"Questo
è un piccolo paradiso terrestre", esclamò Simone appena sceso
dalla carrozza, mirando sbalordito il rigoglio di colori che l'orto
di Ascanio mostrava ai suoi occhi. E nonostante la gran fatica che
gli costava il camminare, volle percorrere per un po' il lungo viale
alberato che si apriva davanti alla modesta casa del diacono.
"In
pochi giorni, vivendo all'aperto ed esercitandoti nella
deambulazione", fece Ascanio, "riacquisterai un po' della
tua vecchia elasticità e il giardino sarà tutto tuo. Potrai anche,
se lo vorrai, cogliere qualche ortaggio e qualche frutto. Per il
momento è meglio che non ti affatichi troppo. Sediamoci quindi un
po' al sole a riscaldare le nostre vecchie ossa".
La
fantesca, ormai anch'essa avanti negli anni, aiutata da Beda portò
nel punto più accogliente del giardino una vecchia panca che giaceva
inutilizzata nella stalla.
"Per
ora accontentiamoci di questa sistemazione provvisoria", fece
Ascanio, invitando Simone e Adeodato a sedersi. "Fra poco Beda
sistemerà le cose in modo che ognuno di noi abbia, qui nel giardino,
un suo piccolo tavolo con sedia, per potersi dedicare ai suoi ozi
preferiti".
Anche
le due camerette per la notte furono subito apprestate alla meglio.
Ma quello che sorprese e meravigliò sia Simone sia Adeodato fu la
scoperta dello studiolo del diacono, interamente rivestito alle
pareti da scaffali zeppi di codici. Rimasero per un bel po' muti e
assorti per la meraviglia davanti all'incredibile spettacolo che si
presentava ai loro occhi. Non avevano mai visto una raccolta così
ricca di testi latini e greci, comprendenti tutte le epoche del
passato, e avevano la sensazione di essere entrati in un piccolo
tempio del sapere.
"Quale
immane fatica ti è costata copiare tutte queste opere!",
esclamò Simone, mostrando la sua stupefatta meraviglia.
"La
fatica più grande è stata quella di trovarle", rispose Ascanio
con una punto d'orgoglio. "Durante il mio servizio sotto papa
Giovanni X ho viaggiato in lungo e in largo per l'intera Italia e
dovunque mi recavo, con l'appoggio del Pontefice, entravo nei
monasteri e nei palazzi antichi ad esaminare i rotoli in loro
possesso. Poi di notte, al debole chiarore di un lumino ad olio, li
trascrivevo pazientemente. Per fortuna che il papa aveva con sé più
di un amanuense ed io ne approfittavo per farli copiare anche per me.
Tutto il denaro che guadagnavo col mio lavoro, lo spendevo quasi
interamente per comperarmi l'occorrente per scrivere".
"Sbalorditivo!"
ripeteva Simone estasiato. E di tanto in tanto afferrava un codice
per dargli una rapida occhiata. "Non pensavo di trovare in
questa casa così tanti amici del passato".
Mentre
Simone e Adeodato ammiravano i codici della biblioteca di Ascanio,
Beda attendeva ai suoi consueti lavori nell'orto. Spesso venivano in
suo aiuto alcuni contadini del luogo ma quel giorno era solo. Fu in
un punto ombroso e solitario del giardino, contrassegnato da un
antico ceppo marmoreo sul quale talvolta il diacono Ascanio si sedeva
per riposare durante le sue frequenti passeggiate, che qualcosa
attirò la sua attenzione. Si avvicinò perplesso a controllare la
palizzata. La trovò intatta e si tranquillizzò. Ma un piccolo
fruscio su un grosso albero vicino gli fece sollevare lo sguardo.
Rimase paralizzato e col cuore in gola vedendo Saracino, appollaiato
su un ramo, che lo stava fissando col suo macabro ghigno.
"Sei
venuto ad uccidermi?" chiese con fil di voce il povero Beda.
"Ma
dai, ormai siamo amici!", rispose Saracino col suo fare
beffardo. "Sarai l'unico ungaro che risparmierò, contravvenendo
al mio giuramento".
"Che
sei venuto a fare, allora?" chiese Beda un po' sollevato.
"A
dare un'occhiata al diacono Ascanio. Un tempo era forte e gagliardo,
ora invece lo trovo vecchio e fragile. Vorrei proteggerlo. Sai, i
tempi sono tristi. Verrò ogni tanto a dargli un'occhiata, ma tu non
spaventarti a quel modo. E se c'è un pericolo in vista, corri subito
a cercarmi". E con un balzo saltò sulla palizzata e sparì.
Beda decise che non avrebbe detto niente al diacono di quello strano
incontro.
Il
venerando Simone s'abituò ben presto alla sua nuova vita. Da
principio era rimasto stordito da tutto il verde che lo circondava,
che quasi gli dava una sensazione di soffocamento. Non aveva mai
visto una natura così esuberante e travolgente. Nel paese d'oriente
ove era nato, contrassegnato dal deserto, il verde era una specie di
sogno proibito. Ora invece aveva assunto l'aspetto di un sogno
eccessivo. Tutto quello che lo circondava era oggetto per lui di
scoperte continue: il colore e il profumo dei fiori, la fragranza dei
frutti e il cicaleccio quasi assordante, in certi momenti della
giornata, degli uccelli. Si era presto rinvigorito e trascorreva
lunghe ore a camminare da solo o con Adeodato lungo i viali del
giardino. Aveva la strana sensazione che la sua vita avesse avuto
inizio solo dopo il suo arrivo nella casa di Ascanio. Il periodo
precedente lo vedeva vago e annebbiato. Gli occhi, ormai logori, non
gli consentivano di dedicarsi molto alla lettura, ma Adeodato gli
veniva in aiuto declamando con raffinata espressività i brani più
significativi dei suoi autori preferiti.
Il
momento più bello della giornata era verso il tramonto, quando tutti
e tre, in attesa della parca cena, facevano assieme sorreggendosi
l'un l'altro, l'ultima passeggiata, e camminando commentavano gli
avvenimenti del giorno. Beda, che usciva spesso per fare delle
commissioni, li teneva al corrente dei fatti più significativi.
Erano venuti così a sapere che l'imperatore era entrato in città,
accolto festosamente dal popolo e dagli ecclesiastici e che
l'elezione del nuovo papa era imminente. Ma seguivano quegli
avvenimenti con distacco, quasi non li riguardassero più.
Fu
con enorme stupore, ma anche con una grande inquietudine, che
Ascanio, il giorno dopo l'ingresso dell'imperatore in città, sentì
una carrozza avvicinarsi all'entrata del suo orto. Aveva dato
disposizioni, quando aveva lasciato il Laterano, che per nessun
motivo al mondo lo venissero più a cercare. Perciò quell'imprevista
visita lo rese subito ansioso. Dalla carrozza vide scendere
Teofrasto, maestro di palazzo Laterano, che dopo un inchino profondo
lo invitò ad entrare nella carrozza per un breve colloquio. Lo
attendeva Otcherio, vescovo di Spira.
"Mio
caro diacono", disse il vescovo dopo un affettuoso abbraccio,
"vengo a nome dell'imperatore. Ti propone di indossare la tiara.
Conosce tutto il tuo passato e sa che nessuno oggi a Roma è più
preparato di te per questo altissimo compito".
"Prego
vostra Beatitudine di ringraziare l'imperatore per la grande stima
che mi dimostra", rispose amabilmente Ascanio, "ma di
riferirgli anche che non posso accettare la sua proposta. Ormai sono
vecchio e stanco e l'unico desiderio che ho è di trascorrere, nella
più completa solitudine, il poco che ancora mi rimane da vivere per
prepararmi degnamente al gran giorno".
"Conoscendoti,
avevo già anticipato all'imperatore la tua risposta", disse con
un sorriso Otcherio. "Forse non mi crederai, ma ho per te una
profonda ammirazione e altrettanta invidia".
E
dopo un secondo e più affettuoso abbraccio lo accomiatò.
"Che
volevano da te?" chiese incuriosito Simone, quando lo vide
ritornare.
"Che
uscissi ancora dal mio orto", rispose Ascanio con un ampio
sorriso sulle labbra. "Ma io ho risposto che ne uscirò
soltanto dentro la mia bara".
FINE