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domenica 20 maggio 2012

Peccato e Redenzione. Gli eccessi dell'ascetismo 74


Non solo Agostino aborriva il sesso ma anche il matrimonio in quanto lo considerava, spregiativamente, il veicolo di trasmissione del peccato originale. Scrisse: «Mariti, vogliate bene alle vostre mogli, ma amatele nella castità. Insistete nelle opere della carne nella misura in cui è necessario per la procreazione. Dal momento che non è possibile generare figli in altro modo, dovete vostro malgrado degradarvi perché è questa la punizione di Adamo». Quindi il sesso è aborrito come piacere e visto soltanto come degradato dovere procreativo.

A lui risale la condanna dei metodi di contraccezione che oggi la Chiesa, che ha fatto suoi tutti gli insegnamenti di Agostino, equipara ad autentici omicidi. Agostino li definiva «veleni della sterilità» e considerava le donne che ne facevano uso come le «meretrici dei propri mariti».

Questo santo iniquo è stato l'ideologo di molti crimini perpetrati dal cristianesimo: la giustificazione della schiavitù (Ennarationes in psalmos 124,7), le persecuzioni contro i non cristiani e gli eretici e la distruzione dei templi pagani (Lettera 185 del 414), la persecuzione degli ebrei e la distruzione delle sinagoghe (Aepistulae, 40,11) e la crociata violenta contro la contraccezione. Un gran santo per la Chiesa. Un mostro di oscurantismo, di intolleranza e di crudeltà per ogni libero pensatore.

Sant'Agostino


L'enigma svelato. 118


Anche a Damasco, nonostante le sue brevi permanenze, Paolo era riuscito a formare un piccolo gruppo di seguaci a lui devotissimi. Giuda li seguiva con curiosità e interesse. Scoprì che non si riunivano nella sinagoga, che sentivano ostile, ma in case private o in luoghi all'aperto e che queste loro assemblee erano da loro chiamate ekklesie (chiese), cioè comunità di credenti. A capo di questa comunità, Paolo aveva messo un presbitero, di nome Demetrio, scelto fra i più anziani, col compito di vigilare sulla condotta morale dei membri del gruppo. Per i pagani convertiti non era facile seguire i rigidi precetti etici dell'ebraismo, specie in campo sessuale. I richiami di Paolo e del presbitero erano quindi frequenti. Per tenersi in contatto con tutte le sue piccole chiese Paolo inviava ogni tanto delle lettere. Quando ne arrivava una tutta la comunità si riuniva a leggerla e a commentarla con passione e fervore. Poi si rivolgeva alla copisteria per farne più copie. Davide e Giuda erano così sempre a conoscenza del pensiero di Paolo. Dovettero convenire che Paolo sapeva toccare il cuore dei suoi fedeli e che le sue lettere suscitavano sempre entusiasmo e fervore e venivano scambiate tra le varie comunità.

Un giorno giunse nella copisteria un corriere romano di nome Cornelio, addetto alla distribuzione della posta imperiale. Arrivava fresco da Roma e nell'attesa che i copisti duplicassero alcune lettere, informò Giuda e Davide sugli ultimi avvenimenti della capitale. Disse che l'imperatore Claudio era molto adirato contro i membri di una nuova setta giudaica, conosciuti col nome di cristiani, i quali, pur esigui di numero, determinavano continui tumulti per istigazione del loro capo di nome Chresto. Erano fortemente imbevuti di messianismo e consideravano imminente la distruzione dell'impero romano per opera di Jahvè e l'avvento di un nuovo regno. Essi definivano Roma come la grande Babilonia, la madre delle meretrici e degli abomini della Terra e auspicavano la sua imminente distruzione. Gli ebrei della sinagoga, non sopportando il clima infuocato ed esaltato di questa minoranza cristiana, li avevano denunciati all'imperatore che con un editto li aveva espulsi dalla capitale.
Il racconto di Cornelio fece una grande impressione a tutti ma soprattutto ai giudei della sinagoga. Ormai era chiaro che mentre i cristiano-ellenisti, di origine pagana, erano cittadini tranquilli e rispettosi delle istituzioni imperiali, i cristiano-giudei diventavano sempre più turbolenti e ribelli.
Davide, riflettendo sugli avvenimenti che riguardavano Paolo, si rendeva vagamente conto che in essi c'era lo zampino del Potere ma non riusciva a coglierne il disegno complessivo. Stava, comunque, sempre all'erta. Aveva contatti quotidiani coi cristiani ellenisti di Paolo, ma anche coi pochi critiano-giudei capeggiati da Filippo e soprannominati in città col nomignolo di "capelloni", per il fatto che da molto tempo non usavano forbici e rasoi. Infine si vedeva spesso anche col rabbino Jeu, che odiava a morte gli uni e gli altri. Ascoltando tutte queste campane cercava di cogliere ogni minimo segnale che lo riconducesse al Potere. Dal presbitero Demetrio che era sempre in contatto con gli altri capi delle comunità elleniste, venne a sapere che Paolo, accompagnato da alcuni fedelissimi, era partito per il suo secondo viaggio missionario. Ma alla sue costole Gerusalemme aveva messo un suo inviato di nome Sila con lo scopo di controllarlo. Giacomo e i cosiddetti apostoli cominciavano a nutrire seri dubbi sulla ortodossia di Paolo.

In nomine Domini 15


Fu giocoforza farlo salire in carrozza. Marozia mai aveva visto un essere così orripilante. Era tutto lercio e sudaticcio e puzzava come un caprone. Ordinò alle guardie di affrettarsi. Quando il sentiero finì ai piedi di una collina scoscesa, Teocrazio scese e s'inerpicò con alcune guardie sulla cima della stessa nella quale s'apriva una grotta semichiusa da sassi sovrapposti a secco. Si avvicinò con circospezione e cominciò a chiamare Simone con voce implorante, quasi querula. Passò del tempo prima che costui si affacciasse all'ingresso. Appena vide le guardie il monaco si ritrasse intimorito ma Teocrazio lo tranquillizzò. Una guardia gli spiegò lo scopo della visita, lo pregò di seguirla e gli promise che sarebbe presto rientrato nella sua grotta. Simone accondiscese con un po' di riluttanza e s'avviò verso la carrozza, tenendosi sempre il più lontano possibile da Teocrazio.
Quando le fu vicino, Marozia notò il suo aspetto pulito e curato, il suo corpo asciutto e il suo portamento austero e dignitoso e non poté non confrontarlo con quello di Teocrazio il quale tutto fasciato di lardo com'era, gocciolava di sudore e arrancava col fiatone. Appena gli fu spiegato il suo compito, Simone si rivolse al fanciullo e con un amabile sorriso gli rivolse la parola, usando un linguaggio incomprensibile ai presenti. Subito il viso del fanciullo si illuminò e dalla sua bocca uscirono parole gioiose. Finalmente qualcuno parlava la sua lingua e lo faceva uscire dall'isolamento di cui si sentiva circondato. Il dialogo tra i due durò fitto per un bel po', quindi Simone si rivolse a Marozia, che attendeva impaziente, e le spiegò la situazione.
Il fanciullo si chiamava Sofronio, era nativo di Hebron, città della Palestina, e parlava solo l'aramaico, la lingua di Gesù. Era stato, alcuni mesi prima, ceduto da sua madre ad un giudeo, di nome Malachia, che lo aveva portato a Roma e segregato in una casa solitaria. Gli era stato spiegato da Malachia che avrebbe dovuto, percorrendo una galleria sotterranea, entrare nella segreta di in un antico palazzo, e, attraverso un foro che avrebbe trovato in essa, raggiungere la stanza segnata nella mappa e trafugare alcuni rotoli in essa nascosti e quindi ritornare nella galleria e consegnarli al giudeo. A conclusione della sua impresa, sarebbe stato ricondotto a Hebron dalla madre.
Il giudeo Malachia lo aveva addestrato a lungo, facendogli simulare, nella sua casa solitaria, tutto il percorso che avrebbe dovuto compiere una volta entrato nel palazzo, gli aveva mostrato dei rotoli simili a quelli che doveva trafugare e gli aveva spiegato che erano scritti in aramaico. Nella mappa trovata addosso a Sofronio era indicato il punto esatto in cui si trovavano nascosti, dietro un finto muro, i preziosi rotoli.
Marozia, a quel racconto, tirò un enorme sospiro di sollievo. Nessuna congiura minacciava suo figlio papa, niente più avrebbe ostacolato le sue imminenti nozze con re Ugo. Al colmo della gioia abbracciò e baciò ripetutamente il piccolo Sofronio e decise, seduta stante, che da allora in poi il fanciullo sarebbe stato accolto nel suo palazzo col ruolo di paggio.
Per quanto riguardava i rotoli nascosti, incaricò Simone di trovarli con l'aiuto di Sofronio, di decifrarli e tradurli nel più breve tempo possibile. La carrozza ripartì con a bordo Simone al posto del povero Teocrazio costretto, con disappunto e ansimando per la fatica, di portarsi appresso il suo enorme corpo mentre rientrava a piedi al monastero, ove tutti lo attendevano con viva trepidazione.

sabato 19 maggio 2012

Il falso Jahvè. Rivalità tra il Tempio di Gerusalemme e il Santuario di Bethel. 109


Occorre tener presente, d’altra parte, che prima della costruzione del Tempio di Gerusalemme, quello di Bethel era stato ritenuto per generazioni il massimo santuario degli ebrei. Fu allora la contrapposizione tra Bethel e il Tempio di Gerusalemme a spaccare irreparabilmente i due regni, e il santuario di Bethel finì per essere odiato dal Regno di Giuda quanto il Tempio di Gerusalemme era detestato dal Regno d'Israele.

Salomone aveva chiamato il Tempio da lui costruito una nuova Bethel, intendendo che da allora sarebbe stato l'unico luogo dove Jahvè avrebbe abitato per sempre. Questo trasloco forzato e voluto da Salomone, soprattutto per motivi politici, cioè per accentrare nelle sue mani e nella sua capitale tutto il potere politico e religioso, suonò come un'assoluta bestemmia e un atto sommamente prevaricatorio per tutti gli israeliti legati alle antiche tradizioni.

Col passare del tempo la rivalità tra i due santuari si accentuò e si arricchì di reciproche accuse d'idolatria. Amos, un gran profeta di Giuda, così attaccò Bethel:
"Il Signore dice agli israeliti: «Cercate me, se volete vivere. Ma non cercatemi al santuario di Bethel… perché Bethel sarà distrutta. Cercate il Signore, se volete vivere». Se non lo cercate, egli si avventerà sui discendenti di Giuseppe. Come un fuoco divorerà gli abitanti di Bethel e nessuno potrà spegnerlo. (Amos 5,46).

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Informazioni personali

Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)