Al
calar delle tenebre, mentre tutta Roma, avvolta nel buio, era
rintanata nelle case con porte e scuri sprangati per proteggersi
dalle scorrerie delle bande dei razziatori, il giovane papa, seguito
da una piccola ma agguerrita scorta, uscì a cavallo dal Laterano per
recarsi all'incontro amoroso nel palazzo sul Quirinale. Era avvolto
in un ampio mantello nero e in testa portava un cappuccio che ne
rendeva irriconoscibile il volto. Giunto nei pressi del palazzo
smontò da cavallo e mentre s'avviava ad una porticina secondaria
dell'ingresso, com'era stato convenuto con la servitù, osservò,
nonostante le tenebre ormai fitte, che numerose guardie mimetizzate
controllavano la via e gli accessi della casa. Si rese conto che
Cassio aveva dispiegato la massima cura per evitargli sorpreso
indesiderate e ciò lo rassicurò.
Al
lieve bussare della porta, questa si socchiuse appena. Il papa e le
due guardie che lo accompagnavano entrarono guardinghe e intravidero,
alla fiocca luce di un lume ad olio, una vecchia serva che li salutò
con un cenno del capo. La casa, riccamente arredata, sembrava
deserta. Con un gesto della mano la vecchia indicò l'ampia scala,
illuminata da alcune torce, che portava al piano superiore. Una gran
sala s'apriva in cima ad essa, adornata da preziose suppellettili e
da comode poltrone. Era ben illuminata e aveva una porta socchiusa.
Al lieve scalpiccio dei passi, questa s'aprì completamente e sulla
soglia si mostrò Stefanetta, avvolta in un'ampia vestaglia rossa.
Nella
luce soffusa della stanza apparve splendida e bellissima. Il papa
ebbe un tuffo al cuore: mai aveva visto una creatura così superba e
maestosa. Accennò alle due guardie di attenderlo nella sala ed entrò
deciso nella stanza, illuminata da piccole lampade alle pareti.
Appena la porta si rinchiuse alle loro spalle, la giovane tolse al
papa il cappuccio che gli nascondeva il viso, afferrò le sue mani e
senza proferire parola, con dolcezza lo strinse a sé e lo baciò
teneramente. Quindi gli tolse l'ampio mantello e rimirando stupita
la sua festosa veste da giullare esclamò giuliva: "Santità,
siete splendido!"
"Non
chiamarmi così, ti prego", rispose prontamente il papa. "Mi
metti in imbarazzo. Chiamami soltanto Giovanni o se vuoi Ottaviano
che è il mio nome di battesimo".
"Allora
sarai il mio bellissimo Ottaviano!" fece lei sempre più
amabile. E accennando all'alcova gli fece cenno di sedersi. Il papa
aveva l'impressione di trovarsi al settimo cielo. Gli sembrava che
quell'avventura amorosa fosse la prima della sua vita, tanto era
intensa e fuori del comune.
"Prima
di spogliarci per abbandonarci all'amplesso che segnerà il culmine
del nostro piacere", fece lei dolcissima, "voglio che tu mi
stringa fortemente a te per assaporare tutta la dolcezza dei tuoi
baci", e fece per abbracciarlo. Ma lui la trattenne con grazia.
"Sarò
lieto di abbandonarmi fra pochi istanti fra le tue braccia e
ricoprirti di baci, ma prima voglio offrire un modesto omaggio alla
tua divina bellezza e al tuo splendido amore", disse commosso. E
dalla scarsella che portava alla cintola tolse un borsello di cuoio
finemente ricamato
"Aprilo!",
ordinò deciso.
Lei
lo prese tra le mani e titubante lo aprì. Apparve la collana di
smeraldi e lei stingendola incredula: "O Dio!", esclamò
sgranando gli occhi per l'enorme meraviglia.
"Ora
sarò lieto di stringerti a me in un appassionato abbraccio e di
coprirti di baci", fece il papa afferrandola strettamente tra le
sue braccia e riversandosi sul letto. Stefanetta allora, come vinta
da un improvviso istinto amoroso, afferrò con le sue mani la testa
del papa e la strinse con forza nel suo seno.
Fu
in quel preciso istante, mentre il papa quasi soffocava in
quell'abbraccio, che da un ripostiglio della camera, ove s'era
nascosto e dal quale aveva seguito tutta la scena, Lucrezio uscì di
soppiatto e col pugnale in mano vibrò, con estremo vigore, un colpo
mortale sul dorso del papa, spaccandogli il cuore.
L'azione
fu talmente rapida e improvvisa che il giovane papa non ebbe quasi
modo di accorgersi di quanto gli stava succedendo.
"Non
ha emesso che un debole lamento", sussurrò Stefanetta al
cognato, quando lo vide estrarre il pugnale insanguinato "tanto
lo stringevo fortemente al petto". E allontanò da sé il corpo
del papa ancora caldo ma ormai privo di vita. "Penso che nessuno
fuori si sia accorto di nulla".
"Priscilla
è stata finalmente vendicata!", mormorò sottovoce Lucrezio,
esprimendo coi gesti le sua immensa soddisfazione e abbracciando la
cognata felice.
"Il
piano è riuscito perfettamente", aggiunse. "Il mio rientro
in casa, attraverso il tetto del palazzo vicino, non è stato notato
dagli sgherri papali e il colpo che ho vibrato è stato preciso e
mortale. D'altra parte tu sai con quanto impegno mi ero allenato col
fantoccio di paglia che simulava il papa. Comunque, non abbiamo tempo
da perdere. Su, gettiamo dalla finestra il cadavere nel giardino
sottostante e diamoci alla fuga".
"E
questa splendida collana?" fece lei mostrandogliela.
"Lasciala!"
fece Lucrezio con ribrezzo.
Intanto
sul letto si era sparsa una grossa macchia di sangue. Lucrezio aprì
la finestra, che immetteva nel giardino sottostante, e con l'aiuto di
Stefanetta trascinò lentamente e silenziosamente verso di essa il
cadavere, poggiandolo alla fine sul davanzale. Quindi ne sollevò con
grande sforzo le gambe e lo gettò nel vuoto. Un sordo tonfo risuonò
al suo impatto al suolo.
Senza
indugiare oltre scostò un armadio, dietro il quale si apriva una
porticina che immetteva in un passaggio segreto, e presa per mano la
cognata s'avviò con lei in un cunicolo lungo e stretto. Lo
conoscevano così bene, essendosi esercitati più volte a
percorrerlo nel buio, che procedettero sicuri fino al tetto. Lì
trovarono una fune, fissata in un cornicione, che li guidò fino ad
un'altana che si apriva nel palazzo vicino, abbandonato da tempo
perché lesionato molti anni prima da un terremoto e mai ricostruito.
Scesero al piano terra dove due famigli li attendevano coi cavalli
pronti, e tutti e quattro si dileguarono nel buio della notte.
Intanto
le due guardie rimaste a sorvegliare il salone stavano in attesa
dell'uscita del papa dalla camera di Stefanetta. Per un certo periodo
di tempo rimasero tranquille, sedute nelle poltrone del salone e di
tanto in tanto una di esse scendeva nell'ingresso della casa, rimasto
sempre socchiuso, e gettava un fischio convenuto al quale rispondeva
un altro fischio delle guardie esterne per significare che tutto era
tranquillo. Il silenzio che proveniva dalla camera, dopo un certo
brusio iniziale, parve loro normale, trattandosi di un convegno
amoroso.
Ma
col passare delle ore cominciarono a provare una certa inquietudine.
Li insospettì anche il fatto che non avvertivano alcuna presenza
della servitù. Il palazzo sembrava completamente disabitato.
Una
delle due guardie decise di sentire il parere di Manlio che coi suoi
controllava l'esterno della casa. Scese in strada e scoprì che tutti
erano allarmati per il ritardo del papa. Fu deciso di andare a
chiamare Cassio. Una guardia partì a cavallo e in breve raggiunse
il Laterano. Cassio non dormiva ma aspettava ansioso il ritorno del
papa. Quando vide arrivare la guardia intuì che qualcosa di grave
era successo e si precipitò al palazzo sul Quirinale. Giunto nel
salone, rimase qualche minuto ad origliare, poi decise di bussare
alla porta. Non ricevendo alcuna risposta, tentò di aprirla, ma
s'avvide che era chiusa dall'interno. Capì che era successo
l'irreparabile. Diede ordine alle guardie di scardinarla a spallate.
Quando finalmente riuscì ad entrare nella camera, subito non seppe
rendersi conto della sparizione del pontefice e della giovane ma poi,
vista la grossa macchia di sangue nel letto e le tracce di sangue
fino alla finestra, comprese ogni cosa. Dall'armadio scostato si rese
conto del percorso seguito per la fuga. Intuì anche che tutta la
faccenda sapeva di macchinazione, probabilmente architettata per
effettuare una vendetta. Scese al piano terra con una torcia, entrò
nel giardino retrostante: Giovanni XII giaceva al suolo col viso
sfigurato dell'impatto ed era già irrigidito dalla morte. Mandò
subito a prendere una carrozza per il trasporto del cadavere in
Laterano e corse dal diacono Ascanio.