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giovedì 2 febbraio 2012

S.Paolo


l “meccanismo di censura” per nascondere che gli apostoli erano zeloti (“L'invenzione del cristianesimo”) 28


Ci imbattiamo in questo caso in una delle manipolazioni ricorrenti in tutti e quattro i Vangeli, usata dalla Chiesa ancor oggi per nascondere ogni riferimento all'impegno messianico javista di Cristo e dei suoi discepoli, e quindi per eliminare le accuse della loro appartenenza alla pericolosa setta degli zeloti. È il cosiddetto "meccanismo di censura" che consiste nel tradurre alcuni termini dei testi originari, scritti in greco, in modo totalmente falso e fuorviante da alterare la verità storica.

Per aggirarlo, per capire cioè le vere identità dei discepoli della cerchia di Gesù, ritenuti combattenti, partigiani, per non dire terroristi, bisogna prima far riferimento ai testi evangelici nelle versioni più antiche (Novum Testamentum Graece et Latine, op. cit.) e, in un secondo tempo, analizzare questi nomi nella lingua aramaica nella quale i soprannomi partigiani risultano evidenti.
Vediamo alcuni esempi.

L'apostolo Simone risulta avere nei Vangeli tre appellativi: Bariona, Cananites e Kefas. Vediamo qual è il loro significato, cominciando dal primo “bariona”. Secondo la versione attuale dei Vangeli, Pietro viene chiamato da Gesù: "Simone, figlio di Giona" (Matteo 16,17) facendo erroneamente riferimento al testo greco “  ” (Simon bar Iona). Ma questa traduzione è un falso. Bar, infatti, è sì un termine aramaico che significa: "figlio di" ma nel testo greco questa espressione dovrebbe essere tradotta:  toupiù il nome del padre. 

Nel nostro caso: tou anou Infatti, in tutti gli altri casi in cui nei Vangeli si nomina la paternità di qualcuno, non si usa mai la desinenza ebraica “bar”, ma sempre la formula greca “uios tou”…,”figlio diCito alcuni esempi tratti dai Vangeli: 'tou (Giuseppe figlio di David) (Matteo 1,12); stou (Zaccaria figlio di Baruc) (Matteo 23,35); tou figlio di Abramo) (Luca 19,9) etc...

Come mai allora nel caso di Pietro si usa il termine aramaico e non greco? La spiegazione è semplice: nel testo greco antico si legge:  (e non quindi   ”),dove Bariona è un unico vocabolo che in aramaico, al tempo di Gesù, significava "fuorilegge, terrorista, partigiano alla macchia", cioè zelota o sicario. Quindi non "figlio di Giona" come traduce falsamente la Chiesa.

Sempre Simone, soprannominato da Luca senza mezzi termini, lo Zelota (Luca 6,15), viene chiamato da Marco "" (cananaios)(Marco 3,18) e da Matteo "" (cananites)(Matteo 10,4), termini tradotti nei Vangeli attuali con l'aggettivo "cananeo", cioè proveniente da Cana. Niente di più falso. Il termine aramaico "qanana" da cui deriva quello greco cananaios, equivale a "zelota, fuorilegge, terrorista", esattamente come bariona.

Infine, il termine Kefas o Cefa, significa in aramaico “Roccioso” e allude alla durezza combattiva e al carattere violento attribuiti a Pietro, sia dai documenti apocrifi (Vangelo di Maria di Magdala), sia dagli stessi Vangeli canonici, che riportano il fatto che al momento dell'arresto di Gesù, l'apostolo con un colpo di spada tagliò netto l'orecchio di Malco, servo di Caifa (Giovanni 18,10). Quindi questi tre termini indicano inequivocabilmente che Pietro non era il pacifista descritto dalla tradizione ma uno spietato combattente per la causa messianica.

Altro esempio. Taddeo nel Vangelo di Matteo, versione antica già citata (54,17), è definito a chiare lettere "" (Ioudas zelotes). Da questo Vangelo ricaviamo che il vero nome dell'apostolo in questione era Giuda (da non confondere con l'Iscariota) e Taddeo era, in aramaico, il suo soprannome di battaglia che significava "coraggioso"; cioè, in parole semplici: partigiano coraggioso.


mercoledì 1 febbraio 2012

Il falso Jahvè (Genesi e involuzione del monoteismo biblico). L'adozione di Mosè. 65



F.Schiller, il celebre filosofo e poeta tedesco del XVIII secolo, nel suo opuscolo "La missione di Mosè" descrisse, in forma drammatica ed epica il conflitto interiore che il legislatore d'Israele dovette affrontare nel tentativo di sostituire la sua sublime idea di Dio, cioè la sua visione mistica della Natura, con la fede cieca, estorta mediante i “miracoli” e imposta con la forza, e questo per salvare quanto meno l'unità di Dio.

Nel suo opuscolo traccia un profilo nobile di Mosè, che non corrisponde affatto a quello che ci appare leggendo i passi della Bibbia che lo riguardano, nei quali si dimostra un generale preoccupato più dell'organizzazione delle truppe che del loro spirito, e un uomo autoritario, ossessionato dalla Legge divina.

I libri dell'Esodo, del Levitico, dei Numeri e del Deuteronomio, a lui attribuiti dagli ortodossi ebrei e cristiani, straripano di precetti e di disposizioni spesso irragionevoli, per non dire maniacali, che riguardano le cose più disparate: dai ruolini di marcia, alle mutande di Aronne fino all'interramento dei rifiuti organici, regolati questi ultimi da meticolose norme derivate dalla devozione egizia per lo scarabeo stercorario. Non per nulla l'entomologo francese Jean-Henri Fabre (La vita degli insetti) definì lo scarabeo "il fedele osservatore del precetto mosaico".

Ma forse gran parte di quello che noi attribuiamo a Mosè, soprattutto la pletorica emanazione di leggi, è da attribuire, come vedremo nel proseguo del libro, al re riformatore Giosia e ai suoi scribi, i quali, poco prima dell'esilio babilonese, ricostruirono a posteriori, e questo dopo molti secoli, le vicende dell'Esodo, manipolandole e interpolandole liberamente in base alla nuova teologia che si andava affermando e alle istanze politiche del panisraelismo allora emergente. 

Friedrich Schiller


Gli apostoli erano tutti zeloti (“L'invenzione del cristianesimo”) 27


Ben presto si costituì, attorno alla persona di Gesù, un piccolo gruppo di fedelissimi che lo seguiva notte e giorno. Era gente umile e popolana, ma devotissima, che lo considerava un Messia. Nei Vangeli sono conosciuti come gli apostoli e le pie donne.
Su un punto di così grande importanza quale il numero e il nome degli apostoli ci sono grosse discordanze tra i Vangeli, specialmente tra i Sinottici e il quarto. In Giovanni sono assenti ben quattro apostoli che si trovano nei Sinottici: Bartolomeo, Matteo, Giacomo d'Alfeo e Simone lo Zelota.

Ma se teniamo conto che il suo ultimo capitolo - il XXI - è chiaramente un falso aggiunto posteriormente, gli apostoli assenti sono sei, perché bisognerebbe aggiungere anche Giacomo e Giovanni, citati solo in questo ultimo capitolo non per nome ma come figli di Zebedeo, senza chiarire chi era costui. In compenso troviamo un apostolo mai citato dai Sinottici: Natanaele di Cana ed anche un apostolo anonimo e misterioso chiamato "il discepolo che Gesù amava", dalla Chiesa ritenuto, erroneamente come vedremo in seguito, l'apostolo Giovanni.

Secondo lo studioso americano R. Eisenman (James the brother of Jesus, Penguin book, London, 1997) alcuni degli apostoli erano fratelli o parenti di Gesù a lui legati, oltre che dal vincolo di sangue, dalla comune militanza messianica. Ma anche gli altri apostoli appartenevano al messianismo javista, cioè alla setta degli zeloti, considerati dai romani dei ribelli spietati e crudeli, alla guisa dei briganti.

Le prove della loro appartenenza a questa setta, nonostante i tentativi di Paolo di occultarle demessianizzando Gesù, sono molteplici e trapelano in molti punti dei Vangeli. Bisogna, però, saperle leggere tra le righe e analizzare i testi evangelici nelle versioni più antiche, non in quelle recenti nelle quali i soprannomi partigiani degli apostoli sono stati nascosti con traduzioni fuorvianti, o camuffati da falsi patronimici o da innocui aggettivi geografici.

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Informazioni personali

Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)