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giovedì 12 marzo 2015

Nei primi due secoli, talvolta i vescovi di Roma furono contestati da gran parte della cristianità. 203

Non solo i vescovi di Roma per più di due secoli non si interessarono mai della presunta introduzione del Primato di Pietro, ma talvolta furono anche pesantemente criticati dal resto della cristianità. Nel precedente post si è parlato di Stefano I per la sua opposizione al battesimo degli eretici scoppiata tra Roma e Cartagine dal 255 al 257 e la dura contestazione nei suoi confronti dei vescovi africani e asiatici e perfino occidentali con epiteti spesso ingiuriosi e il suo paragone con Giuda.

Un altro scontro, molto duro, tra il vescovo di Roma e i cristiani dell'Asia Minore si verificò in occasione della polemica sulla datazione della festività pasquale, che, iniziata da Sisto I intorno al 115, proseguì per lungo tempo nella cristianità in epoche diverse. L'apice del conflitto avvenne verso la metà deI II secolo quando il vescovo Policarpo di Smirne, si recò spontaneamente a Roma per trovare un compromesso. Ma la sua missione fallì. La diatriba riesplose alla fine del Il secolo quando un altro vescovo di Roma Vittorio I scomunicò l’intera Chiesa d’Asia Minore, la quale, da parte sua, non attribuì gran peso alla faccenda.

Il Vescovo Policrate di Efeso, capo di quella Chiesa, si limitò a scrivere a Roma:
«Fratelli, io, invecchiato nel Signore da 65 anni, io, che ho avuto rapporti coi fratelli di tutto il mondo, io, che ho letto a fondo tutta la Sacra Scrittura, non mi lascerò atterrire da alcuna minaccia; infatti, uomini di me più grandi hanno detto: “Bisogna obbedire più a Dio che non agli uomini».

La prepotenza romana suscitò allora una resistenza pressoché universale: le comunità cristiane si levarono ovunque sdegnate per il comportamento di
Vittorio. Si unirono alla protesta anche molti vescovi occidentali, fra i quali quello
di Lione, il Dottore della Chiesa Ireneo . I cristiani d’Asia Minore
conservarono ancora per due secoli le loro specificità rituali finché l'imperatore Costantino non le abrogò su istigazione di Roma. Ma durante questo conflitto
coi colleghi d’Asia nessuno dei vescovi romani fece mai menzione del celebre passo di Matteo, tirato in ballo e utilizzato propagandisticamente per la prima volta da Stefano I (254-257) durante la diatriba sul battesimo degli eretici.

Fu solo un decreto del V secolo, attribuito al Papa Gelasio I (492-496), ma probabilmente più antico, riguardante le opere permesse e proibite, che contiene la prima attestazione a noi giunta, nella quale il passo di Matteo. (16,18 sg.) viene apertamente considerato il documento istitutivo del primato papale.









Papa Vittorio I


martedì 10 marzo 2015

33 - “L'invenzione del cristianesimo” - Parte seconda. La pseudo resurrezione .1

Mentre i seguaci di Gesù, rintanati nei pressi della Piscina di Siloe, frastornati e increduli dell'ignominiosa fine del loro capo, s'accingevano a rientrare alla chetichella in Galilea, Maria di Magdala, in preda a viva esaltazione, corse ad annunciar loro che aveva trovato la tomba del Maestro vuota.
Quest'annuncio fu come una folgorazione che dileguò, per incanto, il loro sconforto e trasformò la sensazione di sconfitta, causata dalla morte del loro presunto Messia, nell'euforica certezza della sua resurrezione. Una nuova speranza messianica si aprì alle loro menti: il Messia di discendenza davidica era risorto e, asceso al cielo alla destra di Dio Padre, sarebbe tornato sulla Terra, come Messia Martirizzato, sotto le spoglie del Figlio dell'Uomo, preconizzato nel Libro di Daniele.
Circonfuso di potere e di gloria avrebbe, dopo la cacciata definitiva degli oppressori d'Israele, rifondato il regno di David e restaurato l'antico Tempio di Salomone. Il nuovo regno sarebbe stato santo e imperituro e avrebbe costretto i gentili ad adorare Jahvè.
Questa convinzione si diffuse rapidamente tra i seguaci di Gesù e fu alla base del mito della sua resurrezione. Abbiamo visto in precedenza che il mondo antico, soprattutto ai tempi di Gesù, era dominato dalla superstizione più ampia, diffusa a tutti i livelli sociali, per cui visionari, guaritori e taumaturghi operavano ovunque pseudomiracoli di ogni genere, comprese le resurrezioni.
Prima di Cristo, secondo le leggende antiche, erano resuscitati dai morti il babilonese Marduk e molti altri dèi, come il siriano Adone, l’egiziano Osiride, il tracio Dioniso, per citarne alcuni. I miti di questi dèi erano diffusi in tutto l'Oriente e molto noti anche in Palestina.
A similitudine di Gesù, essi avevano subito sofferenze e martirio ed erano anche morti sulla croce. Le analogie col culto cristiano ci appaiono incredibilmente simili. Per fare un esempio: Marduk fu arrestato, processato, condannato a morte, fustigato e giustiziato assieme a due malfattori. Dopo la resurrezione discese agli inferi per liberare le anime dei defunti. Insomma la sua vicenda è analoga a quella di Gesù, per cui la pseudo resurrezione del Galileo apparve al suo tempo quasi normale.
Solo che riguardo a questo importantissimo avvenimento le contraddizioni, le incongruenze e le assurdità superano ogni immaginazione al punto che la teologia storico-critica lo giudica privo di ogni veridicità. La resurrezione vera e propria, infatti, non viene raccontata dai Vangeli canonici ma solo dal Vangelo apocrifo di Pietro, non riconosciuto dalla Chiesa.
I Vangeli canonici si limitano esclusivamente a far rilevare che le pie donne trovarono il sepolcro vuoto e ciò fece sorgere nell'antichità, ma anche nel Medioevo, la tesi che la sparizione del cadavere di Gesù fosse opera di Giuseppe di Arimatea con la connivenza della Maddalena.
Ma vediamo come i Vangeli raccontano la resurrezione di Gesù. Secondo Marco, la mattina della domenica di Pasqua, tre donne si recano con unguenti profumati al sepolcro per l’unzione del cadavere di Gesù, ignorando che questa era già stata fatta da Giuseppe d'Arimatea con spezie del peso di «ben cento libbre» (Giovanni 19,39). In più non si preoccupano di chi le potesse aiutare a smuovere la pietra tombale, che sapevano già sigillata e molto pesante. Trovano la tomba aperta e vuota e un angelo che annuncia loro la resurrezione di Gesù. Di quest'annuncio le tre donne non dicono nulla a nessuno perché impaurite (Marco 16,8). Successivamente Marco fa apparire Gesù anche alla Maddalena che annuncia la sua resurrezione a tutti i discepoli.
Il professor Bart Ehrman (Gesu non l'ha mai detto, Milano, Mondadori, 2007), una delle massime autorità mondiali nel campo degli studi biblici e  studioso di filologia greca ed ebraica, ha recentemente fatto la sconcertante scoperta che il racconto della resurrezione di Gesù non esisteva nei più antichi manoscritti del Vangelo di Marco ma fu aggiunto molto tempo dopo da un ignoto copista. Ha scoperto anche che altri passi evangelici non esistevano nei manoscritti più antichi, come ad esempio quello dell'adultera perdonata. (Giovanni 8,3-11).
In Matteo le donne sono due e vanno solo per dare uno sguardo alla tomba, senza considerare l'unzione del cadavere (Matteo 28,1) e trovano la tomba vuota e un angelo che annuncia la resurrezione e si precipitano immediatamente «a portare la notizia ai discepoli» (Matteo 28,8).
In Luca le donne sono più di tre e incontrano due angeli e dopo l'annuncio della resurrezione recano la notizia «agli undici e tutti gli altri» (Luca 24,9). In Giovanni a scoprire la tomba vuota è la sola Maddalena recatasi di buonora al sepolcro e subito corre ad avvertire Pietro e l'altro discepolo, che Gesù amava, della sparizione del cadavere.
Poi torna alla tomba e, mentre piange, vede prima due angeli vestiti di bianco e poi Gesù, che lei scambia per il giardiniere (Giovanni 20,1-17). Concludendo: per Marco e Giovanni la storia della resurrezione si verifica solo nella testa di Maria Maddalena.

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venerdì 6 marzo 2015

32 -“L'invenzione del cristianesimo” - Parte prima. Considerazioni finali su Gesù.

Nelle pagine precedenti abbiamo delineato la figura e l'opera del Gesù storico, mettendo in evidenza le sue aspirazioni regali e messianiche e i suoi stretti legami con gli esseni di Qumran.
Abbiamo denunciato le grossolane manipolazioni che sono state operate sulla sua nascita, sul suo luogo di provenienza, sulla sua famiglia. Abbiamo dimostrato l'appartenenza degli apostoli alla setta degli zeloti. Infine, abbiamo chiarito che la condanna a morte per crocifissione non dipese da motivi religiosi ma squisitamente politici.
Contro queste conclusioni, basate su dimostrazioni chiare ed evidenti, derivate dagli stessi testi canonici, la Chiesa si è sempre battuta, usando ogni mezzo a sua disposizione per depistare la verità storica e sostituirla con la sua verità di regime.
La messianicità di Gesù e dei suoi discepoli, però, come abbiamo visto, è documentata nei Vangeli in modo schiacciante, nonostante i molteplici tentativi per occultarla.
A conclusione del presente capitolo la vogliamo rapidamente riepilogare:
1. l'annunciazione e la genealogia di Gesù in Matteo nelle quali viene proclamato il suo ruolo davidico e regale;
2. la mitica strage degli innocenti ordinata da Erode per eliminare l'annunciato concorrente al trono d'Israele e la conseguente fuga di Gesù in Egitto per sfuggire alla morte;
3. il battesimo di iniziazione essena, somministrato da Giovanni Battista, durante il quale Gesù viene proclamato il Messia che doveva venire per raccogliere il grano e bruciare la pula, cioè a restaurare il Regno di Dio e a dare inizio all’èra messianica.
4. l'ingresso trionfale a Gerusalemme, alcuni giorni prima del suo arresto, durante il quale Gesù viene osannato come il figlio di David e il nuovo re d'Israele;
5. la cacciata dei mercanti del Tempio come profanatori, vero atto di guerriglia di stampo esseno-zelota;
6. l’unzione di Gesù come Messia per opera di Maria di Magdala nella casa di Betania;
7. le parole del sommo sacerdote Caifa sul coinvolgimento politico di Gesù;
8. l'invito di Gesù agli apostoli, alla fine dell'ultima cena, di procurarsi delle armi;
9. il tentativo di opporsi all'arresto con l'uso delle armi da parte di Pietro;
10. l'arresto di Gesù per mano di una coorte romana di 600 soldati;
11.le ammissioni esplicite dello stesso Gesù, in risposta alle domande di Caifa, di essere il Messia e il re d'Israele;
12. le accuse a Gesù dei giudei davanti a Pilato di istigazione alla ribellione, del rifiuto di pagare i tributi a Cesare e di essersi proclamato re d'Israele;
13 la toga rossa e la corona di spine fatta indossare dai soldati a Gesù per irridere la sua pretesa regalità;
14. la condanna alla crocifissione, pena riservata ai ribelli politici;
15. la scritta sulla croce "Gesù, re dei Giudei" fatta mettere da Pilato, come causa della condanna;
16. la concomitante condanna, accanto a Gesù, di due personaggi, quasi sicuramente coinvolti nella guerriglia antiromana, perché crocifissi per ribellione politica;
17. l'esecuzione di Giuda, karakirizzato secondo la prassi degli zeloti;
18. le ripetute attribuzioni della regalità di Gesù nei Vangeli (sei in Marco, cinque in Matteo, due in Luca e otto in Giovanni) e quelle della sua discendenza davidica (una in Marco, sette in Matteo e una in Luca);
19. la lapidazione di Giacomo, fratello di Gesù, perché lo aveva osannato come figlio di David e re d'Israele.
Nei prossimi capitoli vedremo la trasformazione del Gesù storico (il “Jeoshua ha Nozri”), da fallito Messia d'Israele, a risorto Messia Martirizzato, assiso alla destra del Padre e destinato, secondo la profezia di Daniele, a tornare quasi subito dal cielo per riscattare definitivamente Israele.
Esamineremo così la seconda metamorfosi di Gesù che fu all'origine dei cristiano-giudei della Chiesa di Gerusalemme, guidati da Giacomo, fratello del Signore, e dei cristiano-ellenisti del primo Paolo.
La definitiva trasformazione teologica di Gesù in “Nostro Signor Gesù Cristo”, Figlio di Dio, immolatosi per la salvezza spirituale dell'intera umanità, come oggi è ritenuto dall'intero mondo cristiano, e attuata da Paolo e i suoi seguaci, sarà esaminata nella terza parte.    

giovedì 5 marzo 2015

Anche sommi Padri della Chiesa come Ambrogio e Agostino negarono il primato di Pietro. 202

Fu solo nel Medioevo che il papato riuscì a imporre definitivamente il primato della Chiesa di Roma su tutta la cristianità approvando la propria sanzione nei Canones del Vaticano e del Codex juris canonici, il Codice Giuridico della Chiesa romana, entrato in vigore nel 1918.

Il Concilio Vaticano del 1870 definì l’istituzione del primato dottrinale e giuridico del Papa, basandosi in Mt. 16, 18 " E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa", considerato «un insegnamento evidente della Sacra Scrittura», condannando come «opinioni insensate» tutte le altre concezioni, anche quelle della Chiesa antica, compresa quella di Sant’Agostino. Furono dichiarate opinioni perverse anche quelle dei Padri della Chiesa fino al V secolo che conoscevano chiaramente gli insegnamenti della Sacra Scrittura senza mai riconoscere quella supremazia giurisdizionale di Pietro, attribuitagli poi dalla Chiesa.

Anche Paolo ignora questo primato: egli nelle sue Lettere parla di Giacomo, Cefa (Pietro) e Giovanni, limitandosi a definirli «colonne», e come si vede Cefa non viene citato neppure al primo posto! Intorno al 150 Giustino, il più eminente apologeta del Il secolo, che oltretutto allora viveva a Roma, non aveva nessuna idea del primato petrino, tanto che nomina solo due volte l'apostolo Pietro chiamandolo «uno dei discepoli» e «uno degli apostoli».
Nella mole immensa dei suoi scritti Origene non parla mai di un primato del vescovo romano, neppure quando commenta dettagliatamente il passo cruciale contenuto in Matteo (16, 18).

E Cipriano, Padre della Chiesa, non riconobbe mai Ie pretese di primato dei vescovi romani. A suo parere tutti i vescovi erano successori di Pietro e portatori di un’eguale dignità nel senso pieno del termine: «Da noi- scrive Cipriano - non esiste un vescovo dei vescovi, poiché nessuno costringe all’obbedienza con autorità tirannica i propri confratelli». Vescovo, Padre e Santo della Chiesa Cattolica, Cipriano seppe opporsi con durezza al vescovo di Roma durante la polemica sul battesimo degli eretici scoppiata tra Roma e Cartagine dal 255 al 257. Insieme a 86 vescovi nordafricani, nonché a Tertulliano e a Clemente Alessandrino, Cipriano si oppose con estrema decisione al vescovo di Roma Stefano I, che rifiutava l'obbligo di ribattezzare gli «eretici» disposti a rientrare nel cattolicesimo.

Durante questa diatriba il più prestigioso vescovo d’Asia Minore, Firmiliano di Cesarea, evidentemente anche a nome dei colleghi, accusò il vescovo di Roma non solo di «insolenza», «impudenza» , «stoltezza», ma lo definì anche «presuntuoso» «ignorante» e «bugiardo»; e, dulcis in fundo, lo paragonò addirittura a Giuda Iscariota.
Dopo che la posizione di Cipriano, circa la sua approvazione del primato di Pietro, fu definitivamente chiarita, dimostrando che le sue affermazioni in proposito erano un falso aggiunto a posteriori, la fazione cattolica, che fino ad allora lo aveva sempre tirato in ballo quale testimone importante del primato papale, cambiò spudoratamente parere affermando che l'atteggiamento contrario del Padre della Chiesa non inficiava affatto il dogma cattolico del suddetto primato del Papa. Anche il Dottore della Chiesa Ambrogio fu sostenitore dell’uguaglianza di tutti i vescovi. Infatti egli non riconobbe alla Cathedra Petri né un primato onorifico né quello giurisdizionale.
Ma Agostino, considerato il massimo dottore della Chiesa, che agli inizi del V secolo aveva commentato correttamente il passo di Matteo negando il primato papale, fu per questo tacciato di eresia. Il Concilio Vaticano I infatti lo accusò di aver professato «opinioni maligne» (pravae sententiae). Quindi, in base al Sinodo dei vescovi di Spagna, che alla fine del VII secolo riconobbe le pene dell'inferno a chi professava opinioni maligne riguardo alla fede, tutti i Padri della Chiesa contrari al primato papale, nonostante proclamati santi, secondo questo concilio non godrebbero le gioie del paradiso.



martedì 3 marzo 2015

31 - “L'invenzione del cristianesimo” - Parte prima. La crocifissione

Sulla "via crucis" non c'è accordo tra i quattro Vangeli. I tre Sinottici ci dicono che Gesù era talmente provato dai maltrattamenti subiti dai soldati da essere incapace di portare il "patibulum", cioè l'asse sul quale doveva essere inchiodato. Fu necessario ricorrere all'aiuto di un tal Simone di Cirene.
Il quarto evangelista ci dice al contrario che fu Gesù a portare il patibulum. Luca, sempre il più fantasioso degli evangelisti, racconta che, strada facendo, Gesù si rivolse alle pie donne che lo seguivano affrante, per profetizzare loro la fine di Gerusalemme e le immani sciagure che avrebbero colpito Israele.
Questo brano, conosciuto come "la piccola apocalisse" è una "prophetia post eventum" (aggiunta cioè a posteriori) in quanto allude chiaramente alla guerra combattuta nel 70 d.C. quando l'esercito di Tito, figlio dell'imperatore Vespasiano, attuò la distruzione di Gerusalemme. Una riconferma che i Vangeli cominciarono ad essere scritti dopo quel terribile evento. Giunto sul Golgota, Gesù fu spogliato e inchiodato alla croce, pena riservata ai ribelli politici, assieme ad altri due che la tradizione ci tramanda come dei ladroni, cioè dei mascalzoni comuni.
È l'ennesima frottola. Il testo greco li definisce " (dio lestas)" termine che Giuseppe Flavio usa per indicare gli zeloti, cioè i ribelli politici (i terroristi d'oggi). Erano quindi due correi rivoltosi, quasi sicuramente coinvolti in un atto di guerriglia anti-romana, e quindi crocifissi per ribellione politica.
Probabilmente erano i responsabili della sommossa e dell'omicidio raccontati dagli evangelisti a proposito dell'arresto di Barabba. Il comportamento verso Gesù di questi due ribelli crocifissi viene descritto in modo contraddittorio da Marco e da Luca. Per Marco entrambi lo insultarono. "E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano" (Marco 15,32). Per Luca, invece, uno di essi invitò sarcasticamente Gesù a salvare se stesso e loro, mentre l'altro si raccomandò a lui quando fosse entrato nel suo regno (Luca 13,39-43). Come si vede, le contraddizioni sono continue tra gli evangelisti.
A questo punto i romani, su ordine di Pilato, appongono sulla croce di Gesù il “titulum”, cioè la targa che doveva specificare il motivo della sua condanna. Svetonio e Dione Cassio ci hanno tramandato che il titulum era obbligatorio in ogni condanna a morte. In quello posto sulle croce di Gesù era scritto in tre lingue: aramaico, greco e latino (perché fosse alla portata di tutti): "Questo è il re dei giudei" (Luca 23,38). Prova inconfutabile che Gesù veniva condannato per un reato esclusivamente politico, confermata anche dalle frasi di scherno pronunciate dai presenti all'indirizzo di Gesù morente: "Il re d'Israele scenda ora dalla croce perché vediamo e crediamo" (Marco 15,32).
Prima del sopraggiungere della morte, secondo Marco e Matteo, Gesù ebbe un attimo di smarrimento e pronunciò il grido di terrore e solitudine: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (Marco 15,34), inconcepibile se Cristo fosse stato il Figlio di Dio che s'immolava per la salvezza dell'umanità, ma chiarissimo per un aspirante Messia che, avendo fermamente creduto nell'intervento di Jahvè in suo aiuto, constatava con disperazione l'abbandono divino e il fallimento della sua missione.
I Sinottici raccontano che al momento della morte di Gesù accaddero degli eventi soprannaturali, quali: eclissi, terremoti, frane, resurrezioni e lo squarciamento nel Tempio del velo che nascondeva la Sancta Sanctorum, Questi accadimenti straordinari furono totalmente ignorati dai cronisti del tempo e rientrano quindi chiaramente nella pura mitologia.
La morte di Gesù fu molto rapida. Di solito i crocifissi, specie se di costituzione robusta, potevano sopravvivere per molte ore e talora anche per alcuni giorni, soffrendo un'atroce agonia. Ma Gesù, stando ai Sinottici, già dopo poche ore dalla crocifissione era entrato in deliquio e nel primo pomeriggio emise il suo ultimo respiro.
Ormai si avvicinava la sera di quel venerdì, vigilia della Pasqua, e bisognava affrettarsi a procedere alla deposizione perché la solenne festività del giorno dopo non consentiva che fossero ancora esposti i cadaveri dei suppliziati.
E, a questo punto, troviamo l'ennesima conferma che Gesù era stato giustiziato per aver tentato un complotto messianico.
Chi infatti procedette alla sua deposizione e alla sua sepoltura non furono gli apostoli, datisi ignominiosamente alla macchia, e nemmeno i membri della sua famiglia (inspiegabilmente assenti), ad eccezione della presunta consorte Maria di Magdala e della zia Maria Cleofe, ma due importanti esponenti del sinedrio: Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo, che condividevano il suo ideale jahvista. Se Gesù fosse stato condannato dal sinedrio per bestemmia, mai questi due importanti personaggi, definiti capi dei Giudei, avrebbero potuto prendersi cura del suo corpo e dargli sepoltura onorata, in un sepolcro di loro proprietà. Sarebbero stati accusati di disprezzo per il Tempio e di empietà (W. Fricke, Il caso Gesù," Rusconi, Milano, 1988). Il fatto che poterono prendersi cura del corpo di Gesù, senza incorrere nella scomunica del sinedrio, cioè del tribunale religioso, è la prova che Gesù non fu giustiziato per blasfemia ma per ribellione armata. Con l'aiuto delle tre Marie (tra le quali i Sinottici annoverano Maddalena ma non la madre di Gesù) i due sinedriti provvidero alla sepoltura del suppliziato in una tomba di proprietà di Giuseppe d'Arimatea.
Secondo i Sinottici Gesù fu deposto nella tomba avvolto in un lenzuolo funebre (sindone); secondo Giovanni, invece, avvolto in bende intrise di aromi. (Se Giovanni ha ragione allora la Sindone di Torino è un falso conclamato).
Alle prime ombre del crepuscolo di quel fatidico venerdì, il dramma iniziato appena diciotto ore prima, era definitivamente concluso. La rivolta, soffocata ancor prima di nascere, e il mancato intervento delle schiere celesti di Jahvè, avevano fatto fallire l'ennesimo tentativo messianico.
Il disperato grido del Messia fallito, morente sulla croce: "Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato!" era la tragica ammissione di una sconfitta irreparabile. Anche se Gesù, per il fatto di essere stato crocifisso dall'oppressore Pilato, era per l'opinione pubblica (esclusi i grandi sacerdoti e gli erodiani) un patriota martire, per i suoi seguaci la sua crocifissione si trasformò nella fine di ogni speranza. Si erano illusi di sedere alla destra e alla sinistra del trono del nuovo re d'Israele e si trovavano rintanati nei pressi della piscina di Siloe, tremanti d'orrore e di paura perché complici di un criminale giustiziato.
Qui finisce la vicenda terrena di Gesù, uno dei tanti Messia falliti che il clima fanatico dell'epoca faceva nascere e tramontare con una certa frequenza. Di lì a qualche decennio dalla sua morte, il crescente e sempre più esasperato delirio messianico avrebbe portato alla distruzione totale di Gerusalemme e alla cacciata di tutti gli ebrei dalla Palestina, cioè alla fine dello Stato d'Israele.


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Informazioni personali

Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)