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mercoledì 24 marzo 2010

Il grido di terrore e solitudine del Messia abbandonato (“L'invenzione del cristianesimo”) 60

Prima del sopraggiungere della morte, secondo Marco e Matteo, Gesù ebbe un attimo di smarrimento e pronunciò il grido di terrore e solitudine: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (Marco 15,34), inconcepibile se Cristo fosse stato il Figlio di Dio che s'immolava per la salvezza dell'umanità, ma chiarissimo per un aspirante Messia che, avendo fermamente creduto nell'intervento di Jahvè in suo aiuto, constatava con disperazione l'abbandono divino e il fallimento della sua missione.

I Sinottici raccontano che al momento della morte di Gesù accaddero degli eventi soprannaturali, quali: eclissi, terremoti, frane, resurrezioni e lo squarciamento nel Tempio del velo che nascondeva la Sancta Sanctorum, Questi accadimenti straordinari furono totalmente ignorati dai cronisti del tempo e rientrano quindi chiaramente nella pura mitologia.

La morte di Gesù fu molto rapida. Di solito i crocifissi, specie se di costituzione robusta, potevano sopravvivere per molte ore e talora anche per alcuni giorni, soffrendo un'atroce agonia. Ma Gesù, stando ai Sinottici, già dopo poche ore dalla crocifissione era entrato in deliquio e nel primo pomeriggio emise il suo ultimo respiro.

Ormai si avvicinava la sera di quel venerdì, vigilia della Pasqua, e bisognava affrettarsi a procedere alla deposizione perché la solenne festività del giorno dopo non consentiva che fossero ancora esposti i cadaveri dei suppliziati. E, a questo punto, troviamo l'ennesima conferma che Gesù era stato giustiziato per aver tentato un complotto messianico.

Chi infatti procedette alla sua deposizione e alla sua sepoltura non furono gli apostoli, datisi ignominiosamente alla macchia, e nemmeno i membri della sua famiglia (inspiegabilmente assenti), ad eccezione della presunta consorte Maria di Magdala e della zia Maria Cleofe, ma due importanti esponenti del sinedrio: Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo, che condividevano il suo ideale javista.

Se Gesù fosse stato condannato dal sinedrio per bestemmia, mai questi due importanti personaggi, definiti capi dei Giudei, avrebbero potuto prendersi cura del suo corpo e dargli sepoltura onorata, in un sepolcro di loro proprietà. Sarebbero stati accusati di disprezzo per il Tempio e di empietà. Il fatto che poterono prendersi cura del corpo di Gesù, senza incorrere nella scomunica del sinedrio, cioè del tribunale religioso, è la prova che Gesù non fu giustiziato per blasfemia ma per ribellione armata.

Con l'aiuto delle tre Marie (tra le quali i Sinottici annoverano Maddalena ma non la madre di Gesù) i due sinedriti provvidero alla sepoltura del suppliziato in una tomba di proprietà di Giuseppe d'Arimatea. Alle prime ombre del crepuscolo di quel fatidico venerdì, il dramma iniziato appena diciotto ore prima, era definitivamente concluso.

La rivolta, soffocata ancor prima di nascere, e il mancato intervento delle schiere celesti di Jahvè, avevano fatto fallire l'ennesimo tentativo messianico. Il disperato grido del Messia fallito, morente sulla croce: "Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato!" era la tragica ammissione di una sconfitta irreparabile.

Anche se Gesù, per il fatto di essere stato crocifisso dall'oppressore Pilato, era per l'opinione pubblica (esclusi i grandi sacerdoti e gli erodiani) un patriota martire, per i suoi seguaci la sua crocifissione si trasformò nella fine di ogni speranza. Si erano illusi di sedere alla destra e alla sinistra del trono del nuovo re d'Israele e si trovavano rintanati nei pressi della piscina di Siloe, tremanti d'orrore e di paura perché complici di un criminale giustiziato.

Qui finisce la vicenda terrena di Gesù, uno dei tanti Messia falliti che il clima fanatico dell'epoca faceva nascere e tramontare con una certa frequenza. Di lì a qualche decennio dalla sua morte, il crescente e sempre più esasperato delirio messianico avrebbe portato alla distruzione totale di Gerusalemme e alla cacciata di tutti gli ebrei dalla Palestina, cioè alla fine dello Stato d'Israele.

sabato 27 febbraio 2010

Gesù a Gerusalemme (“L'invenzione del cristianesimo”) 39

Finché Gesù perseguì il suo apostolato politico-religioso nella Galilea, lontano da Gerusalemme, nella città santa era poco noto e forse considerato uno dei tanti rabbi improvvisati che sorgevano e tramontavano con una certa frequenza e che la gerarchia templare sopportava con malcelato fastidio.

Ma quando calò a Gerusalemme e intensificò il suo ruolo messianico, suscitò ben presto l'attenzione delle alte classi del clero e degli erodiani, fortemente antimessianici, e verosimilmente degli stessi romani i quali, preoccupati dai continui disordini provocati da zeloti e sicari, controllavano capillarmente la città, specie durante le frequenti feste religiose che attiravano molti pellegrini da tutta la Palestina.

La permanenza di Gesù a Gerusalemme non fu lunga ma subito suscitò un'ostilità potente e durissima che lo incupì e amareggiò. L'atmosfera gioiosa, che lo aveva circondato nei villaggi della Galilea, veri e propri bagni di folla allegra e festante, si trasformò in aride e pedisseque dispute sotto i portici del Tempio con scribi e farisei, arroganti e sprezzanti, che lo trattavano con supponenza e apertamente lo minacciavano.

L'amarezza di Gesù risulta in tutta la sua evidenza nell'accorata apostrofe a Gerusalemme: "Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto!" (Matteo 23,37).

Nonostante l'appoggio, più sotterraneo che esplicito, di alcuni importanti sinedriti, come i già accennati Nicodemo e Giuseppe d'Arimatea e di altri personaggi molto in vista come Lazzaro (ricordiamo che all'annuncio della sua morte erano giunti nella sua casa di Betania molti scribi e farisei di Gerusalemme), non pare, stando ai Vangeli, che Gesù fosse riuscito a raccogliere nella città santa un consistente gruppo di seguaci.

I gerosolimitani non erano così facili da conquistare come le semplici popolazioni rurali della Galilea. Avvezzi ad assistere ad un flusso costante di pellegrini e di stranieri, si erano fatti più smaliziati e non si lasciavano facilmente incantare dal primo rabbi che giungeva dalla provincia. Soltanto scribi e farisei sembravano interessati al nuovo arrivato, ma unicamente per contestarlo e irriderlo.

Di fronte ad una così palese ostilità, ad un così deliberato ostruzionismo, Gesù reagì con due gesti clamorosi che, se da una parte gli procurarono notorietà, ponendolo al centro dell'attenzione generale in quanto sfidava l’aristocrazia sacerdotale e il potere politico-militare romano, dall'altra portarono inesorabilmente al suo arresto fatale e alla sua condanna a morte.

venerdì 26 febbraio 2010

I nemici di Gesù e il complotto antimessianico (“L'invenzione del cristianesimo”) 38

Se Gesù fosse stato il pacifista descritto dai Vangeli, il Cristo che predicava la non-violenza e l'amore per i nemici, non avrebbe dovuto incontrare oppositori di sorta, perché un personaggio del genere non poteva ingenerare che rispetto e ammirazione e le autorità ebraiche e romane non avrebbero avuto alcun motivo per incriminarlo.

Avrebbe sicuramente incontrato il sarcasmo e il disprezzo degli zeloti che propugnavano l'odio e la vendetta contro gli oppressori romani, ritenuti i veri nemici d'Israele, e contro quanti degli ebrei li appoggiavano o non intendevano combatterli. Questi ultimi non avrebbero tollerato la sua predicazione pacifista che avallava il dominio romano in Giudea, e lo avrebbero sicuramente ucciso, vista la loro ferocia.

Ma il Cristo storico, zelota e circondato da zeloti, non era quello che ci presentano i Vangeli, riscritti dopo la seconda e definitiva distruzione di Gerusalemme e della Palestina nel 135 d.C. Il Messia descritto in questi Vangeli, infatti, non ha niente a che vedere col vero Gesù storico, ne è invece la negazione perché costruito secondo le idee di Paolo e dei suoi seguaci.

Il vero Cristo mirava, come ben sappiamo, alla liberazione politica d'Israele, attraverso una lotta cruenta e risolutiva, e alla costituzione di un nuovo regno di Dio, fondato sull'ascetismo esseno e su una comunità terrena di uguali nella quale: "Colui che vorrà diventare grande sarà servo, e colui che vorrà essere il primo, sarà lo schiavo di tutti" (Marco 10,42). Un regno in cui il Messia inviato dall'Onnipotente " ha rovesciato i potenti dai loro troni e ha esaltato gli umili. Ha saziato di beni gli affamati e rimandato a mani vuote i ricchi" (Luca 1,52), e così imminente che molti dei presenti non sarebbero morti prima di averlo visto realizzare (Marco 1,15; Luca 10,10-11).

Molti ebrei, specie di condizione sociale più elevata, come i grandi sacerdoti, gli erodiani filoromani e la maggior parte dei farisei, non condividevano l'ideale messianico perché consapevoli della sua irrealizzazione e delle feroci repressioni che avrebbe determinato ed erano apertamente contrari a Gesù e lo osteggiavano in tutti i modi, arrivando perfino a tentare più volte di lapidarlo. Naturalmente Gesù ricambiava questi suoi avversari di un uguale se non di un maggiore disprezzo.

Ecco spiegato il motivo per cui nei Vangeli non vengono mai attaccati zeloti e sicari che imperversavano a quel tempo con inaudita ferocia (“argumentum ex silentio” per S. Brandon), e vengono bersagliati con ingiuriosi epiteti come: ipocriti, sepolcri imbiancati, insensati, ciechi e razza di vipere, i rappresentanti del Tempio e i farisei.

Non tutti costoro, a dire il vero, erano estranei al messianismo. Alcuni, anche molto importanti, come Nicodemo e Giuseppe d'Arimatea, che provvidero alla sepoltura di Gesù dopo la sua crocifissione, ne condividevano le aspettative, a dimostrazione che il complotto messianico era diramato a tutti i livelli, anche se per opportunismo costoro preferivano rimanere ai margini della lotta armata.

I grandi sacerdoti e i più in vista degli scribi e dei farisei costituivano il sinedrio, cioè il consiglio supremo d'Israele, creato per giudicare e dirimere le controversie religiose e per controllare l'ordine pubblico. Sarà questo supremo tribunale a decretare la condanna a morte di Gesù, non per motivi religiosi (blasfemia) come vogliono farci credere i Vangeli, ma per motivi politici, denunciando a Pilato il tentativo di insurrezione armata contro Roma, ancor prima che Gesù e i suoi seguaci lo mettessero in atto.

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Informazioni personali

Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)