Fu
giocoforza farlo salire in carrozza. Marozia mai aveva visto un
essere così orripilante. Era tutto lercio e sudaticcio e puzzava
come un caprone. Ordinò alle guardie di affrettarsi. Quando il
sentiero finì ai piedi di una collina scoscesa, Teocrazio scese e
s'inerpicò con alcune guardie sulla cima della stessa nella quale
s'apriva una grotta semichiusa da sassi sovrapposti a secco. Si
avvicinò con circospezione e cominciò a chiamare Simone con voce
implorante, quasi querula. Passò del tempo prima che costui si
affacciasse all'ingresso. Appena vide le guardie il monaco si
ritrasse intimorito ma Teocrazio lo tranquillizzò. Una guardia gli
spiegò lo scopo della visita, lo pregò di seguirla e gli promise
che sarebbe presto rientrato nella sua grotta. Simone accondiscese
con un po' di riluttanza e s'avviò verso la carrozza, tenendosi
sempre il più lontano possibile da Teocrazio.
Quando
le fu vicino, Marozia notò il suo aspetto pulito e curato, il suo
corpo asciutto e il suo portamento austero e dignitoso e non poté
non confrontarlo con quello di Teocrazio il quale tutto fasciato di
lardo com'era, gocciolava di sudore e arrancava col fiatone. Appena
gli fu spiegato il suo compito, Simone si rivolse al fanciullo e con
un amabile sorriso gli rivolse la parola, usando un linguaggio
incomprensibile ai presenti. Subito il viso del fanciullo si illuminò
e dalla sua bocca uscirono parole gioiose. Finalmente qualcuno
parlava la sua lingua e lo faceva uscire dall'isolamento di cui si
sentiva circondato. Il dialogo tra i due durò fitto per un bel po',
quindi Simone si rivolse a Marozia, che attendeva impaziente, e le
spiegò la situazione.
Il
fanciullo si chiamava Sofronio, era nativo di Hebron, città della
Palestina, e parlava solo l'aramaico, la lingua di Gesù. Era stato,
alcuni mesi prima, ceduto da sua madre ad un giudeo, di nome
Malachia, che lo aveva portato a Roma e segregato in una casa
solitaria. Gli era stato spiegato da Malachia che avrebbe dovuto,
percorrendo una galleria sotterranea, entrare nella segreta di in un
antico palazzo, e, attraverso un foro che avrebbe trovato in essa,
raggiungere la stanza segnata nella mappa e trafugare alcuni rotoli
in essa nascosti e quindi ritornare nella galleria e consegnarli al
giudeo. A conclusione della sua impresa, sarebbe stato ricondotto a
Hebron dalla madre.
Il
giudeo Malachia lo aveva addestrato a lungo, facendogli simulare,
nella sua casa solitaria, tutto il percorso che avrebbe dovuto
compiere una volta entrato nel palazzo, gli aveva mostrato dei rotoli
simili a quelli che doveva trafugare e gli aveva spiegato che erano
scritti in aramaico. Nella mappa trovata addosso a Sofronio era
indicato il punto esatto in cui si trovavano nascosti, dietro un
finto muro, i preziosi rotoli.
Marozia,
a quel racconto, tirò un enorme sospiro di sollievo. Nessuna
congiura minacciava suo figlio papa, niente più avrebbe ostacolato
le sue imminenti nozze con re Ugo. Al colmo della gioia abbracciò e
baciò ripetutamente il piccolo Sofronio e decise, seduta stante, che
da allora in poi il fanciullo sarebbe stato accolto nel suo palazzo
col ruolo di paggio.
Per
quanto riguardava i rotoli nascosti, incaricò Simone di trovarli con
l'aiuto di Sofronio, di decifrarli e tradurli nel più breve tempo
possibile. La carrozza ripartì con a bordo Simone al posto del
povero Teocrazio costretto, con disappunto e ansimando per la fatica,
di portarsi appresso il suo enorme corpo mentre rientrava a piedi al
monastero, ove tutti lo attendevano con viva trepidazione.