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venerdì 26 febbraio 2016

16– Il falso Jahvè. Mosè l'egiziano 4

Neppure la storia dell'adozione regge. Nell'antico Egitto, specie ai tempi di Mosè, i faraoni erano considerati esseri divini e le loro figlie potevano generare figli solo congiungendosi a consanguinei stretti, scelti dallo stesso faraone. Il matrimonio ideale era quello tra fratello e sorella, che avevano pari sangue divino. Date queste circostanze nessuna principessa sarebbe stata autorizzata dal faraone ad adottare un figlio che non fosse, almeno parzialmente, di origine regale. Figurarsi il figlio di schiavi semiti, discendenti dagli hyksos, i nemici più detestati dagli egiziani!
Ma c'è un'ulteriore prova, ricavata direttamente dalla Bibbia, che ci attesta che Mosè era egiziano: il suo notevole impaccio a parlare col popolo di origine semita che aveva adottato in quanto, non conoscendone la lingua, faticava ad esprimersi e doveva ricorrere, come interprete, al suo presunto fratello Aronne. La "lingua tarda" di Mosè, di cui parla la Bibbia (Esodo 4,10) sarebbe altrimenti inconcepibile nella bocca di un principe e condottiero, che "fu istruito in tutta la sapienza degli egizi ed era potente in parole ed opere" (Atti 7, 22).
Una volta messo in chiaro che Mosè era un egiziano di altissimo rango "potente in parole e opere", prima di spiegare come divenne il fondatore del monoteismo e il condottiero del gruppo eterogeneo di semiti che successivamente darà origine al popolo d'Israele, cerchiamo di capire che cosa significa "che fu fatto istruire in tutta la sapienza degli egizi".

giovedì 25 febbraio 2016

L’influenza della filosofia greca su Paolo. 249

A Tarso, dove Paolo nacque e visse la prima parte della sua vita, il sincretismo filosofico-religioso si respirava nell’aria e l’Apostolo non poté evitare di assimilarlo, sia pure inconsciamente. Secondo Strabone (Geographia, 14, 9 sgg.) in quella metropoli ellenistica gli abitanti superavano in zelo filosofico persino gli Ateniesi e gli Alessandrini.

Paolo, ebbe come lingua madre il greco, che parlava e scriveva di sicuro correntemente; compì la sua missione per decenni in ambiente greco o grecizzato e nelle sue Epistole denota una fortissima influenza dell’ellenismo, del platonismo. Egli poté così assimilare gli insegnamenti degli stoici e dei cinici, allora assai diffusi e letti, sia perché nella sua città insegnava lo stoico Atenodoro, precettore di Augusto, sia perché, come ci raccontano gli Atti (Atti,17, 18), Paolo sostenne, in più occasioni, delle discussione coi filosofi stoici ed epicurei.

Ma nella sua città natale era molto diffuso anche il culto degli dei soterici fra i quali primeggiava quello del dio Mitra. Una delle cerimonie più fastose e solenni di Tarso, infatti, celebrava ogni anno la resurrezione del dio Sandan. Dunque, Paolo aveva dimestichezza con le filosofie dell’ellenismo pagano e coi Misteri che caratterizzavano il clima intellettuale e spirituale del sua città d'origine. Il suo cristianesimo, quindi, venne fortemente impregnato di motivi ellenistici e misterici e le sue comunità subirono continuamente i loro influssi.

I contatti col giudaismo non avvennero per Paolo direttamente e nelle sue forme autentiche, cioè gerosolimitane, ma attraverso le sinagoghe della diaspora ellenistica, influenzata perciò dalle concezioni della filosofia greca, specialmente della stoa. Delle quattro fonti, dalle quali si nutrì Paolo per creare il suo cristianesimo personale e tutto quanto ne conseguì: ellenismo, religione misterica, giudaismo e tradizione gesuana di Gerusalemme, quest’ultima fu in ogni caso la meno significativa.



Tarso: rovine


martedì 23 febbraio 2016

15 – Il falso Jahvè. Mosè l'egiziano. 3

 Grazie ad una campagna travolgente Mosè ricacciò gli invasori e successivamente sposò una principessa etiope per suggellare la pace (Giuseppe Flavio, Antiquitates Judaicae II, 238-257). Il matrimonio di Mosè con una principessa etiope è confermato anche dalla Bibbia: in Numeri 12,1 si narra come Mosè avesse sposato una donna cushita; per tradizione, la Terra di Cush è proprio il paese di cui parla Giuseppe Flavio, vale a dire l'Etiopia.
Se Mosè era un principe della corte del faraone, governatore, gran sacerdote e condottiero. doveva essere anche d'origine egiziana e non semita.
Altro elemento fondamentale che ci aiuta a determinare l'origine egizia di Mosè è il suo mitico salvataggio dal Nilo, che non regge all'esame storico e sa tutto di leggenda. Otto Rank (Il mito della nascita dell'eroe), equiparando la nascita di Mosè a quella d'altri grandi personaggi mitici dell'antichità, quali Sargon, Ciro, Paride, Edipo, Romolo, Giasone e così via, aveva scoperto che le nascite di questi eroi seguivano un comune schema narrativo precostituito, che includeva: il concepimento da parte di una vergine o di una donna d'altissimo lignaggio, la nascita segreta, l'esposizione del neonato alle fiere o in un canestro sulle acque di un fiume, il salvataggio fortunoso, l'adozione di una famiglia umile o di alta nobiltà, il superamento di molte vicissitudini, la trasformazione del bambino in eroe o sapiente e, infine, il ritorno per riottenere i suoi diritti e vendicare gli oltraggi subiti. Nel caso di Mosè la nascita da umili ebrei era indispensabile, altrimenti i nazionalisti israeliti mai avrebbero accettato come loro gran legislatore e liberatore uno straniero.

venerdì 19 febbraio 2016

14 – Il falso Jahvè. Mosè l'egiziano 2

 Già nel 1906 Eduard Meyer, storico tedesco, si era convinto che il racconto del salvataggio di Mosè fosse stato aggiunto a posteriori, allo scopo di attribuire un'origine ebraica a un personaggio che era palesemente un egiziano (E. Meyer, Die Israeliten und ihre Nachbarstamme, pagg. 46-47). Per sconfessare lo scriba compilatore dell'Esodo possiamo fare questa considerazione: come avrebbe potuto la figlia del faraone dare un nome ebraico al bambino trovato nel canestro, dal momento che il faraone suo padre, stando alla Bibbia, aveva dato l'ordine categorico di uccidere tutti i neonati ebrei?
In secondo luogo, a dimostrazione dell'origine egizia di Mosè, abbiamo le testimonianze storiche extrabibliche di Strabone, Celso e Giuseppe Flavio. Strabone afferma che Mosè era un gran sacerdote egizio il quale, entrato in conflitto con la società del suo tempo per motivi religiosi, finì per adottare un popolo diverso dal suo al quale divulgò il culto dell'Ente Divino (Strabone, Geographica, XVI 2,35-36, e 2,39). Celso sostiene più o meno le stesse cose, come ci racconta Origene (Contra Celsum III, 5-8). Infine, Giuseppe Flavio, il massimo storico antico del popolo ebraico, quasi contemporaneo di Cristo, attribuiva al sacerdote egizio Manetone, che sotto i Tolomei poté accedere ai più antichi papiri, l'affermazione che "il sacerdote (Mosè) che formò la costituzione e le leggi degli ebrei fosse originario di Eliopoli" (Giuseppe Flavio, Contra Apionem I, 250, 265 e 286). Eliopoli era una città santa, tutta templi e obelischi, capitale del XIII nomo del Basso Egitto.
Su Mosè principe della casa reale abbiamo due ulteriori testimonianze di Strabone e Giuseppe Flavio le quali aggiungono nuovi particolari. Scrive infatti Strabone che Mosè era stato sacerdote ma anche "signore di una parte del Basso Egitto" (Strabone, Geographic, XVI 2,35), cioè governatore, probabilmente, della provincia di Gosen dov’era concentrata la maggior parte dei semiti ridotti in schiavitù. E Giuseppe Flavio c'informa che quando le truppe etiopi invasero il sud dell'Egitto, il faraone Tut-ankh-Amon affidò a Mosè l'incarico di respingere l'aggressione.


giovedì 18 febbraio 2016

Quali lingue conosceva Gesù? 248

Al tempo di Gesù il plurilinguismo non pare fosse il segno di una formazione culturale elevata, ma piuttosto il frutto di bisogni concreti, soprattutto legati al commercio. Comunque in Palestina il plurilinguismo era piuttosto diffuso ai tempi di Gesù.

Accanto alla sua lingua madre, l’aramaico, Gesù probabilmente conobbe anche anche il greco, lingua ufficiale dell’amministrazione romana e dell'esercito e molto diffusa anche in Palestina soprattutto nella Decapoli. Inoltre, avendo sicuramente frequentato gli esseni di Qumran, Gesù doveva avere una certa domestichezza con l'ebraico, da almeno due secoli non più lingua popolare ma linguaggio specialistico proprio del culto e dei dotti, usato soprattutto dall'aristocrazia templare. Gli esseni, profondi studiosi della Bibbia scritta in ebraico antico, dovevano conoscerlo perfettamente e Gesù, che senz'altro ebbe un lungo sodalizio con loro prima della sua attività pubblica, potè apprenderlo a Qumran.

Tuttavia, sembra che il greco, molto diffuso in Palestina perché lingua usata da moltissimi ebrei della diaspora che si erano sparsi in tutte le contrade dell'impero romano e da essi diffusa in Palestina quando, di tanto in tanto, rientravano a Gerusalemme per le feste di culto, sia stata la lingua che Gesù ebbe modo di conoscere meglio, sebbene i Vangeli non lo rivelino.

Teniamo presente che l'impero romano, che per mezzo millennio costituì un’unica patria per le diversae gentes comprese tra l’Atlantico e la Mesopotamia e la Britannia e la Libia, non parlava un’unica lingua. Il latino, la sua lingua ufficiale, era poco conosciuto nel mondo orientale in cui prevaleva la lingua greca, espressione e veicolo di una cultura che godeva, negli ambienti della stessa élite romana, di un prestigio superiore. Quello romano fu dunque in sostanza un impero bilingue: il latino e il greco, in quanto lingue della politica, della legge e dell’esercito, oltre che delle lettere, della filosofia e delle religioni, svolgevano una funzione sovranazionale.

È sintomatico il fatto che i primi cristiano-giudei, formatisi a Gerusalemme subito dopo la crocifissione di Gesù, comprendessero due schieramenti: i nazirei giudei (di lingua aramaica) e quelli ellenisti (di lingua greca). Il primo gruppo era costituito da ebrei nati e residenti in Palestina, guidati da Giacomo, fratello di Gesù; il secondo dagli ebrei della diaspora, fortemente ellenizzati, guidato da Stefano, il protomartire cristiano, rientrati a Gerusalemme.

Vale la pena di ricordare anche, per sottolineare l'importanza del greco in quel periodo storico, che Paolo, dato per scontato che conosceva l'aramaico, era però di lingua madre greca, e scrisse tutte le sue Lettere in quest idioma. Infine, che tutto il Nuovo Testamento è scritto in questa lingua e annovera tra i suoi documenti anche Lettere degli apostoli e di Giacomo, fratello di Gesù, scritte in greco.


Giacomo il Giusto


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Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)