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martedì 29 settembre 2015

87 “L'invenzione del cristianesimo” - Parte sesta. Le reliquie (Parte prima)

Dove però la religione cattolica raggiunge il top della credulità demenziale e della superstizione più morbosa, arrivando al feticismo necrofilo, è nella venerazione delle reliquie. Per quanto la vostra immaginazione sia fervida, mai potrà uguagliare le assurdità che troverete in queste pagine.
Le reliquie sono sempre state, e sono tuttora per la Chiesa, un colossale business e i santuari che ospitano quelle più venerate sono stati, da sempre, importanti mete di pellegrinaggi. Molte chiese sono nate proprio per contene le reliquie di qualche santo, come le quattro basiliche fatte costruire a Milano da Sant'Ambrogio.
Siccome la maggior parte dei credenti ha più fiducia nei santi e nella Madonna che nel Padre Eterno, troppo lontano dai loro problemi quotidiani, quando vogliono chiedere una grazia si rivolgono al loro santo preferito nel luogo in cui si conservano le sue reliquie, come a San Gennaro a Napoli, a Sant'Antonio a Padova o a San Nicola a Bari.
Solo che la credulità infantile della stragrande maggioranza della popolazione ha accettato senza remore una quantità sterminata di pseudo reliquie, prodotte da mitomani e da lestofanti e strumentalizzate per fini pietistici ed economici dagli ecclesiastici senza scrupoli, che non solo sono prive di ogni pur minima autenticità ma addirittura al di là di ogni razionalità.
Quello che fa specie è che queste inverosimili reliquie sono state oggetto di venerazione non solo da parte della popolazione ingenua e sprovveduta ma anche di papi e regnanti.
Pensate che a Costantinopoli, prima della caduta della città in mano ai turchi, erano oggetto di venerazione da parte del popolo, del patriarca e dell'imperatore, le reliquie più inverosimili dell'Antico Testamento, come l'ascia usata da Noè per la costruzione dell'Arca, il trono di Salomone, la verga di Mosè, le tavole della legge e frammenti dell'Arca dell'alleanza.
Ma altrettanto incredibili e mirabolanti risultano le reliquie riferite a Gesù e alla sua passione e crocifissione, ancor oggi venerate nel mondo cattolico. Prima di farne una carrellata esemplificativa, spieghiamo perché nessuna di esse può vantare una minima attendibilità.
Gli Atti degli Apostoli, che descrivono il cristianesimo delle origini, non fanno alcun accenno a possibili reliquie riferite alla vita e alla morte di Gesù, a Maria e agli apostoli. Anzi, ci danno netta la sensazione dell'assoluta indifferenza generale a questo riguardo. Anche perché non se ne sentiva la necessità, visto che tutti ritenevano imminente il ritorno di Gesù dal cielo in carne e ossa.
Lo stesso Paolo, che pur diede inizio alla deificazione di Gesù, nelle sue Lettere mai manifestò il minimo interesse a questo proposito. Quindi al tempo degli apostoli nessuna reliquia riferita a Gesù o alla Madonna era conosciuta e tanto meno oggetto di venerazione. Come mai allora successivamente, specie dal IV secolo in poi, il mondo cristiano fu invaso da ampolle di sangue di Cristo, da frammenti della sua croce e della corona di spine e via discorrendo? Tutte colossali bufale inventate in un tempo in cui la credulità era diffusa a tutti i livelli e mancava un qualsiasi criterio che stabilisse l'autenticità di quanto si affermava. Ma c'è un'altra considerazione importante da fare.
Nelle due Guerre Giudaiche del 70 e del 135 d.C. Gerusalemme, e gran parte della Palestina, furono saccheggiate e rase al suolo per ben due volte dall’esercito romano. Nel 135 l’imperatore Adriano, di fronte all’ennesima rivolta degli ebrei contro i romani, decise di risolvere il problema alla radice. Ordinò di cancellare a Gerusalemme e nella Palestina ogni traccia che si riferisse all’ebraismo e al cristianesimo. Quindi fece spianare il Golgota, sconvolse radicalmente ogni aspetto della vecchia città santa, e sulle rovine del Tempio fece erigere, come suprema profanazione, un tempio pagano con le statue di Giove Capitolino e di altre divinità.
Ciò determinò la radicale cancellazione di tutti i monumenti e gli oggetti religiosi ebraici e cristiani. Quindi gli attuali riferimenti ai luoghi santi (ad esempio il Santo Sepolcro individuato da Elena, madre di Costantino, e la Basilica dell’Annunciazione a Nazareth) e alle reliquie relative, sono inattendibili sotto ogni punto di vista (alla luce anche delle successive stratificazioni apportate dai musulmani nel lungo periodo della loro dominazione). Furono inventati, assieme all’ubicazione della città di Nazareth, da Sant'Elena, madre di Costantino, e dai crociati nel Medioevo.
Ciò premesso, diamo un'occhiata alle più inverosimili e assurde reliquie cristiane che risalgono al cristianesimo primitivo.
Cominciamo con la croce su cui fu crocifisso Gesù e che Sant'Elena affermò di aver trovato coi tre chiodi e il titulum (cioè la targa), dopo quattro secoli dalla crocifissione, sotto un tempio pagano fatto costruire da Adriano sul Golgota spianato. Vi sembra verosimile una cosa del genere?
Questa presunta croce, dopo inverosimili vicende, fu divisa in tanti frammenti (conservati in molte basiliche) che messi insieme, come ironicamente affermava Erasmo da Rotterdam, potrebbero costruire una nave. I tre chiodi (gli unici salvatisi su migliaia di crocifissioni, per i babbei) furono considerati reliquie di inestimabile valore. Uno venne fuso nell'elmo di Costantino, un altro nel morso del suo cavallo (conservato nel Duomo di Milano) e il terzo si trova tuttora nella Chiesa di Santa Croce in Gerusalemme a Roma. Nessun storico serio dà il minimo credito a tali rinvenimenti ma li rilega a pura leggenda.
Sulla scia della santa croce pullularono in breve tempo miriadi di reliquie, una più assurda dell'altra (ma tuttora considerate oggetto di culto per la Chiesa): la corona di spine, conservata nella Sainte Chapelle di Parigi, la colonna della flagellazione (Chiesa di Santa Pressede a Roma), la pietra sulla quale fu deposto il corpo di Cristo (Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme), due scale servite per la deposizione (una a Roma in Laterano e l'altra a Gerusalemme), la sacra lancia che colpì il costato di Gesù (Vienna), il sangue di Gesù scaturito dalla ferita del costato (Cattedrale di Mantova), una trentina di sudari in cui fu avvolto il corpo di Cristo nella sepoltura, il più importante dei quali, la Sacra Sindone, conservata a Torino, viene datata al XIV secolo col metodo del carbonio 14, effettuato in tre laboratori tra loro indipendenti.  

venerdì 25 settembre 2015

86- “L'invenzione del cristianesimo” - Parte sesta. Gli pseudomiracoli

I miracoli sono un'altra colossale bufala che la Chiesa ha sempre strumentalizzato, calcando la credulità delle masse ingenue e superstiziose. Al giorno d’oggi essi sono ovviamente in declino, rispetto ai tempi antichi, perché la gente si è fatta più smaliziata. La Chiesa, però, persiste a farli credere, anzi li esige quando vuole santificare qualcuno. Ma gli scienziati, e tutte le persone dotate di un minimo di razionalità, li negano recisamente e spiegano con chiarezza i motivi della loro inesistenza.
Tutti i miracoli di cui siamo a conoscenza, come oggi comincia a spigare la biologia epigenetica in concomitanza con la fisica quantistica, sono determinati dalla nostra psiche che è ancora un enorme mistero ma che, quando l'avremo definitivamente esplorata, ci riserverà delle immense sorprese. Così potremo comprendere come può fare ammalare il corpo, ma anche, in taluni casi, come riesce a determinare guarigioni miracolose, sempre però riferite all'ambito della psicosomaticità.Tutti i cosiddetti miracoli, quindi, sono esclusivamente di natura psicosomatica. La prova? La ricrescita di una arto perduto o la guarigione della sindrome di Down, veri miracoli non psicosomatici che violerebbero le leggi naturali ordinarie, mai si sono verificati. Per un Dio onnipotente guarire uno storpio o far ricrescere una gamba dovrebbe essere la stessa cosa. O no? Come mai allora questo non è mai accaduto e nemmeno che un bambino down sia guarito dalla sua sindrome?
Le remissioni spontanee dei tumori e di altre malattie gravissime, date per inspiegabili dai medici e quindi ritenute miracolose, che sono dell’ordine di una su diecimila, secondo i dati scientifici, possono avvenire scatenando nella nostra psiche una "corrente guaritrice" che anche i medici riconoscono, senza poterla esattamente definire.
Essa può essere determinata da vari fattori, come ad esempio, una forte emozione di tipo religioso, o le suggestioni impartite da un guru carismatico, o una potentissima carica emotiva occasionale. Queste remissioni rientrano nel novero delle leggi della natura e solo gli ingenui le attribuiscono a Dio. Concludendo, i cosiddetti miracoli sono attribuibili a reazione psicosomatica, oppure a frode o a giochi di prestigio.
Tra i miracoli possiamo ascrivere anche le apparizioni di Madonne e santi, così frequenti in passato e purtroppo anche ai nostri giorni. Dobbiamo chiederci a questo riguardo: perché le Madonne-patacca appaiono solo ed esclusivamente nei Paesi cattolici e mai in quelli protestanti e tanto meno nei Paesi non cristiani e, infine, perché appaiono sempre a bambini analfabeti, caratterizzati da una forte condizione di arretratezza culturale, sociale e religiosa, e mai a gente colta e dotata di una certa apertura mentale?
Inoltre, perché i contenuti di fede di questa apparizioni sono sempre di una banalità e ovvietà sconcertanti? I segreti di Fatima si sono rivelati di nessunissima rilevanza e a Medjugorje la Madonna, oltre a vietare di bere e fumare, per poco non si è fatta promotrice di una dieta di bellezza. Una cosa è certa, le apparizioni, oltre ad incrementare la superstizione morbosa del popolino, si traducono spesso in un grosso business economico, perché determinano un lucroso indotto commerciale nelle zone arretrate in cui avvengono e per la Chiesa che lo gestisce. Secondo gli studiosi di statistica le guarigioni miracolose che avvengono nei santuari, tipo Lourdes, in cui affluiscono milioni di ingenui pellegrini, sono molto inferiori (una su oltre un milione di pellegrini) rispetto quelle che avvengono spontaneamente (una su diecimila ammalati) al di fuori di essi.
Quindi, osserva ironicamente il matematico Piergiorgio Odifreddi, a un malato che dispera della guarigione converrebbe cento volte di più starsene a casa che fare un pellegrinaggio a Lourdes, oltre tutto faticosissimo.
Altrettanto ironicamente lo scrittore francese Anatole France, in visita al santuario dei Pirenei osservò: «Vedo molte stampelle, ma nessuna gamba di legno», cioè molti pseudomiracoli e nessun miracolo vero.

giovedì 24 settembre 2015

L'eucaristia deriva dagli antichi riti del cannibalismo rituale. 229

Tutte le religioni antiche, nella loro primitiva formulazione, si basavano sul convincimento che l'uomo poteva unirsi col suo dio mangiandolo e bevendolo per ottenere le sue energie soprannaturali, seguendo un rituale preciso. Anche nelle forme cultuali più rozze i teologi moderni hanno saputo scorgere una sorta di anticipazione dei misteri cristiani, non escludendo nemmeno l’antropofagia, un tempo diffusa in tutto il mondo.

In effetti i cannibali, che hanno fatto il loro ingresso nella storia in un’epoca già evoluta dello sviluppo del concetto di religione, di regola divoravano membra umane non per sete di vendetta o per istinto ferino, ma perché erano convinti di acquistare le particolari energie fisiche e spirituali della vittima, come quei selvaggi che credono di impadronirsi della forza di un orso, mangiandone le carni.

Fin dai primi tempi i dell’antico Egitto si mangiavano gli dei per conquistare vita e forza, come dimostra inequivocabilmente l’inno cannibalesco che illustra l’ingresso del defunto re Unas, come leggiamo in una delle più celebri iscrizioni delle piramidi egizie:

«I suoi servitori hanno catturato gli Dei con le sagole (corde di canapa), li hanno trovati buoni, li hanno trascinati via, li hanno legati, li hanno sgozzati e ne hanno tratto fuori le interiora, le hanno tagliate e le hanno cotte in pentole ribollenti. E il Re divora la loro forza e mangia le loro anime. I grandi Dei sono la sua colazione, i mediocri il suo pranzo, i piccoli la sua cena Il Re divora tutto quel che gli capita. Avidamente tutto inghiotte e la sua forza magica diviene più grande di ogni forza magica. Egli diventa erede della potenza, il più grande di tutti gli eredi, e diventa il Signore del cielo; egli ha mangiato tutte le corone e tutti i bracciali, egli ha mangiato la sapienza di tutti gli Dei».
Successivamente, con lo scemare dell'istinto cannibalesco, al posto del dio si è mangiato per lungo tempo il corrispettivo dio-animale (agnello, toro o pesce) e, infine, quasi tutte le religioni, si sono orientate a celebrare la comunione sacrale usando soltanto il pane e il vino.

Presso gli antichi greci l’idea di un pasto celeste, in grado di procurare la vita eterna, risale a Omero. Nel mito di Dioniso i Titani fanno a pezzi il divin bambino, divorandone le membra, e nel suo culto venivano uccisi un capriolo e un capretto, poi divorati come carne del dio. Il pasto sacro nella religione di Attis era già costituito, però, da pane e da vino.

I sacerdoti siriaci,invece,mangiavano la divinità, nutrendosi di pesci. In seguito il pesce, contrassegno mistico di misteri pagani ampiamente diffusi, divenne il simbolo del più sacro mistero cristiano, cioè dell’eucaristia, che fu quindi «il vero mistero del pesce», «l’unico pesce puro».


E per l’appunto l’assunzione del pesce come simbolo cultuale ebbe luogo dapprima proprio ad opera dei cristiani di Siria, dove la venerazione dei pesci era diffusissima. Il termine greco per indicare il pesce, Ichthys, costituì l’acrostico della definizione del Cristo come «Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore» (Jesous Christos THeou Yios Sotér). 

Simbolo eucaristico


martedì 22 settembre 2015

85- “L'invenzione del cristianesimo” - Parte sesta. Il degrado della donna a creatura volgare e carnale.

Paolo considerava la fornicazione il peccato per antonomasia per cui l'ascetismo da lui imposto aborrì il sesso e degradò la donna , con marcato disprezzo, a volgare entità sessuale, ignorando la grande considerazione che Gesù aveva nutrito per le molte discepole che lo accompagnavano nei villaggi della Galilea.
Per di più, l'affermazione di Paolo che la caduta del primo uomo Adamo doveva essere attribuita ad Eva, accrebbe il dileggio nei suoi confronti, al punto che Tertulliano, dottore della Chiesa, scrisse con palese acredine: “A causa tua (Eva, donna) il Figlio di Dio dovette morire. Tu dovresti sempre essere vestita a lutto con stracci”. Ecco perché nella Chiesa, fin dai primi secoli, la donna è stata considerata inferiore all'uomo e vista come una creatura volgare, carnale e seduttrice. È Eva, la peccatrice per antonomasia (Tertulliano, De exhortatione castitatis 9,10).
La misoginia di Paolo viene sottolineata nelle sue Lettere in più occasioni. "Non concedo a nessuna donna di insegnare, né di dettare legge all'uomo; piuttosto se ne stia in atteggiamento tranquillo. Perché prima è stato formato Adamo e poi Eva; e non fu Adamo ad essere ingannato, ma fu la donna che, ingannata, si rese colpevole di trasgressione. Essa potrà essere salvata partorendo figli, a condizione di perseverare nella fede, nella carità e nella santificazione, con modestia" (Timoteo 2,12).
Tutti i grandi dottori della Chiesa abbracciarono in pieno la misoginia paolina e furono concordi nell'affermare che la donna doveva servire solo alla propagazione della specie. Ma per altro, secondo le farneticazioni di Tommaso d'Aquino, anche in questo ruolo essa trascinava in basso dalla sua sublime altezza l’anima dell’uomo, portando il suo corpo in «una schiavitù più amara di qualsiasi altra».
Le affermazioni di questi sommi dottori riguardo all'inferiorità della donna arrivano alla pura demenzialità. Alberto Magno affermava con sicumerica supponenza che dovrebbero essere generate solo persone perfette, cioè uomini. Tuttavia, «affinché l’opera della natura non vada completamente distrutta, essa plasma un essere femminile». La qual cosa poteva dipendere da una «corruptio instrumenti», vale a dire da una errata operazione del sesso maschile. Quindi, secondo lui, anche la Madonna, idolatrata dai cristiani come madre di Dio, sarebbe nata per una carenza funzionale del pene di suo padre Gioacchino.
Un altro grande misogino e sessuofobo fu sant'Agostino per il quale solo «Cristo fu concepito senza piacere carnale, esente dalla macchia derivante dal peccato originale», mentre tutti noi veniamo al mondo con una natura decaduta. Da notare che fino ai trent'anni Agostino condusse una vita tutt'altro che morigerata, anzi decisamente peccaminosa, accompagnandosi con più donne e perfino con bambine. Oggi sarebbe stato giudicato un pedofilo. Dopo la conversione, però, arrivò a disprezzare la donna a tal punto da definirla, demenzialmente, un essere inferiore, creato da Dio non a sua immagine e somiglianza (mulier non est facta ad imaginem Dei).
Non solo aborriva il sesso ma anche il matrimonio in quanto lo considerava, spregiativamente, il veicolo di trasmissione del peccato originale. Scrisse: «Mariti, vogliate bene alle vostre mogli, ma amatele nella castità (sic). Insistete nelle opere della carne nella misura in cui è necessario per la procreazione. Dal momento che non è possibile generare figli in altro modo, dovete vostro malgrado, degradarvi perché è questa la punizione di Adamo».
Quindi il sesso è aborrito come piacere e visto soltanto come degradato dovere procreativo. A lui risale la condanna dei metodi di contraccezione che oggi la Chiesa, che ha fatto suoi tutti gli insegnamenti di Agostino, equipara ad autentici omicidi. Agostino li definiva «veleni della sterilità» e considerava le donne che ne facevano uso come le «meretrici dei propri mariti».
Sulla scia di Paolo e di Agostino per quasi venti secoli la donna è stata dileggiata da dottori e teologi in mille modi: «porta del diavolo» (Tertulliano), «male di natura» (Giovanni Crisostomo), «insaziabile» di piacere (Girolamo), «di mente instabile» (Gregorio I), «sacco di escrementi» (Odo, abate di Cluny), «una sorta di inferno» (Pio II), «osso in soprannumero» (Bossuet), arrivando, in casi estremi, a negare perfino che possedesse l'anima. Solo, infatti, nel Concilio di Trento le fu apertamente riconosciuto di possederla. Ecco perché nel Medioevo la donna «non aveva nessuna autorità, non poteva insegnare, né testimoniare … né giudicare» (Decretum Gratiani, XII sec.) e nemmeno accostarsi «ai sacri altari» (papa Gelasio). Fino al XX secolo le fu vietato perfino di “servire” messa o cantare in chiesa (motivo quest’ultimo per cui dal Cinquecento, avendo bisogno di voci bianche, si ricorse alla castrazione).
La pretesa inferiorità della donna, perdurata nella dottrina della Chiesa fino al XX secolo, servì a giustificare non solo la sua estromissione dal sacerdozio ma anche la sua totale sottomissione all'uomo. Per Leone XIII «il marito è il principe della famiglia e il capo della moglie» (Arcanum divinae). Per Pio XI «l’ordine dell’amore» richiede «da una parte la superiorità del marito sopra la moglie ed i figli, e dall’altra la pronta sottomissione e ubbidienza della moglie» (Casti connubii, 1930).
Solo a partire dal Vaticano II, grazie anche all’influenza del movimento femminista, cominciò a essere posta in discussione la  misoginia cattolica. Ma soltanto a parole. Infatti, anche se il Catechismo della Chiesa (1992) afferma la parità dei sessi, negando l’idea paolina che solo l’uomo sia “immagine di Dio”, la Chiesa, non non ha mai voluto riconoscere di aver discriminato la donna per venti secoli e ancor meno ha voluto trarre le conseguenze del suo nuovo orientamento.
Ancor oggi, infatti, continua a negare alla donna l'accesso al sacerdozio con motivazioni infantili e persiste nel suo anti-femminismo medievale.
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venerdì 18 settembre 2015

84- “L'invenzione del cristianesimo” - Parte sesta. L'ascetismo (Parte seconda)

Una mortificazione così drastica e assoluta degli istinti più naturali e, soprattutto, la demonizzazione e repressione del sesso, rendevano gli asceti continuamente ossessionati da pensieri perversi e lascivi. Infatti tutti costoro erano incessantemente tentati dal sesso, identificato con Satana, e vivevano tra continui tormenti. Santa Teresa d’Avila confessava che di continuo ogni vizio era in lei risvegliato, ed era talmente ossessionata dal sesso che spesso, in presa ad un isterismo orgasmico, scambiava i suoi deliranti amplessi con Gesù per autentici rapimenti mistici. Anche Santa Caterina da Siena si dichiarava perseguitata da intere schiere di demoni, che lussuriavano nella sua cella e persino in chiesa.
San Girolamo, autore della Vulgata (la Bibbia tradotta in latino), dottore e Padre della Chiesa, confessava che, pur vivendo tra bestie e scorpioni, era continuamente tormentato da visioni di belle fanciulle danzanti che lo tentavano. «Il mio volto era pallido per il digiuno, ma nel corpo freddo lo spirito ardeva di caldissime brame, e nella fantasia di un uomo, la cui carne era da lungo tempo pressoché morta, ribolliva ancora il fuoco di maligne libidini».
Ma chi fu ad introdurre nel cristianesimo questa forma aberrante e psicotica di penitenza? Non Gesù, che non l’ha né predicata né praticata. Nei Vangeli non ne troviamo traccia. Anzi leggiamo che i farisei lo trattavano da gaudente perché ignorava i digiuni e partecipava con gioia ai banchetti. E allora?
È stato Paolo di Tarso, il San Paolo della Chiesa. Nelle sue Lettere, come abbiamo già riferito, egli si scaglia con delirio contro il corpo, da lui chiamato la “carne”, considerato la sede del peccato, e impone al cristiano di «spossare e asservire il corpo», di «ucciderlo» (1 Cor. 9,27; Galati, 5,24; Romani, 8,13; Colossesi 3,5), in quanto esso è un «corpo di morte» e «odio contro Dio» (Romani, 7,18; 7,24; 8,6 sgg.
Dobbiamo solo a lui l’introduzione nel cristianesimo, di cui è l’assoluto inventore, di questa forma disumana e mostruosa di rinuncia alle gioie della vita e ai sani istinti del corpo. Le turpitudini che egli attribuisce all'uomo sono infinite: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissenso, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezza, orge e così via (Galai 5, 19-21), tali da renderlo più malvagio degli animali allo stato brado.
Quindi la vita del cristiano, per contrastare la sua degradazione, doveva incentrarsi nell’ascesi. La Chiesa, fin dalle sue origini, ha accettato in pieno queste sue aberrazioni e ha considerato l'uomo il più infimo degli esseri viventi, un verme immorale e degradato, perennemente in preda alle nefandezze più perniciose e incapace da solo di perseguire la salvezza. Ecco perché per i Padri e Dottori della Chiesa (Basilio, Gregorio di Nissa, Lattanzio, Origene, Tertulliano e così via) il mondo andava inteso come una valle di lacrime e la vita terrena un “letamaio”. Si doveva sempre vivere nel lutto e nella penitenza, vestiti di stracci e coi capelli incolti. Lo scopo di tutta questa macerante penitenza, con la rinuncia a tutto quanto la vita può offrire di bello, buono, sano, utile e dilettevole? La beatitudine eterna nell’aldilà. Quale aldilà? Quello utopico, chimerico, creato da una favola infantile e che nessuno ha mai visto e dal quale nessuno ci è mai venuto a informare. Una bufala mostruosa, quindi, che magnificando un mondo fittizio ci impedisce il pieno godimento di quello reale. Oggi, nell'era del secolarismo e consumismo imperanti, nel mondo cattolico l'ascetismo è passato di moda e la massa ne ignota l'esistenza. Ma la Chiesa persegue nella sua malsana visione di intendere l'uomo un essere degradato e peccaminoso che deve, dal momento del concepimento a quello dell'inumazione, ritenersi totalmente sottoposto alla sua autorità in quanto incapace di godere di libertà e di autodeterminazione. Ecco perché essa, sempre nemica implacabile della felicità umana, vieta tutte le gioie che esprimono i veri valori della vita.



giovedì 17 settembre 2015

L'eucaristia non è stata inventata da Gesù ma da Paolo di Tarso. 228

Secondo i Vangeli sinottici l'eucaristia fu istituita da Gesù durante l'ultima cena, ma secondo il Vangelo di Giovanni, molto posteriore ai sinottici ma più ricco di particolari su quell'avvenimento (ad esempio la lavanda dei piedi, ignorata dagli altri tre evangelisti), di essa non c'è traccia.

Se teniamo presente che la prima descrizione dell'istituzione dell'eucarestia non la troviamo nei Vangeli ma in una Lettera di Paolo di Tarso (1 Cor. 11, 23 sgg.) che li precede di qualche decennio e che questa istituzione viene riportata dai i sinottici con le esatte parole descritte nella Lettera paolina, ne deriva la certezza assoluta che il vero inventore dell'eucarestia non è stato Gesù ma lo stesso Paolo che la plagiò dalle religioni misteriche che ben conosceva.

In questa Lettera, infatti, che rientra nei primi documenti del Nuovo Testamento, Paolo di Tarso, che mai conobbe Gesù, ci narra come durante una visione celeste (cioè durante un attacco epilettico cui andava soggetto e che, secondo la medicina attuale, può spesso determinare intense esperienze mistiche) vide Gesù, nella notte in cui veniva tradito, che prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse agli apostoli: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me». Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga" (1 Corinzi 11, 23-26).

Ma nei sinottici l'ordine istitutivo che conferisce a questo pasto sacro il carattere di sacramento sempre ripetibile e da ripetere, non è riferito né da Marco né da Matteo, ma solo da Luca (il più paolino degli evangelisti), e riguarda soltanto lo spezzamento del pane. Di esso però non ve n’é traccia nei vari manoscritti antichi dello stesso Vangelo di Luca: si trova esclusivamente in un testo modificato e accomodato, molto più tardo degli altri.

È lapalissiano che mancando le parole: «Fate questo in memoria di me!» non si può sostenere l’istituzione dell’eucaristia. Solo quella formulazione, infatti, la trasforma in un sacramento. E dunque la reiterazione dell’atto sacramentale è affermata nel Vangelo di Luca, nel quale soltanto esiste un riferimento esplicito sia al pane che al vino, sulla scorta dei seguaci di Paolo che l'hanno aggiunta posteriormente.

A dimostrazione che l'eucaristia è un'assoluta invenzione paolina lo deduciamo anche dal fatto che era totalmente ignorata dagli apostoli, non essendo mai stata praticata da loro, e che presso gli ebrei la teofagia (cioè cibarsi anche simbolicamente della carne di un dio) era assolutamente blasfema, da punire con la lapidazione


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Informazioni personali

Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)