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giovedì 4 marzo 2010

La cena di Betania (“L'invenzione del cristianesimo”) 43

In concomitanza a questi due importanti avvenimenti, ne avvenne un altro, non pubblico ma privato, ciononostante pregno di pathos e di intensi significati simbolici, conosciuto come l'unzione di Betania. Anch'esso getta piena luce sulla messianicità di Gesù.

È singolare il modo con cui viene raccontato dagli evangelisti. Giovanni nomina esplicitamente il luogo e dà un nome ai personaggi protagonisti dell'avvenimento; i Sinottici, invece, chiaramente manipolati dal meccanismo di censura, più volte denunciato e usato per mascherare o alterare personaggi ed eventi, lasciano tutto nel vago.

L'episodio, come ce lo racconta Giovanni nel suo Vangelo, possiamo riassumerlo così. A Betania, nella casa di Lazzaro, durante un banchetto serale servito da Marta, sorella di costui, per celebrare l'imminente insurrezione programmata da Gesù e i suoi seguaci, Maria di Magdala, altra sorella di Lazzaro (e presunta consorte di Gesù), si avvicina al Maestro reggendo in mano un prezioso vasetto di alabastro contenente una libbra di nardo, un costosissimo profumo del prezzo, a quel tempo astronomico, di almeno 300 denari.

Di fronte a tutti i presenti infrange il vaso e versa l'unguento profumato sui piedi di Gesù (e secondo gli altri evangelisti anche sulla testa), e lo asciuga coi suoi capelli. I commensali, verosimilmente sbalorditi, esprimono disappunto per l'enorme spreco e Giuda, non nascondendo la sua irritazione, abbandona la cena e si reca dai sacerdoti per concordare il suo tradimento nei confronti del Maestro. Questo è quanto ci dice Giovanni (Giovanni 12,1-11).

Prima di parlare dello stravolgimento dell'episodio fatto dagli altri tre evangelisti, cerchiamo di decodificarlo per capirne i reconditi significati. Anzitutto, perché quel gesto così eclatante nei confronti di Gesù da parte della Maddalena? Per amorosa devozione, per passionale trasporto? Non solo per questo. Quel gesto in realtà, come osservano molti studiosi, era una cerimonia d'unzione che ufficializzava di fronte a tutti, nell'imminenza della rivolta, la dignità messianica di Gesù, come figlio di David e re dei Giudei.

E il comportamento di Giuda? Irritazione e disappunto per l'enorme spreco? Disgusto per il gesto plateale della Maddalena? Affatto. Semplicemente: avvertire il Tempio e gli antimessianici che ormai la rivolta era imminente, convinto com'era che fosse destinata ad un tragico fallimento.

I tre evangelisti sinottici, nel tentativo di cancellare i riferimenti messianici di Gesù, il suo attaccamento a Lazzaro e alle sue sorelle, e forse anche il fatto che Maria di Magdala era sua consorte, collocano il banchetto in casa di un certo Simone il lebbroso o Simone fariseo, e attribuiscono il gesto dell'unzione ad una donna senza nome, considerata da Luca una peccatrice del luogo. Lazzaro e le sue sorelle svaniscono nel nulla. (Marco 14,3-9; Matteo 26,6-13; Luca 7,37-39).

Il fatto che Lazzaro, così importante per il Vangelo giovanneo, venga dagli altri tre Vangeli deliberatamente fatto sparire al punto da ometterne anche la sua resurrezione, considerata uno dei più eclatanti miracoli di Cristo, dimostra, al di sopra di ogni dubbio, che i Sinottici hanno sottostato all'esigenza di censurare chi, come Lazzaro, era un personaggio forse legato ai più intransigenti gruppi del messianismo ebraico.

Il fatto poi che Maria, sorella di Lazzaro, fosse nella realtà la consorte di Gesù (a questo proposito ricordo che la legge Mishnaica degli ebrei del tempo non lasciava spazio a dubbi: "un uomo celibe non può essere Maestro"), ha contribuito ulteriormente, in base alle esigenze teologiche paoline della divinità di Cristo, a manipolare così grossolanamente gli avvenimenti e a far piazza pulita della famiglia di Lazzaro.

mercoledì 3 marzo 2010

L'Italia laica? Ma dove?

Ignorando che l'Italia è una Repubblica democratica e laica, come garantisce la nostra Costituzione (ogni giorno, però sempre più disattesa da una classe politica servile e ignorante), e infischiandosi della recente sentenza della Corte di Strasburgo, il sindaco di Pescara, Luigi Albore Mascia, ha vietata l’affissione nelle vie della città di un manifesto dell’Uaar, ispirato alla sentenza che vieta l'esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche che recita: «Crocifisso a scuola? No, grazie. Le aule non sono chiese, le cattedre non sono altari. I diritti umani vanno rispettati sempre, al di là delle fedi religiose o politiche».

Parole sacrosante che in un qualsiasi Paese europeo sarebbero state consentite in base alla più che ovvia libertà di espressione ma che nell'Italia, protettorato vaticano, dove la Costituzione e la sentenza della Corte Europea risultano essere carta straccia, vanno vietate perché il sindaco «come Amministratore e come cristiano», sente il dovere di tutelare «la credibilità di un simbolo storicamente condiviso dall’intera cristianità».

Questo signor sindaco ignora che dal 1984 non vi è più una religione di Stato, che la Corte Costituzionale ha stabilito che «il nostro ordinamento costituzionale esclude ogni differenziazione di tutela della libera esplicazione sia della fede religiosa sia dell'ateismo» (sentenza 117/1979) e che «il principio supremo della laicità dello Stato è uno dei profili della forma di Stato delineata nella Carta costituzionale della Repubblica» (sentenza 203/1989) .

Egli ignora pure che negli ultimi decenni la società italiana è diventata sempre più plurale e, soprattutto, secolarizzata, e che i non credenti italiani sono ormai diversi milioni, molti di più di tutte le confessioni religiose di minoranza messe insieme.

Purtroppo è a causa di politici e amministratori come lui, sempre disposti a violare sistematicamente le più elementari leggi democratiche per servilismo religioso che le discriminazioni nei confronti dei non credenti sono in sensibile aumento e denotano spaventosi deficit di laicità, se non di civiltà.

È ora che la popolazione italiana, la Chiesa Cattolica, la classe politica, i mass media si rendano finalmente conto che nel nostro Paese vivono (e vivono serenamente anche se spesso discriminati ) milioni di atei e agnostici.

La condanna a morte di Gesù (“L'invenzione del cristianesimo”) 42

I grandi sacerdoti di Gerusalemme, timorosi di ogni sommossa, e tutte le classi alte della città e soprattutto gli erodiani, considerarono l'entrata trionfale di Gesù e la cacciata dei mercanti dal Tempio una deliberata sfida alle autorità costituite e una seria minaccia di insubordinazione.

La festa imminente della pasqua si annunciava particolarmente pericolosa e drammatica. Bisognava correre ai ripari al più presto possibile e sedare la rivolta sul nascere. I sinedriti si riunirono preoccupati e si dissero: "Se (Gesù) lo lasciamo fare, tutti crederanno in lui e verranno i Romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione

Ma uno di loro, di nome Caifa, che era sommo sacerdote in quell'anno, disse loro: «Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera»" (Giovanni 11,47-50).

Il destino di Gesù era segnato. La sua condanna era una condanna politica, non religiosa. La presunta blasfemia non c'entrava per niente, per essa c'era solo la lapidazione che il sinedrio era libero di applicare in qualsiasi momento, a suo insindacabile giudizio e senza il permesso dei romani.

A giustificazione di Caifa va detto che il sommo sacerdote e i capi del sinedrio dovevano rispondere di qualsiasi violazione dell'ordine pubblico, e se non riuscivano a reprimere i disordini intervenivano prontamente i romani con rappresaglie durissime. Di queste sotto Ponzio Pilato ce ne furono di orribilmente crudeli, come vedremo in seguito.

martedì 2 marzo 2010

In Spagna, sotto il governo Zapatero, la società diventa sempre più aperta e moderna.

La Spagna sta rapidamente liberandosi del conservatorismo che aveva ereditato dal franchismo e del secolare vassallaggio ad un clero fra i più retrivi del cristianesimo e si sta avviando a diventare uno dei Paesi più aperti, moderni e liberi d'Europa, surclassando di gran lunga la nostra Italia, ridotta ornai a protettorato vaticano.

In questi giorni con 132 voti favorevoli e 126 contrari più un astenuto, il parlamento spagnolo ha varato la legge che consente la liberalizzazione dell'aborto fino alla quattordicesima settimana di gravidanza nei casi normali e fino alla ventiduesima settimana in caso di malformazione del feto e/o rischio per la salute fisica e/o psichica della madre.

Consente per di più di attuare l'aborto gratuito e segreto alle minorenni di età compresa tra i 16 e 18 anni, anche senza il consenso dei genitori. Infine, autorizza la vendita della cosiddetta “pillola del giorno dopo” senza bisogno di presentare la ricetta medica.

Siamo anni luce più avanti dell'Italia dove provvedimenti simili vengono contrastati dalle nostre leggi oscurantiste di imposizione vaticana. Basti considerare l'imposizione del ricovero obbligatorio in ospedale, come sanzione punitiva, per le donne che vogliono usare pillola Ru486, che consente di interrompere la gravidanza senza sottoporsi ai ferri chirurgici, e gli enormi limiti all’accesso alla fecondazione artificiale introdotti dalla legge 40/2004.

Sono infatti migliaia le coppie italiane che ogni anno sono costrette a recarsi in Spagna, con grossi disagi economici e fisici, per avere una libera fecondazione assistita, attualmente resa quasi impossibile nel nostro Paese.

Naturalmente la Chiesa spagnola ha tentato in tutti i modi di ostacolare l'approvazione di questa legge inducendo una marcia antiaobortista a Madrid nel settembre scorso (miseramente fallita con meno di sessantamila partecipanti) e ricorrendo al consueto terrorismo religioso della scomunica non solo per chi abortirà (prevista già latae sententiae dalla Chiesa) ma per i parlamentari che hanno votato la nuova legge.
I quali, non essendo dei caccasotto come i nostri, sempre proni al Vaticano, delle minacce della Chiesa se ne sono altamente fregati perché consapevoli dell'innarestabile secolarizzazione della società spagnola.

Quindi in Spagna una classe politica avanzata e aperta riesce ad interpretare e assecondare le aspettative di libertà civile della popolazione, in Italia una classe politica oscurantista e prona sa solo impedire l'attuazione dei diritti civili già conquistati con le lotte sociali degli scorsi decenni ed imporre leggi liberticide in ogni settore come quella della nutrizione e idratazione forzate, in discussione in questi giorni alla Camera.

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Informazioni personali

Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)