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martedì 30 giugno 2015

65- “L'invenzione del cristianesimo” - Parte quarta. Le persecuzioni.2

Gli storici romani parlano chiaro: essi che conoscevano molto bene il messianismo ebraico ed il suo odio implacabile e fanatico contro l'autorità imperiale, accusano apertamente i cristiani (messianisti) di azioni sovversive contro le istituzioni e li definiscono propagatori di un'ideologia funesta e malefica e rei di odiare il mondo intero.
Che Roma dovesse perire in un'apocalittica conflagrazione era quello che i cristiano-giudei andavano predicando quando proclamavano l'imminente parusia. Per essi l'Impero era considerato il regno delle potenze sataniche e Roma la grande Babilonia, la Grande Meretrice. "Il cumulo dei suoi peccati sale fini al cielo e Dio si è ricordato della sua iniquità. Trattatela come ha trattato gli altri e rendetele il doppio di quello che ha fatto […] quanto ha fatto di sfoggio del suo splendore e del suo lusso, altrettanto datele di tormenti e di lutto" (Apocalisse 18).
Parole terribili che trasudano un possente odio contro i romani e proclamano la spietata speranza che il più gran numero di esseri umani incirconcisi perisca in un lago di fuoco.
Questa apocalittica catastrofe contro Roma sembrò verificarsi, secondo lo storico Tacito, quando nel luglio del 64 un incendio di enormi proporzioni divampò per alcuni giorni, distruggendo gran parte della città. Subito la vox populi, a detta dello storico, accusò i cristiani del misfatto e l'imperatore Nerone diede inizio alla prima persecuzione contro di essi. Questi avvenimenti, considerati dai più assolutamente certi, hanno trovato ampi riscontri nei testi storici e alimentato famose opere letterarie e cinematografiche. Ma alcuni studiosi non li danno affatto per scontati e li considerano piuttosto una delle tante leggende inventate dalla Chiesa per dimostrare, attraverso il martirio di Pietro, che il primato sulla cristianità spettava come sede, per diritto storico, a Roma (e non a Gerusalemme, dove il cristianesimo era nato), e al suo vescovo, quale successore di Pietro.
Esaminiamo i documenti del tempo. Gli storici latini che parlano di Nerone sono tre: Tacito, Svetonio e Dione Cassio. Di questi tre, solo Tacito nel XV libro degli "Annali" mette in relazione la persecuzione dei cristiani con l'incendio della città. Gli altri due ignorano questo legame. Ma, cosa ancor più significativa, i padri della Chiesa: Clemente, Ireneo, Eusebio, Origene e Ambrogio, ignorano nei loro scritti la persecuzione ordinata da Nerone che, sicuramente, avrebbero ben volentieri strombazzata, se avvenuta,  per controbattere coloro che negavano l’esistenza dei cristani a Roma nel I secolo e per dimostrare il martirio di Pietro e Paolo.
Perfino Agostino, che nel suo libro "De Civitate Dei" elenca gli avvenimenti accaduti a Roma precedentemente al "sacco" eseguito da Alarico nel 410, non accenna all'incendio e alla persecuzione. Quindi nessun padre della Chiesa ha mai citato questo passo di Tacito in una sua opera, fino al XV secolo. E allora come la mettiamo con lo storico latino, ritenuto al di sopra di ogni sospetto? Riconoscendo, affermano questi studiosi, che il brano XV.44 degli Annali è stato interpolato ed è quindi falso.
Già a partire dall'Illuminismo, e in particolare da Voltaire (1775), era iniziata a circolare la voce che gli Annali di Tacito fossero un clamoroso falso, facendo riferimento ad argomentazioni storiche (incongruenze con Svetonio e Plinio il Vecchio) e filologiche (incoerenze stilistiche col Tacito delle Historiae).
Ma a sostenere con vigore questa ipotesi fu nel XVIII secolo John Wilson Ross che nel 1878 pubblicò a Londra il libro Tacitus and Bracciolini, the Annals Forged in the XVth Century nel quale dimostrò che fu l'umanista italiano Poggio Bracciolini, segretario di papa Martino V e amanuense disinvolto (1380-1459), a falsificare gli Annali nel 1429. Come? Inserendo, quasi alla lettera, un passo di un certo Sulpicio Severo (IV secolo) che nella sua “Historia Sacra” (II-29), considerata al suo apparire una raccolta di assurde invenzioni, aveva raccontato per primo la persecuzione di Nerone.
E perché Bracciolini fece questa manomissione del testo di Tacito? Per confutare le contestazioni di quanti, papi e antipapi, durante lo Scisma d'Occidente che si era appena concluso,  avevano sollevato dubbi sulla legalità di Roma come sede del trono di Pietro. Il martirio dell'apostolo cadeva a puntino e toglieva ogni pretesto.
Dopo il Ross anche P.Hochart nel suo studio La persécution des chrétiens sous Néron, (www.mediterraneeantique.info/Rome/Hochart/Ner_0.htm), ed altri storici (J. Rougé, A. Drews e C. Saumang), adducendo rigorose argomentazioni storiche, filologiche e stilistiche, nonché evidenziando come Tacito descriva in modo contraddittorio il comportamento di Nerone durante l'incendio, confermarono l'interpolazione degli Annali.
L'incendio di Roma nel 64, e di conseguenza la persecuzione contro i cristiani (del resto mai nominati da Tacito nelle sue Historiae), non sarebbero quindi attendibili secondo questi studiosi e ciò sarebbe confermato, sia pure in modo indiretto, anche da Giuseppe Flavio, il più famoso degli storici ebrei dell'antichità.
Infatti, nel 64 egli si trovava a Roma in qualità di avvocato difensore di due rabbini, accusati dalle autorità romane di Gerusalemme di connivenza coi ribelli che già cominciavano a devastare la Giudea. Ora, in nessuna delle sue opere vi è il pur minimo accenno alla persecuzione di Nerone e all'incendio che in quell'anno distrusse 10 dei 14 quartieri in cui si articolava la città. Poteva, uno storico pignolo come lui, ignorare completamente un fatto del genere?
Comunque, fu in seguito alla prima guerra giudaica (ordinata da Nerone) che si sviluppò a Roma il clima di tensione contro il cristianesimo (confuso col giudaismo), che andò via via crescendo nel tempo, con alterne vicende. Un episodio, riferito da Eusebio di Cesarea, riguardante l'imperatore Massimino Trace (235-238), serve ad illuminarci a questo proposito
Questo imperatore, preoccupato per il diffondersi della nuova religione che riteneva nociva all'Impero, fece stampare e diffondere le memorie di Pilato (Acta Pilati), integralmente tratte dagli archivi imperiali, al fine di rendere evidente a tutti la pericolosità politica e sociale dei cristiani. Pur essendone state create molte copie, distribuite anche alle scuole affinché gli studenti le conoscessero, di queste memorie di Pilato oggi non esiste traccia.
Qualcuno, e non è difficile capire chi, ha provveduto a farle sparire perché forse davano una versione totalmente diversa della condanna di Gesù, rispetto a quella tramandataci dai nostri Vangeli. Nessuno dei ben noti polemisti cristiani dell'epoca osò contestarle nel merito. Ma se il rapporto di Pilato fosse stato favorevole a Gesù, quanto lo avrebbe strombazzato la Chiesa, una volta raggiunto il potere!
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venerdì 26 giugno 2015

64- “L'invenzione del cristianesimo” - Parte quarta. Le persecuzioni. 1

La Chiesa ci ha trasmesso un'immagine deformata e antistorica delle persecuzioni da essa subite dagli Imperatori.
Purtroppo, i testi storici che vanno per la maggiore, hanno convalidato questa verità di regime e accettato, senza una seria indagine testuale, quella che David Donnini (Cristo, Una Vicenda Storica da riscoprire, R. Massari Editore, Bolsena (VT), 1994) chiama la "retorica vittimistica delle persecuzioni”, per cui dobbiamo ammettere che molto di ciò che ci è stato tramandato su di esse è quasi completamente falso e del tutto leggendario perché fortemente condizionato sia dalla tradizione cattolica, sia da opere storico-letterarie di dubbio valore. Chi conosce, anche approssimativamente, la storia antica sa che i romani, senz'altro duri e spietati sotto il profilo politico, erano del tutto tolleranti in campo religioso e ammettevano che i diversi popoli sottomessi seguissero liberamente i loro culti e le loro tendenze religiose.
Roma stessa era un coacervo di centinaia di divinità, spesso importate dai soldati da ogni parte dell'Impero, e tutte avevano il loro tempio e i loro seguaci. Nessun storico romano accenna mai a persecuzioni di tipo esclusivamente religioso. Solo se un culto si profilava ostile al potere costituito o palesemente immorale, poteva subire delle censure.
Com'è possibile allora che una religione che predicava la non-violenza, l'amore del prossimo (e perfino dei nemici) e la fratellanza universale (imperativi etici fortemente condivisi anche da molti pagani), e per di più dichiarava che bisognava dare a Cesare quello che era di Cesare (cioè riconosceva implicitamente il potere imperiale e ammetteva il dovere di pagare le tasse), subisse delle dure repressioni da parte degli Imperatori? Forse che questi erano disturbati dal fatto che il suo fondatore si proclamava figlio di Dio e vantava la sua resurrezione? Ma neanche per sogno! Erano così anche le altre divinità che andavano allora per la maggiore come Osiride, Attis, Mitra, Eracle e così via. E allora? La verità è che la religione non c'entra niente con queste persecuzioni; c'entra, invece, e come, la politica. Per i romani la parola "cristianesimo", che traduceva letteralmente il termine ebraico "messianismo”, era sinonimo di fondamentalismo nazional-religioso, cioè di una forma di fanatismo patriottico-giudaico inteso a scalzare il potere di Roma.
Infatti, il cristianesimo del primo secolo della Chiesa di Gerusalemme, prima che Paolo lo demessianizzasse e lo degiudeizzasse, non era affatto simile al nostro ma fortemente legato alle istanze esseno-zelote e i romani lo sapevano. Perciò essi non perseguitavano la nuova ideologia religiosa bensì l'ostilità contro Roma, unita alla disobbedienza civile, che essa implicava.
I cristiani, infatti, rifiutavano il servizio militare, atto considerato dai romani intollerabile e antipatriottico, non frequentavano né il circo né il teatro, e nemmeno le feste e le processioni pagane, cioè si autoescludevano dalla vita civile.
Inoltre, predicavano che solo il loro Dio era vero e che tutti gli altri dèi, adorati dai pagani, erano falsi e andavano distrutti, e si dedicavano ad un proselitismo accanito, inconcepibile per il politeismo del tempo. Infine, invocavano fanaticamente la fine del mondo e consideravano quella raccapricciante catastrofe, che avrebbe arrecato interminabili tormenti, la giusta punizione per la malvagità dei pagani e invece per loro l'inizio di una eterna felicità.
Si definivano, come gli ebrei, il popolo eletto, il popolo santo e, in contrapposizione, consideravano tutti i pagani degli iniqui peccatori. Ecco perché erano considerati nemici degli dèi e li si accusava di ateismo e di empietà mostruose, come incesto, omicidi rituali e cannibalismo (Eusebio di Cesarea, op. cit. 4,7; 11 e sgg.).
Il crimine più grave, però, di cui erano accusati i cristiani, riguardava il rifiuto del sacrificio alle divinità imperiali. I romani attribuivano al favore di queste divinità i propri successi militari e politici e ritenevano il sacrificio loro attribuito una manifestazione di patriottismo. Chi si sottraeva diventava nemico della comunità e metteva in pericolo la stabilità dello Stato. L'ordine di sacrificare alle divinità imperiali era quindi un atto di lealtà politica che doveva garantire l’unità interna dell’Impero e non intaccava minimamente l’esercizio libero della religione personale. Ma per i cristiani l’apoteosi di una persona umana era impensabile e considerato un atto di apostasia. Quando nuclei sempre più numerosi di cristiani si opposero al culto imperiale, scattarono inevitabilmente le persecuzioni che non rivestirono mai un carattere religioso ma esclusivamente politico.
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giovedì 25 giugno 2015

Fino al II secolo il battesimo veniva somministrato in modo semplice e senza una specifica preparazione. 218

Inizialmente il battesimo cristiano si differenziava da quello pagano sia per una maggiore semplicità, sia perché non necessitava di una preparazione particolare. Lo deduciamo dagli Atti degli apostoli nei quali si narra che l'apostolo Filippo, dopo aver incontrato sulla strada da Gerusalemme a Gaza un funzionario della corte etiope e avergli spigato i rudimenti della nuova religione, subito costui decise di battezzarsi. «E proseguendo il cammino giunsero dove c’era dell’acqua; e il cortigiano disse: “Qui c’é dell’acqua! Che cosa impedisce ancora il mio battesimo?”». E immediatamente li vediamo entrambi nell’acqua, intenti a compiere l’atto salvifico.

Ma a partire dal II secolo le cose cambiarono totalmente. Scopiazzando le religioni misteriche, il battesimo cristiano venne allora preceduto da un’istruzione specifica e da un periodo di preparazione, cioé da un catecumenato, che in talune comunità durava quaranta giorni, in altre fino a tre anni. Il rito battesimale era poi accompagnato da un ricco cerimoniale consistente in esorcismi quotidiani, squilli, segni di croce, offerte di sale consacrato e altre stravaganze, sempre di derivazione pagana, come l’unzione del capo o addirittura di tutto il corpo con olio, l’offerta di ceri accesi, di latte e di miele

E, sempre imitando le religioni misteriche, non mancavano lunghi digiuni e orazioni. Cinque giorni prima del battesimo si doveva prendere un bagno, tre giorni prima bisognava digiunare in modo particolarmente rigido e l’ultima notte era consacrata alla veglia. Come nel culto di Iside, anche il battezzatore era tenuto al digiuno e doveva decidere quando il battezzando era maturo per il rito. Come nella religione mitraica, il battesimo aveva solitamente luogo all’inizio della primavera (intorno alla Pasqua) e come nel rito eleusino od orfico anche in quello cristiano il battesimo per immersione prevedeva che il catecumeno fosse per lo più nudo.

Come nel culto di Iside, in un primo momento il luogo poteva essere qualsiasi fiume, sorgente o spiaggia; poi fu utilizzato un edificio apposito, il battistero, che aveva a sua volta un modello un po’ più semplice nelle costruzioni erette al medesimo scopo presso sorgenti o canali dai fedeli delle religioni misteriche, soprattutto di Mitra, nei cui templi c’era persino una specie di acquasantiera.
Il candore dell’abito battesimale imitava la mistica dell’Ellenismo, nella quale il rosso e il bianco erano i colori più usati nell’abbigliamento in occasione di solennità misteriche. Nel IV secolo, infine, il sacramento diventò una festa di società, celebrata anche con epistole gratulatorie.


S.Filippo apostolo


martedì 23 giugno 2015

63- “L'invenzione del cristianesimo” - Parte quarta. Il cristianesimo gnostico. 2

Perché lo gnosticismo, largamente diffuso all'inizio del cristianesimo (Valentino, il suo massimo teorico, per poco non venne eletto Papa al posto di Anacleto) fu ferocemente combattuto dalla Chiesa (soprattutto da Tertulliano e Ireneo) al punto da rimanere totalmente cancellato da essa e da restare, dal quinto secolo in poi, completamente sconosciuto al mondo cristiano? Indubbiamente per motivi teologici derivanti dalla negata incarnazione di Cristo Dio, ma anche, come vedremo, per motivi squisitamente politici. Gli gnostici, infatti, avevano la convinzione di poter accedere senza intermediari alla volontà divina tramite rivelazioni, esperienze estatiche e visioni (esattamente come successe a Paolo). Per essi chi riceveva da Dio direttamente una rivelazione, possedeva una autorità incontestabile, come i Profeti della Chiesa delle origini.
Quindi per gli gnostici l'uomo pneumatico veniva condotto all'Essere dallo stesso Padre senza alcuna intermediazione di altro tipo, contrariamente a quanto affermava la Chiesa che ciò poteva avvenire solo tramite la struttura ecclesiale derivata dagli apostoli e dai successori degli apostoli, i vescovi. Solo la Chiesa, infatti, essa predicava, aveva ricevuto direttamente da Gesù, per via apostolica, il compito di condurre l’umanità alla salvezza.
Se l'uomo pneumatico invece poteva giungere in maniera totalmente autonoma alla riscoperta di quella goccia di luce divina che si celava nel suo cuore, scavando da solo nella sua più profonda interiorità, a cosa servivano i “successori degli apostoli”, intesi come intermediari tra l’uomo e Dio?
La risposta è ovvia: a niente. Ecco quindi lo scontro violentissimo delle comunità gnostiche con la gerarchia clericale, chiamata nel Vangelo di Filippo “la setta degli apostolici”, e, conseguentemente, la soppressione sistematica da parte della Chiesa di tutti i documenti gnostici contrari alla sua ortodossia, nonché l'accanita persecuzione, dopo il Concilio di Nicea del 325, dei molti cristiani dissenzienti accusati di eresia.
I Vangeli gnostici scoperti a Nag Hamadi, specialmente quello di Tommaso, chiamato da molti il quinto Vangelo, ci trasmettono di Gesù un'immagine molto diversa da quella che ricaviamo dal cristianesimo ufficiale: un Gesù più maestro di sapienza che Messia jahvista, umanamente saggio e per nulla ossessionato dalla sindrome colpa-peccato tipica del nostro cattolicesimo, poco cristiano quindi in senso tradizionale, e, per di più, estraneo all'atmosfera pregna di miracoli e di prodigi di ogni genere che rende così irrazionali e mitologici i quattro Vangeli canonici, riconosciuti dalla Chiesa. In essi,infine, non si accenna a Pilato, né al rito eucaristico teofagico avvenuto nella “ultima cena”, e tanto meno alla “Resurrezione” (M. Criva, Il Quinto Vangelo, Ed. Marco Valerio, Torino, 2001).
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venerdì 19 giugno 2015

62- “L'invenzione del cristianesimo” - Parte quarta - Il cristianesimo gnostico 1.

Abbiamo detto che il Cristo Gnostico cominciò a svilupparsi nell'ambito cristiano nel secondo secolo. Ad introdurlo a Roma nel 140 fu il filosofo gnostico Marcione di Sinope, sul Mar Nero. Egli portò alla comunità cristiana di Roma il suo vangelo e dieci lettere di Paolo, a quel tempo totalmente sconosciute nella capitale dell'Impero. Il suo vangelo fu accolto molto favorevolmente in un primo tempo ma subito dopo, nel 144, respinto come eretico in quanto presentava Cristo come un salvatore essenzialmente spirituale che non si era mai incarnato sulla Terra e che di uomo aveva assunto solo le sembianze umane.
Questo importantissimo documento, completamente distrutto dalla Chiesa, come il primitivo Vangelo degli Ebrei e gli altri Vangeli gnostici, è stato in parte ricostruito utilizzando le citazioni dei Padri della Chiesa che lo confutarono (Tertulliano, Crisostomo, Atanasio, Ireneo), da due studiosi: Adolf Von Harnack e Paul Louis Cuchoud. Secondo Elaine Pagels (I Vangeli gnostici, Mondadori, Milano, 1981) fu il vescovo di Lione, Ireneo, il primo a selezionare i documenti ritenuti ortodossi e a far distruggere quelli considerati eretici, come il Vangelo di Marcione.
Questo Vangelo cominciava dicendo che nel quindicesimo anno del regno di Tiberio (cioè nell'anno 30 d.C.) ai tempi del procuratore Ponzio Pilato e Caifa Sommo Sacerdote, il Salvatore figlio di Dio, era disceso dal cielo su Cafarnao, città della Galilea, per cominciare da lì le sue predicazioni e, riferendosi alla vita terrena di Cristo, descriveva la sua biografia con tanto di date, di luoghi e di personaggi, fino ad allora a tutti ignoti. Probabilmente fu su questi riferimenti storico-geografici riportati da Marcione che furono poi costruiti i quattro vangeli canonici. Fino ad allora, infatti, su Gesù erano circolate solo delle sentenze, chiamate Logìa, definite “corte e laconiche”. Il Cristo di Marcione si presentava a Cafarnao, in Galilea, in età già adulta, prendendo dell'uomo l'apparenza ma non la sostanza, essendo puro spirito. Crisostomo nella sua Lettera ai Filippesi (2, 7), riportando un passo del Vangelo di Marcione scrive:" Gesù ha preso una somiglianza d'uomo perché se fosse divenuto veramente uomo avrebbe cessato di essere un Dio". Negando di Gesù la nascita terrena, che cioè si è fatto carne come ognuno di noi, veniva negata anche la sua crocifissione e morte, considerate da Marcione del tutto simboliche e virtuali, perché il corpo di Cristo non era di carne. Anche la resurrezione, pertanto, si prefigurava come del tutto virtuale.
L'incarnazione di Cristo, e quindi la sua natura umana, nella prima metà del secondo secolo non veniva negata solo da Marcione ma anche da molti altri teologi e vescovi del tempo, come Papia, Carpocrate, Valentino, Nicola, Basilide e i Doceti.
Ma come nasce il Cristo Gnostico? E' singolare il fatto che Marcione nel 140 porti a Roma il suo vangelo gnostico assieme alle Lettere di Paolo. C'è una connessione tre le due cose? Marcello Craveri, senz'altro uno dei massimi studiosi della materia, ha sottolineato il carattere tipicamente gnostico di alcune importanti Lettere di Paolo di Tarso. A questo proposito basterebbe citare, dalla Lettera ai Filippesi, il seguente versetto: "Cristo, pur essendo di natura divina, spogliò se stesso assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini ci è apparso in forma umana" (Filippesi. 2, 6). Negazione chiara della sua terrenità.
A collegare Paolo alla gnosi, oltre alle Lettere, ci sono molti altri argomenti. Anzitutto, le ripetute visioni celesti dell'apostolo che alludono all'illuminazione di tipo gnostico; poi, il fatto, rilevato da molti, che Paolo non accenna mai alle origini terrene di Gesù, alle parabole, ai miracoli, ai personaggi e agli eventi più importanti della sua vita, come la Passione; inoltre, evita chiaramente di chiamarlo per nome (25 volte in tutto) ma in compenso lo nomina col nome di “Cristo” 378 volte, e si riferisce esclusivamente a lui come ad una entità spirituale ultraterrena proiettata in un ambito mitico e metafisico (E.Dujardin, Ancient History of the God Jesus, C.A. Watts & Co, London, 1938) I pochi riferimenti storici, riportati nelle epistole, riferibili ad una reale esistenza terrena di Gesù, secondo alcuni studiosi, sarebbero stati aggiunti posteriormente. Tutto ciò potrebbe far supporre che Paolo fosse uno gnostico, ma nelle sue Lettere ci sono anche chiari passi che lo negano. Nel prologo della Lettera ai Romani, come nell'introduzione a tutte le altre Lettere, Paolo scrive: "Io sono Paolo, servo di Dio, apostolo per vocazione, prescelto per annunziare il vangelo di Dio riguardo al figlio, nato dalla stirpe di David secondo la carne" (Romani 1,1). Con ciò non solo ammettendo l'incarnazione di Gesù ma negando anche che questa sia avvenuta per opera divina. Ciò fa supporre che le Lettere di Paolo, che prefigurano il Cristo terreno e quello puramente spirituale, abbiano subito manipolazioni e interpolazioni da entrambe le Chiese, quella gnostica e quella ortodossa.
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giovedì 18 giugno 2015

Il battesimo cristiano ricalca fin nei particolari i riti iniziatici delle Religioni Misteriche. 217

Il battesimo cristiano offre un parallelismo preciso con quello di origine pagana.
All’atto dell’iniziazione, consistente in un bagno per immersione, il pagano seguace dei Misteri viveva il destino del suo Dio (Attis, Dioniso, Mitra), la sua morte e resurrezione, esattamente come il cristiano all’atto del battesimo viveva la morte e la resurrezione di Cristo. Durante il battesimo i sacerdoti di Attis dicevano:
«Siate di buon animo, voi Misti! Come il Dio fu salvato, così nasce per noi la salvazione dal dolore».
E Paolo scrive: «Nel battesimo siete stati sepolti con Cristo, e in Cristo siete anche risorti... voi, che eravate morti per i vostri peccati... Dio ha vivificato con Cristo».
Tutta la teologia critica e la dottrina biblica extra ecclesiastica vedono qui un
Paolo che parla in strettissima dipendenza dal pensiero e dai modi espressivi delle
religioni misteriche. La concezione di fondo del battesimo cristiano quale «rinascita», era propria di tutti i culti religiosi precristiani. «Rinato in eterno» si definiva il seguace di Attis; «rinato» si chiamava colui che era stato redento da Iside e una fitta schiera di Misti della religione dionisiaca si autodefiniva «coloro che sono nati dal Dio». La «rinascita» era concetto comune anche ai Misteri di Mitra e alla mistica ermetica.

Secondo Paolo, il battezzando cristiano indossa Cristo come un abito:
«infatti voi tutti, battezzati in Cristo, avete indossato Cristo»; oppure, come scrive nella Lettera ai Romani: «Indossate il Signore Gesù Cristo» (Gal. 3, 272. Rom. 13, 14).

Questa immagine dell’indossare il Cristo» deriva dalla «mistica dell’abito» di
diverse religioni misteriche, particolarmente risaltata nei Misteri Eleusini o nel culto
di Iside, in cui il fedele indossava l’abito della divinità, diventando cosi immortale
egli stesso o addirittura divinizzato. Anche per Paolo il battesimo non è solo un atto simbolico, ma un’azione divinizzante assolutamente reale e sostanziale. Forse i cristiani paolini, come i battezzandi di Iside, indossavano un particolare abito battesimale. In ogni caso i cristiani vedevano nel loro battesimo nient’altro che un’iniziazione misterica collegandola fin dal principio a concezioni magiche, analogamente al carattere magico del sacramento pagano. Dopo il battesimo, per un certo periodo, non era lecito toglier via l’acqua battesimale né farsi il bagno o lavarsi per settimane.


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Informazioni personali

Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)