In
un ambito sociale nel quale l’esistenza di un «Dominus ac Deus»
in ogni imperatore cominciò a diventare a poco a poco stile
ufficiale di vita, il Cristianesimo non poteva privare il suo eroe
Gesù di questo altissimo titolo onorifico.
Il
termine Evangelo (gr. Euaggelion-buona novella), che manca in molti
scritti neotestamentari, e che per lungo tempo fu considerato una
creazione specifica del linguaggio cristiano, deriva dal Paganesimo.
Esso è già presente in Omero (Odissea 14, 152 sg.), dove indica la
ricompensa per chi arreca buone novelle. Ma la parola fu in uso anche
con accezione religiosa negli antichi oracoli e in seguito
specialmente proprio nel culto degli imperatori, a proposito della
lieta novella dell’ascesa al trono di un nuovo sovrano .
Ma
già nelle dottrine di Zarathustra, non meno di sei secoli prima di
Cristo, le locuzioni «lieta novella», «buona novella», «novella
salvifica per tutti i popoli» sono ripetutamente attestate. Non è
assolutamente certo, del resto, che Gesù abbia usato per la sua
predicazione il concetto di «Evangelo». Alcuni celebri teologi
(come ad esempio Wellhausen) lo hanno contestato.
Come
la parola «Evangelo», anche la denominazione cristologica di
«Salvatore» (Sotér) era pagana, assai diffusa in epoca
precristiana con tutte le connotazioni di carattere strettamente
religioso. Fin dal 2000 a.C. i faraoni di Tebe venivano celebrati
come Salvatori del loro popolo, come soccorritori nei bisogni della
loro esistenza. Altrettanto avveniva nell’insegnamento di
Zarathustra, il quale si sentiva come Salvatore invocato, come
«sapiente Salvatore della vita», «l’amico che guarisce la vita»,
«il Soccorritore».
In
seguito, il predicato di Salvatore divenne titolo onorifico di corte
dei sovrani
ellenistici
e nome cultuale delle divinità misteriche. Alessandro, i Seleucidi
in Siria e i Tolomei in Egitto avevano tale sacra definizione, come
Zeus, Apollo, Asclepio, Ermes, Posidone e Serapide.
È
facile osservare come avvenne la penetrazione della parola
«Salvatore» nei più antichi scritti neotestamentari. Nelle Lettere
di Paolo, la incontriamo per la prima volta nell’Epistola ai
Filippesi, che venne composta a Roma, dove allora regnava Nerone,
che portava il titolo di Caesar, Divus, Sotér, Imperatore, Dio,
Salvatore. Fu Paolo, quindi che trasferì per la prima volta i
titoli onorifici degli imperatori a Gesù, definendolo «il Cristo,
il Signore Dio, il Redentore». Termini che Marco e Matteo non
avevano mai usato e che da allora in poi penetrarono negli scritti
neotestamentari. Intorno alla metà del Il secolo Gesù veniva
chiamato da tutti i cristiani il «Redentore».
Anche
l’espressione «Salvatore del mondo», con cui il Quarto
Evangelista esalta il suo Cristo (Giovanni 4, 42 ), deriva dal
culto imperiale. Già Cesare e Ottaviano venivano celebrati in
Oriente quali «Salvatori del mondo», e in seguito anche Augusto,
Claudio, Vespasiano, Tito e altri imperatori.
Insieme
al termine «Redentore», dal culto cesareo trapassarono nel Nuovo
Testamento altri predicati designanti dignità e altezza, fra i quali
soprattutto la definizione di kyrios, «Signore», titolo tipicamente
orientale, assegnato specialmente alla divinità. Questo titolo ,
per i sovrani romani, esprimeva non solo il potere imperiale, ma
anche la sua natura divina. Già Claudio e Nerone si fregiarono del
titolo di «Signore», e sotto Domiziano (81-96) l’espressione
Dominus ac Deus noster possedette una valenza pressoché ufficiale.
Il Quarto Evangelista, che scrisse in epoca tarda, pone sulla bocca
di Tommaso la frase «Mio Signore e mio Dio» (Giovanni 20,28). La
parola kyrios, si trova più frequentemente nel Vangelo di Luca,
anch'esso molto tardo e diretto ai Gentili, e diventa quasi la norma
nei Vangeli apocrifi.
È
da notare, infine, che i simboli attribuiti a Gesù dall’arte
cristiana (il trono, lo scettro, l’orbe terrestre) erano i
contrassegni del culto cesareo. Concludendo: i motivi e gli attributi
più sublimi degli antichi dèi, degli uomini-dèi e dei monarchi
divinizzati vennero tutti assegnati alla denominazione del Cristo
neotestamentario.