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venerdì 27 febbraio 2015

30 - “L'invenzione del cristianesimo” - Parte prima. La Passione. 6

Prima di concludere il nostro discorso sulla condanna a morte di Gesù, dobbiamo affrontare un'altra mostruosa assurdità sostenuta dai Vangeli e avvallata dalla Chiesa. Riguarda il ballottaggio tra Gesù e Barabba.
Se, a proposito di Barabba, chiedessimo ad un qualsiasi ecclesiastico chi era questo personaggio, ci sentiremmo rispondere, senza la minima esitazione: un brigante assassino.
Niente di più falso e lo dimostreremo con chiarezza. Le false notizie a proposito di costui riguardano tre aspetti: il suo vero nome, il motivo del suo arrestato e il motivo per cui fu liberato.
Cominciamo dal nome. Nella traduzione corrente del Vangelo di Matteo troviamo: "Avevano in quel tempo un prigioniero famoso… detto Barabba" (Matteo 27,16).
Ma è una traduzione che omette una parola importante. Il testo greco antico infatti recita: "" (Novum Testamentum Grece et Latine, E. Nestle, Stuttgart, 1957) che tradotto significa: "Avevano in quel tempo un prigioniero famoso, Gesù Barabba".
Ecco che scopriamo il primo altarino: il cosiddetto Barabba si chiamava Gesù. Ma le traduzioni attuali ne censurano il nome. Come mai? Non è forse perché anche Gesù era chiamato nei Vangeli Jeshu bar Abbà cioè "Gesù il figlio del Padre" (sinonimo in ebraico di Dio) esattamente come Barabba? Data questa omonimia ci chiediamo perplessi: i Gesù erano veramente due o si trattava di una sola persona, sdoppiata in base al meccanismo di censura?
Chiarito il nome, cerchiamo ora il motivo per cui era stato arrestato. La solita traduzione fuorviante ci dice: "(Barabba)...era in prigione perché aveva preso parte ad una sommossa del popolo in città ed aveva ucciso un uomo" (Parola del Signore, Editrice LDC-ABU, Leumann, Torino, pag. 206).
A sbugiardare questa plateale manomissione ci pensa il testo originale di Matteo, già citato in precedenza (e confermato pure da Marco):
"", che va tradotto così: "Avevano in quel tempo un prigioniero famoso, Gesù Barabba, il quale era stato messo in carcere in occasione di una sommossa scoppiata in città e di un omicidio" (Matteo 27, 16).
Marco è dello stesso parere: "Un tale chiamato Barabba si trovava in carcere insieme ai ribelli che nel tumulto avevano commesso un omicidio" (Marco 15,7). Quindi, entrambi questi evangelisti non dicono che Barabba fosse uno dei rivoltosi e un omicida, ci dicono soltanto che era stato arrestato in coincidenza di un tumulto, durante il quale era avvenuto un omicidio.
Ma ci fanno capire, tra le righe, che era totalmente estraneo ai disordini nei quali era stato coinvolto.
Esaminiamo ora il comportamento di Pilato.
Dopo aver condannati a morte sia Barabba che Gesù, sotto la pressione popolare, libera il primo, condannato a morte per un reato politico di sua pertinenza, e manda alla crocifissione (pena riservata ai ribelli politici) Gesù per un reato religioso di pertinenza esclusiva del sinedrio. Come possiamo spiegare un fatto così apertamente assurdo e contraddittorio?
Con l'ammettere che tutto si è svolto all'incontrario di quanto affermano i Vangeli. Barabba, prosciolto dall'accusa politica, ritenuta inconsistente anche dagli stessi Vangeli, viene liberato; Gesù, riconosciuto colpevole di insurrezione armata, reato politico gravissimo, viene condannato alla crocifissione.
A detta dei Vangeli la condanna a morte fu richiesta a furor di popolo. Le sorprese in questo processo non finiscono mai. Com'era possibile che la stessa gente che una settimana prima aveva acclamato esultante Gesù che entrava a Gerusalemme, col grido di "Osanna al di figlio di David, al re d'Israele", ora, la stessa folla, ne richiedesse con urla feroci la condanna a morte?
E che di fronte a Pilato che si lavava le mani per affermare, simbolicamente, la sua innocenza, gridasse imbestialita: "Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli" (Matteo 25,25), invocando su di sé e i suoi discendenti la più spietata automaledizione della storia?
È chiaro che una simile cosa non è mai potuta accadere e che questi avvenimenti sono stati inventati per la necessità ideologica dei Vangeli di far ricadere la colpa della condanna di Gesù esclusivamente su chi quella colpa non l'ha mai avuta, cioè il popolo ebraico.
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giovedì 26 febbraio 2015

Il primato papale contraddice le concezioni di tutti gli antichi Padri della Chiesa. 201

Il più antico elenco a noi noto dei vescovi romani, l’annuario ufficiale dei Papi,
riporta quale primo vescovo della città un certo Lino che avrebbe ricevuto l’incarico dell’ufficio episcopale addirittura da Pietro e Paolo. Successivamente Lino venne retrocesso al secondo posto per consentire all'apostolo Pietro di essere considerato il primo vescovo di Roma. Ma questo elenco papale, il celebre Liber Pontifìcalis,
messo insieme intorno al 160 da uno straniero, il cristiano d’oriente Egesippo, sulla cui vera identità si nutrono pesanti dubbi, secondo molti storici sarebbe del tutto inattendibile.

Persino taluni dotti cattolici devono ammettere che nella prima parte, quella più antica, il libro pontificale è una contraffazione che non offre nulla all’attenzione dello storiografo. Anche gli anni dei singoli episcopati calcolati fino al 235 sono arbitrai e del tutto approssimativi. A ciò si aggiunga che i vescovi di Roma per più di due secoli non si interessarono mai della presunta introduzione del primato ad opera di Gesù. Anzi tutta quanta la Chiesa antica nulla sapeva di un primato onorifico e giurisdizionale del vescovo di Roma. Insomma, i più antichi vescovi di Roma non furono «Papi» e nemmeno vollero esserlo; fu solo nel corso di un lungo periodo storico che crebbero le pretese egemoniche dei loro successori, e trascorsero secoli prima che avanzassero la pretesa alla guida universale della Chiesa.

Su imitazione dell’amministrazione imperiale romana, nel corso del III secolo ai vescovi delle capitali delle provincie, i Metropoliti, venne riconosciuto il predominio sugli altri vescovi, per cui singole sedi episcopali guadagnarono via via un’importanza particolare. In tal modo, ad esempio, il vescovo di Alessandria godeva di un’autorità superiore sui circa cento vescovi d’Egitto, quello di Cartagine su quelli africani, quello di Antiochia su gran parte dell’episcopato siriaco, quello di Roma sulla Chiesa italiana, ma non sul resto dell’Occidente.

Ma poiché Roma era da secoli considerata la capitale del mondo, nel IV secolo tale privilegio onorifico cominciò ad essere attribuito anche alla Chiesa romana. Ma ancora agli inizi del V secolo il Papa Anastasio si considerava capo
solo dell’Occidente, e fino a Leone I (440-461) i vescovi romani perseguirono il consolidamento del loro Patriarcato sull’Occidente piuttosto che il primato sull’intera
comunità. Leone I , per primo elaborò la teoria del primato papale basandosi sul Canone VI di Nicea, che in una traduzione latina, risalente agli anni successivi al 445, reca l’intitolazione "De primatu ecclesiae Romanae" e sostiene già nella prima frase che la Chiesa romana possedeva da sempre il primato (primatum) su tutti i vescovi cristiani. Ma questo canone è considerato un falso
.
Però, proprio durante il pontificato di Leone I, il Concilio di Calcedonia del 451 - con
circa seicento vescovi il più grande della Chiesa antica - stabilì nel Canone 28
l'equiparazione dei vescovi romani e di quelli costantinopolitani. Infatti, dopo il trasferimento a Costantinopoli della residenza imperiale, il Patriarca della nuova capitale divenne un pericoloso avversario del vescovo di Roma, anche perché la Chiesa d’Oriente non pensò mai di riconoscere la superiorità di quella romana.







Liber pontificalis


martedì 24 febbraio 2015

29 - “L'invenzione del cristianesimo” - Parte prima. La passione 5

Torniamo a Pilato che quando vide Gesù condotto in catene davanti a sé, chiese stupito ai sinedriti, come se in quel momento cadesse dalle nuvole, di quale accusa era imputato quell'uomo. Incredibile! Aveva mandato in piena notte seicento soldati ad arrestarlo e non sapeva perché l'aveva fatto!
Non è tutto! I sinedriti, che nella casa di Caifa avevano condannato a morte Gesù per bestemmia, con un incredibile voltafaccia cambiarono allora il capo d'accusa imputando Gesù di gravi reati contro il potere imperiale di Roma. Insomma una farsa in piena regola! Scrive Luca: "...lo condussero da Pilato e cominciarono ad accusarlo: «Abbiamo trovato costui che sobillava il nostro popolo, impediva di dare tributi a Cesare e affermava di essere il Cristo re» (Luca 13,2). In altre parole, ti denunciamo un Messia, pretendente al trono dì Israele, un nemico mortale di Roma. E di fronte all'incredulità del prefetto: «Non trovo nessuna colpa in quest'uomo» (Luca 23,3) nonostante le ammissioni esplicite di Gesù allo stesso Pilato di considerarsi il Re dei Giudei, essi rincararono la dose: «Costui solleva il popolo, insegnando per tutta la Giudea, dopo aver cominciato dalla Galilea fino a qui»" (Luca 23,55). Più ribelle di così! Altro che un predicatore di pace e di non-violenza!
I colpi di scena non sono ancora finiti. Ci pensa Luca, il più fantasioso dei quattro evangelisti, a presentarci il prossimo.
Gli altri tre evangelisti a questo proposito sono completamente muti. Si tratta del trasferimento di Gesù davanti ad Erode Antipa, figlio di Erode il Grande. Quando Pilato venne a sapere che Gesù proveniva dalla Galilea, sottoposta alla giurisdizione di Erode, cercò di scaricare su di lui, presente in quel momento a Gerusalemme, la responsabilità di giudicare Gesù.
Altra assurdità in quanto l'imputato deve sempre essere giudicato nel luogo in cui ha commesso il reato non in quello della sua provenienza. Comunque Erode, deluso per il comportamento di Gesù (aveva rifiutato di compiere prodigi in sua presenza), lo rispedì a Pilato senza emettere alcun verdetto contro di lui e limitandosi solo a schernirlo.
Il processo continuò con Gesù chiuso nel più stretto silenzio (forse nell'aspettativa che il popolo si sollevasse e lo liberasse dai sacerdoti e dai romani) e, nonostante il procuratore romano avesse dichiarato di non trovare in lui nessuna colpa ed Erode lo avesse rispedito senza riconoscergli alcun reato, si concluse con un'assurda condanna a morte di Gesù "per innocenza" al solo scopo (vorrebbero farci credere i Vangeli) di accontentare i giudei che lo accusavano di blasfemia.
Una autentica assurdità. Il Diritto Romano, cui ogni "Legatus Augusti pro praetore" doveva rigorosamente adeguarsi, imponeva l'eliminazione di chiunque avesse apertamente contestato il dominio romano. Stando dunque ai Vangeli, la personalità di Pilato ci appare pavida, cedevole e totalmente stupida, in contrasto con quanto ci tramandò di lui la storia.
Il re Agrippa I, che non era certo uno stinco di santo e che fece decapitare l'apostolo Giacomo, figlio di Zebedeo, e forse anche il fratello Giovanni, considerava Pilato, in una sua lettera a Filone, un "uomo rigido, crudele e spietato". Filone stesso, contemporaneo di Gesù, rincara la dose accusando nei suoi scritti il prefetto romano di "reiterati e sistematici massacri di persone senza processi né condanne".
A dimostrazione di ciò vale la pena di ricordare un solo episodio. Quando Pilato mise mano al tesoro del Tempio per costruire un acquedotto, prevedendo la rivolta popolare mescolò alla folla i suoi soldati travestiti perché potessero massacrare, a bastonate, i capi dei ribelli, come ci racconta Giuseppe Flavio: “con l’ordine di non usare le spade, ma di picchiare i dimostranti con bastoni [..]. I Giudei furono percossi e molti morirono per i colpi ricevuti, molti calpestati da loro stessi nel fuggi fuggi" (Giuseppe Flavio, Guerra Giudaica, II, op. cit.).
Ciò accadde nell'anno 30 d.C., quindi in prossimità della crocifissione di Gesù. Nel 36 d.C. a causa della sua ferocia vendicativa, Pilato fu destituito per ordine del legato di Siria Aulio Vitellio (poi imperatore) e processato. Quindi, era un uomo crudelissimo e determinato, per nulla corrispondente a come ce lo rappresentano i Vangeli. Una cosa è certa: nessun governatore romano si sarebbe lasciata imporre una decisione, come quella di condannare a morte Gesù, dagli schiamazzi della folla, ed è altrettanto certo che non avrebbe mai potuto emettere una sentenza di morte se non fosse stata giuridicamente motivata da accuse, riconosciute fondate, di rivolta politica antiromana e di sedizione armata. Quindi, Pilato non avrebbe mai potuto far giustiziare barbaramente sulla croce Gesù se fosse stato un innocuo pacifista disarmato, che predicava un messaggio puramente spirituale, e i soldati romani non lo avrebbero trattato con dileggio, come ribelle pericoloso, come sedicente “re dei giudei”, se fosse stato un vero messaggero di amore universale.
Singolare è stato il trattamento subito da Pilato da parte della Chiesa pre-costantiniana, la quale, per ingraziarsi Roma, giunse quasi a santificarlo insieme alla moglie Procla o Procula (ed è tuttora canonizzato sia dalla Chiesa Copta, sia da quella Etiopica).
Ma, dopo il trionfo del cristianesimo, secondo Eusebio di Cesarea, venne fatto morire nei modi più atroci: decapitato, annegato nel Tevere, perseguitato da frotte di demoni, e così via.

venerdì 20 febbraio 2015

2 8- “L'invenzione del cristianesimo” - Parte prima. La passione. 4

Giunta l'alba, che probabilmente dava inizio alla vigilia della Pasqua (ma non ne siamo certi perché i Vangeli sono discordi anche su questo), Gesù incatenato fu portato alla sede del presidio romano e consegnato al prefetto della Giudea, Ponzio Pilato.
Come mai Gesù, accusato di bestemmia, cioè di un reato religioso, viene consegnato ai romani per essere giudicato? Sotto il profilo giuridico la cosa non ha senso, perché Roma, ammettendo la più ampia libertà religiosa, non contemplava reati di quel genere. Al limite, era una faccenda puramente interna che gli ebrei dovevano sbrigare tra di loro (in base al principio giuridico romano "sui legibus uti"). E allora?
Gli arrampicatori sugli specchi adducono il pretesto che, non avendo in quel tempo gli ebrei la facoltà di emettere sentenze di morte, dovevano per forza ricorrere ai romani. Una bufala smentita da Giuseppe Flavio (Antichità Giudaiche, Libro 20 - Cap. 9) che spiega che era solo vietato agli ebrei eseguire condanne di morte mediante la spada o la croce ("jus gladii") riguardanti i delitti politici, mentre avevano la facoltà di procedere alla lapidazione, allo strangolamento ed alla decapitazione con la scure per gli altri reati. (v. Giovanni Battista e Stefano protomartire).
Nei Vangeli e negli Atti degli Apostoli si narra di lapidazioni eseguite per motivi religiosi, senza che le autorità romane siano mai intervenute, e molte volte Gesù stesso, stando ai Vangeli, rischiò la lapidazione o di essere gettato dal monte, se non avesse provveduto a mettersi in salvo (Luca 4,28-29 - Giovanni 8,59).
Anche Giacomo, fratello di Gesù, nonostante il grande favore popolare di cui godeva, non fu fatto lapidare dal sommo sacerdote Anania? Se fosse stato vero che Gesù era colpevole soltanto di un reato religioso, sarebbe stato lapidato sic et sempliciter come Stefano e come Giacomo, senza scomodare un esercito di soldati, senza subire la crocifissione, la più ignominiosa delle condanne, riservata solo ai ribelli politici, e senza l'iscrizione "Gesù re dei Giudei". Tutto ciò sembra lapalissiano. E i romani della sua lapidazione se ne sarebbero altamente infischiati.
Sul tradimento di Giuda Iscariota, ovvero di Giuda "sicario", più di uno storico ha sollevato dei dubbi scagionando l'apostolo da ogni addebito, adducendo il fatto che le motivazioni addotte per dimostrare il suo gesto: i trenta denari o l'irritazione per lo spreco dell'unzione nella casa di Betania, sono semplicemente ridicole. Comunque sulla fine di Giuda, il Vangelo di Matteo (l'unico dei quattro che accenna al fatto) e gli Atti discordano vistosamente.
Matteo ci racconta che Giuda, pentitosi del suo gesto, avrebbe gettato i trenta denari nel Tempio e si sarebbe impiccato. I sacerdoti, recuperata la somma, avrebbero comperato con essa il Campo del Vasaio, per la sepoltura degli stranieri, in adempimento delle profezie di Geremia (Geremia 32, 6) e Zaccaria (Zaccaria 11, 12-13). "E presero trenta denari d'argento, il prezzo del venduto, che i figli di Israele avevano mercanteggiato, e li diedero per il campo del Vasaio, come aveva ordinato il Signore" (Matteo 27,9-10). Abbiamo visto in precedenza che pur di far collimare le vicende del Messia con le profezie, gli evangelisti non esitarono ad inventare molti episodi. In questo caso la coincidenza tra la somma percepita da Giuda (trenta denari) e quella richiamata dalla profezia ci appare chiaramente sospetta.
Gli Atti danno una versione molto diversa della fine di Giuda ma bisogna saperla leggere tra le righe per capirla bene. Secondo questa versione Giuda non si pentì affatto del suo tradimento e coi trenta danari comperò un campo, ma poi ebbe una specie d'infortunio: cadde per terra, gli si squarciò il ventre e gli fuoriuscirono tutte le viscere. Strano, perché quello di squarciare con la spada il ventre dei traditori e di spargerne le viscere al suolo era il metodo seguito abitualmente dagli zeloti, e tra gli apostoli di zeloti ce n'erano più di uno, a cominciare da Pietro che non aveva esitato a tagliare l'orecchio a Malco e sicuramente non esitò a fare il karakiri a Giuda, che col suo tradimento aveva fatto fallire l'impresa (P.Zullino, Giuda, Rizzoli, Milano, 1998).
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giovedì 19 febbraio 2015

L'apostolo Pietro non fu mai a Roma e non fu il primo papa. 200

Nessun documento testimonia la presenza dell'apostolo Pietro a Roma, della sua carica episcopale e del suo martirio. Si tratta quindi di una una pura leggenda.
D’altra parte, si narra del viaggio a Roma e del successivo martirio in città dell’Apostolo Giovanni, di cui si sa con certezza che non ha mai messo piede nella capitale dell’impero. Eppure si favoleggia che sotto Domiziano sia stato gettato nell’olio bollente e quindi miracolosamente salvato (Tertulliano praescr. 36).

La cosa più incredibile riguardo la presenza di Pietro a Roma è che né Paolo, che scrisse da Roma le sue ultime lettere citando i nomi di molti dei suoi collaboratori, né gli Atti degli Apostoli, che arrivano fini al 62, accennano mai alla presenza a Roma di Pietro. Anche gli scritti cristiani fino alla metà del II secolo ignorano la questione. Infatti, il viaggio di san Pietro a Roma e la sua disputa con Simon Mago, la sua crocifissione ed altri episodi a lui riferiti, sono narrati esclusivamente in libri dichiarati apocrifi dalla Chiesa stessa, come gli Acta Petri.
Un gran numero di storici e di teologi ha negato, quindi, tout court, la presenza di Pietro a Roma. Uno di essi, il teologo K. Heussi, già nel 1936, dopo accurate analisi dei testi antichi, l'aveva esclusa categoricamente. (K.Heussi, Die roimische Petrustradition. in Theol. Literaturzeitung, 1959, nr. 5, 359 sgg.).
Più recentemente lo storico Michael Grant (Saint Peter, Penguin Books, London, 1994) ha messo in evidenza che ci sono otto incontrovertibili motivi che negano sia la presenza romana di Pietro, sia il suo presunto status di vescovo della città. Uno di questi è che se Pietro si fosse trovato a Roma all'arrivo di Paolo (o che fosse ancora vivo il ricordo di una sua precedente venuta), Luca ne avrebbe sicuramente data menzione nell'ultimo capitolo degli Atti, come aveva menzionato gli altri incontri tra i due a Gerusalemme e ad Antiochia.

Anche il presunto ritrovamento del sepolcro di San Pietro, inteso come prova archeologica della sua sepoltura, è stato più volte annunciato e altrettante volte smentito, perché di esso non è stata trovata una traccia sicura. Quindi, la presenza a Roma e la cattedra pontificia di Pietro costituiscono uno dei falsi più vistosi della Chiesa, finalizzato a suffragare il dogma dell’episcopato universale del vescovo di Roma. Pietro quindi non fu né il primo vescovo di una presunta successione apostolica né, tanto meno, il primo papa.

La Chiesa adduce a prova del martirio di Pietro e Paolo la persecuzione subita dai cristiani nell'anno 64 da parte di Nerone in seguito all'incendio di Roma; persecuzione, però, considerata falsa da parte di molti storici . Ma di questo martirio non c'è traccia in nessun documento storico e nemmeno ecclesiastico del primo secolo.
Secondo l'abate cattolico francese Louis Duchesne, autore di una monumentale e rigorosa storia della Chiesa (L.Duchesne, Histoire ancienne de l'Eglise, Paris, Fontemoing, 1911) e di un Liber Pontificalis (L.Duchesne, Liber Pontificalis, t. I-Il, Parigi 1886-1892. Riedizione con un terzo tomo di C. Vogel, Parigi 1955-1957), ricavati dagli archivi del Vaticano, che ricostruiscono con grande rigore storico la genealogia dei pontefici, i primi nove vescovi di Roma, compreso lo stesso Pietro, erano da togliere perché mai esistiti.

Infatti, la carica episcopale monarchica si impose a Roma soltanto nel IV secolo e per molto tempo tutti i vescovi furono considerati alla pari e nessuno di loro godette di uno stato privilegiato rispetto agli altri. Per Cipriano, Padre della Chiesa, non esisteva un vescovo dei vescovi, poiché nessuno poteva costringere all’obbedienza con autorità tirannica i propri confratelli. Solo nel IV secolo, ad imitazione dell’amministrazione imperiale romana, i vescovi dei capoluoghi delle province acquisirono il controllo dell'intera loro regione e furono chiamati metropoliti.
I metropoliti erano quattro: quello di Alessandria che controllava l'Egitto, quello di Antiochia che guidava l'episcopato siriaco, quello di Cartagine che sovrintendeva all'episcopato dell'Africa del nord, e, infine, quello romano che vigilava sulla Chiesa italiana ma non sul resto dell’Occidente.

I vescovi di Roma nei primi secoli non si interessarono mai della presunta introduzione del Primato di Pietro. Solo nel V secolo un decreto di Papa Gelasio I, inteso a stabilire l'autenticità dei 27 testi del Nuovo Testamento, decretò anche l'istituzione del primato papale su tutti i vescovi della cristianità, basandosi sul passo di Matteo: “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa.... Io ti darò le chiavi del regno dei cieli; tutto ciò che legherai in terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai in terra sarà sciolto nei cieli" (Matteo 16,18-19).

Ma questo è un altro clamoroso falso, come tanti altri passi, aggiunto al Vangelo di Matteo dopo il IV secolo, quando si consolidò il concetto di Chiesa, travasando in essa l’intero edificio giuridico romano. Al tempo di Matteo, ovviamente, nessuno era a conoscenza di questa istituzione non ancora inventata. Quindi il papato non deriva da questo passo del Vangelo di Matteo, unico dei Sinottici a riportarlo, quantunque anche Marco e Luca narrino la medesima scena (Marco 8:27-30 e Luca 9:18) .

Se fosse vero che Gesù intendeva fare di Pietro "il primo papa", ci sarebbe almeno qualche allusione negli Atti degli Apostoli, nelle Lettere di Paolo, o nel resto del Nuovo Testamento. Invece in questi testi non risulta nemmeno una sola volta  che Pietro abbia esercitato nella Chiesa primitiva una funzione di comando. Anzi, quando si riunisce il primo Concilio a Gerusalemme, questo viene presieduto da Giacomo, uno dei fratelli di Gesù, e non da Pietro, che pure era presente. Solo con Gelasio I si può, quindi, ipotizzare l'istituzione del papato. Il termine papa (padre), inizialmente titolo onorifico di tutti i vescovi per parecchi secoli, solo con l’inizio del secondo millennio diventò prerogativa esclusiva del vescovo di Roma.


Louis Duchesne


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Informazioni personali

Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)