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venerdì 18 dicembre 2015

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A tutti i gentili lettori auguro un felice anno nuovo. Il blog riprenderà martedì 5 gennaio 2016. Leo Zen

110 - “L'invenzione del cristianesimo” - Le fonti del Nuovo Testamento. Le fonti romane ed ebraiche

Gli storici romani Tacito, Svetonio e Plinio il Giovane hanno scritto su Cristo poche righe (senza mai chiamarlo col nome di Gesù), dalle quali emerge un personaggio totalmente diverso da quello che ci propongono i Vangeli. Non un predicatore pacifico, propugnatore della non violenza e dell'amore universale, ma un agitatore politico estremamente pericoloso, sul genere dei terroristi che oggi minacciano l'Occidente.
Di conseguenza anche i cristiani sono descritti come una setta turbolenta e perniciosa, responsabile di frequenti disordini per istigazione del loro Messia (Cristo). Gli storici latini ben sapevano che il termine greco Christos traduceva l'ebraico Messia (Mashiah in aramaico) che era un titolo regale che significava "l'Unto", cioè il prescelto da Jahvè per essere il re dei Giudei, e, in perfetta sintonia con Pilato, consideravano giusta la condanna a morte di Gesù come un ribelle che propugnava la liberazione nazionale e religiosa del suo popolo.
Come abbiamo visto in precedenza a proposito di Tacito anche i testi latini sono stati talora oggetto di interpolazioni da parte di amanuensi cristiani per essere adattati alle esigenze catechistiche e teologiche della Chiesa.

Le fonti ebraiche sono nulle come quelle latine e in base ad esse Gesù risulta praticamente uno sconosciuto. L'autore fondamentale è Giuseppe Flavio, che in Antichità Giudaiche (o Storia dei Giudei) ci tramanda due riferimenti importanti: uno riguarda Gesù e l'altro il fratello di Gesù, di nome Giacomo Ma la sua testimonianza (conosciuta come «Testimonium Flavianum») è considerata dagli storici un'evidente manipolazione della Chiesa e quindi totalmente falsa.
II testo si riferisce a Gesù, ma, come spiega l'esegeta Guy Fau: "I passaggi riguardanti Gesù, detto il Cristo, appaiono la prima volta nel IV secolo per opera di Eusebio di Cesarea non trovandosi ancora nell'opera “Storia dei Giudei” ai tempi di Origene (185-254), poiché è proprio Origene che ci assicura nel suo "Contra Celsum", che Giuseppe Flavio non ha mai parlato di un Gesù detto il Cristo. La falsificazione è quindi così manifesta che la Chiesa stessa non difende più questi due passi di Giuseppe Flavio” (Guy Fau - La Fable de Jesus Christe. III - Le silence des auteurs Juifs, Editions de l'Union rationaliste, Paris, 1964).
Anche lo storico ebreo Giusto di Tiberiade nella sua cronaca che va da Mosé agli anni in cui vide la luce il Vangelo di Giovanni, tace di Gesù esattamente come Giuseppe Flavio, nonostante fosse suo contemporaneo e quasi conterraneo. Infatti, viveva a Tiberiade non lungi da Cafarnao. Ce lo conferma il patriarca Fozio di Costantinopoli che avendo il libro di Giusto sottomano (svanito nel X secolo) si meravigliava del fatto che non parlasse di Gesù. Il dotto ebreo Filone di Alessandria, che sopravvisse a Gesù di circa vent’anni, e di cui possediamo circa cinquanta scritti, nelle sue opere parla diffusamente delle sette giudaiche, in particolar modo degli esseni e menziona perfino Pilato, ma ignora totalmente Gesù e anche Paolo. E pensare che, a detta di Fozio, era ritenuto un cristiano pentito.
Sono invece importanti, per capire la derivazione di molti detti di Gesù e del suo messianismo jahvista, i Rotoli del Mar Morto, rinvenuti a Qumran nel 1947 e alla fine del 2001 pubblicati in versione integrale. Comprendono i commenti ai testi biblici scritti dalla comunità degli esseni e gli statuti che erano alla base della loro setta, quali: la Regola della Comunità, la Regola dell'Assemblea, il Documento di Damasco, le Regole della Guerra dei Figli della Luce contro i Figli delle Tenebre e il Commentario di Abacuc.


FINE

giovedì 17 dicembre 2015

Come la comunione, nata come offerta per i poveri, si trasformò in un atto sacrificale per la divinità. Parte seconda. 241

Nelle comunità protocristiane non si conosceva la concezione più tarda della Chiesa, secondo la quale ci si poteva accostare a Dio mediante un sacrificio offerto dagli uomini ed era necessaria la presenza dei sacerdoti quali mediatori fra la comunità e Dio. Quindi, l'eucaristia trasformata da pasto serale in servizio divino antimeridiano, non fu intesa inizialmente come un «sacrificio» vero e proprio, parallelo ai banchetti sacrificali dei pagani ma piuttosto come un sacrificio simbolico, come già Paolo aveva scritto nel sue Lettere, esortando i fedeli a offrire i propri corpi come sacrificio a Dio.

Però questo simbolismo, presente nella letteratura postapostolica, non soddisfaceva la fantasia dei cristiani, sempre a contatto coi sacrifici cruenti dei pagani, per cui fu giocoforza rivestirlo di qualcosa di materiale, di palpabile, specialmente attinente al nutrimento del corpo.

Ecco quindi che le donazioni, in un primo tempo deposte sull’altare per i poveri o per la Chiesa, vennero intese in tal senso e a poco poco i concetti di sacrificio dominanti nella religiosità pagana subentrarono sempre più nella definizione del pasto comunitario cristiano, con i cui elementi costitutivi - il pane e il vino - fu assai agevole stabilire una relazione con il vecchio concetto di sacrificio.

Così, intorno al 150 Giustino definì «sacrificio» la donazione di offerte in natura nell’eucaristia e il concetto di sacrificio fu trasferito alle preghiere del sacerdote e alla solennità eucaristica. Intorno al 250, poi, Cipriano pose in relazione tale antico concetto con le sofferenze di Gesù, interpretando la comunione come un sacrificio offerto dal sacerdote a imitazione di Cristo. Mentre, quindi, per Giustino, Ireneo e in generale per tutti i Padri della Chiesa del tardo II secolo, la Comunione è un sacrificio di ringraziamento della comunità purificata, nel III secolo con Cipriano divenne un sacrificio di riconciliazione per la comunità peccatrice.


A seguito di ciò si impose rapidamente nella Chiesa la teoria del sacrificio della Messa, di una ripetizione incruenta del sacrificio di Gesù sulla croce, in stridente contrasto con la primitiva religione cristiana priva di sacrifici e di sacerdoti. Ecco come il significato originario della Comunione venne capovolto, vale a dire che da offerta per i poveri era ormai divenuto un atto sacrificale per la divinità.

S.Cipriano


martedì 15 dicembre 2015

109 - “L'invenzione del cristianesimo” - Le fonti del Nuovo Testamento. Lettere di Paolo.

Le quattordici Lettere attribuite a Paolo sono documenti che hanno subito dal I al IV secolo delle indubbie contraffazioni. Non tutte sono di sicura attribuzione; alcune infatti potrebbero essere degli artifici letterari dei suoi discepoli. Tutti gli studiosi sono concordi nel ritenere che la Lettera agli Ebrei non è di Paolo e forse nemmeno la seconda Lettera ai Tessalonicesi. Molti dubitano anche della paternità della Lettera agli Efesini.
In base ad uno studio esegetico dei concetti espressi in esse, alle ricerche filologiche e storiche e di confronto eseguite dalla scuola di Tubinga, e ad un'analisi elettronica eseguita sul vocabolario dei testi, sono soltanto quattro le Lettere di sicura attribuzione: la Lettera ai Romani, quella ai Galati, e le due ai Corinzi (Josif Kryevelev, Analisi storico critica della Bibbia, Edizioni Lingue Estere, Mosca, 1949). Le quattro di cui si parla risultano a loro volta così manipolate e contraffate, che alcuni esegeti, come M. Goguel (L'apotre Paul et Jèsus Christ, Libraire Fishbacher, Paris, 1904), giungono ad affermare che le due lettere ai Corinzi sono un assemblaggio di sei altre Lettere mal ricucite, e che la Lettera ai Romani presenta ben cinque finali.
Considerando le contraffazioni eseguite sulle quattro Lettere, che possono essere ritenute autentiche, cosa dobbiamo dire delle altre dieci e soprattutto delle ultime quattro che furono sicuramente redatte dopo il 140, non essendo tra quelle portate a Roma da Marcione? Lascio a voi la risposta.
Scritte nell'arco di quindici anni, le Lettere di Paolo sono i documenti più antichi del Nuovo Testamento e di fondamentale importanza per conoscere alcune vicende della vita avventurosa di Paolo e la creazione della sua teologia.
La prima Lettera ai Tessalonicesi viene fatta risalire all'anno 50-51. Nelle Lettere Paolo parla pochissimo di Gesù, che non ebbe mai modo di conoscere se non attraverso le sue presunte visioni celesti, e degli apostoli che avvicinò di sfuggita solo quattro volte. In Galati, dice che Gesù era un ebreo, nato da donna. In Romani, che discendeva da David, si rivolse solo ad Israele, fu senza peccato e siede alla destra di Dio, aspettando il giorno del suo ritorno, ritenuto da Paolo imminente. In Corinzi, che aveva dei fratelli, che fu crocifisso, ma resuscitò il terzo giorno, mostrandosi a Pietro, agli apostoli e allo stesso Paolo. Non accenna alla verginità di Maria e all'annunciazione, invenzioni tardive dei suoi seguaci.
Elementi comuni alle Lettere sono: il rigore etico indispensabile per aspirare alla salvezza; il significato mistico della morte e resurrezione di Gesù e l'assoluta fede in Cristo.
Ma al di là dei contenuti comuni, ogni Lettera fa riferimento a situazioni particolari delle singole chiese fondate da Paolo, e reca i consigli per ovviare ai problemi che le travagliavano. In alcune Lettere ci sono importanti riferimenti personali che ci consentono di conoscere qualcosa della vita di Paolo, dei suoi contrasti con la Chiesa di Gerusalemme, delle sue autodifese nei confronti dell'accusa di essere un millantato apostolo. Non sempre le notizie che ricaviamo dalle Lettere collimano con quelle che riscontriamo negli Atti. Le Lettere, però, assieme agli Atti, sono documenti di fondamentale importanza per la conoscenza (anche se parziale) del cristianesimo primitivo e della formazione della teologia paolina.
Sono scritte in uno stile appassionato e d'intensa religiosità. Fin dal suo primo apparire ebbero un'enorme ripercussione presso tutti i cristiani ellenisti perché venivano lette e commentate in pubblico e scambiate tra le varie chiese ellenistiche. La loro influenza sulla nascita del cristianesimo eguagliò forse quella dei Vangeli, che nella versione attuale, come abbiamo visto, discendono direttamente dall'influsso di Paolo.
Questi sono i fondamentali documenti canonici che sono alla base del nostro cristianesimo ma che hanno poca attinenza, come abbiamo visto in precedenza, col Gesù storico, cioè col vero Gesù crocifisso da Pilato come un ribelle sovvertitore. Sono stati creati, infatti, allo scopo di trasformare Gesù da Messia fallito, quale fu nella realtà, a Salvatore e Redentore universale, quale ce lo propone la teologia paolina, dopo averlo demessianizzato e degiudeizzato.

venerdì 11 dicembre 2015

108 - “L'invenzione del cristianesimo” - Le fonti del Nuovo Testamento. Atti degli apostoli.

Sono attribuiti, come abbiamo visto in precedenza, ad un discepolo di Paolo che esplicitamente se ne attribuisce la paternità. Si tratta di Luca, un medico di origine siriana convertito personalmente da Paolo, che seguì l'apostolo in molti dei suoi viaggi e fu testimone oculare di alcuni avvenimenti che racconta in prima persona. Ma abbiamo visto che l'attribuzione non è certa e che, secondo alcuni, riguarderebbe un certo Dema, probabilmente proprietario e conduttore dell'imbarcazione che servì a Paolo per molti dei suoi viaggi. Sono documenti poco attendibili, perché scritti per esaltare la teologia paolina in contrapposizione a quella giudaica, e spesso sono anche in contraddizione con le Lettere che la Chiesa attribuisce a Paolo.
Nacquero con l'intento di dimostrare che tra i due cristianesimi sviluppatisi dopo la crocifissione di Cristo: quello dei cristiano-giudei della Chiesa di Gerusalemme, guidato da Giacomo, fratello del Signore, di tendenza messianica ed ascetico-essena, e quello dei neo-cristiani ellenisti, fondato e guidato da Paolo, di tendenza universalistica e salvifica, c'era stata una continuità lineare, una derivazione spontanea che escludeva conflitti e divergenze.
Ma il tentativo di nascondere le grosse tensioni scoppiate tra le due Chiese e l'inevitabile scisma di Paolo dall'ortodossia ebraica, fallisce miseramente in mezzo a molteplici incongruenze. Infatti, in questa narrazione delle vicende degli apostoli troviamo dei vuoti incredibili. Gli apostoli sono accennati di sfuggita solo una volta e nel corso della narrazione si fa menzione soltanto di Pietro, Giovanni e soprattutto di Giacomo, fratello di Gesù.
Pietro scompare dal testo dopo lo scontro con Paolo ad Antiochia e non compare mai a Roma, dando ragione a coloro che sostengono che i presunti riscontri storici ed archeologici della presenza di Pietro nella capitale dell'Impero sono del tutto inesistenti e quindi risulta privo di ogni fondamento anche il suo martirio sul Colle Vaticano.
Più che gli Atti degli Apostoli potremmo chiamarli gli Atti di Paolo perché gran parte del testo si concentra esclusivamente sull'operato di questo millantato apostolo, esaltandolo oltremodo.
Vanno considerati, quindi, come propaganda finalizzata a convincerci che il neocristianesimo di Paolo discende direttamente dalle visioni celesti di questo millantato apostolo, che mai conobbe Gesù nella carne, e mai quindi ne apprese la dottrina.


giovedì 10 dicembre 2015

Come la Comunione, nata come offerta per i poveri, si trasformò in un atto sacrificale per la divinità. Parte prima. 240

L’agape protocristiana, che nelle comunità più antiche aveva luogo quotidianamente dopo il tramonto come atto di carità per i più poveri, tra i quali si annoveravano molti schiavi ed emarginati, cessò progressivamente di essere un pasto comunitario per trasformarsi in una cerimonia sacrificale. Già Paolo, che per primo l'aveva istituita a Corinto, aveva a poco a poco provveduto a trasformarla, invitando i fedeli a mangiare a casa loro e a celebrare negli abituali incontri serali un pasto puramente simbolico. Quindi l'agape fraterna, nata come servizio sociale per i bisognosi, già con lui si era trasformata in un rito salvifico soprannaturale di tipo pagano.

I suoi seguaci non accettarono di buon grado questa trasformazione. Infatti, al posto di una pentola ricolma si videro presentare improvvisamente solo una parvenza di cibo, in luogo di un atto di carità, solo una celebrazione cultuale. Leggiamo nella Didaché, sessanta o settant’anni dopo Paolo, che la Comunione, per molte comunità protocristiane, era intesa ancora come un pasto completo, una cena vera e propria.

Solo a partire dal 150 la comunione, o meglio l’atto del culto eucaristico, fu separata definitivamente dalle agapi, i pasti serali comunitari, spostata ad ora antimeridiana e celebrata unitamente alla recita del servizio divino. Tale processo venne favorito dall’ingresso via via crescente di fedeli benestanti, per i quali mangiare coi poveri non era né una necessità né, tanto meno, un piacere, mentre non era disdicevole partecipare ad un pasto simbolico.

 Le donazioni avvenivano ancora, ma non venivano consumate in comune: se ne distraeva il pane e il vino necessari per l’eucaristia e il resto veniva distribuito a poveri, malati ed emarginati. A partire dal lV secolo, dopo la vittoria del cristianesimo con Costantino, l'agape serale non venne più tollerata all’interno della Chiesa, ed infine venne abbandonata del tutto.


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Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)