Visualizzazioni totali

martedì 30 dicembre 2014

13-“L'invenzione del cristianesimo” - Parte prima. L'incontro con Giovanni Battista

Intorno al 30 d.C., nel clima rovente della Palestina travagliata da continue sommosse antiromane, s'affaccia sulla scena d'Israele un personaggio, per molti aspetti carismatico, conosciuto come Giovanni Battista.
Di lui possiamo affermare che era sicuramente un esseno. Sono molti e importanti gli elementi che collegano questo personaggio alla comunità di Qumran:
1.anzitutto il fatto che visse in regioni desertiche della Giudea, dove si trovava quella setta.
“Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele” (Luca 1,80). “In quei giorni comparve Giovanni il Battista a predicare nel deserto della Giudea” (Matteo 3,1).
2.In secondo luogo perché somministrava il battesimo in prossimità dello sbocco del Giordano nel Mar Morto, vicino all’insediamento di Qumran, e questo rito in Israele era praticato solo dagli esseni. “[...]si presentò Giovanni a battezzare nel deserto, predicando un battesimo di conversione” (Marco 1,4).
3.In terzo luogo perché la sua predicazione era tipicamente messianica in quanto prevedeva imminente la restaurazione del Regno di Jahvè. “Convertitevi perché il Regno dei Cieli è vicino” (Matteo 3,2).
Anche il suo nutrimento era tipicamente esseno. “..il suo cibo erano cavallette e miele selvatico” (Matteo 3,4). Nel Documento di Damasco, rinvenuto a Qumran, troviamo la prescrizione di come cucinare le cavallette, gettandole sul fuoco o nell’acqua ancor vive.
Infine per le violente invettive e minacce contro gli ebrei corrotti e conniventi con Roma, che ricalcano quelle di Gesù. “Razza di vipere! Chi vi ha suggerito di sottrarvi all’ira imminente? (Matteo 3,7). “Già la scure è posta alla radice degli alberi. Ogni albero che non produce frutti viene tagliato e gettato nel fuoco” (Matteo 3,10). Parole che riconducono alla Regola della Guerra degli esseni che annunciava il giorno in cui Jahvè avrebbe attuato lo sterminio dei figli delle tenebre, cioè di tutti i figli degeneri di Israele. Nei Vangeli è presentato come colui che doveva preparare la strada alla venuta del Messia, da sempre atteso da Israele. Infatti egli parla di "colui che viene dopo di me" e che "è più potente di me". E aggiunge: "egli ha in mano il ventilabro per ripulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel granaio; ma la pula, la brucerà con fuoco inestinguibile" (Matteo 3,12).
Gesù quindi viene presentato come l'atteso Messia, il ricostruttore del Regno di Jahvè e il destinatario delle profezie messianiche.
Noi sappiamo, sempre dai Vangeli, che Giovanni aveva un largo seguito di discepoli e che una parte di essi, dopo la sua decapitazione per opera di Erode Antipa, si unì a Gesù che allora stava per iniziare la sua attività pubblica. Da questo fatto possiamo trarre alcune deduzioni. Forse il Battista aveva tentato di ergersi a Messia davidico, criticando aspramente la condotta privata di Erode Antipa, denunciando la collusione tra la classe dirigente israeliana e i romani e biasimando il lassismo del clero templare nell'osservanza della Legge. Ma fu prontamente eliminato, perché troppo scomodo non solo ad Erode ma a tutte le classi alte di Israele. Col battesimo iniziatico, Gesù, che sicuramente era un suo seguace, ricevette dal lui una specie di investitura a proseguire la sua opera, nel caso fosse stato tolto di mezzo. Difatti, i due avvenimenti: l'arresto del Battista e l'inizio dell'attività pubblica di Gesù, coincidono cronologicamente.
Notiamo, anche, a proposito del Battista, chiare discordanze tra gli evangelisti. Luca, ad esempio, sostiene che il Battista e Gesù erano parenti stretti (cugini) e contemporanei d'età (Luca 1), mentre per Giovanni non si conoscevano affatto (Giovanni 1,31).
Ma non è tutto. Ci sono altre incongruità che non trovano spiegazioni. Ad esempio: se il battesimo di Giovanni era di carattere espiatorio, aveva cioè lo scopo di ottenere la remissione dei peccati, quali colpe aveva Gesù, Figlio di Dio, da farsi perdonare? Le contorsioni teologiche escogitate dai dottori della Chiesa per conciliare una tale incongruenza sono semplicemente ridicole. Per Tommaso d'Aquino col battesimo di Gesù il Signore avrebbe solo voluto santificare l’acqua.
E, ancora, se al momento del battesimo, secondo Matteo, Giovanni proclama Gesù il futuro Messia, perché nello stesso Vangelo, otto capitoli dopo, mentre è in carcere, mostra di aver del tutto dimenticato questo clamoroso evento, e a dispetto del cielo aperto, della colomba e della voce dello Spirito Santo, manda i suoi discepoli a chiedere a Gesù: “Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo attendere un altro?”(Matteo 11,3-4) Immaginate l'imbarazzo della Chiesa di fronte a questa smemoratezza del Battista!
E, per concludere: se il battesimo per Gesù fu così importante, come ci fanno notare i Vangeli, perché durante la sua attività pubblica Gesù non battezzò mai nessuno, nemmeno i suoi discepoli? Qualcuno potrebbe obiettare che gli apostoli ricevettero da Gesù l’ordine di battezzare in nome della Trinità, come nel Vangelo di Matteo: «E dunque, andate e insegnate a tutti i popoli e battezzateli in nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo...» (Matteo 28,19). Si tratta di un ennesimo falso messo in evidenza da due considerazioni. Anzitutto, al tempo di Matteo, nessuno era a conoscenza della Trinità, la cui formulazione avvenne soltanto nel IV secolo col secondo Concilio ecumenico del 381, che inserì il dogma della Trinità nel cosiddetto credo niceno-costantinopolitano.
In secondo luogo, Matteo si contraddice avendo scritto in precedenza, proprio nel suo Vangelo, che Gesù aveva esplicitamente vietato il missionariato presso i non ebrei. “Non andate tra i pagani e non entrate in nessuna città dei samaritani, ma andate piuttosto verso le pecore perdute della casa d'Israele.” (Matteo 10,5-6).
Quindi il battesimo cristiano nasce, come vedremo in seguito, non da Gesù e i suoi apostoli, ma da Paolo, che lo derivò da quello pagano dei riti iniziatici delle Religioni Misteriche. Nell'antico Egitto, tra i numerosi dei c'era anche il dio Anap, detto il “battezzatore”. Comunque sia, l'influenza del Battista su Gesù fu senza dubbio determinante per la sua futura missione ed è valsa come una solenne investitura a Messia d'Israele.
"L'invenzione del cristianesimo " ebook € 1,99 (store: Amazon, LaFeltrinelli, Kobo, Internet Bookshop Italia, Bookrepublic Store, etc...)



venerdì 26 dicembre 2014

10 “L'invenzione del cristianesimo” - Parte prima. Ipotesi sulla nascita ( Parte quarta)

L'istituzione del nazireato nacque durante l’esodo dall’Egitto, che costrinse gli ebrei a peregrinare per decenni nel deserto.
Il termine nazireo, derivato dalla radice ebraica N+Z+R, significava santità, purezza, voto a Dio. In pratica chi faceva voto di nazireato, doveva, per tutto il tempo per il quale si era votato al Signore, astenersi da ogni tipo di bevande alcoliche e non passare mai rasoio sul suo capo. (Vedi la Bibbia: Numeri 6,2-5).
Nel caso di Gesù il termine nazireo è stato mutato dagli evangelisti in nazareno, termine riferito alla presunta città di Nazareth, adducendo a pretesto l'adempimento delle profezie. “Perché si adempisse ciò che era stato detto dai profeti: Sarà chiamato Nazareno” (Matteo 2,23).
Ma nel Vecchio Testamento non esistono profezie che abbiano un qualsiasi riferimento a Nazareno ma soltanto il termine nazireo, titolo riferito al voto di cui abbiamo accennato sopra. Si tratta quindi di un titolo religioso o settario. L'analisi linguistica ce lo conferma: il greco "Iesous o Nazoraios" deriva dall'ebraico "Jeoshua ha Nozrì" e dall'aramaico "Jeshu Nazorai", cioè dalla radice NZR, che non ha niente a che vedere con la radice NZRT della città di Nazareth che è tarda, perché affermatasi alcuni secoli dopo Cristo.
Perché allora gli evangelisti, o quelli che hanno manipolato i Vangeli, hanno fatto questa assurda sostituzione di significato? La risposta è semplice: per spoliticizzare la storia, per eliminare cioè col meccanismo di censura ogni riferimento di tipo messianico-escatologico a Gesù, coinvolto nella lotta rivoluzionaria antiromana, e per nascondere la sua vera città d’origine che probabilmente era Gamala o Gamla, molto legata al messianismo jahvista. In quella città aveva avuto origine il movimento zelota per opera di due falsi Messia: Ezechia e suo figlio Giuda il Galileo. Il primo giustiziato da Erode e il secondo, nel 7 d.C., dai romani, al comando di Quintilio Varo, assieme ai suoi duemila seguaci. Benché la setta fosse originaria di Gamala nel Golan, i suoi seguaci venivano definiti "Galilei", in quanto il loro teatro di operazioni era soprattutto la Galilea.
Giuseppe Flavio nelle sue opere chiama i seguaci di Giuda, anche “sicarii”, perché uccidevano furtivamente con un pugnale nascosto (sica), e "zeloti“ (briganti) in quanto perturbatori dell’ordine. In pratica, quello zelota era un movimento clandestino di resistenza anti-romana e anti-collaborazionista. Quindi Gamala, patria di Giuda il Galileo, era la città più malfamata della Palestina, sinonimo di ribellione e brigantaggio, al punto che ai tempi di Gesù, “Galileo” significava ribelle, sovversivo (oggi diremmo: terrorista).
Che Gamala fosse il quartier generale dei messianisti più irriducibili lo deduciamo anche dalla storia. Durante la prima guerra giudaica oppose a Vespasiano una resistenza disperata al punto da essere paragonata a Masada, distrutta nel 73. Fu infatti espugnata dal futuro imperatore dopo un lungo e duro assedio e i suoi difensori, piuttosto di arrendersi, si suicidarono in massa, proprio come quelli di Masada.
Il meccanismo di censura in questo caso ha origine nella predicazione di Paolo, che escludeva a priori che Gesù potesse essere un nazireo e tanto meno che fosse nato a Gamala e magari fosse collegato a Giuda il Galileo o imparentato con lui, come alcuni studiosi suppongono.
Per Paolo e i suoi seguaci collegare Cristo a Gamala e a Giuda il Galileo avrebbe annullato ogni tentativo di far di lui il Salvatore universale. Ad ulteriore riprova di questa sostituzione di significato ricordiamo che è esistito il Vangelo dei nazirei (fatto sparire dalla Chiesa) che non significava Vangelo dei cittadini di Nazareth ma dei cristiano-giudei che erano chiamati così. Concludendo: “” significa “Gesù della setta dei nazirei” non Gesù di Nazareth o Gesù nazaretano.
Qualcuno potrebbe obiettare, però, che oggi il villaggio di Nazareth esiste ed è meta di continui pellegrinaggi. Ad una attenta analisi archeologica, storica, letteraria e geografica, niente ci fa ritenere che esso corrisponda a quello descritto dai Vangeli ma che, al contrario, fu inventato, forse nel IX secolo, e codificato durante le Crociate per gli ingenui pellegrini cristiani (che ancora oggi vi possono ammirare la fucina di Giuseppe). Se noi lo confrontiamo con quello in cui, secondo i Vangeli, visse Gesù, scopriamo che non ha nessuna corrispondenza.
Vediamo cosa scrive Luca: “(Gesù) Si recò a Nazareth, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere...allora cominciò a dire: «oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi»...all’udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio” (Luca 4,16-30). Di che monte e precipizio si trattava, visto che l'attuale Nazareth di essi non presenta alcuna traccia?
Scrive Marco: “ Salì (Gesù) poi sul monte, chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono da lui [...] Entrò in una casa e si radunò di nuovo intorno a lui molta folla [...] allora i suoi (familiari), sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; poiché dicevano: «è fuori di sé» (Marco 3,20-21) …e di nuovo si mise ad insegnare lungo il mare” (Marco 4,1). È evidente che qui ci troviamo nella sua città natale perché i suoi parenti, preoccupati del suo comportamento anomalo, cercano di dissuaderlo. Ma qui c’è un monte con uno spaventoso precipizio, che nella Nazareth attuale, come abbiamo già detto, non c’è, e c’è un mare vicino (cioè il lago di Tiberiade) che invece dista decine di miglia.
La descrizione di questo luogo calza perfettamente invece con la città di Gamala, scoperta dagli Israeliani in occasione della cosiddetta Guerra dei Sei Giorni nel 1967, che corrisponde a quella descritta da Giuseppe Flavio, nella quale troviamo il monte, il precipizio e il mare poco lontano. “..(Gamala) si affacciava a mezzogiorno, e la sua sommità meridionale, elevandosi a smisurata altezza, formava la rocca della città, sotto cui un dirupo privo di mura piombava in un profondissimo burrone” (Giuseppe Flavio, La Guerra Giudaica, Mondatori, Milano. 1982).
Concludendo, la Nazareth attuale non presentando testimonianze archeologiche di nessun tipo, così frequenti invece in tutti gli altri siti antichi vicini ad essa (basti citare Sefforis e Iotapata, a pochi passi da Nazareth), priva inoltre di riferimenti storici e letterari del tempo e per di più con una configurazione geografica totalmente diversa da quella descritta dai Vangeli, sicuramente al tempo di Gesù non esisteva proprio e sarebbe stata creata successivamente dai pellegrini cristiani.
Eliminando Gamala, per far posto a Nazareth, i Vangeli paolini hanno tolto ogni riferimento tra Gesù e la città malfamata che era divenuta il simbolo della ribellione politica della Palestina, hanno sostituito il significato settario del titolo Nozri (ebraico), Nazorai (aramaico), Nazoraios (greco) con quello inventato di nazareno; hanno trasformato l'aggettivo Galileo, che indicava una militanza rivoluzionaria ed era sinonimo di ribelle e brigante, in un semplice appellativo geografico.
"L'invenzione del cristianesimo " ebook € 1,99 (store: Amazon, LaFeltrinelli, Kobo, Internet Bookshop Italia, Bookrepublic Store, etc...)



giovedì 25 dicembre 2014

La mondanizzazione del clero (Parte seconda) 192

La mondanizzazione del clero si accentuò col progredire del tempo. Un regolamento ecclesiastico del III secolo definisce il vescovo «immagine di Dio onnipotente», «re», Signore «della vita e della morte», e vuole vederlo assiso su un trono, circondato dai suoi sacerdoti, esattamente come si immaginava
stesse Dio nel regno dei cieli.

In contrasto stridente con tale processo involutivo della Chiesa è opportuno ricordare come Gesù rampognasse gli scribi e i farisei: «Prediligono i primi posti nei banchetti e i seggi d’onore nelle sinagoghe; vogliono essere ossequiati al mercato e godono nel farsi chiamare dalla gente col titolo di “Rabbi”. Ma voi non dovrete farvi chiamare “maestri”, perché uno solo è il vostro Maestro, ma siete tutti fratelli. E nessuno sulla terra dovrete chiamare vostro “padre”, perché uno solo è il Padre, quello che sta nei cieli» (Mt. 23, 6 sgg.).

E’ evidente che Gesù vieta in tal modo ai suoi seguaci qualsiasi carica o titolo
onorifico, e così furono interpretate in un primo momento le sue parole. E ancora
verso la metà del II secolo S. Giustino predicava agli Ebrei: «Dovete dunque prima di tutto disprezzare gli insegnamenti di coloro che si autoesaltano e pretendono d’essere chiamati “Rabbi, Rabbi”» (Just., Tiyph. 112).



Nel IV secolo poi i vescovi presero a chiamarsi reciprocamente «Tua Santità», «Tua Beatitudine»; e Gregorio di Nazianzio, riferendosi alla prassi ecclesiastica, ammette con ammirevole sincerità: «Colui che si lascia vincere facilmente viene disprezzato; chi si esalta viene onorato; chi si umilia di fronte a Dio viene irriso».

San Giustino


martedì 23 dicembre 2014

9 “L'invenzione del cristianesimo” - Parte prima. Ipotesi sulla nascita (Parte terza)

 C’è poi il discorso sul censimento. Luca sostiene che la nascita di Gesù a Betlemme fu dovuta al censimento di Quirinio che obbligava tutti gli ebrei a farsi registrare nel luogo di nascita. Una cosa totalmente inverosimile. Il censimento, per i romani, aveva uno scopo fiscale, serviva cioè a stabilire il censo di ciascuna famiglia per farle pagare i tributi adeguati. Come prescriveva la legge romana, l’istituzione di una nuova provincia (come quella di Giuda istituita nel 6 d.C. in seguito alla deposizione di Archelao), comportava il censimento della popolazione ai fini fiscali. Questo censimento doveva essere fatto nel luogo di residenza dove il censito possedeva il patrimonio o svolgeva la sua attività e dove, soprattutto, i gabellieri (i pubblicani) potevano riscuotere le gabelle.
Che senso aveva censirsi a decine di chilometri di distanza dall'abituale residenza dove non si possedeva nulla e nessuno ti conosceva?
Quindi il censimento per Luca è un pretesto irrazionale per far nascere Gesù a Betlemme, in ottemperanza alle profezie messianiche.
A questo punto possiamo delineare un quadro d’insieme sulla presunta natività di Gesù per stabilire le concordanze e le discordanze riferite alla stessa. Le concordanze (che sono, però, totalmente false) sono tre: 1.Betlemme, la città di nascita, considerata dagli stessi teologi cattolici un semplice requisito messianico, privo di ogni attendibilità; 2.la discendenza davidica (anche questa considerata un requisito messianico senza attendibilità e in più in contrasto con la paternità divina); 3.la verginità di Maria (di cui abbiamo dimostrato la falsità).
Per quanto riguarda le discordanze, a prescindere da quella teologica che porta Matteo a privilegiare la genealogia tutta messianica e regale e Luca quella spirituale e sacerdotale (con ammessa anche la predestinazione regale), esse, in sintesi, sono sette e tutte, da una parte e dall’altra, in odore di falsità.
Riguardano: 1.la genealogia di Gesù con ventisette antenati prima di lui di stirpe regale, per Matteo, con quarantadue antenati di stirpe natanico-sacerdotale per Luca; 2.il periodo della nascita che differisce di circa quattordici anni tra i due evangelisti; 3. la residenza della famiglia prima della nascita: Betlemme per Matteo, Nazareth per Luca; 4.il luogo della nascita: una casa per Matteo, una stalla con mangiatoia per Luca; 5. l’adorazione di Gesù appena dopo la sua nascita: i magi per Matteo, i pastori e i cori angelici per Luca; 6.la persecuzione di Erode e la conseguente strage degli innocenti in Matteo e la totale assenza del fatto in Luca; 7.la fuga in Egitto per Matteo e dopo alcuni anni il ritorno a Nazareth; il rientro subito dopo la nascita a Nazareth per Luca. Insomma sono due natività così discordanti che sembrano riferite a due personaggi diversi. E come la mettiamo con l'enciclica di papa Leone XIII “Providentissimus Deus” che afferma che gli evangelisti «esprimono con infallibile veridicità tutto ciò che Dio ha ordinato loro di scrivere e soltanto quello»?
Per quanto riguarda la città di Nazareth, anche qui le sorprese non mancano. Gesù di Nazareth o Gesù nazareno o il nazareno sono appellativi familiari ad ogni cristiano. Il significato di queste espressioni è evidente a tutti: Gesù di Nazareth significa che Gesù è vissuto per gran parte della sua vita in quella località dell’alta Galilea che va sotto il nome di Nazareth. Chiaro? Chiarissimo.
Eppure ha tutta l'aria di essere una frottola. Diciamo subito, a scanso di equivoci, che molti studiosi, anche cristiani e cattolici, hanno raggiunto la certezza che Nazareth ai tempi di Gesù non esistesse nemmeno. Scrive M. Craveri nel suo libro “La vita di Gesù” (Feltrinelli. Milano, 1974): “El-Nasirah è un villaggio della Galilea, posto a circa quattrocento metri di altezza, nel quale la tradizione cristiana riconosce l’antica Nazareth, patria di Gesù. Secondo vari studiosi, tuttavia, Nazareth - meglio Natzrath o Notzereth - non è mai esistita e l’appellativo Nazareno che accompagna il nome di Gesù negli scritti neotestamentari non indica affatto il suo paese di origine, ma è da ricollegare al vocabolo aramaico Nazirâ con cui a quei tempi erano chiamati coloro che avessero fatto voto, perenne o temporaneo, di castità e di astinenza, tenendo le chiome intonse per tutta la durata del voto.”
A dimostrazione di ciò va detto che Giuseppe Flavio, storico ebreo di poco posteriore a Gesù, che nelle sue opere fece una pignola descrizione topografica della Galilea, regione da lui conosciuta palmo a palmo mentre era comandante delle truppe ebraiche stanziate nell'alta Palestina durante la guerra giudaica del 66-70, nominò di essa ogni singola cittadina, senza mai accennare all'esistenza di Nazareth.
Cerchiamo allora di capire come nasce l’aggettivo, apparentemente geografico, “nazareno”. Cominciamo dai Vangeli scritti originariamente in lingua greca. In essi l’aggettivo in questione è  (nazoraios)  (Matteo 2,23; 26,71; Luca 18,37; Giovanni 18,5; 19,19), e  (nazarenos) (Marco 1,24; 1,47; 14,67; 16,6; Luca 4, 34; 24, 19), che non significa cittadino di Nazareth o nazaretano ma appartenente alla setta dei nazirei. Cioè di quelli, come dice Craveri, che avevano fatto voto di nazireato.
"L'invenzione del cristianesimo " ebook € 1,99 (store: Amazon, LaFeltrinelli, Kobo, Internet Bookshop Italia, Bookrepublic Store, etc...)


venerdì 19 dicembre 2014

10 “L'invenzione del cristianesimo” - Parte prima. Ipotesi sulla nascita ( Parte quarta)

L'istituzione del nazireato nacque durante l’esodo dall’Egitto, che costrinse gli ebrei a peregrinare per decenni nel deserto.
Il termine nazireo, derivato dalla radice ebraica N+Z+R, significava santità, purezza, voto a Dio. In pratica chi faceva voto di nazireato, doveva, per tutto il tempo per il quale si era votato al Signore, astenersi da ogni tipo di bevande alcoliche e non passare mai rasoio sul suo capo. (Vedi la Bibbia: Numeri 6,2-5).
Nel caso di Gesù il termine nazireo è stato mutato dagli evangelisti in nazareno, termine riferito alla presunta città di Nazareth, adducendo a pretesto l'adempimento delle profezie. “Perché si adempisse ciò che era stato detto dai profeti: Sarà chiamato Nazareno” (Matteo 2,23).
Ma nel Vecchio Testamento non esistono profezie che abbiano un qualsiasi riferimento a Nazareno ma soltanto il termine nazireo, titolo riferito al voto di cui abbiamo accennato sopra. Si tratta quindi di un titolo religioso o settario. L'analisi linguistica ce lo conferma: il greco "Iesous o Nazoraios" deriva dall'ebraico "Jeoshua ha Nozrì" e dall'aramaico "Jeshu Nazorai", cioè dalla radice NZR, che non ha niente a che vedere con la radice NZRT della città di Nazareth che è tarda, perché affermatasi alcuni secoli dopo Cristo.
Perché allora gli evangelisti, o quelli che hanno manipolato i Vangeli, hanno fatto questa assurda sostituzione di significato? La risposta è semplice: per spoliticizzare la storia, per eliminare cioè col meccanismo di censura ogni riferimento di tipo messianico-escatologico a Gesù, coinvolto nella lotta rivoluzionaria antiromana, e per nascondere la sua vera città d’origine che probabilmente era Gamala o Gamla, molto legata al messianismo jahvista. In quella città aveva avuto origine il movimento zelota per opera di due falsi Messia: Ezechia e suo figlio Giuda il Galileo. Il primo giustiziato da Erode e il secondo, nel 7 d.C., dai romani, al comando di Quintilio Varo, assieme ai suoi duemila seguaci. Benché la setta fosse originaria di Gamala nel Golan, i suoi seguaci venivano definiti "Galilei", in quanto il loro teatro di operazioni era soprattutto la Galilea.
Giuseppe Flavio nelle sue opere chiama i seguaci di Giuda, anche “sicarii”, perché uccidevano furtivamente con un pugnale nascosto (sica), e "zeloti“ (briganti) in quanto perturbatori dell’ordine. In pratica, quello zelota era un movimento clandestino di resistenza anti-romana e anti-collaborazionista. Quindi Gamala, patria di Giuda il Galileo, era la città più malfamata della Palestina, sinonimo di ribellione e brigantaggio, al punto che ai tempi di Gesù, “Galileo” significava ribelle, sovversivo (oggi diremmo: terrorista).
Che Gamala fosse il quartier generale dei messianisti più irriducibili lo deduciamo anche dalla storia. Durante la prima guerra giudaica oppose a Vespasiano una resistenza disperata al punto da essere paragonata a Masada, distrutta nel 73. Fu infatti espugnata dal futuro imperatore dopo un lungo e duro assedio e i suoi difensori, piuttosto di arrendersi, si suicidarono in massa, proprio come quelli di Masada.
Il meccanismo di censura in questo caso ha origine nella predicazione di Paolo, che escludeva a priori che Gesù potesse essere un nazireo e tanto meno che fosse nato a Gamala e magari fosse collegato a Giuda il Galileo o imparentato con lui, come alcuni studiosi suppongono.
Per Paolo e i suoi seguaci collegare Cristo a Gamala e a Giuda il Galileo avrebbe annullato ogni tentativo di far di lui il Salvatore universale. Ad ulteriore riprova di questa sostituzione di significato ricordiamo che è esistito il Vangelo dei nazirei (fatto sparire dalla Chiesa) che non significava Vangelo dei cittadini di Nazareth ma dei cristiano-giudei che erano chiamati così. Concludendo: “” significa “Gesù della setta dei nazirei” non Gesù di Nazareth o Gesù nazaretano.
Qualcuno potrebbe obiettare, però, che oggi il villaggio di Nazareth esiste ed è meta di continui pellegrinaggi. Ad una attenta analisi archeologica, storica, letteraria e geografica, niente ci fa ritenere che esso corrisponda a quello descritto dai Vangeli ma che, al contrario, fu inventato, forse nel IX secolo, e codificato durante le Crociate per gli ingenui pellegrini cristiani (che ancora oggi vi possono ammirare la fucina di Giuseppe). Se noi lo confrontiamo con quello in cui, secondo i Vangeli, visse Gesù, scopriamo che non ha nessuna corrispondenza.
Vediamo cosa scrive Luca: “(Gesù) Si recò a Nazareth, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere...allora cominciò a dire: «oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi»...all’udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio” (Luca 4,16-30). Di che monte e precipizio si trattava, visto che l'attuale Nazareth di essi non presenta alcuna traccia?
Scrive Marco: “ Salì (Gesù) poi sul monte, chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono da lui [...] Entrò in una casa e si radunò di nuovo intorno a lui molta folla [...] allora i suoi (familiari), sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; poiché dicevano: «è fuori di sé» (Marco 3,20-21) …e di nuovo si mise ad insegnare lungo il mare” (Marco 4,1). È evidente che qui ci troviamo nella sua città natale perché i suoi parenti, preoccupati del suo comportamento anomalo, cercano di dissuaderlo. Ma qui c’è un monte con uno spaventoso precipizio, che nella Nazareth attuale, come abbiamo già detto, non c’è, e c’è un mare vicino (cioè il lago di Tiberiade) che invece dista decine di miglia.
La descrizione di questo luogo calza perfettamente invece con la città di Gamala, scoperta dagli Israeliani in occasione della cosiddetta Guerra dei Sei Giorni nel 1967, che corrisponde a quella descritta da Giuseppe Flavio, nella quale troviamo il monte, il precipizio e il mare poco lontano. “..(Gamala) si affacciava a mezzogiorno, e la sua sommità meridionale, elevandosi a smisurata altezza, formava la rocca della città, sotto cui un dirupo privo di mura piombava in un profondissimo burrone” (Giuseppe Flavio, La Guerra Giudaica, Mondatori, Milano. 1982).
Concludendo, la Nazareth attuale non presentando testimonianze archeologiche di nessun tipo, così frequenti invece in tutti gli altri siti antichi vicini ad essa (basti citare Sefforis e Iotapata, a pochi passi da Nazareth), priva inoltre di riferimenti storici e letterari del tempo e per di più con una configurazione geografica totalmente diversa da quella descritta dai Vangeli, sicuramente al tempo di Gesù non esisteva proprio e sarebbe stata creata successivamente dai pellegrini cristiani.
Eliminando Gamala, per far posto a Nazareth, i Vangeli paolini hanno tolto ogni riferimento tra Gesù e la città malfamata che era divenuta il simbolo della ribellione politica della Palestina, hanno sostituito il significato settario del titolo Nozri (ebraico), Nazorai (aramaico), Nazoraios (greco) con quello inventato di nazareno; hanno trasformato l'aggettivo Galileo, che indicava una militanza rivoluzionaria ed era sinonimo di ribelle e brigante, in un semplice appellativo geografico.
"L'invenzione del cristianesimo " ebook € 1,99 (store: Amazon, LaFeltrinelli, Kobo, Internet Bookshop Italia, Bookrepublic Store, etc...)


giovedì 18 dicembre 2014

La mondanizzazione del clero (Parte prima) 191

Nel IV secolo l'alto clero si era già completamente mondanizzato. I vescovi diventavano spesso impiegati e dignitari dello Stato, strumenti del governo sempre più determinanti. Anche se il Nuovo Testamento vietava di andare alla caccia di onori mondani, nel cristianesimo esplose in questo secolo una straordinaria pulsione a raggiungere posizioni di prestigio.

Già il germe del potere aveva contagiato gli apostoli perchè nei Vangeli leggiamo che discussero su chi di loro fosse il più grande e si contesero ripetutamente i posti migliori nel «Regno di Dio». In epoca postapostolica i sacerdoti cristiani acquisirono ben presto la spocchia propria dei sacerdoti pagani nei confronti del prossimo e bramarono,senza pudore, ogni tipo di onore e di magnificenza. Verso la metà del Il secolo i chierici di più alto grado pretesero che ci si rivolgesse a loro non più chiamandoli «fratelli», ma «signori».

A partire dal III secolo, allorché si impose la fatidica separazione fra chierici e
laici, i preti si attribuirono reciprocamente il titolo di «signore»: nelle lettere al ve-
scovo ci si rivolse chiamandolo «santo padre», e che un prete chiamasse un laico
«fratello», era sentito come un onore del tutto particolare. Il Padre della Chiesa Clemente Alessandrino si prendeva gioco degli abiti scadenti e dell’aspetto esteriore assai trascurato dei sacerdoti di Attis; e il vescovo Cipriano, discendente da una famiglia agiata, affermò per la prima volta la pretesa che davanti al vescovo «si stesse in piedi, come un tempo davanti alle statue degli dei».

La Vita Cypriani, prima biografia cristiana composta dal chierico cartaginese

Ponzio, mostra quanto profonda fosse la mondanizzazione del clero già nel III secolo e nella cerchia più stretta di Cipriano.

Benvenuti nel mio blog

Questo blog non è una testata giornalistica, per cui lo aggiorno quando mi è possibile. I testi sono in regime di COPYLEFT e la loro pubblicazioni e riproduzioni è libera purché mantengano lo stesso titolo e venga citando il nome dell'autore.

I commenti possono essere critici, ma mai offensivi o denigratori verso terzi, altrimenti li cancello. Le immagini le pesco da internet. Qualche volta possono essere mie manipolazioni.

Se volete in qualche modo parlare con me, lasciate la richiesta nei commenti, vi contatterò per e-mail. Dato che il blog mi occupa parecchio tempo, sarò laconico nelle risposte.

Se gli argomenti trattati sono di vostro interesse, passate parola; e, se site studenti, proponeteli al vostro insegnante di religione. In tal caso fatemi sapere le risposte che avete ottenuto. Grazie.

Lettori fissi

Archivio blog

Informazioni personali

Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)