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venerdì 10 giugno 2016

46– Il falso Jahvè. Fine di Mosè.2

La tesi sostenuta da Sellin parve a Freud avvalorare la sua supposizione che Mosè fosse stato ucciso collettivamente dal popolo ebraico per il suo insopportabile dispotismo, durante una sommossa popolare: "Il popolo ebraico di Mosè non era in grado di capire una religione ad alto contenuto spirituale, di trovare in essa il soddisfacimento dei propri bisogni, così come non l’avevano capita gli egiziani della XVIII dinastia. Sia nell’un caso sia nell’altro, i dominati e i defraudati insorsero e si liberarono del peso di una religione imposta. Ma mentre i mansueti egiziani attesero che il destino togliesse di mezzo la sacra persona del faraone, i feroci semiti presero in pugno il destino stesso abbattendo il tiranno" (S. Freud, op.cit., pag. 373).
Un'esecuzione in piena regola, quindi. E dal pentimento, che secondo Freud si manifestò in seguito, si sarebbe generato un impreciso e immanente senso di colpa, ancora presente nell'inconscio ebraico. Tolto di mezzo il profeta, continua Freud, gli ebrei avrebbero ripudiato il monoteismo d'origine egiziana, mai del tutto assimilato, e giunti nella zona di Moab si sarebbero lasciati sedurre dal culto pagano di un nume vulcanico sinaitico, primordiale e sanguinario, chiamata Jahvè (S. Freud, op. cit., pag. 361). Questo nume tutelare, primordiale e sanguinario, corrisponde esattamente al Dio venerato in Israele almeno fino alla riforma d Giosia nel VI secolo a.C. Secondo Leoard C.Woolley (Abraham. Recent Discoveries and Hebrew Origins pag. 256) Jahvè era il Dio di tribù siriane stanziatesi in Palestina prima di Mosè. Freud era convinto che questo Dio fosse sconosciuto ai patriarchi, tant’è vero che è il Signore stesso a far sapere a Mosè di non essersi mai manifestato ad Abramo, né ad Isacco o a Giacobbe sotto l'appellativo di Yhwh o Jahvè che fosse (Esodo, 6,3).

giovedì 9 giugno 2016

Il sincretismo del cristianesimo ha incorporato il mondo religioso e filosofico del suo tempo. 264

Come dimostrato nei post precedenti, il cristianesimo, consapevolmente o inconsapevolmente, incorporò le esperienze religiose e filosofiche del suo tempo costituendo una sintesi, per il mondo antico, estremamente attraente, di vecchio e di nuovo.

Dai culti misterici trasse la mistica sacramentale e dalla filosofia pensieri e metodi speculativi per cui la fede cristiana, vista nel suo complesso, era molto simile a quella pagana. Già più di un secolo fa lo svedese Martin Persson Nilsson, prof. di archeologia classica e storia dell'arte antica nell'università di Lund, nonché studioso della religione preellenica, greca ed ellenistica, aveva chiaramente dimostrato che risultato finale tra cristianesimo e paganesimo «non sarebbe stato granché differente, se avesse vinto il paganesimo».

E nel 1840, un altro storico delle religioni, Henry Hart Milman, autore del libro "Storia della cristianità sotto l'impero" aveva suscitato grande notorietà, affermando: «Su questo punto si è tutti d’accordo: nelle filosofie e nelle religioni pagane si può ritrovare gran parte di ciò che comunemente è ritenuta una verità cristiana».

In polemica con questa affermazione il celebre cardinale inglese John Henry Newman, beatificato da papa Benedetto XVI, tentò di ribaltare il concetto affermando: «Milman ne trae questa conclusione: “Giacché tutto ciò si trova presso i pagani, allora niente di tutto ciò è cristiano”. Noi, al contrario, preferiamo evincere quanto segue: “Tutto ciò è cristiano, e dunque nulla di questo è pagano”»

Ma alla fine la Chiesa, facendo di necessità virtù, fu costretta a riconosce che la sua cattolicità onnicomprensiva di un universalismo che abbraccia il mondo intero, è una derivazione da quasi tutte le specie di religiosità che la precedettero. D'altra parte anche l'Islam e il Buddhismo incorporarono al loro nascere il mondo religioso circostante e attuarono un analogo sincretismo, benché non in forma così marcata come il cristianesimo.



John Henry Newman


martedì 7 giugno 2016

45– Il falso Jahvè. Fine di Mosè.1

Secondo la Bibbia, Mosè morì il giorno del suo centoventesimo compleanno, ancora in pieno vigore fisico e psichico. Non gli fu concessa da Jahvè la grazia di calcare la Terra Promessa ma soltanto di poterla guardare da lontano. Non il popolo ma il suo Dio avrebbe sotterrato Mosè, non si sa dove.
E Mosè, servo del Signore, morì lassù nel paese di Moab, come il Signore aveva ordinato, e Dio lo seppellì nella valle, nel paese di Moab, dirimpetto a Bet-Fegor; ma nessuno fino al presente ha mai saputo dove sia la sua tomba”. (Deuteronomio 34,5-6).
Infatti, né il monte, né la sua tomba sono mai stati identificati.
Il racconto della morte di Mosè ha dato origine a qualche perplessità tra gli storici e gli esegeti della Bibbia. Il suo dispotismo, la sua spietatezza nell'ordinare ai Leviti di passare a fil di spada tremila ebrei, rei di aver patrocinato la costruzione del vitello d'oro, la sua ossessiva intransigenza religiosa, non lo fecero mai amare dal popolo, che del resto gli era estraneo, per cui qualcuno ha sollevato il sospetto che Mosè non sia morto in mezzo al popolo che assisteva affranto alla sua dipartita, ma per mano del popolo.
Il biblista tedesco Ernst Sellin decifrando il libro di Osea, profeta minore dell'VIII sec a.C., nel passo in cui esotericamente si allude alla tribù di Ephraim (Osea 12,14-15 e 13,1-2), giunse alla conclusione che quella tribù, che discendeva dal secondogenito di Giuseppe, si sarebbe macchiata di empietà e del sangue di colui che l'aveva fatta uscire dall'Egitto, cioè di Mosè (E. Sellin, Moses und seine Bedeutung). Lo scritto di Sellin suscitò grande scalpore al suo apparire. Nel 1938 l'ebraista Abraham Yahuda diffuse la notizia che Sellin, prima di morire nel 1932, avesse ritrattato la sua tesi. Notizia assolutamente falsa perché nelle sue ultime opere Sellin aveva pubblicato altri riscontri biblici che confermavano più che mai la sua ipotesi sull'assassinio di Mosè (E.Sellin, Hosea und das Martirium des Mose pagg. 26-33).


venerdì 3 giugno 2016

44– Il falso Jahvè. Il senso di colpa e il nazireato. 4

Il termine nazireo sta anche alla base di un grosso equivoco che contraddistingue la nascita di Gesù. Secondo i Vangeli, Gesù era chiamato nazareno perché proveniva da Nazaret, piccolo villaggio della Galilea. È un fatto dato per ovvio da tutti. Ma è una gran bufala. Nazaret non è mai esistita nell'antichità. Giuseppe Flavio, quasi contemporaneo di Gesù nonché storico pignolo e informatissimo sulle vicende d'Israele, nelle sue "Antiquitates Judaicae " elenca tutte le località della Palestina del suo tempo, e non nomina mai Nazaret. Non solo. Nelle descrizioni che i Vangeli ci danno di Nazaret troviamo un alto monte che sovrasta la città e un mare (lago) che quasi la lambisce. Ebbene, la Nazaret odierna, inventata dai crociati nel Medioevo e avvallata dagli israeliani per scopi turistici e di pellegrinaggio, è adagiata su dolci colline e dista dal lago una trentina di chilometri.
Quindi, Gesù non era Nazareno bensì Nazireo come le erano molti ebrei del suo tempo. Lo era anche Giacomo suo fratello. Ce lo conferma Eusebio di Cesarea, un Padre della Chiesa che scrive: "Giacomo, fratello del Signore, era santo fin dal grembo materno. Non beveva vino, né altre bevande inebrianti e non mangiava assolutamente carne. Mai forbice toccò la sua testa; non si spalmava di olio e non prendeva il bagno. Non indossava abiti di lana, ma solo di lino" (Eusebio, Storia ecclesiastica II, 23,44-46). Più nazireo di così!
E i primi seguaci della Chiesa di Gerusalemme, guidati dagli apostoli Giacomo e Pietro, non erano chiamati Nazorei o Nazirei? Forse che provenivano tutti da Nazaret? (In tal caso avrebbero dovuto essere chiamati nazaretani).


giovedì 2 giugno 2016

Considerazioni sulla dipendenza del cristianesimo da forme precristiane di religione. 263



Abbiamo visto nei precedenti post che la filosofia viene felicemente accolta da alcuni importanti Padri della Chiesa come: Atenagora, Giustino, Clemente Alessandrino, Origene perché, secondo loro, conteneva verità parziali, esortazioni etiche del Vangelo ed era propedeutica alla fede ma, nel contempo, abbiamo visto che viene rigidamente respinta da Taziano, Teofilo, Minucio Felice, Tertulliano e dal vescovo di Milano Ambrogio ai quali si deve aggiungere anche Ignazio, Policarpo, Erma perché, secondo questi ultimi, è colma di contraddizioni, priva di capacità di conoscere il vero e pericolosa in tutto e per tutto.

Ma, nonostante questa apparente contraddizione, risulta evidente la dipendenza del cristianesimo primitivo dalla filosofia greca e da forme precristiane di religione, tanto che il cristianesimo del III e del IV secolo non differisce granché dal paganesimo né nelle forme di devozione né nella teologia. Da entrambe le parti: paganesimo e cristianesimo, vi è la medesima tendenza all’adattamento reciproco, dalla aspirazione all’ascesi alla speculazione teologica, dalla superstizione alla credenza nei miracoli.

Anche la maggior parte dei culti più importanti d’epoca ellenistica possiede esattamente gli stessi patrimoni salvifici del cristianesimo, proprio perché sono la risultante della comune derivazione dalla teologia greco-orientale. Paganesimo e cristianesimo sono religioni salvifiche, conoscono tutte il mito del Redentore fattosi uomo e il dramma cultuale del dio che muore e risorge; hanno in comune sacramenti, in particolare battesimo e pasto sacralizzato, apocalissi, sacre scritture, profezie e miracoli.

Il linguaggio dei filosofi e dei retori spesso non si distingue affatto da quello dei Padri della Chiesa, per cui i passaggi da una fede all’altra, anche dal cristianesimo al paganesimo, si potevano verificare sovente con facilità estrema. E dunque il cristianesimo non superò le religioni e le scuole filosofiche dell’Impero Romano ma semplicemente le assorbì e le continuò sotto altro nome. Quindi, quanto veniva offerto dal sincretismo pagano ed era caro all’uomo d’allora venne mantenuto dalla nuova religione, coincidendo con le idee e le concezioni universalmente diffuse: in ciò consistette uno dei motivi più importanti della sua vittoria sul paganesimo.



Sant'Ambrogio


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Informazioni personali

Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)