La
dimora del cardinale prete Giacomo, che si vagheggiava fosse
appartenuta anticamente ad un illustre senatore romano, era un
maestoso e imponente palazzo sull'Esquilino che si affacciava sulla
via principale ed era circondato da uno dei più bei parchi di
Roma, adornato da pini e cipressi secolari.
All'avvicinarsi
della carrozza papale il capo delle guardie del palazzo, non
nascondendo la sua sorpresa, si avvicinò con deferenza, e
riconosciuto il diacono Ascanio gli aprì la porta della
carrozza e lo aiutò amabilmente a scendere porgendogli il
braccio. Intanto un famiglio era accorso ad avvertire il padrone
dell'arrivo dell'ospite. Il portone d'ingresso fu aperto con grande
frastuono di catenacci e chiavistelli e Ascanio, sempre aiutato
dall'armigero, salì la ripida scalinata e fu introdotto nel
salone d'onore. Mentre attendeva l'arrivo del cardinale ebbe modo di
ammirare lo splendore della sala rivestita di antichi arazzi e
arredata da tappeti e mobili sontuosi. Ma non provò alcuna
invidia per tanta magnificenza. A lui bastava il suo orto e la sua
casetta, che a confronto del palazzo appariva come una misera
capanna.
Il
cardinale entrò poco dopo camminando con gran fatica e con
palese sofferenza. Abbracciò con grande affetto il diacono
Ascanio e lo fece accomodare vicino a lui. Aveva fama di uomo
integerrimo ma di carattere aspro e spigoloso. Infatti senza
preamboli sbottò arcigno: "Sei tornato al servizio del
mostro?"
Ascanio
non poté trattenere una sonora risata.
"Al
servizio di Roma e della Chiesa e non del mostro", rispose
amabilmente. E lo mise al corrente degli ultimi avvenimenti,
delineando a fosche tinte la catastrofe che incombeva sulla città
se la riconciliazione del papa con l'imperatore fosse fallita.
"La
strage avvenuta a gennaio sul Ponte Sant'Angelo sarà niente a
confronto di quello che potrebbe accadere se gl'imperiali, che stanno
marciando su Roma, troveranno resistenza", ammise amaramente. Si
riferiva ad un tentativo di sollevazione della plebe romana, istigata
dai sostenitori del papa fuggito a Viterbo, ferocemente sedata dalla
piccola guarnigione tedesca che era in procinto di lasciare la città.
Erano state molte centinaia le vittime di quell'orrendo massacro.
"Il
papa vuole che tu ritorni a governare le finanze dello Stato",
continuò Ascanio. "Vuole riaffidare il governo a noi due.
Siamo gli unici di cui si fida. Le casse di San Pietro suono vuote
perché sono state dilapidate dal nobile Macuto e dai suoi
indegni accoliti e perché coi terribili tempi che corrono i
pellegrini non si fanno più vedere a Roma. Ormai solo prebende
e postriboli finanziano lo Stato".
Il
cardinale, nonostante le fitte che gli mordevano la schiena, rise con
sarcasmo alle parole di Ascanio.
"Si
fida di noi due" intervenne con asprezza," perché
io, che sono nato ricco, sono sempre vissuto del mio e non ho mai
rubato a San Pietro o lucrato prebende; e tu, che sei nato povero,
malgrado tutti i servigi che hai reso allo Stato, hai scelto la
povertà come libera elezione, come dispregio della ricchezza,
e hai ritenuto la frugalità un sovrabbondante benessere. Siamo
stati gli unici a non rubare e a prodigarci per il benessere
pubblico", concluse. "Comunque", riprese con
decisione, "non intendo più prestarmi ai giochi di quello
scellerato".
"Ma
sta cambiando", insinuò Ascanio.
"Solo
in peggio", mormorò il cardinale scrollando il capo. "Ho
troppe amare esperienze sulle mie spalle per credere in un possibile
ravvedimento. Quanti papi malvagi abbiamo avuto modo di conoscere!
Ogni volta credevamo che l'ultimo fosse stato il più nefando
e invece trovavamo che il successivo era ancora peggiore. Quando ho
conosciuto papa Stefano VI, quello del sinodo cadaverico, mi illudevo
che la Chiesa avesse toccato il fondo. Mi son dovuto ricredere quando
ho incontrato Sergio III la cui depravazione non aveva limiti e che
per di più era completamente ateo".
"Che
non è stato uno dei peggiori", intervenne Ascanio. "Pur
essendo ateo e sommamente depravato, per la gloria e la potenza della
Chiesa qualcosa ha saputo fare".
"Ora
abbiamo questo papa nel cui sangue scorre la sfrenata lussuria e la
spietata ferocia di sua nonna Marozia e la perfida malvagità
dello spergiuro re Ugo, suo nonno", riprese il cardinale. "Cosa
puoi pretendere da un rampollo che discende da simili lignaggi?",
concluse sarcastico. "Sai che ti dico, se la Chiesa sopravvive
a simili papi, significa che la sua origine è senz'altro
divina anche se tu, che ti ostini a non credere in niente, non
riuscirai mai ad ammetterlo", concluse il cardinale.
"Che
la nostra santa Chiesa sia di origine divina", ribatté
con una punto d'ironia il diacono Ascanio, "non lo credo da
molto tempo, e proprio in questi giorni, su invito del papa, sto
esaminando, con un venerando monaco di nome Simone, degli antichi
rotoli scritti in aramaico che contengono il Vangelo degli Ebrei,
fatto distruggere dai nostri Padri della Chiesa perché
eretico. Ebbene, stiamo scoprendo delle cose incredibili: che Cristo
era soltanto un Messia fallito, fatto crocifiggere dai romani perché
voleva cacciarli e restaurare l'antico regno d'Israele. Che a
trasformarlo nel figlio di Dio, immolatosi sulla croce per redimere
il genere umano, è stato Paolo di Tarso, il nostro San Paolo,
che con la sua delirante fantasia ha creato un cristianesimo
personale, di sua totale invenzione, allo scopo di trasmetterlo ai
pagani. I primi cristiano-giudei, i veri seguaci di Gesù,
consideravano Paolo un apostata del cristianesimo apostolico e un
uomo di menzogna e i nostri Vangeli canonici totalmente falsi. Solo
il loro era il vero Vangelo scritto dagli apostoli per dimostrare il
ruolo messianico di Cristo".
"Mi
stai dicendo delle cose orribili e obbrobriose", sbottò
il cardinale con viva indignazione. "Sono senz'altro documenti
inventati da Satana e vanno dunque immediatamente distrutti. Fecero
beni i nostri antichi Padri della Chiesa a farli sparire".
"Ma
se dicono la verità?", chiese Ascanio.
"Non
importa, vanno distrutti e basta. Anche ammesso che la nostra santa
religione derivi da un'invenzione di Paolo, dobbiamo considerarla
santa e ispirata da Dio. La verità non è rappresentata
da quello che è accaduto realmente, ma da quello che la Chiesa
dichiara essere vero".
Ascanio
proruppe in una fragorosa risata. "Non sono d'accordo con te
sul concetto di verità, ma accondiscendo all'idea che i rotoli
vadano distrutti e il più presto possibile. Appena avrò
finito di esaminarli proporrò al papa la loro distruzione".
Il
diacono si tacque per alcuni attimi allo scopo di permettere al
cardinale di calmare la sua indignazione, poi riprese il dialogo.
"Ti
trovo sofferente e stanco", riprese con amarezza.
"Ogni
tanto vengo colpito da atroci dolori alla schiena che mi tolgono
tutte le forze. Di solito passano dopo qualche giorno e allora mi
riprendo un po'. Che mi preoccupa tanto, invece, è il mal
della pietra che peggiora sempre di più. Ormai orino col
contagocce e con enorme fatica", rispose il cardinale scuotendo
il capo sconsolato.
"Forse
ho il rimedio che fa per te", fece Ascanio. "Conosco un
cerusico poco noto che si fa chiamare Asclepio. A Bisanzio ha
imparato ad estrarre da certe rocce un sale bianco che è molto
efficace per il mal della pietra. Te ne manderò un sacchetto.
Devi scioglierne un po' in una tazza d'acqua e berlo al mattino
appena sveglio e alla sera prima di cena. È amarissimo ma
estremamente efficace. Non pretendere che ti dia un immediato
sollievo ma fra dieci, quindici giorni, noterai dei benefici
notevoli":
"Mi
fido ciecamente di te", rispose il cardinale. "So che sei
sempre il più informato di tutti".
"E
al papa che devo rispondere?", chiese Ascanio sul punto di
accomiatarsi.
"Digli
che per il momento sono troppo sofferente ma che, appena mi riprendo,
farò una visita in Laterano. Intanto vedremo come si mettono
le cose con l'imperatore. Se ci sarà la riconciliazione,
potrei tornare a lavorare insieme a te, per quanto la salute me lo
consenta".
"Ho
saputo dai miei informatori a palazzo che domenica il papa intende
celebrare un pontificale in Vaticano. Che ricorrenza c'è?",
chiese con curiosità il cardinale mentre si alzava per
accompagnarlo,
"Nessuna
che io sappia", rispose Ascanio sorpreso. "A meno che non
intenda impetrare l'aiuto divino per la tentata riconciliazione con
l'imperatore".
"Mi
dispiace proprio di non poter assistere alla cerimonia", fece il
cardinale divertito "perché mi diletterei un mondo a
vedere i modi impacciati coi quali questo papastro affronta il
rituale e recita i suoi sproloqui in latino. Pensa che per ovviare
alla sua totale ignoranza liturgica" continuò, "ha
escogitato un trucco stupefacente. Quando non sa come procedere,
finge di raccogliersi in preghiera, come preso da un raptus mistico
che fa molta impressione sui fedeli, e intanto il suo assistente,
che gli è sempre al fianco, gli mormora all'orecchi il gesto o
le parole da dire".
"Stupefacente",
ammise il diacono abbracciandolo.