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martedì 28 febbraio 2017

115– Il falso Jahvè. L'esilio

La deportazione a Babilonia
L'esilio di gran parte degli abitanti del Regno di Giuda non durò complessivamente molto: appena mezzo secolo, abbastanza però perché i deportati assimilassero parte dei costumi locali e assorbissero concetti e idee che appartenevano alla cultura orientale, caldea e iranica.
Profondissima risultò la crisi provocata dal crollo del paradigma regale davidico, ritenuto eterno per promessa divina. Non pochi ebrei cominciarono a dubitare della potenza di Jahvè e si rivolsero ai nuovi dèi babilonesi, che erano un misto di superstizione e magia. Una parte degli emigrati decise di farsi assimilare o di stabilirsi definitivamente in Mesopotamia, abbandonando l'idea di tornare in patria, anche perché Babilonia sembrava incommensurabilmente più bella e fastosa della modesta Gerusalemme, e i templi del Dio Marduk molto più imponenti e sontuosi del piccolo Tempio di Salomone. Cominciò così la prima fase della diaspora ebraica. Ma la maggior parte degli esiliati, vivendo in piccoli insediamenti chiusi, poterono mantenere i loro riti religiosi e godere di una certa autonomia e indipendenza e, soprattutto, mantenere vivo il ricordo e la nostalgia della loro patria perduta.
Come pegno per il ritorno decisero di riscuotere regolarmente la tassa per il Tempio e di farla giungere a Gerusalemme. Allo scopo di consolidare il più possibile il sentimento d'appartenenza al popolo di Jahvè, e anche per accentuare la loro distinzione dagli altri popoli, si imposero l'osservanza rigida del culto della Torah, cioè della Legge mosaica restaurata da Giosia.
La circoncisione, non praticata in Mesopotamia, fu applicata con rigore e diventò il segno distintivo dell'appartenenza al popolo d'Israele e del Patto dell'Alleanza con Jahvè. Non si era ebrei se non si era circoncisi. L'osservanza del riposo del sabato, dei riti di purificazione, delle norme alimentari e delle feste commemorative, furono rigorosamente imposte, nonostante che la loro applicazione richiedesse immensi sacrifici in una terra straniera di così diversi costumi.
Durante i cinquant'anni d'esilio i deportati, che erano in gran parte l'élite d'Israele, rimasero fedeli alla riforma di Giosia e ripresero i testi del Pentateuco e della Storia Deuteronomistica apportando aggiunte e revisioni, per cui questi testi raggiunsero in sostanza la loro forma finale. Geremia, nel suo libro descrisse la situazione in Giuda durante l'esilio, mentre Ezechiele, esiliato, fornì informazioni sulla vita e le speranze dei deportati ebrei a Babilonia.
Oltre che a rafforzare lo spirito dell'osservanza della Legge e del culto di Jahvè, la lontananza dalla patria consentì agli esuli di sentirsi uniti spiritualmente ed etnicamente e di alimentare, senza cedimenti e incertezze, la speranza nel ritorno. Ma la superiore cultura babilonese esercitò sugli esuli, nonostante vivessero in una "enclave" spirituale ed etnica, un influsso di incalcolabile portata che riguardò la concezione dell'origine del mondo (con notevoli riflessi anche sulla Bibbia), il calendario mesopotamico, la terminologia babilonese e, soprattutto, l'adozione dell'aramaico - dopo l'avvento di Ciro - divenuto la lingua comune dell'intera regione, e della sua scrittura con l'alfabeto quadrato in uso ancora oggi in Israele in sostituzione di quello fenicio (Bernard Comrie, The Major Languages of South Asia, The Middle East and Africa).
Gli esuli furono indotti a nuova speranza da due grandi profeti dell'esilio: Ezechiele e Isaia Deuteronomio. Soprattutto il Deuteroisaia – il secondo Isaia, rimasto anonimo – preannunciò la liberazione e il ritorno dall'esilio alla stregua di un nuovo esodo dall'Egitto, una nuova marcia attraverso il deserto verso Gerusalemme per riedificare il Tempio, restaurare il regno di David in un Israele unificato. Così, in un tempo di esilio, di ignominia e spesso di disperazione, veniva posto il fondamento di una nuova speranza.
Influì molto sugli esuli israeliti la conquista di Babilonia da parte di Ciro, imperatore di Persia, avvenuta nel 539 circa a.C. Coi persiani, molto più colti ed evoluti dei babilonesi, il nazionalismo si trasformò in universalismo e fu concessa la più ampia tolleranza religiosa a tutti i popoli dell'impero. L'aramaico divenne lingua di Stato e gli stessi ebrei, come abbiamo visto, l'adottarono come loro lingua.
L'universalismo politico dei persiani influì positivamente sul Secondo Isaia e lo spinse ad elaborare un monoteismo universale, stando al quale il Dio unico non poteva essere nazionale o tribale, riservato cioè ad un solo popolo, ma esteso a tutti i popoli della Terra. Senza l'influenza persiana il monoteismo ebraico sarebbe rimasto sempre solo nazionale e tribale, e quindi riservato unicamente al popolo ebreo. Purtroppo, il monoteismo universale di Isaia non ebbe gran seguito in Israele e dopo l'infelice parentesi ellenistica e la restaurazione politica dei Maccabei, ritornò il monoteismo nazionalistico fautore del messianismo.


venerdì 24 febbraio 2017

114– Il falso Jahvè. La Bibbia in controluce 6

Fra gli episodi d'inaudita crudeltà è singolare quello che narra la vendetta del profeta Eliseo per una banale irriverenza nei suoi riguardi. Mentre saliva al santuario a cielo aperto di Bethel, dei ragazzetti si diedero a deridere la sua calvizie. Eliseo si voltò, li guardò e li maledisse nel nome del Signore. Allora uscirono dalla foresta due orsi che sbranarono quarantadue di quei fanciulli (2 Re 23-25).
Ma sono le atrocità efferate e crudeli a riempire non poche pagine della Bibbia. Riguardano la ferocia con la quale vennero trattati i nemici vinti in battaglia, le frequenti lotte fratricide combattute per motivi dinastici o per dissidi religiosi tra giudei e samaritani e altre atrocità che ci appaiono completamente assurde. Spesso, questi misfatti vengono attribuiti alla precisa volontà di Jahvè, presentato come il Dio degli eserciti che combatte per Israele, oppure come un Dio geloso, collerico e vendicativo.
Già Mosè, nel celebre episodio del vitello d'oro, su ordine preciso di Jahvè non aveva esitato a far trucidare i tremila ebrei che si erano macchiati d'idolatria durante la sua assenza (Esodo 32,27); e quando giunse oltre il Giordano lo stesso Mosè, poco prima di morire, ordinò al suo popolo, una volta conquistata la Terra di Canaan, di votare tutte le popolazioni vinte al completo sterminio, senza far loro grazia o concedere Alleanza (Deuteronomio 7,1-2). Date queste premesse appaiono coerenti (anche se del tutto fantasiosi) gli episodi efferati e cruenti che vengono narrati durante la conquista della Terra Promessa, ai quali si è già accennato.
E per quanto riguarda le lotte fratricide? Ecco uno degli esempi più efferati, raccontato nel Libro Secondo dei Re. Riguarda lo sterminio dei seguaci di Baal perpetrato dall'usurpatore Ieu, asceso al trono d'Israele dopo aver massacrato, a tradimento e con inaudita ferocia, tutti i membri della casa reale di Acab. Una volta preso il potere, obbedendo agli ordini del profeta Eliseo che l'aveva fatto segretamente ungere re, attuò il massacro di tutti i seguaci del Dio Baal (che con altro nome indicava Jahvè). Adducendo il falso motivo di voler celebrare un sacrificio in onore del Dio, inviò messaggeri per le città d'Israele affinché tutti i fedeli accorressero nel tempio di Baal. Ne giunsero talmente tanti che il tempio, a cielo aperto e di vasta estensione, ne risultò pieno da un'estremità all'altra. Allora: "Ieu ordinò alle guardie e ai loro capi: «Venite e uccideteli tutti. Non lasciatevi sfuggire nessuno!» Li uccisero a colpi di spada e gettarono fuori i cadaveri. Poi penetrarono nella parte più interna del tempio di Baal, demolirono il tempio e lo ridussero un immondezzaio " (2 Re 10,25-27).
Come punizione divina per quest'orrendo massacro: "Il Signore disse a Ieu:
"Perché ti sei compiaciuto di fare ciò che è giusto ai miei occhi [cioè, hai ucciso tutti i fedeli di Baal] e hai compiuto per la casa di Acab quanto era nella mia intenzione [cioè, l'hai completamente sterminata], i tuoi figli – fino alla quarta generazione – sederanno sul trono d'Israele” (2 Re 10, 30).
Indubbiamente, questa è una delle non poche pagine disumane e blasfeme della Bibbia che ci presenta Jahvè come un Dio "meschino, violento e assetato di sangue" (Freud op, cit pag. 375) e non come il Dio-Signore che difende l'umile e l'oppresso. Un Dio unico, quindi, incommensurabilmente inferiore a quello dei grandi misteri egizi dai quali discendeva.


giovedì 23 febbraio 2017

Gli Atti dei Martiri descritti nel Martirologio sono un'altra colossale bufala inventata dalla Chiesa. 298

Dopo che il Cristianesimo fu riconosciuto e legalizzato da Costantino, la Chiesa si prodigò a redigere gli "Atti dei Martiri" raccogliendoli nel "Martirologio": una sorta di calendario liturgico ufficiale in cui vengono descritte le storie di un numero esagerato di martiri di tutte le epoche. Si tratta di un colossale imbroglio perché questi martiri sono in maggioranza inventati (come San Gennaro, patrono di Napoli, del quale non esistono testimonianze storiche).

Gli episodi persecutori veri e propri furono limitati e mai giustificarono l'ipotesi di un olocausto. Come, altrimenti, si spiegherebbe il fatto che il cristianesimo precostantiniano abbia potuto espandersi in tutte le contrade dell'Impero e consentire il proliferare di comunità di fedeli, della loro gerarchia di diaconi, presbiteri e vescovi e una produzione ampia di testi teologici e storici da parte di uomini di cultura, come Clemente, Ireneo, Teodoreto, Tertulliano ed Eusebio?

La Chiesa – come abbiamo accennato più volte in precedenza – fin dalle sue origini ha distrutto tutte le opere contrarie alla sua ideologia e ai suoi interessi politici. Così, riguardo alle persecuzioni, ci mancano quasi completamente i testi degli editti anticristiani imperiali. Infatti, la loro raccolta, compilata dal giureconsulto Domizio Ulpiano, è stata fatta sparire dalla Chiesa postcostantiniana in quanto contraddiceva i molti falsi storici costruiti intorno alle persecuzioni, a cominciare da quelli tramandatici da Eusebio di Cesarea, ciambellano di Costantino, nella sua Storia ecclesiastica, privi di riscontri.

Eusebio di Cesarea, infatti, ebbe da Costantino il permesso di controllare gli Archivi imperiali che descrivevano tutti i fatti e le leggi accaduti durante la lunga storia di Roma. Secondo molti studiosi egli falsificò molti documenti anticristiani o storici mediante aggiunte e cancellazioni. Quindi la sua Storia ecclesiastica è poco credibile perché ricca di innumerevoli invenzioni (come la successione degli apostoli e la cronologia dei primi papi), tra le quali il numero spropositato di martiri cristiani.



Martirologio


martedì 21 febbraio 2017

113– Il falso Jahvè. La Bibbia in controluce 5

Negli episodi legati alla storia, le incongruenze, le contraddizioni e le falsificazioni sono numerose. Ne citerò solo uno a mo' di esempio.
La conquista della città di Gerico da parte di Giosuè, da lui narrata nel libro che porta il suo nome, sembrerebbe un fatto storico ineccepibile ancorché fantasioso. Togliendo tutti gli aspetti mirabolanti del racconto, che vogliono farci credere che la città venne presa miracolosamente mediante il suono delle trombe dei sacerdoti d'Israele e le grida del suo popolo, resterebbe comunque credibile la sua conquista. E invece no. L'archeologia ci fa sapere che quando Giosuè, verso il 1200 a.C., giunse davanti a Gerico, la città non esisteva più, in quanto distrutta qualche secolo prima. Il crollo delle potenti mura al suono delle trombe da guerra non fu che un miraggio romantico, ha scritto l'archeologo Israel Finkelstein (The Archaeology of the Iasraelite Settlement, pagg. 295-302). Ma cosa potrebbe essere successo a Gerico? Trovandosi gli israeliti davanti a una città fantasma, ridotta cioè a un mucchio di rovine, abitata da gruppi di sbandati, bastò loro provocare un po' di rumore per farli fuggire; e ciò fece nascer la leggenda delle trombe e delle grida.
Abbiamo accennato anche ad episodi stravaganti e assurdi che suscitano nel lettore sorpresa, disgusto e orrore. Vediamone alcuni. Al profeta Ezechiele, per punizione Dio fa mangiare un rotolo scritto (Ezechiele 2,8-9) e poi gli impone di cuocere le sue ciambelle sopra escrementi umani. Di fronte alle sue proteste Jahvè viene a più miti consigli: "Ebbene, invece di escrementi umani, ti concedo sterco di bue: lì sopra cuocerai il tuo pane" (Ezechiele 4,9-15).
Ai filistei che avevano catturato l'Arca, il Signore fa arrivare un'epidemia singolare: fa insorgere in loro delle dolorosissime emorroidi che suscitarono in tutta la popolazione un terrore mortale (1 Samuele 5,1-10).
A David, affinché gli sia consentito di sposare Mikal, la figlia di re Saul, viene imposto di portare in dote cento prepuzi di nemici uccisi. David supera brillantemente la prova: uccide in battaglia duecento filistei e davanti al re conta i loro prepuzi alla stregua di moneta sonante. E Saul, in premio, gli concede in moglie la figlia Mikal (1 Samuele 18,20-27).
Certi episodi, oltre che disgustosi ci appaiono anche decisamente immorali, per esempio il comportamento incestuoso delle figlie di Lot che ubriacano il vecchio padre per unirsi a lui e generare figli (Genesi 19,30-36).


venerdì 17 febbraio 2017

112– Il falso Jahvè. La Bibbia in controluce 4

Un'altra storia della Genesi di chiara origine babilonese è quella della torre di Babele . La vicenda è troppo nota per doverla raccontare, ma si presta ad alcune considerazioni. Anzitutto Babele, che vuoi dire “Porta di Dio”, era il nome ebraico per la città di Babilonia. Quindi la torre di Babele era una torre di Babilonia.
Probabilmente era quella fatta costruire dal re assiro Assarhaddon (ca. 681- 665 a.C.), quando occupò la città. Più che una costruzione si trattò della ricostruzione della ziggurat consacrata al Dio Marduk, che era rimasta in rovine per secoli a seguito di una serie di incidenti attribuiti alla collera del Dio. Le somiglianze con la torre di Babele sono fin troppo evidenti: il nome, l'interruzione della costruzione per i molteplici incidenti attribuiti dal popolo al Dio Marduk, l'ubicazione. Tutti gli studiosi, e anche molti biblisti, oggi riconoscono che il racconto si ispirava a quest'evento storico (Joan Oates., Babylon, pag. 143).
Nel racconto della Genesi, oltre a questi elementi mitologici ricavati da fonti babilonesi, vi sono chiare tracce di politeismo, cioè di ammissione dell'esistenza di diversi dèi. Forse gli scribi, estensori della Bibbia, non poterono eliminarle perché troppo conosciute dalla gente.
Secondo Genesi 3,5, il serpente del Giardino dell'Eden dice a Eva: “I vostri occhi si apriranno e sarete come gli dèi”. Usa il termine al plurale, non al singolare. E in un altro passo della Genesi si allude chiaramente ai figli di Dio paragonabili ai figli degli dèi della mitologia babilonese. Poco prima del tempo di Noè, “i figli di Dio videro le figlie degli uomini e videro che erano belle: e le presero in moglie” (Genesi 6,2). Perfino Dio stesso allude ad altri déi quando scopre che Adamo ha mangiato il frutto proibito: “Poi Dio, il Signore, disse: ecco, l'uomo è diventato come uno di noi” (Genesi 3,22). E volete sapere per quanto tempo Adamo ed Eva resistettero alla tentazione e si godettero tutte le delizie del Giardino Terrestre? Alcuni testi giudaici apocrifi (e fantasiosi) ce lo dicono con esattezza: ottant'anni, due mesi e diciassette giorni. Non possiamo dire che quello di Adamo ed Eva sia stato uno sconsiderato peccato di gioventù!
Da quanto sopra riferito appare incontestabile che gran parte della Genesi fu aggiunta alle scritture giudaiche durante o dopo l'esilio babilonese.


giovedì 16 febbraio 2017

I veri martiri cristiani furono pochissimi, gli apostati tantissimi. 297

Tutti i Padri della Chiesa hanno enormemente esagerato sia il numero delle persecuzioni, sia quello dei martiri, e hanno inventato anche la favola che i cristiani dovevano nascondersi nelle catacombe per celebrare i loro riti. Oggi, però, nessun storico serio può avvallare una tale leggenda perché in realtà le catacombe (antichi cimiteri romani in disuso) furono dai cristiani usate solo per praticare i loro misteri separatamente dal “volgo profano” (in quanto si prestavano allo scopo), e per poter seppellire i loro morti con esequie religiose.

In realtà le dieci persecuzioni vantate dalla Chiesa ebbero tutte breve durata e causarono un numero relativamente basso di martiri autentici. Ce lo confessa Origene quando dichiara che il numero dei martiri cristiani «è piccolo e facile da contare» Ulteriore conferma che la persecuzione attuauta da Nerone fu una vera bufala perché da lui totalmente ignorata.

Neppure la persecuzione di Diocleziano fu grande come attesta la Chiesa. Ci furono dei confessori che vennero banditi o condannati ai lavori forzati nelle miniere, ma le esecuzioni capitali furono pochissime, e invece tante le abiure, come quella dello stesso papa Marcellino. La Chiesa incitava al martirio affermando che esso equivaleva ad un secondo battesimo che purificava da ogni peccato e consentiva ai martiri di salire diritti al cielo.

Una promessa analoga fu fatta, in seguito, anche per i crociati che morivano in battaglia. Neppure Diocleziano ebbe in animo, ovviamente, di distruggere i cristiani, i quali all’inizio del IV secolo costituivano già una parte consistente della popolazione, all’incirca dai sette ai quindici milioni di persone, su una cifra totale di circa cinquanta milioni di abitanti dell'Impero. Lo stesso vescovo di Roma Marcellino, che sedette sul seggio di Pietro dal 296 al 304, sacrificò agli dèi, anche se da parte cattolica la sua apostasia viene attenuata ritenendola non del tutto certa ma solo «estremamente probabile».

Singolare il comportamento del vescovo Euctemone di Smirne, successore di Policarpo, discepolo degli Apostoli. Arrestato, si affrettò verso il tempio con un agnellino, lo sgozzò, lo sacrificò agli dei e ne mangiò, facendo portare a casa propria quel che era rimasto. «Fu come se non potesse ricevere abbastanza carne sacrificale». Non solo, esortò all’apostasia anche i suoi fedeli. Un atteggiamento simile fu condiviso anche da altri vescovi, ad esempio da Reposto di Sutunurcum, che compì il sacrificio insieme a tutta quanta la sua comunità, come ci racconta Cipriano.


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Informazioni personali

Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)