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giovedì 26 febbraio 2015

Liber pontificalis


martedì 24 febbraio 2015

29 - “L'invenzione del cristianesimo” - Parte prima. La passione 5

Torniamo a Pilato che quando vide Gesù condotto in catene davanti a sé, chiese stupito ai sinedriti, come se in quel momento cadesse dalle nuvole, di quale accusa era imputato quell'uomo. Incredibile! Aveva mandato in piena notte seicento soldati ad arrestarlo e non sapeva perché l'aveva fatto!
Non è tutto! I sinedriti, che nella casa di Caifa avevano condannato a morte Gesù per bestemmia, con un incredibile voltafaccia cambiarono allora il capo d'accusa imputando Gesù di gravi reati contro il potere imperiale di Roma. Insomma una farsa in piena regola! Scrive Luca: "...lo condussero da Pilato e cominciarono ad accusarlo: «Abbiamo trovato costui che sobillava il nostro popolo, impediva di dare tributi a Cesare e affermava di essere il Cristo re» (Luca 13,2). In altre parole, ti denunciamo un Messia, pretendente al trono dì Israele, un nemico mortale di Roma. E di fronte all'incredulità del prefetto: «Non trovo nessuna colpa in quest'uomo» (Luca 23,3) nonostante le ammissioni esplicite di Gesù allo stesso Pilato di considerarsi il Re dei Giudei, essi rincararono la dose: «Costui solleva il popolo, insegnando per tutta la Giudea, dopo aver cominciato dalla Galilea fino a qui»" (Luca 23,55). Più ribelle di così! Altro che un predicatore di pace e di non-violenza!
I colpi di scena non sono ancora finiti. Ci pensa Luca, il più fantasioso dei quattro evangelisti, a presentarci il prossimo.
Gli altri tre evangelisti a questo proposito sono completamente muti. Si tratta del trasferimento di Gesù davanti ad Erode Antipa, figlio di Erode il Grande. Quando Pilato venne a sapere che Gesù proveniva dalla Galilea, sottoposta alla giurisdizione di Erode, cercò di scaricare su di lui, presente in quel momento a Gerusalemme, la responsabilità di giudicare Gesù.
Altra assurdità in quanto l'imputato deve sempre essere giudicato nel luogo in cui ha commesso il reato non in quello della sua provenienza. Comunque Erode, deluso per il comportamento di Gesù (aveva rifiutato di compiere prodigi in sua presenza), lo rispedì a Pilato senza emettere alcun verdetto contro di lui e limitandosi solo a schernirlo.
Il processo continuò con Gesù chiuso nel più stretto silenzio (forse nell'aspettativa che il popolo si sollevasse e lo liberasse dai sacerdoti e dai romani) e, nonostante il procuratore romano avesse dichiarato di non trovare in lui nessuna colpa ed Erode lo avesse rispedito senza riconoscergli alcun reato, si concluse con un'assurda condanna a morte di Gesù "per innocenza" al solo scopo (vorrebbero farci credere i Vangeli) di accontentare i giudei che lo accusavano di blasfemia.
Una autentica assurdità. Il Diritto Romano, cui ogni "Legatus Augusti pro praetore" doveva rigorosamente adeguarsi, imponeva l'eliminazione di chiunque avesse apertamente contestato il dominio romano. Stando dunque ai Vangeli, la personalità di Pilato ci appare pavida, cedevole e totalmente stupida, in contrasto con quanto ci tramandò di lui la storia.
Il re Agrippa I, che non era certo uno stinco di santo e che fece decapitare l'apostolo Giacomo, figlio di Zebedeo, e forse anche il fratello Giovanni, considerava Pilato, in una sua lettera a Filone, un "uomo rigido, crudele e spietato". Filone stesso, contemporaneo di Gesù, rincara la dose accusando nei suoi scritti il prefetto romano di "reiterati e sistematici massacri di persone senza processi né condanne".
A dimostrazione di ciò vale la pena di ricordare un solo episodio. Quando Pilato mise mano al tesoro del Tempio per costruire un acquedotto, prevedendo la rivolta popolare mescolò alla folla i suoi soldati travestiti perché potessero massacrare, a bastonate, i capi dei ribelli, come ci racconta Giuseppe Flavio: “con l’ordine di non usare le spade, ma di picchiare i dimostranti con bastoni [..]. I Giudei furono percossi e molti morirono per i colpi ricevuti, molti calpestati da loro stessi nel fuggi fuggi" (Giuseppe Flavio, Guerra Giudaica, II, op. cit.).
Ciò accadde nell'anno 30 d.C., quindi in prossimità della crocifissione di Gesù. Nel 36 d.C. a causa della sua ferocia vendicativa, Pilato fu destituito per ordine del legato di Siria Aulio Vitellio (poi imperatore) e processato. Quindi, era un uomo crudelissimo e determinato, per nulla corrispondente a come ce lo rappresentano i Vangeli. Una cosa è certa: nessun governatore romano si sarebbe lasciata imporre una decisione, come quella di condannare a morte Gesù, dagli schiamazzi della folla, ed è altrettanto certo che non avrebbe mai potuto emettere una sentenza di morte se non fosse stata giuridicamente motivata da accuse, riconosciute fondate, di rivolta politica antiromana e di sedizione armata. Quindi, Pilato non avrebbe mai potuto far giustiziare barbaramente sulla croce Gesù se fosse stato un innocuo pacifista disarmato, che predicava un messaggio puramente spirituale, e i soldati romani non lo avrebbero trattato con dileggio, come ribelle pericoloso, come sedicente “re dei giudei”, se fosse stato un vero messaggero di amore universale.
Singolare è stato il trattamento subito da Pilato da parte della Chiesa pre-costantiniana, la quale, per ingraziarsi Roma, giunse quasi a santificarlo insieme alla moglie Procla o Procula (ed è tuttora canonizzato sia dalla Chiesa Copta, sia da quella Etiopica).
Ma, dopo il trionfo del cristianesimo, secondo Eusebio di Cesarea, venne fatto morire nei modi più atroci: decapitato, annegato nel Tevere, perseguitato da frotte di demoni, e così via.

venerdì 20 febbraio 2015

2 8- “L'invenzione del cristianesimo” - Parte prima. La passione. 4

Giunta l'alba, che probabilmente dava inizio alla vigilia della Pasqua (ma non ne siamo certi perché i Vangeli sono discordi anche su questo), Gesù incatenato fu portato alla sede del presidio romano e consegnato al prefetto della Giudea, Ponzio Pilato.
Come mai Gesù, accusato di bestemmia, cioè di un reato religioso, viene consegnato ai romani per essere giudicato? Sotto il profilo giuridico la cosa non ha senso, perché Roma, ammettendo la più ampia libertà religiosa, non contemplava reati di quel genere. Al limite, era una faccenda puramente interna che gli ebrei dovevano sbrigare tra di loro (in base al principio giuridico romano "sui legibus uti"). E allora?
Gli arrampicatori sugli specchi adducono il pretesto che, non avendo in quel tempo gli ebrei la facoltà di emettere sentenze di morte, dovevano per forza ricorrere ai romani. Una bufala smentita da Giuseppe Flavio (Antichità Giudaiche, Libro 20 - Cap. 9) che spiega che era solo vietato agli ebrei eseguire condanne di morte mediante la spada o la croce ("jus gladii") riguardanti i delitti politici, mentre avevano la facoltà di procedere alla lapidazione, allo strangolamento ed alla decapitazione con la scure per gli altri reati. (v. Giovanni Battista e Stefano protomartire).
Nei Vangeli e negli Atti degli Apostoli si narra di lapidazioni eseguite per motivi religiosi, senza che le autorità romane siano mai intervenute, e molte volte Gesù stesso, stando ai Vangeli, rischiò la lapidazione o di essere gettato dal monte, se non avesse provveduto a mettersi in salvo (Luca 4,28-29 - Giovanni 8,59).
Anche Giacomo, fratello di Gesù, nonostante il grande favore popolare di cui godeva, non fu fatto lapidare dal sommo sacerdote Anania? Se fosse stato vero che Gesù era colpevole soltanto di un reato religioso, sarebbe stato lapidato sic et sempliciter come Stefano e come Giacomo, senza scomodare un esercito di soldati, senza subire la crocifissione, la più ignominiosa delle condanne, riservata solo ai ribelli politici, e senza l'iscrizione "Gesù re dei Giudei". Tutto ciò sembra lapalissiano. E i romani della sua lapidazione se ne sarebbero altamente infischiati.
Sul tradimento di Giuda Iscariota, ovvero di Giuda "sicario", più di uno storico ha sollevato dei dubbi scagionando l'apostolo da ogni addebito, adducendo il fatto che le motivazioni addotte per dimostrare il suo gesto: i trenta denari o l'irritazione per lo spreco dell'unzione nella casa di Betania, sono semplicemente ridicole. Comunque sulla fine di Giuda, il Vangelo di Matteo (l'unico dei quattro che accenna al fatto) e gli Atti discordano vistosamente.
Matteo ci racconta che Giuda, pentitosi del suo gesto, avrebbe gettato i trenta denari nel Tempio e si sarebbe impiccato. I sacerdoti, recuperata la somma, avrebbero comperato con essa il Campo del Vasaio, per la sepoltura degli stranieri, in adempimento delle profezie di Geremia (Geremia 32, 6) e Zaccaria (Zaccaria 11, 12-13). "E presero trenta denari d'argento, il prezzo del venduto, che i figli di Israele avevano mercanteggiato, e li diedero per il campo del Vasaio, come aveva ordinato il Signore" (Matteo 27,9-10). Abbiamo visto in precedenza che pur di far collimare le vicende del Messia con le profezie, gli evangelisti non esitarono ad inventare molti episodi. In questo caso la coincidenza tra la somma percepita da Giuda (trenta denari) e quella richiamata dalla profezia ci appare chiaramente sospetta.
Gli Atti danno una versione molto diversa della fine di Giuda ma bisogna saperla leggere tra le righe per capirla bene. Secondo questa versione Giuda non si pentì affatto del suo tradimento e coi trenta danari comperò un campo, ma poi ebbe una specie d'infortunio: cadde per terra, gli si squarciò il ventre e gli fuoriuscirono tutte le viscere. Strano, perché quello di squarciare con la spada il ventre dei traditori e di spargerne le viscere al suolo era il metodo seguito abitualmente dagli zeloti, e tra gli apostoli di zeloti ce n'erano più di uno, a cominciare da Pietro che non aveva esitato a tagliare l'orecchio a Malco e sicuramente non esitò a fare il karakiri a Giuda, che col suo tradimento aveva fatto fallire l'impresa (P.Zullino, Giuda, Rizzoli, Milano, 1998).
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giovedì 19 febbraio 2015

L'apostolo Pietro non fu mai a Roma e non fu il primo papa. 200

Nessun documento testimonia la presenza dell'apostolo Pietro a Roma, della sua carica episcopale e del suo martirio. Si tratta quindi di una una pura leggenda.
D’altra parte, si narra del viaggio a Roma e del successivo martirio in città dell’Apostolo Giovanni, di cui si sa con certezza che non ha mai messo piede nella capitale dell’impero. Eppure si favoleggia che sotto Domiziano sia stato gettato nell’olio bollente e quindi miracolosamente salvato (Tertulliano praescr. 36).

La cosa più incredibile riguardo la presenza di Pietro a Roma è che né Paolo, che scrisse da Roma le sue ultime lettere citando i nomi di molti dei suoi collaboratori, né gli Atti degli Apostoli, che arrivano fini al 62, accennano mai alla presenza a Roma di Pietro. Anche gli scritti cristiani fino alla metà del II secolo ignorano la questione. Infatti, il viaggio di san Pietro a Roma e la sua disputa con Simon Mago, la sua crocifissione ed altri episodi a lui riferiti, sono narrati esclusivamente in libri dichiarati apocrifi dalla Chiesa stessa, come gli Acta Petri.
Un gran numero di storici e di teologi ha negato, quindi, tout court, la presenza di Pietro a Roma. Uno di essi, il teologo K. Heussi, già nel 1936, dopo accurate analisi dei testi antichi, l'aveva esclusa categoricamente. (K.Heussi, Die roimische Petrustradition. in Theol. Literaturzeitung, 1959, nr. 5, 359 sgg.).
Più recentemente lo storico Michael Grant (Saint Peter, Penguin Books, London, 1994) ha messo in evidenza che ci sono otto incontrovertibili motivi che negano sia la presenza romana di Pietro, sia il suo presunto status di vescovo della città. Uno di questi è che se Pietro si fosse trovato a Roma all'arrivo di Paolo (o che fosse ancora vivo il ricordo di una sua precedente venuta), Luca ne avrebbe sicuramente data menzione nell'ultimo capitolo degli Atti, come aveva menzionato gli altri incontri tra i due a Gerusalemme e ad Antiochia.

Anche il presunto ritrovamento del sepolcro di San Pietro, inteso come prova archeologica della sua sepoltura, è stato più volte annunciato e altrettante volte smentito, perché di esso non è stata trovata una traccia sicura. Quindi, la presenza a Roma e la cattedra pontificia di Pietro costituiscono uno dei falsi più vistosi della Chiesa, finalizzato a suffragare il dogma dell’episcopato universale del vescovo di Roma. Pietro quindi non fu né il primo vescovo di una presunta successione apostolica né, tanto meno, il primo papa.

La Chiesa adduce a prova del martirio di Pietro e Paolo la persecuzione subita dai cristiani nell'anno 64 da parte di Nerone in seguito all'incendio di Roma; persecuzione, però, considerata falsa da parte di molti storici . Ma di questo martirio non c'è traccia in nessun documento storico e nemmeno ecclesiastico del primo secolo.
Secondo l'abate cattolico francese Louis Duchesne, autore di una monumentale e rigorosa storia della Chiesa (L.Duchesne, Histoire ancienne de l'Eglise, Paris, Fontemoing, 1911) e di un Liber Pontificalis (L.Duchesne, Liber Pontificalis, t. I-Il, Parigi 1886-1892. Riedizione con un terzo tomo di C. Vogel, Parigi 1955-1957), ricavati dagli archivi del Vaticano, che ricostruiscono con grande rigore storico la genealogia dei pontefici, i primi nove vescovi di Roma, compreso lo stesso Pietro, erano da togliere perché mai esistiti.

Infatti, la carica episcopale monarchica si impose a Roma soltanto nel IV secolo e per molto tempo tutti i vescovi furono considerati alla pari e nessuno di loro godette di uno stato privilegiato rispetto agli altri. Per Cipriano, Padre della Chiesa, non esisteva un vescovo dei vescovi, poiché nessuno poteva costringere all’obbedienza con autorità tirannica i propri confratelli. Solo nel IV secolo, ad imitazione dell’amministrazione imperiale romana, i vescovi dei capoluoghi delle province acquisirono il controllo dell'intera loro regione e furono chiamati metropoliti.
I metropoliti erano quattro: quello di Alessandria che controllava l'Egitto, quello di Antiochia che guidava l'episcopato siriaco, quello di Cartagine che sovrintendeva all'episcopato dell'Africa del nord, e, infine, quello romano che vigilava sulla Chiesa italiana ma non sul resto dell’Occidente.

I vescovi di Roma nei primi secoli non si interessarono mai della presunta introduzione del Primato di Pietro. Solo nel V secolo un decreto di Papa Gelasio I, inteso a stabilire l'autenticità dei 27 testi del Nuovo Testamento, decretò anche l'istituzione del primato papale su tutti i vescovi della cristianità, basandosi sul passo di Matteo: “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa.... Io ti darò le chiavi del regno dei cieli; tutto ciò che legherai in terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai in terra sarà sciolto nei cieli" (Matteo 16,18-19).

Ma questo è un altro clamoroso falso, come tanti altri passi, aggiunto al Vangelo di Matteo dopo il IV secolo, quando si consolidò il concetto di Chiesa, travasando in essa l’intero edificio giuridico romano. Al tempo di Matteo, ovviamente, nessuno era a conoscenza di questa istituzione non ancora inventata. Quindi il papato non deriva da questo passo del Vangelo di Matteo, unico dei Sinottici a riportarlo, quantunque anche Marco e Luca narrino la medesima scena (Marco 8:27-30 e Luca 9:18) .

Se fosse vero che Gesù intendeva fare di Pietro "il primo papa", ci sarebbe almeno qualche allusione negli Atti degli Apostoli, nelle Lettere di Paolo, o nel resto del Nuovo Testamento. Invece in questi testi non risulta nemmeno una sola volta  che Pietro abbia esercitato nella Chiesa primitiva una funzione di comando. Anzi, quando si riunisce il primo Concilio a Gerusalemme, questo viene presieduto da Giacomo, uno dei fratelli di Gesù, e non da Pietro, che pure era presente. Solo con Gelasio I si può, quindi, ipotizzare l'istituzione del papato. Il termine papa (padre), inizialmente titolo onorifico di tutti i vescovi per parecchi secoli, solo con l’inizio del secondo millennio diventò prerogativa esclusiva del vescovo di Roma.


Louis Duchesne


martedì 17 febbraio 2015

27- “L'invenzione del cristianesimo” - Parte prima. La passione 3

Tornando a quella notte drammatica e convulsa, rileviamo che l'unico apostolo a seguire, alla lontana, Gesù dopo il suo arresto, malgrado fosse in grave pericolo a causa del suo intervento armato contro il servo del sommo sacerdote Malco, fu Pietro. L'episodio che concerne il suo ripetuto rinnegamento di essere un seguace del presunto Messia, merita due considerazioni.
1.Anzitutto, il fatto ch'egli poté, per intercessione di un altro discepolo, noto al sommo sacerdote ma che l'evangelista Giovanni rende anonimo, accedere al cortile della casa di Caifa. Chi era quel discepolo? La tradizione vuole che fosse lo stesso Giovanni che racconta il fatto, ma una supposizione del genere non regge minimamente.
Il personaggio in questione, per essere noto al sommo sacerdote e per aver libero accesso alla sua casa, doveva essere di Gerusalemme o dei dintorni della città, e rivestire un ruolo importante nell'ambiente del Tempio. Possiamo azzardare qualche nome: Giuseppe d'Arimatea o Nicodemo. I due sinedriti, che erano di indubbio spessore essendo riconosciuti nei Vangeli come capi dei giudei e chiaramente sostenitori di Gesù (li troveremo al momento della deposizione e della sepoltura), sono i candidati più plausibili.
2. La seconda considerazione che dobbiamo fare a proposito della presenza di Pietro nel cortile di Caifa è che, nell'accusa che i servi della casa gli rivolgono con insistenza, è ripetuto l'epiteto di Galileo. "Anche tu eri con Gesù, il Galileo", "Anche tu sei un Galileo". Termine che potrebbe sembrare a chiunque lapalissiano, indicare cioè la provenienza dalla Galilea. E invece non è così. Questo pseudo attributo geografico in realtà censura il vero significato del termine che significava, in quel tempo, "ribelle, zelota, sicario". Com'era nata questa attribuzione? In seguito al più pericoloso tentativo di rivolta messianica, avvenuta nel 7 d.C. in concomitanza col primo censimento della Giudea, cui abbiamo accennato più volte in precedenza.
Da allora il termine Galileo perse ogni sua connotazione geografica per acquisire il significato politico inequivocabile di appartenenza alla setta dei partigiani jahvisti, osannati dai messianisti come patrioti e considerato feroci briganti da tutti gli altri. La conferma ci viene, oltre che da Giuseppe Flavio, anche da Eusebio di Cesarea, Padre della Chiesa e storico ecclesiastico, che ci spiega come questo termine, ai tempi di Gesù, indicasse chi apparteneva alla setta degli zeloti (Eusebio di Cesarea, Storia Ecclesiastica, IV, 23, 7, op. cit.). Da quanto detto risulta chiaro che nessun abitante della Galilea, uscendo dalla sua regione, si sarebbe definito Galileo per non incorrere in spiacevoli malintesi. Quindi, l'epiteto rivolto a Pietro dai servi di Caifa era un chiaro riferimento alla sua appartenenza agli zeloti.
Ma, tornando al processo giudaico, facciamo osservare che il primitivo Vangelo di Marco non lo conteneva, confermandoci che questo processo fu aggiunto posteriormente per spoliticizzare Gesù e scagionare i romani.


venerdì 13 febbraio 2015

26 - “L'invenzione del cristianesimo” - Parte prima. La passione 2

Cominciamo con l'esaminare il comportamento dei seguaci di Gesù all'arrivo dei soldati. Uno degli apostoli, (secondo Giovanni e Luca, l'apostolo Pietro) fece un tentativo di resistenza armata, estrasse una spada e tagliò netto l'orecchio di un servo del sommo sacerdote di nome Malco (Giovanni 18,10).
Come mai in quel ritiro pacifico di uomini in preghiera, come viene descritto dagli evangelisti, c'erano degli individui armati? Ce lo spiega il Vangelo di Luca, riportando le parole proferite da Gesù durante la cena che s'era appena conclusa. "Ed egli (Gesù) soggiunse: «Ma ora, chi ha una borsa la prenda, e così una bisaccia; chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una». (Luca 22, 36-37). Dunque gli apostoli erano armati e tra essi Pietro si mostrò molto abile nell'uso della spada. È molto emblematico anche che nel quarto Vangelo si parli di indietreggiamento e di caduta a terra dei soldati romani durante l'arresto, segno indubbio che ci fu uno scontro vero e proprio, qualcosa di molto grave insomma (Giovanni 18,6). D'altra parte non aveva senso scomodare seicento soldati romani, in piena notte e in assetto di guerra, e molte guardie del Tempio (Luca chiama in causa anche grandi sacerdoti e sinedriti) solo per arrestare il capo di uno sparuto gruppo di inermi popolani, in un ritiro notturno di preghiera.
Una piccola menzione merita anche il luogo dello scontro, il cosiddetto Monte degli Ulivi. Le precedenti sommosse antiromane (ce ne furono parecchie in quegli anni) partirono sempre da quel monte. Gli insorti, infatti, si radunavano lì prima di tentare l'assalto al presidio romano della Torre Antonia. Sotto Nerone un ennesimo Messia riuscì a raccogliere sullo stesso monte 30 mila seguaci.
Secondo gli evangelisti, dopo l'arresto, Gesù fu condotto nella casa privata del sommo sacerdote Caifa per un sommario processo, esclusivamente ebraico. Certamente questo non corrisponde al vero. Se, infatti, erano intervenuti i soldati romani, il ribelle o i ribelli avrebbero dovuto essere rinchiusi nella Torre Antonia, sede dal presidio romano. (Vedremo che Paolo al suo arresto a Gerusalemme verrà rinchiuso proprio in quella Torre).
Quindi, i modi, il luogo, la dinamica temporale e tanti altri elementi che appaiono assolutamente incompatibili con la prassi giudiziaria ebraica, ci dicono che quello fu un processo inventato a posteriori e aggiunto dopo il 70, o forse dopo il 135, per opera dei seguaci di Paolo, allo scopo di scagionare i romani della responsabilità di aver condannato Gesù e per farla ricadere esclusivamente sulle spalle del popolo ebreo. Infatti, il processo giudaico è una farsa perché porta tutti i segni della illegalità. Anzitutto, non è in una casa privata che si poteva celebrare un processo alla presenza di sacerdoti, anziani e scribi. Anche perché il luogo pubblico addetto alla convocazione del sinedrio era poco lontano e si chiamava "Beth Din". Ma forse gli estensori dei Vangeli, quando inventarono questo processo, non essendo ebrei, non lo conoscevano. In secondo luogo non si celebrava un processo di notte e per direttissima. Le leggi ebraiche di allora prescrivevano il tempo minimo di due giorni per un processo. Anche la dinamica processuale è assurda. I testimoni sono inesistenti e le accuse di carattere religioso molto vaghe e non dimostrate. Ma l'atmosfera, pesantemente drammatica di quella notte, riecheggiava la precedente convocazione del sinedrio durante la quale la tragica fine di Gesù, come abbiamo visto in precedenza, era stata decisa non in base a motivi religiosi ma squisitamente politici perché riguardavano unicamente il suo ruolo messianico-jahvista, come ci racconta Giovanni (11, 47-50). Le parole pronunciate da Caifa in quell'occasione: “ è meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera»" non lasciano adito a dubbi sulla pericolosità politica di Gesù e sulle necessità del suo arresto tempestivo, all'indomani del suo ingresso trionfale a Gerusalemme acclamato dalle folle come l'atteso Messia, e che escludono a priori che si riferiscano ad un mistico maestro di amore fraterno.
Le catastrofiche Guerre Giudaiche del 70 e del 135 d.C. sono la dimostrazione che le preoccupazioni dei sinedriti erano più che legittime e che la distruzione del Tempio e dell'intera Palestina dipesero dai continui tentativi di rivolta scatenati da fanatici messianisti come il Gesù storico. Ciò spiega anche il motivo per cui Paolo, in seguito, sarà spinto a ridisegnare completamente la figura e il messaggio di Cristo e a demessianizzarli completamente.
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Informazioni personali

Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)