Visualizzazioni totali

giovedì 14 luglio 2016

martedì 12 luglio 2016

55– Il falso Jahvè. I Giudici. 3

Seguendo le orme del libro di Giosuè, anche quello dei Giudici, che è parte integrante della Storia Deuteronomistica voluta da Giosia, ci racconta un susseguirsi di scontri di Israele coi popoli vicini e ci presenta una collezione straordinariamente ricca di figure eroiche protagoniste di imprese inverosimili e al di sopra di ogni immaginazione, che ricalcano l'antica mitologia greca. Tanto per citare alcuni esempi: il mitico Sansone adopera una mascella d'asino, ancora fresca, per uccidere mille nemici (Giudici 13); Samgar, figlio di Anat, sconfigge seicento filistei con un pungolo da buoi (Giudici 3,31) e Is-Baal, il Cacmonita, sostiene da solo uno scontro durante il quale con la sua lancia trafigge ottocento uomini (2 Samuele 23,8). Anche qui, come abbiamo osservato per la conquista di Canaan, ci troviamo di fronte a probabili conflitti per il possesso della terra e del diritto dell'acqua, nel periodo della graduale infiltrazione degli israeliti, che condussero a schermaglie locali, più o meno cruente, trasformate dagli scribi di Giosia in gesta epiche super umane.
Il libro dei Giudici, come del resto tutti i libri storici della Bibbia, ha un chiaro significato teologico che oscilla tra apostasia e castigo. I conflitti degli israeliti contro i filistei, i cananei e gli altri popoli nemici, sono il pretesto per illustrare il rapporto difficile tra Dio e il suo popolo. Jahvè è raffigurato come una divinità arrabbiata e delusa che rinfaccia continuamente agli israeliti di averli liberati dalla schiavitù d'Egitto, di aver dato loro la Terra Promessa come eredità eterna, solo per accorgersi che erano incalliti peccatori sempre pronti a tradirlo, correndo dietro alle divinità straniere. Cosi Jahvè li deve punire mettendoli nelle mani dei nemici finché, prostrati dalla sofferenza, siano costretti ad invocare il suo aiuto e a ottenere il suo perdono. Patto, promessa, apostasia, pentimento e redenzione, ecco la sequenza ciclica che re Giosia, attraverso la Storia Deuteronomistica da lui ispirata, vuole che il popolo di Giuda comprenda direttamente applicabile a se stesso. Solo nell'ultimo versetto del testo (Giudici, 21,25) si prospetta l'ottimistica possibilità che il circolo vizioso di peccato, castigo divino e salvezza possa venire interrotto mediante l'istituzione della monarchia.

venerdì 8 luglio 2016

54– Il falso Jahvè. I Giudici. 2

Abbiamo visto nel capitolo precedente che, in basa alla Bibbia, quando gli israeliti, guidati da Giosuè, completarono lo sterminio dei cananei, «il paese ebbe requie dalle guerre» (Giosuè 11,23). Ma il successivo libro dei Giudici ci fa chiaramente capire che ciò non corrispose al vero e che attorno agli israeliti erano ancora numerosi i cananei e i filistei e che i matrimoni misti con queste popolazioni, vedi il caso di Sansone, erano piuttosto frequenti. Il libro dei Giudici elenca i nomi delle molte città costiere e settentrionali in mano ai cananei e ai filistei e ci fornisce pure i nomi dei loro re. Parla anche diffusamente di altre popolazioni ostili ad Israele, situate altre il Giordano: gli ammoniti, i moabiti, i cammellieri madianiti e gli amaleciti. Popolazioni queste che rappresentarono a lungo una costante minaccia per i figli d'Israele.
Quindi gli israeliti, dopo il loro insediamento, non ebbero requie dalle guerre ma si trovarono spesso, stando alla Bibbia, in situazioni pericolose sia dal punto di vista militare sia da quello religioso. Il pericolo di apostasia, cioè di ricadere nell'idolatria col rischio di perdere la protezione assicurata dal solenne Patto di Israele con Dio, era incombente a causa dei matrimoni misti e delle frequentazioni pagane. Basti citare la saga di Sansone, il mitico eroe di Dan, che tradito e tosato dalla bella ma perfida filistea Dalida, accecato e incatenato dai suo nemici, andò incontro alla morte facendo crollare le colonne del grande tempio filisteo di Dagon a Gaza (Giud 13,1-16,31).


giovedì 7 luglio 2016

Solo in tempi relativamente recenti è stata smascherata l'efferatezza del Vecchio Testamento. 268

La Bibbia, anche ai nostri giorni, per milioni di persone costituisce l'orizzonte insuperabile di ogni intelligenza umana. La sua presunta ispirazione divina, accettata ad occhi chiusi dagli ortodossi ebrei e cristiani, la rende il libro dei libri, quello che condensa tutta la sapienza umana e divina.

Ma per chi la legge senza i paraocchi della fede è tutt'altra cosa perché, assieme alle leggende mitologiche, agli avvenimenti storici e ad una pletora di leggi, precetti, divieti, spesso assurdi e irrazionali, contiene molti episodi decisamente atroci, crudeli e immorali che ci riempiono di orrore per la loro efferatezza, specie quando sono da attribuirsi alla diretta volontà divina.

Già nel 1800, ancor prima della riscoperta di Marcione, cominciarono ad affiorare in Occidente, severi giudizi negativi su questo testo sacro, che ne mettevano in risalto crudeltà e immoralità. Scriveva in quel periodo il libero pensatore e scrittore tedesco Albert Dulk (1819-1884): "... ...questo libro non è solo pieno di spirito vendicativo, animato da superstizione e ricolmo di ingiustizia e di lussuria! L‘intera storia degli Israeliti è piena di terribili crudezze, di molteplici infamie o, per usare un ‘espressione consentita dal materiale più diffuso nel Vecchio Testamento non solo per illustrarne la religiosità, ma anche la morale, pieno di fornicazione... Via dalle scuole un libro capace di insinuare nei cuori e nella fantasia della nostra gioventù siffatte immagini di assassinio e di infamia!"

E, più recentemente, il saggista americano Miner Searle Bates (1897 – 1978) scrisse: "I due Testamenti insieme hanno dato al prepotente, al devoto, al fazioso, al pedante, al burocrate, al predicatore e al sadico la possibilità di fornire l’apparenza di una giustificazione, e ciò vale fino ai nostri giorni".

Ciò spiega perché la Chiesa Cattolica, pur considerando i libri del Vecchio Testamento ispirati da Dio (affermazione ribadita anche dal Concilio Vaticano II del 1965), riconoscendo che in essi il contenuto è poco edificante per i suoi fedeli, ne ha, fin dal Concilio di Tolosa del 1229, scoraggiata la lettura diretta. Anzi, per molti secoli ne ha impedito addirittura sia la traduzione in lingua volgare, sia il possesso nella lingua originale, con punizioni severissime per i i trasgressori.


Albert Dulk


martedì 5 luglio 2016

53– Il falso Jahvè. I Giudici. 1

A guidare le tribù dopo la conquista della terra di Canaan furono i Giudici, figure carismatiche che il popolo metteva alla sua guida quando si trovava minacciato dai nemici oppure decideva di attuare una qualche conquista. Alcuni di questi giudici sono celebrati nella Bibbia come eroi leggendari. Debora combatté contro i cananei, Ehud contro i moabiti, Gedeone contro i madianiti, Iette contro gli ammoniti e Sansone contro i filistei. Debora era una donna condottiero che riuscì a unire tre tribù israelite di fronte a un nemico comune e celebrò in un bellissimo cantico - Il Cantico di Debora – la vittoria conseguita (Giudici 5,1-31).
Dal libro dei Giudici ricaviamo quindi che le tribù erano indipendenti l'una dall'altra e che l'unico legame tra di loro era il culto di Jahvè, che si andava lentamente radicando, in concomitanza col mantenimento degli ancestrali culti pagani. L'arca di Jahvè - vero e proprio centro cultuale itinerante- era il santuario centrale delle tribù. Veniva trasportata in varie località (sono citate Sichem, Mizpa, Gilgal, Bethel e Silo), dove gli israeliti si radunavano regolarmente per rievocare la loro storia e i loro doveri nei confronti dell’Alleanza. A poco a poco si determinò tra le dodici tribù una sorta di federazione simile a un'anfizionia sacra, cioè a una unione di genti vicine attorno ad un santuario centrale comune, analoga a quelle che si svilupperanno nell’area greco-italica (Martin Noth, Storia d'Israele).

Nei secoli XII-XI Israele era dunque ancora costituito da società tribali separate, solo saltuariamente collegate tra loro in tutto o in parte; tribù che non avevano ancora elaborato il concetto di un'unità statale. Le rappresentazioni di un'unione compatta e funzionante come unità organizzata è una proiezione retrospettiva risalente alla stesura della Bibbia durante il regno di Giosia, avente lo scopo di dimostrare che il popolo d'Israele discendeva da un unico patriarca ed era dunque una nazione fin dalle sue origini.

venerdì 1 luglio 2016

52– Il falso Jahvè. La conquista della Terra di Canaan. La guerra lampo. 4

Ma perché allora Giosia fece inventare una conquista così violenta, sanguinaria e inverosimile? Perché voleva dare al popolo di Giuda una lezione che riguardava direttamente le questioni del suo tempo. Questo re si era prefissato, con feroce determinazione, l'obiettivo della santità e dell'unità della terra d'Israele, allora divisa e contaminata dall'idolatria. Per Giosia tutte le calamità accadute ad Israele, specie la dominazione assira, dipendevano dal fatto che il popolo eletto non aveva mai rispettato le leggi del Patto, non aveva sradicato ogni traccia di culto pagano, non aveva smesso di onorare divinità di altri popoli, non aveva seguito fedelmente le leggi della purezza nella vita personale, non aveva evitato i matrimoni misti con donne pagane. Solo con l'aderenza scrupolosa alle norme contenute nel Deuteronomio "il libro della Legge", scoperto, o forse inventato, da questo re, Israele avrebbe potuto riconquistare la piena protezione di Javhè, farlo ridiventare per lui il Dio degli eserciti, pronto a combattere al suo fianco come durante la conquista della Terra Promessa. Ecco perché era importante far produrre dai suoi scribi il libro di Giosuè che, attraverso un'indimenticabile epopea, trasmettesse l'evidente morale che quando il popolo di Israele seguiva veramente le Leggi della Testimonianza, con Dio al suo fianco tutte le vittorie gli erano possibili. Morale rafforzata con incalzanti e mirabolanti racconti epici, come la caduta delle mura di Gerico al suono delle trombe, l'arresto del sole a Gabaon, la disfatta dei cananei lungo la stretta salita per Bet Horon, massacrati dalle pioggia di pietre inviate da Jahvè. Quindi dietro il personaggio di Giosuè c'è la regia di re Giosia e il racconto della conquista di Canaan si riduce ad un manifesto ideologico finalizzato a preparare il popolo di Giuda allo scontro col faraone Necho per ricostituire il regno unito d'Israele.

Benvenuti nel mio blog

Questo blog non è una testata giornalistica, per cui lo aggiorno quando mi è possibile. I testi sono in regime di COPYLEFT e la loro pubblicazioni e riproduzioni è libera purché mantengano lo stesso titolo e venga citando il nome dell'autore.

I commenti possono essere critici, ma mai offensivi o denigratori verso terzi, altrimenti li cancello. Le immagini le pesco da internet. Qualche volta possono essere mie manipolazioni.

Se volete in qualche modo parlare con me, lasciate la richiesta nei commenti, vi contatterò per e-mail. Dato che il blog mi occupa parecchio tempo, sarò laconico nelle risposte.

Se gli argomenti trattati sono di vostro interesse, passate parola; e, se site studenti, proponeteli al vostro insegnante di religione. In tal caso fatemi sapere le risposte che avete ottenuto. Grazie.

Lettori fissi

Archivio blog

Informazioni personali

Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)