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giovedì 14 aprile 2016

S.Giustino


martedì 12 aprile 2016

29– Il falso Jahvè. L'Esodo 1

È probabile, come giustamente osserva Freud nel saggio già citato, che nel periodo di gran conflittualità interna alla società egiziana, provocata dalla controreligione di Akhenaton e dalla successiva restaurazione, il monoteismo incentrato sulla figura divina del sole, abbia determinato una coincidenza, o meglio una simbiosi, tra la parte dissidente della società egiziana che aveva subito il tracollo del sistema di Akhenaton e le popolazioni immigrate, le quali, fino a quel momento, non erano state capaci di attribuirsi né un'identità né una forza come gruppo.
Quando, dopo la morte sospetta di Tut-ankh-Amon e l'avvento al trono dell'ambiguo gran sacerdote Ay, la situazione parve precipitare ulteriormente, Mosè, non tanto forse per il timore della sua incolumità personale, quanto piuttosto per l'intimo, irrefrenabile impulso a voler attuare con un nuovo popolo quella riforma religiosa che era stata il sogno della sua vita, decise di mettersi a capo delle tribù semitiche della sua provincia, liberarle dalla schiavitù e condurle verso la terra di Canaan da dove erano arrivate quattro secoli prima.
Strabone, al pari di Celso, conferma in pieno questa ipotesi facendoci sapere che Mosè era un sacerdote egizio scontento della sua religione, il quale finì per procurarsi un popolo diverso dal suo, un popolo che lo accettò e lo acclamò, e che conseguentemente accolse il culto dell'Ente Divino. Così Mosè con questo stuolo di seguaci emigrò in Giudea (Strabone, op. cit., XVI 2,35-39). Basandosi su Posidonio, Strabone spiega bene il travaglio interiore di Mosè che rifiuta la tradizione egizia del politeismo zoolatrico per riconoscere che "Dio è quell'Essere Unico che abbraccia noi tutti e la terra e il mare, che noi chiamiamo cielo e terra e natura delle cose" (ibid.). E che per avvicinarsi a questo Dio serviva solo "vivere secondo virtù e giustizia" (ibid.). Sottolinea anche che, secondo Mosè, l'Essere Unico non andava rappresentato in alcun modo: "Si deve piuttosto tralasciare di fabbricare immagini e adorare la divinità senza rappresentazioni" (ibid.). Quest'ultima prescrizione, che per Strabone era dettata dall'inadeguatezza iconica a rappresentare la divinità che tutto abbraccia e che non è percepibile coi sensi, diventerà per il Mosè idolofobico e iconoclasta una proibizione assoluta, in quanto le immagini verranno intese come sinonimi di altri dèi.

venerdì 8 aprile 2016

28– Il falso Jahvè. La controreligione del faraone Akhenaton. 6

Quando il tempio di Aton a Karnak di Tebe venne abbattuto, molti blocchi scolpiti dell'edificio furono impiegati per riempire due torri giganti che facevano da portale al vicino tempio di Amon-Ra. Negli anni Trenta del secolo scorso, le torri furono smantellate per essere ristrutturate e, al loro interno, vennero alla luce oltre quarantamila blocchi scolpiti che portavano incise le preghiere al Dio Aton e altre informazioni a lui inerenti. Questi blocchi, oggi chiamati i Talatat di Karnak, sono una vera manna per gli studiosi di Akhenaton.
La drastica restaurazione determinò un pesante tracollo di quella parte della società egiziana che si era sviluppata alla corte di Akhenaton. Ministri, funzionari e sacerdoti del nuovo culto furono esautorati e caddero in disgrazia. Probabilmente furono anche perseguitati.
E Mosè? È legittimo supporre che lui, principe della casa reale e sacerdote di Eliopoli addetto al culto del Dio Ra, possa essere stato un autorevole esponente della liturgia atoniana. Chiusa la sfortunata parentesi di Akhenaton, suo probabile parente, si sarebbe appartato alla periferia dell'impero, ripiegando su mansioni amministrative. Infatti Strabone ci fa sapere che Mosè era stato sacerdote ma anche "signore di una parte del Basso Egitto" (Geographica XVI, 2,35).
Anche Freud, il fondatore della psicanalisi, era convinto che per Mosè la morte di Akhenaton e l'abolizione della sua religione significasse la fine di ogni speranza. Avrebbe potuto continuare a vivere in Egitto come proscritto o rinnegato (S. Freud, op.cit.. pag. 384), ma Giuseppe Flavio ci dà su Mosè l'informazione più importante laddove ci fa sapere che durante la restaurazione e il momento di turbolenza politica che ne seguì, si ebbe nell'Alto Egitto l'invasione delle truppe etiopi, e il sovrano (Tut-ankh-Amon), non badando alle rimostranze dei preti di Ammon, affidò proprio a Mosè l'incarico di difendere l'integrità della nazione (Giuseppe Flavio, Antiquitates Judaicae II, 238-257).
Per il momento su Mosè ci fermiamo qui. Nel prossimo capitolo esamineremo a fondo la posizione che egli assunse nei confronti delle tribù semite che vivevano in condizioni di semischiavitù nella provincia di Gosen. Erano tribù che lui forse conosceva bene per averle governate in precedenza, e che adottò come suo popolo per trasmettere loro il monoteismo dei grandi misteri di Akhenaton.



giovedì 7 aprile 2016

Anche il filosofo pagano Aristotele, sotto l'egida di Tommaso d'Aquino, esercitò un poderoso influsso sul Medioevo cristiano. 255

Tommaso d'Aquino, considerato il massimo teologo cattolico, in un primo momento fu fortemente influenzato dal platonismo, come ci dimostrano le sue frequenti citazioni nei suoi primi scritti dello pseudo discepolo di Paolo, conosciuto come Dionigi Areopagita (Atti, 17,34) che esercitò un fortissimo influsso sull'intero Medioevo cristiano. Successivamente, l'Aquinate riversò nel cristianesimo, da lungo tempo completamente platonizzato, l’immenso materiale concettuale di Aristotele, con una intensità tale da elevare il filosofo di Stagira al rango di Dottore della Chiesa.

Nel periodo immediatamente precedente l'incursione aristotelica dell'Aquinate, esattamente nell’anno 1223, il Papa Gregorio IX, in un rescritto all’Università di Parigi, aveva condannato nel modo più duro l’utilizzazione della filosofia aristotelica all’interno della teologia della Chiesa, considerandola un vaneggiamento ateistico. Ma, incredibilmente, questa tendenza filosofico-teologica, che diede origine alla prolifica corrente denominata Scolastica, pur condannata da Gregorio IX, è diventata con Tommaso d'Aquino, sua guida indiscussa sul terreno filosofico aristoteliteco, fondamentale per la Chiesa e ancor oggi l'Aquinate è considerato il massimo teologo-filosofo cattolico.

Ciò a conferma della tesi che la filosofia greca ha fornito non solo la forma, nella quale sarebbe stato versato il contenuto della fede cristiana, ma una vera e propria riplasmazione di natura contenutistica, specie nella strutturazione di una teologia scientifica.

È sintomatico che lo storico dei dogmi Friedrich Loofs nel capitolo introduttivo del suo capolavoro intorno ai «Presupposti della costituzione della dottrina ecclesiastica» conceda 28 pagine alla descrizione della filosofia e della religione greco-romana, 22 pagine alla definizione del Giudaismo e riservi solo 8 pagine alla predicazione e alla persona di Gesù, nonché all’intera età apostolica.

Aristotele


martedì 5 aprile 2016

27– Il falso Jahvè. La controreligione del faraone Akhenaton. 5

La controreligione di Akhenaton, a causa della sua intolleranza e iconoclastia, non tardò a trasformarsi in una guerra di religione e a determinare forti risentimenti nel popolo e una dura opposizione da parte della casta sacerdotale, allora potentissima, che si sentiva esautorata da ogni sua mansione e penalizzata dal punto di vista economico. I grandi sacerdoti, assieme agli aristocratici e ai vertici militari, preoccupati questi ultimi per il pacifismo del faraone che vedevano come foriero di possibili invasioni, tramarono per predisporre la restaurazione del precedente regime e riconquistare così i privilegi perduti.
Intorno al 1362 a.C. Akhenaton, dopo appena diciassette anni di regno, morì improvvisamente e inspiegabilmente, forse vittima di una congiura. La moglie Nefertiti tentò di continuare la riforma del marito e allo scopo fece salire sul trono il giovanissimo genero Tut-ankh-aton, (figlio di una concubina di Akhenaton e sposo della sorellastra, figlia di Nefertiti), ma alla morte della stessa faraonessa, sacerdoti e aristocratici, approfittando dell'inesperienza del giovanissimo faraone, iniziarono una rapida controriforma per rimettere in piedi gli antichi poteri e la religione tradizionale dell'Egitto.
La città di Amarna fu abbandonata e la capitale ristabilita a Tebe. Il nome del nuovo faraone, che tutti conosciamo essendo l'unico di cui è stata scoperta la tomba intatta, inclusa la mummia, fu opportunamente corretto da Tut-ankh-aton in Tut-ankh-amon, coerentemente col culto restaurato del Dio Ammon. Ma anche Tut-ankh-amon morì all’improvviso e inspiegabilmente (oggi sappiamo che venne ucciso dal veleno del potente sacerdote Ay che lo sostituì al potere, sposandone la vedova) e alla sua morte si scatenò una violenta controrivoluzione religiosa.
Dagli elenchi dei re, strumento della cronologia ufficiale, fu cancellato il nome del sovrano del periodo di Amarna e il suo periodo di regno fu attribuito ad Amenofi III e a Haremhab; furono abbattuti tutti i monumenti da lui edificati, distrutte le sue raffigurazioni e le sue epigrafi e fu eliminata ogni possibile traccia della sua esistenza.
Ma, per caso, qualcosa riuscì a sfuggire a questa distruzione e a farci conoscere importanti documenti degli atonisti.


venerdì 1 aprile 2016

26– Il falso Jahvè. La controreligione del faraone Akhenaton. 4

La nuova religione, inoltre, essendo di carattere prettamente razionalistico, in quanto fondata su un rigoroso eliomorfismo, escludeva ogni manifestazione cerimoniale che colpisse il sentimento e la fantasia del popolo, e dunque appariva a quest'ultimo arida, vuota e priva del concetto di rivelazione. Il nuovo Dio, infatti, in base alle epigrafi del tempo tuttora conservate nelle rovine di Amarna, non comunicava coi mortali: nessuna parola sua è registrata, al contrario di quanto avveniva con gli dèi tradizionali dell'Egitto, che si rivolgevano al sovrano con innumerevoli benedizioni e formule beneauguranti.
Per lo stesso motivo il nuovo Dio appariva privo di qualsiasi dimensione etica. Il Sole risplendeva per tutti, giusti e malvagi, e tutti dipendevano da lui. I testi di Amarna che ci sono pervenuti non fanno distinzione neppure tra animali e uomini. Il nome usato dagli egittologi per il Dio di Akhenaton è Aton, ma questo non era il vero nome del Dio, bensì quello del glifo che lo rappresentava, sotto forma di un disco solare circonfuso da raggi (Cyiril Aldred, Akhenaten, Pharaoh of Egypt, capag. IV). Il glifo rappresentava la luce del sole e non il sole in sé (la raffigurazione del sole era un disco alato), ed era l'unica forma concessa per rappresentare il Dio. Una traduzione diretta della parola Aton è “che da vita”.
C'era però un'altra immagine ammessa per questo scopo, quella del toro sacro Mnevis. Anche dopo che ebbe abolito tutte le divinità tradizionali, Akhenaton ordinò che il toro Mnevis, un animale sacro a Ra, fosse portato da Eliopoli nella nuova capitale Amarna e sepolto con gran pompa in una tomba particolare.
Il toro Mnevis era un animale in carne e ossa venerato presso il tempio di Eliopoli; quando moriva, veniva sostituito da un altro, individuato secondo prescritte manifestazioni soprannaturali. Diverse effigi di questo toro, in pietra o in bronzo, sono state scoperte tra le rovine di Amarna.



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Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)