio alla presenza dello stesso Paolo? E l'adultera salvata da Gesù con la storica frase: "Chi è senza peccato scagli la prima pietra" (Giovanni 8,7), non stava per essere lapidata secondo la legge di Mosè? E quante volte Gesù stesso, stando ai Vangeli, rischiò la lapidazione o di essere gettato dal monte, se non avesse provveduto a mettersi in salvo? (Luca 4,28-29 - Giovanni 8,59).E, infine, ma si potrebbe continuare, Giacomo, fratello di Gesù, nonostante il grande favore popolare di cui godeva, non fu fatto lapidare dal sommo sacerdote Anania?

Se fosse stato vero che Gesù era colpevole soltanto di un reato religioso, sarebbe stato lapidato sic et sempliciter come Stefano e come Giacomo, senza scomodare un esercito di soldati, senza subire la crocifissione, la più ignominiosa delle condanne, riservata solo ai ribelli politici, e senza l'iscrizione di "Gesù re dei Giudei". Tutto ciò sembra lapalissiano. E i romani della sua lapidazione se ne sarebbero altamente infischiati.

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Informazioni personali

Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)