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giovedì 11 marzo 2010
Il processo in casa di Caifa (“L'invenzione del cristianesimo”) 49
Secondo gli evangelisti, dopo l'arresto, Gesù fu condotto nella casa privata del sommo sacerdote Caifa per un sommario processo, esclusivamente ebraico. Certamente questo non corrisponde al vero. Se, infatti, erano intervenuti i soldati romani, il ribelle o i ribelli avrebbero dovuto essere rinchiusi nella Torre Antonia, sede dal presidio romano. (Vedremo che Paolo al suo arresto a Gerusalemme verrà rinchiuso proprio in quella Torre).
Quindi, i modi, il luogo, la dinamica temporale e tanti altri elementi che appaiono assolutamente incompatibili con la prassi giudiziaria ebraica, ci dicono che quello fu un processo inventato a posteriori e aggiunto dopo il 70, o forse dopo il 135, per opera dei seguaci di Paolo, allo scopo di scagionare i romani della responsabilità di aver condannato Gesù e per farla ricadere esclusivamente sulle spalle del popolo ebreo. Infatti, il processo giudaico è una farsa perché porta tutti i segni della illegalità.
Anzitutto, non è in una casa privata che si poteva celebrare un processo alla presenza di sacerdoti, anziani e scribi. Anche perché il luogo pubblico addetto alla convocazione del sinedrio era poco lontano e si chiamava "Beth Din". Ma forse gli estensori dei Vangeli, quando inventarono questo processo, non essendo ebrei, non lo conoscevano.
In secondo luogo non si celebrava un processo di notte e per direttissima. Le leggi ebraiche di allora prescrivevano il tempo minimo di due giorni per un processo. Anche la dinamica processuale è assurda. I testimoni sono inesistenti e le accuse di carattere religioso molto vaghe e non dimostrate.
Ma l'atmosfera, pesantemente drammatica di quella notte, riecheggiava la precedente convocazione del sinedrio durante la quale la tragica fine di Gesù, come abbiamo visto in precedenza, era stata decisa non in base a motivi religiosi ma squisitamente politici perché riguardavano unicamente il suo ruolo messianico-javista, come ci racconta Giovanni (11, 47-50).
Le parole pronunciate da Caifa in quell'occasione: “ è meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera»" non lasciano adito a dubbi sulla pericolosità politica di Gesù e sulle necessità del suo arresto tempestivo, all'indomani del suo ingresso trionfale a Gerusalemme acclamato dalle folle come l'atteso Messia, e che escludono a priori che si riferiscano ad un mistico maestro di amore fraterno.
Le catastrofi del 70 e del 135 d.C. sono la dimostrazione che le preoccupazioni dei sinedriti erano più che legittime e che la distruzione del Tempio e dell'intera Palestina dipesero dai continui tentativi di rivolta scatenati da fanatici messianisti come il Gesù storico. Ciò spiega anche il motivo per cui Paolo, in seguito, sarà spinto a ridisegnare completamente la figura e il messaggio di Cristo e a demessianizzarli completamente.
mercoledì 10 marzo 2010
Fallimento della rivolta armata (“L'invenzione del cristianesimo”) 48
Il compito del traditore, infatti, non fu quello, stranamente superfluo, di indicare, col bacio convenuto, il personaggio conosciutissimo da tutti a Gerusalemme, ma di avvertire i sacerdoti tempestivamente che la sommossa stava per avere inizio, al fine di cogliere i rivoltosi di sorpresa, prima che ricevessero eventuali rinforzi da parte del popolo, e di bloccare così l'insurrezione sul nascere.
Ecco allora perché i sacerdoti aspettavano un segno dal traditore e perché era intervenuto un vero esercito. Questa tesi, destinata senz'altro a suscitare un vespaio in chi crede pedissequamente nella tradizione del Gesù solo salvatore spirituale, vedremo che verrà suffragata da ulteriori dimostrazioni nel seguito della passione.
Cominciamo con l'esaminare il comportamento dei seguaci di Gesù all'arrivo dei soldati. Uno degli apostoli, (secondo Giovanni e Luca, l'apostolo Pietro) fece un tentativo di resistenza armata, estrasse una spada e tagliò netto l'orecchio di un servo del sommo sacerdote di nome Malco (Giovanni 18,10).
Come mai in quel ritiro pacifico di uomini in preghiera, come viene descritto dagli evangelisti, c'erano degli individui armati? Ce lo spiega il Vangelo di Luca, riportando le parole proferite da Gesù durante la cena che s'era appena conclusa. "Ed egli (Gesù) soggiunse: «Ma ora, chi ha una borsa la prenda, e così una bisaccia; chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una. Perché vi dico: deve compiersi in me questa parola della Scrittura: E fu annoverato tra i malfattori. Infatti tutto quello che mi riguarda volge al suo termine». (Luca 22, 36-38). Dunque gli apostoli erano armati e tra essi Pietro si mostrò molto abile nell'uso della spada.
È molto emblematico anche che nel quarto Vangelo si parli di indietreggiamento e di caduta a terra dei soldati romani durante l'arresto, segno indubbio che ci fu uno scontro vero e proprio, qualcosa di molto grave insomma (Giovanni 18,6). D'altra parte non aveva senso scomodare seicento soldati romani, in piena notte e in assetto di guerra, e molte guardie del Tempio (Luca chiama in causa anche grandi sacerdoti e sinedriti) solo per arrestare il capo di uno sparuto gruppo d'inermi popolani, in un ritiro notturno di preghiera.
sabato 6 marzo 2010
L'ultima cena (“L'invenzione del cristianesimo”) 45
"Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me». Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga" (1 Corinzi 11,23-26). Parole identiche a quelle che troviamo nei Sinottici, scritti alcuni decenni dopo, copiando Paolo.
Come spiegare allora che il quarto evangelista, che secondo la tradizione era un apostolo e quindi presente all'avvenimento, ignori totalmente l'istituzione dell'aucaristia, pur dedicando all'episodio una maggiore attenzione rispetto ai Sinottici, e rivelando particolari importanti, ignoti agli altri, come la lavanda dei piedi?
In realtà, questo sacramento cristiano è una totale invenzione di Paolo. Egli, nella costruzione del suo cristianesimo personale che esamineremo in seguito, adottò la liturgia teofagica (consistente nel cibarsi della carne e del sangue di un dio immolato) a similitudine di quella praticata nei riti pagani in onore del dio Mitra e di altre divinità legate ai culti misterici, molto diffusi a Tarso, città natale di Paolo.
Questo sacramento, nella teologia paolina, rappresentava la natura sacrificale della morte di Gesù che Paolo vedeva nella stessa luce in cui i seguaci di Mitra e di Eracle vedevano la morte del Toro immolato.
La mistica transustanziazione (il cambiamento cioè del pane e del vino nel corpo e nel sangue del Signore), per quanto puramente simbolica, non solo era del tutto estranea alle concezione ebraiche del tempo, ma addirittura ritenuta empia e blasfema. Prova lapalissiana che derivava dai riti misterici praticati dai gentili.
Conclusa la cena, Gesù si recò coi suoi sul Monte degli Ulivi, che forse era il luogo convenuto per il raduno degli insorti.
La contraddizione tra Giovanni e i Sinottici sul comportamento di Gesù nell'orto di Getsemani è assoluta. Mentre il Gesù sinottico, in preda ad uno stato di profondo abbattimento fino a sudar sangue, prega, faccia a terra, per rassegnarsi alla volontà divina, il Gesù giovanneo non mostra alcuna traccia di questa agonia e si comporta senza alcuna insicurezza umana. Sembrano due personaggi totalmente diversi.
La stessa contraddizione la noteremo al momento dell'arresto. Nei Sinottici è il bacio di Giuda a indicare Gesù ai suoi nemici; nel quarto Vangelo invece è Gesù che, con tranquilla sicurezza, affronta i soldati dicendo:”Sono io quello che cercate”.
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- leo zen
- Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)