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sabato 4 giugno 2011

Il Papato (La “mala” religione) 95

Papa Giovanni XXIII (1410-1415), superò tutti i suoi predecessori in malvagità e turpitudine. Era un uomo d'armi e dopo aver avvelenato papa Alessandro V, mentre era suo ospite, obbligò con la forza i cardinali ad eleggerlo papa, senza essere nemmeno prete.

Era ritenuto dalla vox populi un sessuomane impenitente. Fu deposto nel 1415 dal Concilio di Costanza con le accuse più infamanti (che egli riconobbe): ateismo, sodomia, simonia, stupro con centinaia di donne, comprese molte monache, omicidi di ogni genere e incesto con le sorelle. Imprigionato per ordine dell'imperatore Sigismondo, fu liberato per intercessione di Cosimo de' Medici che pagò il suo riscatto. La Chiesa lo annovera ora tre gli antipapi.

Un vero mandrillo fu anche papa Alessandro VI Borgia (1492-1503). Padre di quattro figli, diede il cappello cardinalizio a cinque suoi parenti, tutti di pessima fama, tra i quali il diciottenne figlio Cesare, ed ebbe una relazione incestuosa con la figlia Lucrezia.

Con somma spudoratezza fece dipingere la bella Giulia Farnese, sua amante e sorella del futuro papa Paolo III, come Madonna, e se stesso ai suoi piedi in pompa papale.

Si può dire che quasi tutti i papi del tardo Medioevo e del Rinascimento vissero dediti a tutte le depravazioni sessuali, compresa la sodomia. Non era raro che i loro favoriti venissero eletti cardinali.

Papa Alessandro VI Borgia

venerdì 3 giugno 2011

Quando la religione divide

La religione cristiana, sempre nemica acerrima di ogni libertà, ha rifiutato in passato qualsiasi forma di dissenso e ancor più di abiura. Secondo Voltaire, più di dieci milioni di cristiani, nel corso della storia, per l'accusa di eresia sono stati condannati al rogo o al capestro.

La vera libertà di religione, che consiste nel cambiare fede o addirittura nel rifiutarla, è stata sempre ignorata fino a un paio di secoli fa nel mondo cristiano, per cui chi usciva dal gregge rischiava pene severissime. Ma con l'Illuminismo le cose sono cambiate, e, per merito suo, nelle democrazia consolidate dell'Occidente, la libertà religiosa è ormai sufficientemente applicata.

Non più sevizie o condanne, quindi, per l'infedele. Tuttavia, permangono talvolta alcuni residui di intolleranza per chi si dissocia dalla sua religione di origine che possono ingenerare spiacevoli discriminazioni nel campo sociale e perfino familiare. Succede soprattutto chi appartiene a congregazioni settarie come i Testimoni di Geova, Scientology, l'Opus Dei e simili, che applicano nei confronti dei loro adepti fortissimi condizionamenti psicologici.

Tentare di dissociarsi da da queste sette può rivelarsi un'impresa titanica e molto dolorosa, non scevra da ricatti e ritorsioni. Ne abbiamo un esempio eclatante ne libro di Emidio Picariello, del titolo ”Geova non vuole che mi sposi” (Editori Riuniti)“ in cui l'autore racconta la sua amara esperienza di “disassociato” dalla setta cui apparteneva.

Allevato in una famiglia seguace dei Testimoni di Geova, quando a dodici anni, per il suo ingresso nella congregazione, aveva ricevuto il battesimo, si era sentito apostrofare con durezza “Sarai per sempre un testimone di Geova” come a significare la sua impossibilità, da quel momento in poi, di tornare in dietro.

A trent'anni, avendo però deciso di sposare una donna di diversa fede religiosa, si è trovato “disassociato”, cioè espulso dalla setta, e da quel momento escluso, come un reietto, anche dai rapporti sociali con i suoi cari e col suo vecchio ambiente.

Quando, infatti, si viene espulsi (disassociati), dalla congregazione nessuno dei correligionari, compresi i familiari stretti, ti rivolge più il saluto, né mangia insieme a te, e ti trovi, quindi, totalmente escluso dai rapporti sociali con genitori, fratelli e amici.

E se devi forzatamente convivere con loro? Come separato in casa, escludendo ogni rapporto affettivo e di vera convivenza perché i legami di sangue sono sacrificati all’altare della congregazione. La volontà divina viene prima dell’amore dei genitori che ti hanno creato.

Tutto questo, nel nome del totem tribale Geova, inventato da Mosè e descritto nella Bibbia come un dio sanguinario e geloso.

Il Papato (La “mala” religione). 94

Una caratteristica molto negativa e immorale tuttora perseguita dal papato è la difesa ad oltranza degli ecclesiastici accusati di reati comuni, specie di natura sessuale come la pedofilia.

Il muro opposto dalla Chiesa in questi casi per non far perseguire i suoi ministri, spesso condannati in contumacia, è invalicabile, come ben conosce papa Ratzinger che da cardinale si è battuto ferocemente per impedire l'arresto di molto preti pedofili in America e che è stato perfino denunciato dalla magistratura statunitense.

Illustrare, seppur sommariamente, tutti i papi, poco o niente degni dell’alta carica che ricoprirono, richiederebbe troppo tempo, mi limiterò, quindi, a citarne alcuni. tra i più noti alla storia

Nel secolo X papa Sergio III, miscredente per non dire ateo, generò con la quindicenne Marozia un figlio che salì poi, appena sedicenne, al soglio pontificio col nome di Giovanni XI (931-936).

Un nipote di Marozia, Giovanni XII (955-963), che divenne papa a 18 anni, condusse una vita così depravata da essere accusato dall'imperatore Ottone e dal clero romano di ogni turpitudine: stupro, omosessualità, pedofilia, incesto oltre che di innumerevoli delitti. Morì ammazzato in flagrante adulterio.

Un altro discendente di Marozia, Benedetto IX (1032-1048), divenne papa in tenera età. Secondo san Pier Damiani, suo contemporaneo, si coprì di ogni tipo di nefandezze arrivando al punto di sodomizzare gli animali e di mettere all'asta il pontificato per ben tre volte.

Papa Sergio III

giovedì 2 giugno 2011

I risvolti scabrosi del caso don Seppia

Lo scandalo della pedofilia pretesca, che per il cardinal Sodano era un semplice “chiacchiericcio”, si arricchisce di giorno in giorno di nuovi episodi.

Soprattutto il caso di don Seppia sta suscitando un putiferio per i numerosi risvolti che mette a nudo. Anzitutto, l'ex seminarista ventiquattrenne, Emanuele Alfano, amico di don Riccardo e con lui accusato di favoreggiamento alla prostituzione, ha rivelato che nei seminari l'omosessualità si pratica a gogò e che “nel periodo in chiesa ha visto cose ben peggiori di quelle raccontate da don Riccardo”.

Per fortuna che il suo avvocato gli ha stoppato la bocca sennò ne avremmo sentito di cotte e di crude.

Insomma le pentole di stanno scoperchiando. Il cardinal Angelo Bagnasco, stimolato dagli sviluppi del caso di don Seppia, ha sostenuto, con evidente faccia tosta, che l’esortazione a denunciare gli abusi del clero “è sempre stata fatta” da parte della Chiesa.

Ma a smentirlo ha provveduto mons. Giacomo Babini, vescovo emerito di Grosseto, che intervistato dal sito ultra-cattolico Pontifex ha dichiarato: “In una diocesi, i vescovi sono informati ove ci siano pecore nere” perché “le voci” arrivano ma “talvolta è prevalso il criterio di sperare nel cambiamento” o “di spostare il prete per dargli una nuova possibilità”.

Ecco smentita l'affermazione del cardinale e confermata la prassi sempre seguita: trasferire i preti pedofili in altre sedi, senza punirli, e, in caso di pericolo di arresto, imboscarli in qualche convento, evitando in tutti i modi e sempre di sottoporli alla giustizia.

In un’altra intervista recente, Babini si è detto a favore della nuova linea dura della Chiesa contro gli abusi. Ma ha affermato: “io da vescovo non denuncerei un prete pedofilo e credo che nel passato, se hanno taciuto dei vescovi, hanno operato con prudenza”, perché “un prete diocesano è figlio del vescovo” e “un padre misericordioso non cerca la morte del figlio, ma la sua conversione”.

Più chiaro di così! Per le gerarchie vaticane il prete pedofilo è soltanto un peccatore che ha offeso Dio, non un criminale che ha commesso un reato contro una persona indifesa. Per lui basta una giaculatoria e il perdono è ottenuto.

Le vittime degli abusi, invece, sono sempre state guardate con fastidio o ignorate da parte delle autorità ecclesiastiche; spesso anche minacciate perché mantenessero il silenzio. In quanto a risarcirle poi, manco a sognarlo.

Le dichiarazioni di mons.Babini, citate sopra: “In una diocesi, i vescovi sono informati ove ci siano pecore nere perché le voci arrivano”, smentiscono ulteriormente Bagnasco che si è dichiarato all'oscuro della condotta immorale di don Riccardo.

La curia sapeva, eccome! La prova? Diciassette anni fa, quando don Riccardo era parroco a Quinto, un medico denunciò ai carabinieri telefonate oscene ai suoi due figli. Messa l'utenza sotto controllo si scoprì che le telefonate partivano dalla parrocchia. Dopo poco don Riccardo fu trasferito.

Quindi il vescovado, già da molti anni, era a conoscenza della sua condotta immorale se decise il suo trasferimento.

Questo fatto, però, denuncia un aspetto ancor più inquietante. Perché quella denuncia - che la Procura sta cercando negli archivi, con l'intenzione di ascoltare il medico - non ebbe alcun seguito?

Non ci vuole molto acume per capirlo. I preti pedofili in Italia, Paese supercattolico e protettorato vaticano, sono sempre stati coperti non solo dai loro vescovi ma anche dalle nostre autorità e dall'opinione pubblica appecorata alla Chiesa.

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Informazioni personali

Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)