Il
diacono Ascanio, sebbene non avesse quasi dormito durante la notte
appena trascorsa e si sentisse un po' stanco, decise di ritornare in
Laterano per completare la sua opera, prima che la notizia della
morte del papa venisse divulgata. Era ancora presto e le vie della
città erano quasi deserte. Cassio, che aveva passato la notte
insonne e agitatissima, lo aspettava con ansia. Fece subito vedere il
cadavere del papa rivestito dei paramenti pontificali e ricomposto
in modo da sembrare che la sua morte fosse avvenuta in modo naturale.
La tiara copriva completamente le ecchimosi della caduta e il viso
sembrava disteso e quasi sorridente.
"Lavoro
eccellente", disse al fedele servitore che non riusciva a
frenare le continue lacrime. "Ora, prima di divulgare la notizia
della morte del papa dobbiamo far fronte ad altre importanti
incombenze", concluse Ascanio.
"Cosa
dobbiamo fare ancora?", chiese Cassio preoccupato e ansioso.
"Per
cominciare dobbiamo restituire subito ai loro genitori le favorite
dell'harem papale. Non possono rimanere in questo palazzo che fra
poco diverrà la sede del nuovo papa. La loro presenza provocherebbe
uno scandalo. Poi dobbiamo mandare a chiamare il cardinale prete
Giacomo, ex collaboratore di Alberico e uomo integerrimo, perché
prenda in mano la situazione fino all'arrivo dell'imperatore e
l'elezione del nuovo papa. Non c'è nessun altro che possa farlo, sia
per la carica che riveste, sia per l'austerità della persona. Devi
mandare una carrozza a prenderlo perché penso non riesca più a
cavalcare, data la sua età e la sua malferma salute. Infine, ed è
la cosa più importante, dobbiamo sentire se il capo delle milizie
ha messo sotto controllo le più faziose famiglie dei nobili per
impedire loro, appena conosceranno la morte del papa, di eleggerne
immediatamente uno a loro favore, infischiandosene dell'imperatore,
ormai alle porte, e procurando immani sciagure alla città".
"Provvederò
subito alle prime due incombenze", fece Cassio quasi con
sollievo. Occuparsi di qualcosa lo distraeva un po' dal suo dolore.
"Per quanto riguarda il capo delle milizie è qui a palazzo e te
lo mando subito".
Ascanio
fu tranquillizzato. Tutta la città era sotto controllo; le guardie
ben addestrate fin dal tempo di Alberico, erano state dislocate in
tutti i punti strategici e dovevano impedire con ogni mezzo che i
nobili uscissero con le loro bande a scorrazzare per la città. Fino
all'arrivo dell'imperatore non avrebbero tollerato il minimo
incidente.
"Appena
il cardinale prete Giacomo avrà preso possesso del palazzo",
concluse con un sospiro di sollievo Ascanio, "potremo annunciare
alla città la morte del papa".
"E
tu cosa farai?", chiese perplesso Cassio.
"Mentre
le campane di tutta Roma suoneranno a morto e la città, incredula
e sbigottita, sarà messa a conoscenza del grave lutto, io mi recherò
nel vicino cenobio a compiere l'ultimo mio dovere in
nomine Domini.
Poi mi ritirerò nel mio orto sull'Aventino e non ne uscirò mai più.
Mi dedicherò soltanto alla preparazione del mio gran giorno, che
sento ormai vicino".
Fu
verso mezzogiorno che le più importanti basiliche di Roma, quasi
all'unisono, cominciarono a suonare a morto, imitate subito dopo
dalle altre chiese. In breve tutta la gente scese in strada,
sbigottita, chiedendosi cosa era accaduto al papa, perché era chiaro
a tutti che quel lugubre scampanio ne annunciava la morte. La voce
che attribuiva il decesso per apoplessia si diffuse rapidamente ma
molti, conoscendo la vita sregolata del giovane papa, non la
credettero. Pensarono invece ad un qualche incidente di caccia o a un
qualche scontro cruento. La plebe non si adombrò più di tanto
perché sperava che il nuovo papa, per festeggiare la sua elezione,
avrebbe distribuito gratis, com'era consuetudine, vino e frumento.