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giovedì 12 maggio 2016

Origene (parte seconda) 260

Anche per Origene la Bibbia si armonizza coi pensieri più profondi della filosofia greca e la fede, senza la filosofia, era per lui inconcepibile. Secondo Adolf von Harnack, Origene riuscì a diffondere il cristianesimo fra le persone colte più di tutti gli altri cristiani messi insieme anche se, alla fine, la Chiesa lo bollò come eretico, a causa delle sue opposte credenze sull'inferno. Per Origene, come per altri Padri della Chiesa (Gregorio di Nissa, Teodoro di Mopsuestia) le pene dell'inferno non erano eterne, ma temporanee (una specie di purgatorio).

Infatti egli riteneva che alla fine dei tempi, all'arrivo cioè della parusia, tutta l’umanità si sarebbe salvata in Cristo e avrebbe avuto luogo la “restaurazione finale” (apokatàstasis) di tutti gli essere umani e del cosmo. Tale salvezza avrebbe coinvolto i condannati all’inferno e perfino i demoni (Origene, De principiis).

Ma la sua tesi non fu accettata dalla Chiesa, sempre più convinta che la minaccia del tormento eterno è l'arma più potente di cui dispone per plagiare col terrore i suoi fedeli, e così anche Origene , il più importante dottore della Chiesa antica, finì tra gli eretici. Succederà anche ad un altro grandissimo dottore della Chiesa e valente polemista, Tertulliano, di confluire, al termine della sua vita, tra gli eretici. Non per motivi dottrinari ma per reazione al dilagare dell'mmoralità tra le file di molti cristiani.

Origene


martedì 10 maggio 2016

37– Il falso Jahvè. L'Esodo 9

Spencer interpreta l'Arca dell'Alleanza come la combinazione di una cista mysterica e di un sarcofago egizio. In realtà, questa sacra cassapanca (un metro circa di lunghezza e poco meno per altezza e larghezza), costruita ai piedi del Monte Sinai dall'artigiano Bazeleel su indicazioni di Mosè affinché contenesse le Tavole della Legge, somigliava molto agli scrigni cerimoniali egiziani quali possiamo vedere nei dipinti. Era sormontata da due cherubini ad ali spiegate, rivestiti d'oro (simili a Maat, la dea egizia della verità e della giustizia che aveva le ali spiegate) (Esodo, 25,18-22). Queste immagini contravvenivano alla rigorosa iconoclastia di Mosè.
All'Arca vennero riconosciuti poteri straordinari dagli scribi che parecchi secoli dopo redassero la Bibbia. Nel deserto l’Arca viaggiava davanti agli ebrei per uccidere i serpenti e gli scorpioni e spianare le montagne, e in battaglia scatenava il fuoco celeste per consentire alla stirpe d'Israele di mietere un successo bellico dietro l'altro.
Anche i Keruvim trasgredivano in modo palese il rigoroso aniconismo mosaico. La loro apparenza esteriore dimostrava l'origine idolatra nel modo più evidente: avevano un aspetto composito al modo degli dèi cananei e dei geroglifici egizi. Ezechiele li descrive come “creature” o “animali” ciascuno con il volto di un uomo, di un leone, di un toro e di un'aquila. Come tali essi si ripresentano nell'Apocalisse (4,6-7), mentre nel Nuovo Testamento sono diventati i simboli dei quattro evangelisti.
Mosè dovette dunque pagare un prezzo estremamente alto per aver reso di dominio pubblico il segreto dei grandi misteri che s'incentrava nell'unità di un Dio ignoto, astratto, spirituale, anonimo e invisibile. Non essendo in grado di trasformare in conoscenza razionale la fede cieca e l'obbedienza assoluta a leggi rituali insensate, fu costretto a ridurre la sua idea di un Dio sublime, propria dei misteri egizi, alla dimensione di una divinità tutelare nazionale, conformemente alle capacità di comprensione del popolo, e a celare la verità sotto l'egida protettiva di istituzioni e prescrizioni cultuali. Mosè non rivelò la verità, soltanto la "transcodificò", come diremmo oggi, per trasmetterla in forma di un corpus pubblico di adempimenti rituali, non soggetto ad alcun obbligo di segretezza.

venerdì 6 maggio 2016

36– Il falso Jahvè. L'Esodo 8

Per estirpare l'idolatria così profondamente radicata nell'animo del suo popolo, Mosè ricorse a tutti i mezzi possibili, che andavano dall'iconoclastia più violenta, all'istituzione di continui riti sacrificali (tali da rendere l'altare un mattatoio), all'osservanza scrupolosa, per non dire maniacale, di precetti assurdi e irrazionali che regolavano tutti gli aspetti della vita, non solo religiosa ma anche pratica. Tanto per fare un caso limite, in Esodo 28, 42 Dio dà a Mosè disposizioni perfino sulle mutande che Aronne doveva indossare durante la celebrazione dei riti. Un Dio che si occupa di simili quisquilie ha perduto molta della sua sublime divinità.
I riti sacrificali, prescritti con accanimento e ferocia (si pensi che a Gerusalemme, durante le feste pasquali, venivano macellati nel Tempio più di ventimila animali, in un orribile lezzo di sangue e d'incenso), Mosè li impose volendo, come dice Spencer, gettare discredito su quegli animali che per gli Egizi avevano maggiore importanza.
Spencer, nel citato "De Legibus" afferma che Mosè apprese dai suoi maestri egizi, tra l'altro, anche “la filosofia trasmessa per mezzo di simboli". La sua fonte è Filone d'Alessandria (De vita Mosis, libro primo). Questo spiegherebbe il fatto che, per Mosè, Dio non accettava che il suo culto fosse privo di qualcosa che gli israeliti avevano già imparato a considerare come sacro durante il loro soggiorno in Egitto. In altre parole, non voleva che la religione che lui stava creando mancasse di visibilità o di dimensione estetica, cioè di quelle forme visibili e materiali attraverso cui la religione si esprime e viene vissuta. Ecco spiegata, allora, la pletora di riti sacrificali, purificazioni, festività rituali, il capro espiatorio e l'istituzione dell'Arca dell'Alleanza, dei Keruvim, dei templi negli Alti Luoghi in tutto simili a quelli eretti da Akhenaton al Dio Aton a cielo aperto, degli Urim e dei Tummim. In base a tale principio di visibilità, Mosè dovette in parte rinunciare alla sua spietata iconoclastia e concedere al proprio popolo immagini rigorosamente proibite sul piano teologico, quali appunto l'Arca dell'Alleanza e i Keruvim, intesi come visualizzazione della presenza divina.


giovedì 5 maggio 2016

Origene (parte prima) 259

Origene (185-254) fu il primo teologo cattolico nel pieno senso del termine e precursore della Scolastica. Figlio di un martire, già a diciott'anni coltissimo, diventò capo della scuola superiore alessandrina frequentata anche da pagani, e ben presto divenne celeberrimo in tutto il mondo di allora.

Porfirio, che assieme a Celso fu un implacabile polemista anticristiano, lo stimava moltissimo, riconoscendo che, pur essendo un nemico del paganesimo nella sua vita pratica, in teoria aveva del mondo e della divinità i concetti propri di un greco e affermando che per merito suo la filosofia greca era penetrata nella dottrina cristiana in modo ancor più ampio che con Giustino e Clemente.

Ancor oggi la moderna indagine teologica condivide la tesi di Porfirio in quanto il linguaggio di Origene, la sua metodologia, la formulazione del suo concetto di Dio, la sua cosmologia e la sua pedagogia furono tratti di peso da Platone, mentre alcuni aspetti fondamentali della sua dottrina del Logos e della virtù furono presi dagli Stoici. Anche i Peripatetici e il filosofo Posidonio influirono sulla sua antropologia e sulla sua filosofia della libertà.

Possiamo quindi affermare che attraverso Origene, la filosofia abbia ulteriormente trasformato, per non dire completamente oscurato, la semplice spiritualità del Vangelo La sua opera principale, Dei Princìpi (Peri archon), fondò praticamente la dogmatica ecclesiastica, che influenzò fortemente, capi esimi della Chiesa come Eusebio, Girolamo, Basilio, Gregorio di Nissa, Gregorio di Nazianzio.

Questo dottore della Chiesa fu incredibilmente fecondo e autore, tra lìaltro di un’opera in dieci volumi, Stromateis, nella quale, secondo il Vescovo Eusebio, «sottopose ad analisi tutte le asserzioni della nostra religione, provandole con Platone e Aristotele»! (Euseb., h.e. 6,24, 3). Origene quindi, in quest'opera andata perduta (o forse nascosta in qualche segreta dal Vaticano perché non totalmente ortodossa) preferiva rifarsi più all’Ellenismo che a Gesù cui era riservato un ruolo del tutto subalterno.

Origene


martedì 3 maggio 2016

35– Il falso Jahvè. L'Esodo 7

La guerra contro l'idolatria comportò durissimi scontri tra Mosè e i suoi seguaci se è vero che “in qualunque punto del deserto gli Israeliti si fermassero, incominciavano a farsi degli idoli” (Rabbi Juda, in Pirq. Eliez., pag. 47).
La conferma del persistere dell'idolatria nel popolo ebraico nel corso delle sue peregrinazioni nel deserto ci viene dalla stessa Bibbia nell'episodio celeberrimo del vitello d'oro. Mosè, al ritorno dal Monte di Dio, più conosciuto come Monte Sinai, dove si era fermato quaranta giorni per far credere alla sua gente di aver ricevuto le Tavole della Legge scritte dal dito di Dio, si avvicinò all'accampamento e trovò il popolo che danzava festoso intorno al vitello d'oro che si era costruito durante la sua assenza. Il popolo gridava in preda all'esaltazione: “Questo, o Israele, è il tuo Dio che ti ha fatto salire dal paese d'Egitto” (Esodo, 32,34). Di fronte a questa scena, Mosè , "pieno di collera, buttò via le tavole e le spezzò ai piedi della montagna. Poi prese il vitello che avevano fatto, lo gettò nel fuoco e ridusse in polvere quel che restava " (Esodo 32,15-20).
Ma non si limitò a questo. "Allora Mosè si mise all'ingresso dell'accampamento e disse: Chi sta con il Signore venga qui. I membri della tribù di Levi si riunirono intorno a lui, ed egli disse loro: Questo è l'ordine del Signore, il Dio d'Israele. Ognuno di voi prenda la spada! Percorrete l'accampamento da un capo all'altro e uccidete tutti i colpevoli: fratelli, amici o parenti! I leviti ubbidirono a Mosè, e in quel giorno morirono circa tremila persone "(Esodo 32, 26-27).
Un eccidio in piena regola, voluto da Mosè in nome di un Dio che ormai aveva perduto ogni connotazione della sua primitiva sublime divinità.
L'episodio, oltre a dimostrarci la spietatezza di Mosè, c'illumina anche sull'origine e il ruolo dei Leviti, cui abbiamo già accennato. Secondo la Bibbia, i Leviti (i soli esenti dal possesso di terra e quindi non censiti) discendevano da una delle dodici tribù d'Israele, quella di Levi, figlio di Giacobbe e di Lia. Erano Leviti Mosè e Aronne. Ma è certo che Mosè era un egiziano, ed è più che probabile che i Leviti fossero, a loro volta, egiziani, quel gruppo di suoi compatrioti, seguaci del Dio Aton, che assieme a lui avevano abbandonato l'Egitto. Ciò spiegherebbe, secondo molti studiosi, la loro incondizionata sottomissione a Mosè e il loro essere pronti a massacrare, senza battere ciglio, i compagni di viaggio, etnicamente diversi, che dissentivano dal loro capo.


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Informazioni personali

Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)