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sabato 13 marzo 2010
Il vero significato di “Galileo”(“L'invenzione del cristianesimo”) 51
Questo pseudo attributo geografico in realtà censura il vero significato del termine che significava, in quel tempo, "ribelle, zelota. sicario". Com'era nata questa attribuzione? In seguito al più pericoloso tentativo di rivolta messianica, avvenuta nel 7 d.C. in concomitanza col primo censimento della Giudea.
Durante quella rivolta Giuda, detto il Galileo, figlio di quell'Ezechia che era stato fatto uccidere da Erode per ribellione, dopo aver devastato gran parte della Galilea coi suoi partigiani zeloti, era stato sconfitto dai romani e crocifisso coi suoi duemila seguaci (Giuseppe Flavio, Guerra Giudaica, Libro I, Cap. X). Da allora (il fatto ebbe enorme ripercussione in tutta la Palestina) il termine Galileo perse ogni sua connotazione geografica per acquisire il significato politico inequivocabile di appartenenza alla setta dei partigiani javisti, osannati dai messianisti come patrioti e considerato feroci briganti da tutti gli altri.
La conferma ci viene, oltre che da Giuseppe Flavio, anche da Eusebio di Cesarea, Padre della Chiesa e storico ecclesiastico, che ci spiega come questo termine, ai tempi di Gesù, indicasse chi apparteneva alla setta degli zeloti ( Eusebio di Cesarea, Storia Ecclesiastica, IV, 23, 7).
Da quanto detto risulta chiaro che nessun abitante della Galilea, uscendo dalla sua regione, si sarebbe definito Galileo per non incorrere in spiacevoli malintesi. Quindi, l'epiteto rivolto a Pietro dai servi di Caifa era un chiaro riferimento alla sua appartenenza ai ribelli.
martedì 16 febbraio 2010
L'obiezione fiscale (“L'invenzione del cristianesimo”) 29
Il tributo imposto ai giudei dai romani era inaccettabile e oltraggioso per qualsiasi ebreo rispettoso della Legge perché concedeva “ciò che è di Dio”, cioè le risorse della terra santa di Jahvè, ad un sovrano straniero e implicava il riconoscimento dell'autorità imperiale.
Quindi l'accettazione del tributo a Cesare che troviamo nei Sinottici viene smentito da due fatti: 1) che il Vangelo di Giovanni ignora totalmente l'episodio riferito dagli altri evangelisti; 2) che gli stessi Sinottici, contraddicendosi, accusano Gesù davanti a Pilato di obiezione fiscale: "Abbiamo trovato costui che sobillava il nostro popolo, impediva di dare tributi a Cesare e affermava di essere il Cristo re" (Luca 23,2).
L'obiezione fiscale fu una tematica costante di tutti i Messia che precedettero e seguirono Gesù, a cominciare da Giuda il Galileo, qualificato da Giuseppe Flavio “terribilissimo sofista” (cioè dotto). oltre che terribilissimo guerriero. La sentenza di Gesù, quindi, che imponeva il tributo da versare a Cesare, cioè a Roma, assolutamente obbrobriosa e blasfema per qualsiasi giudeo e meritevole di immediata lapidazione per chi l'avesse pronunciata, fu inserita nei Vangeli allo scopo di presentare Gesù connivente coi romani. Doveva far capire ai cristiani di Roma che Gesù non era stato giustiziato per sedizione contro l'Impero ma come vittima dell’odium theologicum dei capi ebrei e del popolino di Gerusalemme.
Tenendo quindi conto che Gesù era circondato da seguaci in gran parte affiliati alla setta degli zeloti, è assolutamente improponibile ammettere che gli inviti al perdono e a pagare i tributi agli oppressori romani siano usciti dalla sua bocca. Essi sono stati aggiunti dagli evangelisti nel corso della costruzione teologica della figura di Gesù, durata come minimo tre secoli, durante la loro opera di spoliticizzazione, indispensabile alla Chiesa nascente per superare i conflitti con le istituzioni imperiali, prima di Costantino, e creare la sua simbiosi col potere imperiale, dopo Costantino.
A riprova di ciò sono rimasti nei Vangeli certi proclami che alludono chiaramente alle istanze del messianismo zelota. Per citarne alcuni: "Ed egli (Gesù) aggiunse: "Ma ora, chi ha una borsa la prenda, e così una bisaccia; chi non ha spada, venda il mantello e ne comperi una" (Luca 22,36). "Non crediate che io sia venuto a portare la pace sulla terra; non sono venuto a portare la pace ma la spada" (Matteo 10,34).
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- leo zen
- Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)