Le
quattordici Lettere attribuite a Paolo sono documenti che hanno
subito dal I al IV secolo delle indubbie contraffazioni. Non tutte
sono di sicura attribuzione; alcune infatti potrebbero essere degli
artifici letterari dei suoi discepoli. Tutti gli studiosi sono
concordi nel ritenere che la Lettera agli Ebrei
non è di Paolo e
forse nemmeno la seconda Lettera ai Tessalonicesi. Molti dubitano
anche della paternità della Lettera agli Efesini.
In
base ad uno studio esegetico dei concetti espressi in esse, alle
ricerche filologiche e storiche e di confronto eseguite dalla scuola
di Tubinga, e ad un'analisi elettronica eseguita sul vocabolario dei
testi, sono soltanto quattro le Lettere di sicura attribuzione: la
Lettera ai Romani, quella ai Galati, e le due ai Corinzi
(Josif Kryevelev, Analisi
storico critica della Bibbia,
Edizioni Lingue Estere, Mosca, 1949). Le
quattro di cui si parla risultano a loro volta così manipolate e
contraffate, che alcuni esegeti, come M. Goguel
(L'apotre Paul et
Jèsus Christ,
Libraire Fishbacher, Paris, 1904),
giungono ad affermare che le due lettere ai Corinzi sono un
assemblaggio di sei altre Lettere mal ricucite, e che la Lettera ai
Romani presenta ben cinque finali.
Considerando
le contraffazioni eseguite sulle quattro Lettere, che possono essere
ritenute autentiche, cosa dobbiamo dire delle altre dieci e
soprattutto delle ultime quattro che furono sicuramente redatte dopo
il 140, non essendo tra quelle portate a Roma da Marcione? Lascio a
voi la risposta.
Scritte
nell'arco di quindici anni, le Lettere di Paolo sono i documenti più
antichi del Nuovo Testamento e di fondamentale importanza per
conoscere alcune vicende della vita avventurosa di Paolo e la
creazione della sua teologia.
La
prima Lettera ai Tessalonicesi viene fatta risalire all'anno 50-51.
Nelle Lettere Paolo parla pochissimo di Gesù, che non ebbe mai modo
di conoscere se non attraverso le sue presunte visioni celesti, e
degli apostoli che avvicinò di sfuggita solo quattro volte. In
Galati, dice che Gesù era un ebreo, nato da donna. In Romani, che
discendeva da David, si rivolse solo ad Israele, fu senza peccato e
siede alla destra di Dio, aspettando il giorno del suo ritorno,
ritenuto da Paolo imminente. In Corinzi,
che aveva dei
fratelli, che fu crocifisso, ma resuscitò il terzo giorno,
mostrandosi a Pietro, agli apostoli e allo stesso Paolo. Non accenna
alla verginità di Maria e all'annunciazione, invenzioni tardive dei
suoi seguaci.
Elementi
comuni alle Lettere
sono: il rigore etico
indispensabile per aspirare alla salvezza; il significato mistico
della morte e resurrezione di Gesù e l'assoluta fede in Cristo.
Ma
al di là dei contenuti comuni, ogni Lettera fa riferimento a
situazioni particolari delle singole chiese fondate da Paolo, e reca
i consigli per ovviare ai problemi che le travagliavano. In alcune
Lettere ci sono importanti riferimenti personali che ci consentono di
conoscere qualcosa della vita di Paolo, dei suoi contrasti con la
Chiesa di Gerusalemme, delle sue autodifese nei confronti dell'accusa
di essere un millantato apostolo. Non sempre le notizie che
ricaviamo dalle Lettere collimano con quelle che riscontriamo negli
Atti. Le Lettere,
però, assieme agli Atti, sono documenti di fondamentale importanza
per la conoscenza (anche se parziale) del cristianesimo primitivo e
della formazione della teologia paolina.
Sono
scritte in uno stile appassionato e d'intensa religiosità. Fin dal
suo primo apparire ebbero un'enorme ripercussione presso tutti i
cristiani ellenisti perché venivano lette e commentate in pubblico e
scambiate tra le varie chiese ellenistiche. La loro influenza sulla
nascita del cristianesimo eguagliò forse quella dei Vangeli, che
nella versione attuale, come abbiamo visto, discendono direttamente
dall'influsso di Paolo.
Questi
sono i fondamentali documenti canonici che sono alla base del nostro
cristianesimo ma che hanno poca attinenza, come abbiamo visto in
precedenza, col Gesù storico, cioè col vero Gesù crocifisso da
Pilato come un ribelle sovvertitore. Sono stati creati, infatti, allo
scopo di trasformare Gesù da Messia fallito, quale fu nella realtà,
a Salvatore e Redentore universale, quale ce lo propone la teologia
paolina, dopo averlo demessianizzato e degiudeizzato.