"Perché
questa visita inaspettata e urgente?", chiese Marozia pallida e
ansiosa, non appena furono soli. "È accaduto qualcosa al mio
Giovanni?"
"Non
ancora mia Senatrice", rispose il capo delle milizie. "Ma
ho appena scoperto una probabile congiura che potrebbe minacciare la
sua vita".
"Oh,
mio Dio!" esclamò Marozia con rabbia e sgomento. E chiese
impaziente che Altichiero la mettesse al corrente di quanto aveva
appena scoperto. Egli le rivelò che già il giorno precedente il suo
aiutante Norizio, mentre ispezionava come di consueto le segrete di
palazzo Laterano, aveva notato in una di esse qualcosa di strano.
"Tu
sai che le segrete sono cinque", spiegò Altichiero. "Quattro
sono affiancate e con la porta a grata e quindi ispezionabili
dall'esterno. La quinta invece è isolata ed ha una porta corazzata
con lastre di ferro, ed è chiusa da tre robusti chiavistelli e due
grossi catenacci. Per ispezionarla, bisogna aprirla. Ebbene, ieri
mattina all'apertura Norizio notò dei sottili calcinacci lungo una
parete. Non c'erano il giorno precedente e questo lo insospettì. Non
li fece ripulire e rinchiuse ben bene la porta. Poi ordinò ad
alcune guardie di sorvegliarla a turno ininterrottamente notte e
giorno. Stamattina, al suo ritorno, Norizio trovò la porta
perfettamente chiusa all'esterno, ma all'interno della segreta i
calcinacci erano stati grossolanamente ripuliti ed risultavano appena
visibili. Allora comprese che c'era qualcosa di sospetto e mi mandò
a chiamare. Al lume della torcia ispezionammo attentamente il muro,
ai cui piedi si trovavano i calcinacci. Non tardammo a scoprire che
attorno ad uno dei grossi blocchi di pietra che lo costituiscono, era
stata tolta quasi completamente la malta per permettere di estrarlo e
così penetrare nel palazzo dall'interno della segreta ".
"Ma
questo è assurdo!" esclamò Marozia incredula. "Non vorrai
farmi credere che qualcuno è potuto penetrare nella segreta, se
la porta era chiusa e sorvegliata dalle guardie."
"Proprio
così", fece Altichiero annuendo ripetutamente. "Tu sai
bene che il sottosuolo di Roma è una groviera formata da gallerie
lunghe centinaia di miglia che s'intrecciano in tutte le direzioni,
sfociando alla fine nel Tevere, e che molti palazzi sono collegati ad
esse con delle botole segrete, allo scopo di permettere la via di
fuga in casi di grave pericolo. Durante le incursioni barbariche
molti personaggi illustri si sono salvati in questo modo. In quel
mondo sotterraneo vivono in permanenza molte persone e non sono
infrequenti i casi di loro intrusioni nei vecchi palazzi per furti e
rapine. Sapevo che anche il Laterano aveva delle botole, ma pensavo
che durante il recente restauro fatta da papa Sergio III, fossero
state murate. Invece no, una è rimasta operante, proprio quella
nella segreta in questione. Ho parlato col vecchio diacono che era
preposto al restauro e mi ha confermato la sua esistenza. Infatti
l'abbiamo trovata, perfettamente mimetizzata nel pavimento. Il guaio
è che nessuno sapeva che esistesse, con grave nostro rischio".
"Siete
riusciti ad aprirla?"
"Come
no. Appena individuata l'abbiamo aperta facilmente. Per calarci nel
cunicolo sottostante che immetteva nella galleria non abbiamo avuto
bisogno di corde. C'era già una scala pronta, quella usata da chi è
penetrato nei gironi scorsi. Abbiamo trovato che la galleria si
dirama in due direzioni. Una di queste sbocca sulle sponde del
Tevere, in un punto protetto da folti cespugli che la nascondono
totalmente".
"Cosa
proponi di fare?" chiese Marozia sempre più preoccupata.
"Anzitutto
bisognerà, prima di notte, allontanare papa Giovanni dal Laterano.
Non possiamo assolutamente correre rischi fintantoché non abbiamo
scoperto i congiurati. Siccome Castel Sant'Angelo racchiude ancora
troppi prigionieri pericolosi lo ritengo, al presente, molto
insicuro. Già il boia sta liquidando in fretta i condannati a morte
e stiamo trasferendo gli altri alle Murate per rendere quella
fortezza idonea alla celebrazione delle tue nozze. Ma per il momento
non la si può usare in alcun modo. Penso quindi che il luogo più
adatto per ospitare il papa sia il tuo palazzo, nel quale è nato e
cresciuto. È impenetrabile dall'esterno e molto ben sorvegliato
all'interno. Naturalmente, per maggior precauzione, aumenteremo la
scorta. Il trasferimento dovrà avvenire nel più segreto dei modi,
per non allarmare i congiurati".
"E
re Ugo che sta diventando sempre più sospettoso e che ha riempito
Roma delle sue spie", aggiunse Marozia. "E che pensi dei
congiurati? continuò ansiosa. "Ti sei fatto un'idea di chi
potrebbero essere?"
"Mia
cara Senatrice i tuoi nemici sono troppo numerosi per elencarli
tutti. Cominciamo dai molti nobili romani che vedono con astio e
preoccupazione il tuo futuro matrimonio con re Ugo, paventando per
Roma la fine della sua autonomia e libertà", rispose
Altichiero.
"E
magari tra di loro c'è anche mio figlio Alberico, che odia a morte
il suo futuro patrigno", aggiunse Marozia stizzita.
"Poi
aggiungiamo i Tossignanesi, che mai dimenticheranno la fine
ignominiosa di papa Giovanni X e che aspirano alla vendetta più
crudele".
"E
tra di essi potrebbe esserci anche mia sorella Teodora II, che è
stata convinta, non si sa da chi, di essere la figlia di quel papa".
"Purtroppo,
la relazione tra tua madre e papa Giovanni X è stata di dominio
pubblico e quindi è comprensibile che Teodora sia venuta a saperlo".
"Ciò
non toglie che le vipere che mi minacciano potrebbero essere nella
mia stessa famiglia", sbottò Marozia.
"Certo,
l'uccisione di tuo figlio papa segnerebbe per i tuoi nemici, e
aggiungo anche i miei, un colpo maestro. Il tuo matrimonio andrebbe
in fumo, con gran gioia della nobiltà romana, e i Tossignanesi,
forti come sono ancora dell'appoggio di molti loro partigiani
disseminati nel territorio, potrebbero, con un colpo di mano,
eleggere un loro papa e annientare la casata degli Spoletini, dei
quali sei il capo. Ma io incorrerei nello stesso pericolo perché,
come ben ricordi, sono stato io col tuo secondo marito, il marchese
Guido di Toscana, a sconfiggere e a condurre a morte Pietro, il
fratello del papa, capo delle milizie, e a segnare la fine
ignominiosa di Giovanni X".
"Quello,
purtroppo, è stato un mio grave errore", ammise amaramente
Marozia. "Ero gelosa dell'accordo del papa con re Ugo, mio
cognato, che pensavo fosse stato architettato per eliminarmi. Ma non
era così, come ho scoperto in seguito. Ed ora sono in procinto di
sposare proprio quello che allora consideravo un mio mortale nemico".
"Mentre
papa Giovanni XI sarà al sicuro con te", proseguì Altichiero,
"noi scopriremo i congiurati. Il piano è semplicissimo. Abbiamo
cancellato ogni nostra traccia, lasciando i calcinacci come li
abbiamo trovati e richiudendo la botola, per non creare sospetti.
Stanotte, e le notti che seguiranno, presidieremo la segreta con
molte guardie al suo esterno e lasceremo catenacci e chiavistelli
aperti per poter irrompere dentro non appena saremmo certi della
presenza di qualcuno. Non ci sfuggirà e lo prenderemo vivo in modo
da scoprire i veri mandanti".
"La
mia gratitudine nei tuoi confronti non ha limiti", fece Marozia
commossa.
"Siamo
nella stessa barca", rispose il capo delle milizie, "se
cadranno gli Spoletini, Altichiero cadrà con loro. Ma questo non
succederà, te lo prometto".
"Un'ultima
cosa", chiese la Senatrice. "Come devo comportarmi con
l'altro mio figlio Alberico che vive in questa casa? Tu sai che è un
ribelle indomabile, che avversa in modo viscerale il mio matrimonio
con re Ugo e che ha rapporti molto tesi con suo fratello papa. Mi
consigli di rinchiuderlo a Castel Sant'Angelo fino alla conclusione
delle nozze?"
"Nel
modo più assoluto, no", rispose deciso Altichiero. "È sì
un giovane fiero e indomabile, ma è anche coraggioso, leale e
scaltrissimo e potrebbe esserti d'aiuto in molte circostanze. Cerca
di prenderlo con le buone. So che aspira a rientrare in possesso dei
feudi di Spoleto e Camerino, appartenuti a suo padre. Re Ugo, dopo le
nozze, potrebbe assegnarglieli".
"Ottimo
consiglio", concluse Marozia, sollevata. E accomiatò con una
stretta di mano molto affettuosa il capo delle milizie.