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venerdì 27 novembre 2015

104 - “L'invenzione del cristianesimo” - Le fonti del Nuovo Testamento. Il vero Vangelo distrutto dalla Chiesa

Prima di esaminare i Vangeli, sia pur brevemente, dobbiamo fare un'amara constatazione. Tra essi manca il Vangelo più importante, quello che, oltre ad essere stato il primo ad apparire, è stato anche la matrice degli altri. È conosciuto come il "Vangelo degli Ebrei" e fu definito da San Paolo il "Vangelo maledetto", perché sconfessava il Gesù teologico da lui inventato e sosteneva soltanto quello messianico, crocifisso da Pilato.
Questo Vangelo fu fatto sparire dai Padri della Chiesa perché considerato contrario alla loro ortodossia. Scritto in ebraico e utilizzato dai primi giudeo-cristiani di Gerusalemme, il Vangelo degli Ebrei risaliva, nel suo nucleo originario, a pochi decenni dopo la morte di Cristo, ed era molto diverso dai nostri Vangeli canonici in quanto ignorava tutte quelle aggiunte inverificabili, di natura teologica e catechistica, che vanno dalla nascita verginale all'istituzione dell'eucaristia.
Pur contenendo forti richiami all'ascetismo esseno, escludeva tutti quei molteplici inviti all'amore per i nemici (che allora erano soltanto i romani oppressori) e alla non violenza che avrebbero suscitato scandalo e indignazione in tutto Israele, se fossero stati predicati nella Palestina del tempo, e scatenata la vendetta inesorabile degli zeloti. In esso Gesù era considerato il Messia davidico di natura umana e non divina, venuto a liberare Israele dal giogo romano; un ebreo ligio all'osservanza della Legge e non il fondatore di una nuova religione. In altre parole, Gesù non era stato demessianizzato e degiudeizzato come nei Vangeli posteriori. Veniva attribuito all'apostolo Matteo ed era chiamato sia il Vangelo secondo gli Ebrei, sia il Vangelo secondo Matteo.
Secondo molti studiosi, questo Vangelo è stato il prototipo da cui sono derivati tutti gli altri ed è chiamato anche la Fonte Q.
Di esso, ci sono pervenuti soltanto brevi accenni che i Padri della Chiesa nei secoli II, III, e IV hanno riportato nelle loro opere al solo scopo di confutare i nazirei e gli ebioniti (nomi coi quali si designavano i cristiano-giudei della Chiesa di Gerusalemme) che lo considerarono come l'unico vero Vangelo.
Esaminiamo con attenzione quanto ci tramandano questi Padri della Chiesa:
"...(gli Ebioniti) seguono unicamente il Vangelo che è secondo Matteo e rifiutano l'apostolo Paolo, chiamandolo apostata della legge..." (Ireneo, Contro gli eretici, I, 26, Jaca Book, Milano, 1981) ;
"...(I Nazirei) accettano unicamente il Vangelo secondo gli Ebrei e chiamano apostata l'apostolo (Paolo)..." Teodoreto, Storia Ecclesiastica, II, 1, Città Nuova, Milano, 2000);
"...costoro (gli Ebioniti) pensavano che fossero da rifiutare tutte le lettere dell'apostolo (Paolo), chiamandolo apostata della legge, e servendosi del solo Vangelo detto secondo gli Ebrei, tenevano in poco conto tutti gli altri..." (Eusebio di Cesarea, Storia Ecclesiastica, III, 27, op. cit.);
"...Gli Ebioniti, pertanto, seguendo unicamente il Vangelo che è secondo Matteo, si affidano solo ad esso e non hanno una conoscenza esatta del Signore..." (Ireneo, Contro gli eretici , III, 11, op.cit.) ;
"...nel Vangelo che essi (gli Ebioniti) usano, detto "secondo Matteo", ma non interamente completo, bensì alterato e mutilato, e che chiamano "ebraico"... hanno tolto la genealogia di Matteo..." Epifanio, Panarion, adversus omnes haereses, XXX, 13, 6, E. J. Brill, Leiden, 1987-1994);
"...(I Nazirei) posseggono il Vangelo secondo Matteo, assolutamente integrale, in ebraico, poiché esso è ancora evidentemente conservato da loro come fu originariamente composto, in scrittura ebraica.." (Epifanio, Panarion, adversus omnes haereses, XXIX, op. cit.);
Da questi frammenti trasmessici dai Padri della Chiesa noi possiamo trarre alcune considerazioni importanti.
Anzitutto, accusando il Vangelo degli Ebrei di essere "non interamente completo, bensì alterato e mutilato", ci fanno capire che le mutilazioni riguardavano le mancate aggiunte teologiche inserite nei Sinottici, quali ad esempio: il processo ebraico, la nascita verginale, l'istituzione della eucaristia, la degiudeizzazione e spoliticizzazione di Gesù e così via.
A conferma di ciò l'asserzione di Epifanio, riportata sopra, che il Vangelo usato dai Nazirei era "assolutamente integrale, in ebraico[…] conservato da loro come fu originariamente composto", cioè senza le manomissioni e le aggiunte fatte dai seguaci di Paolo nei Vangeli canonici.
C'è poi un altro punto importante citato da Ireneo, che recita: " (i nazirei) non hanno una conoscenza esatta del Signore". Perché? Perché i cristiano-giudei non credevano che Gesù fosse Figlio di Dio, avesse cioè una natura divina come voleva la teologia paolina, ma lo consideravano soltanto un Messia di natura umana, cioè l'Unto di Jahvé destinato a ricostituire l'antico regno di David. Con l'eliminazione della versione originale del Vangelo degli Ebrei da parte della Chiesa abbiamo perduto il documento chiave che poteva far luce sulla reale personalità di Gesù e sugli avvenimenti storici che lo riguardavano.
I Vangeli canonici sono opere mitologiche e devozionali, quindi. Non ci raccontano la verità storica di Gesù (anche se ne lasciano intravedere qua e là dei frammenti, dai quali noi possiamo ricavare molti indizi, come ad esempio, che gli apostoli erano sicuramente zeloti), ma teologia dedotta dagli scritti di Paolo.
A.N. Wilson nel suo libro "Paolo" (Rizzoli, Milano, 1997) li definisce "romanzi teologici". Definizione che ritengo perfetta. Essi furono redatti fuori e lontano da Israele, in centri di cultura “ellenistica"; si svilupparono, quindi, dal cristianesimo non ebreo derivato da Paolo e dai suoi seguaci gentili. Sono stati scritti dopo le Lettere di Paolo e paiono una loro derivazione.
Le Lettere di Paolo, infatti, che per prime nominano la parola "Vangelo", vedono Cristo come il mitico Redentore immolatosi sulla Croce per la salvezza dell'umanità.
I Vangeli trasmettono questo messaggio fondamentale e potrebbero essere visti come storie finalizzate al racconto della resurrezione di Gesù, intesa come il punto culminante della Redenzione. L'essenza dei Vangeli che ce li rende così spiritualmente pregnanti, come la loro insistenza sulla pace, l'amore per il prossimo, il perdono dei nemici e la fratellanza universale, sono una creazione completamente paolina. Se Paolo non fosse esistito non solo non avremmo avuto i Vangeli ma nemmeno il cristianesimo.
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giovedì 26 novembre 2015

Giacomo il Giusto (Parte seconda) 238

Dalla descrizione di Egesippo e da quanto deduciamo dagli Atti, Giacomo fu un strenuo assertore della Legge ebraica e per tutta la vita rimase votato al nazireato. A Gerusalemme godeva di un prestigio altissimo presso il popolo e presso molti dei farisei, come Gamaliele, sia per la sua pietà, sia per la sua altissima ortodossia alla Legge ebraica, ma era inviso all'alto clero e al sommo sacerdote Anano che nel 62 ne ordinò la lapidazione. Perché la Chiesa ha sempre offuscato, per non dire del tutto ignorato, un personaggio così fondamentale per essa in quanto potrebbe essere considerato una prova molto attendibile dell'esistenza di Gesù, suo stretto consanguineo ?


Perché la sua esistenza mette in seria crisi molti fondamenti del cristianesimo. Cominciamo dalla sua fratellanza con Gesù, riconosciuta, oltre che dai Vangeli, anche dalle Lettere di Paolo e dagli Atti, e ormai ammessa perfino da molti studiosi cattolici. Essa, per la Chiesa, ha il torto di rinnegare, in modo esplicito, la verginità di Maria e il concepimento teogamico di Gesù, dogmi fondamentali del cristianesimo. Consideriamo poi che Giacomo fu per circa trentanni il capo indiscusso della Chiesa di Gerusalemme. Questo fatto porta a rinnegare senza mezzi termini sia il primato di Pietro come primo papa, sia il primato di Roma come sede della cristianità. Cose abnormi per la Chiesa Cattolica!


Teniamo poi presente che Giacomo rimase sempre scrupolosamente fedele alla religione ebraica per cui, assieme agli apostoli, mai riconobbe la divinità di Gesù, mai accettò lo scisma dall'ebraismo voluta da Paolo per far nascere la sua nuova religione, e neppure l'abolizione della circoncisione per far posto al battesimo. Tutto ciò non equivale a rinnegare in blocco l'intero cristianesimo? Infine, sembra accertato che la Chiesa di Gerusalemme, sotto Giacomo, mantenne sempre un forte legame con le correnti esseno-zelote più oltranziste e fu probabilmente concausa delle vicende che portarono allo scoppio della prima Guerra Giudaica. La qualcosa conferma in modo irrefutabile sia che Gesù fu crocifisso per ribellione armata contro Roma, sia che il cristianesimo fu a lungo perseguitato non per motivi religiosi ma per la sua connivenza con gli zeloti oltranzisti.


È lapalissiano, quindi, che un personaggio del calibro di Giacomo il Giusto sia per la Chiesa una spina nel fianco, uno scheletro nell'armadio da mantenere celato il più possibile per non dover aprire dibattiti estremamente imbarazzanti che metterebbero in seria crisi la sua intera dottrina e la sua stessa esistenza.



Giacomo il Giusto


martedì 24 novembre 2015

103 - “L'invenzione del cristianesimo” - Le fonti del Nuovo Testamento. Premessa

A conclusione della trattazione della triplice metamorfosi della figura di Gesù nei primi secoli della nostra èra e della nascita e mondanizzazione della Chiesa, vengono qui esaminati i documenti canonici e storici che sono a fondamento del cristianesimo e ai quali si è fatto di continuo riferimento nel corso del libro.
Le fonti sulle quali si basa il cristianesimo comprendono: i documenti canonici, i libri apocrifi, i documenti di storici ebrei e latini, gli scritti apologetici e teologici degli antichi Padri della Chiesa e i Manoscritti del Mar Morto.
I 27 testi neotestamentari riconosciuti dalla Chiesa come canonici, come abbiamo già accennato all'inizio del testo, sono trascrizioni di trascrizioni di trascrizioni. Sono tutti scritti in greco e i più antichi codici a noi pervenuti, il Sinaiticus e il Vaticanus, risalgono al IV secolo.
Il secondo, custodito nella Biblioteca Vaticana, è incompleto e ha subito tre rappezzamenti. Il primo, quello Sinaiticus, così chiamato perché scoperto nel Monastero Caterino del Sinai, si trova dal 1933 nel British Museum di Londra e contiene per intero il Nuovo Testamento e persino due Apocrifi.
Nel 383 papa Damaso incaricò il dottore della Chiesa, Girolamo, di tradurre in latino l'intera Bibbia (l'Antico e il Nuovo Testamento), perché il greco era poco conosciuto in Occidente. Nei Concili di Firenze (1442), di Trento (1546) e del Vaticano I (1870) la Chiesa Cattolica proclamò come dogma di fede la dottrina dell’ispirazione divina della Bibbia, escludendo in essa qualsiasi errore. Quindi, ogni rilievo storico-critico sui ventisette testi neotestamentari e sulla Bibbia ebraica, è per la Chiesa improponibile, malgrado le innumerevoli contraddizioni, incongruenze e assurdità che essi contengono. I ventisette documenti canonici che la Chiesa riconosce come ispirati da Dio e a fondamento di tutta la sua dottrina, sono: i quattro Vangeli, attribuiti rispettivamente a Marco, Matteo, Luca e Giovanni; gli Atti degli Apostoli, attribuiti a Luca; l'Apocalisse, attribuita a Giovanni; le tredici Lettere di Paolo di Tarso; la Lettera di Giacomo, il Minore; le due Lettere di Pietro; la Lettera di Giuda; le tre Lettere di Giovanni e la Lettera agli Ebrei di incerta attribuzione.
Tutti questi documenti sono scritti in greco e furono elencati per la prima volta da Atanasio di Alessandria nel 367, ma formalizzati come canonici solo col “Decretum Gelasianum de libris recipiendis et non recipiendis” di Papa Nicola I nell'865.
La cernita avvenne dopo ripetuti ripensamenti, se consideriamo che l'Apocalisse rimase a lungo in discussione con alterne vicende. Per quanto riguarda i Vangeli, la Chiesa, dopo aver scelto come canonici i quattro che più le convenivano, dichiarò tutti gli altri “apocrifi”. Al di fuori dei testi canonici ci sono, quindi, altri racconti evangelici non riconosciuti dalla Chiesa, riferiti ad apostoli o a teologie diverse, come il Vangelo degli Egiziani, il Vangelo di Pietro, il Vangelo di Tommaso, il Vangelo di Filippo e il Vangelo di Maria di Magdala, il Vangelo di Giuda Iscariota, per citare i più importanti. Di essi possediamo dei frammenti più o meno lunghi.
Un discorso a parte meritano i Manoscritti del Mar Morto, scoperti nel 1947 e solo nel dicembre 2001 pubblicati integralmente. Sono di un'importanza fondamentale e gettano una nuova luce sui rapporti di Gesù con la setta degli esseni e sullo sviluppo dei cristiano-giudei, che costituirono la primitiva Chiesa di Gerusalemme. I pochi documenti storici di scrittori ebraici e latini, che accennano al cristianesimo (ma che mai nominano Gesù), comprendono: Le Antichità Giudaiche (o Storia dei Giudei) e La Guerra Giudaica di Giuseppe Flavio, ebreo, scritti in greco; gli Annali di Tacito, la Lettera di Plinio il Giovane e Le Vite dei Cesari di Svetonio, scritti in latino.
I Vangeli canonici
Sono ritenuti unanimemente il fondamento portante di tutto l'edificio cristiano. Sono quattro e almeno due di essi sono attribuiti agli apostoli che ne danno il nome: Matteo e Giovanni. Gli altri due, quello di Marco e di Luca, sono attribuiti a discepoli di Paolo. Vennero codificati solo nel IV secolo scartando gli altri ottanta e rotti Vangeli (gnostici ed apocrifi) che sino ad allora erano stati considerati validi, ma presentavano contenuti così diversi da non ammettere, in taluni casi, perfino l'esistenza fisica di Gesù, e di ignorare spesso anche la sua morte e resurrezione.
Si cominciò a scriverli alcuni decenni dopo la Crocifissione (dal 70 in poi) e la ragione della loro tarda stesura va spiegata nel fatto che agli apostoli e alla comunità primitiva dei cristiano-giudei, non passò minimamente per il capo di tramandare per iscritto le vicende di Gesù, in vista delle generazioni future, essendo loro costantemente in attesa del suo imminente ritorno.
Solo quando questo, col passare del tempo, mostrò di non verificarsi, si dovette rimandare nell’aldilà ciò che invano si era o atteso nell'aldiquà e nacque la fede in una storia salvifica prevista da Dio, mediante un'istituzione storica come la Chiesa, che aveva bisogno di fondare la sua dottrina su testi sacri.
Partendo dalla testimonianza di alcuni seguaci di Gesù, trasmessa in forma orale, sono nati, in ambienti ellenistici, i testi scritti in greco dai seguaci di Paolo di Tarso. Questi testi sono stati sottoposti nei primi secoli a continue e nuove formulazioni teologiche da parte dei Padri della Chiesa e del Concilio di Nicea e, posteriormente, a grossolane manipolazioni nella traduzione dal greco antico al latino e alle lingue moderne, che continuano tuttora, come abbiamo documentato in precedenza. Tutto ciò ha comportato la presenza nei Vangeli di molte contraddizioni e incongruenze, nonché di errori di carattere storico, geografico, politico ed etnografico che non li rendono attendibili. Infatti sulla loro scarsa attendibilità, Agostino, principe della patristica, non aveva dubbi al punto che dichiarava che la loro validità poggiava solo sull'autorità della Chiesa. Dimenticava però che la Chiesa, a sua volta, si fonda sulla tradizione evangelica. Insomma: il classico cane che si morde la coda!
Le manipolazioni dei Vangeli iniziarono fin dal tempo del vescovo Ireneo di Lione. Ce lo conferma Origene che parla di colleghi che egli chiama "correttori". La pratica fu poi seguita da Eusebio, Crisostomo, Agostino, Girolamo e tanti altri "padri", e fu recentemente confermata da papa Wojtyla con l'ammissione che certi passi dei Vangeli rivelano "una mano estremamente tarda"!
La Chiesa, avendo decretato che le Scritture debbono considerarsi ispirate da Dio, ha escluso ogni possibilità che possano essere soggette a verifiche critiche. Pietrificate nel passato, nel presente e nel futuro. Imbalsamate per l'eternità. Così ha sempre ostacolato un'indagine storico-critica sul cristianesimo. D'altra parte, essendo consapevole della quantità enorme di contraddizioni e di incongruenze presenti nei suoi testi sacri, è stata costretta a esigere una fede acritica in essi e a impedire ai suoi fedeli di avvicinarli in proprio.
Infatti, fin dai primi secoli della sua istituzione, ha severamente vietato ai fedeli lo studio, e perfino la sola lettura, dei libri canonici, e questo divieto lo ha codificato nel Sinodo di Tolosa del 1229 che dispose: «I laici non possono possedere i libri del Vecchio e del Nuovo Testamento; possono avere solo il Salterio e il breviario o anche i calendari mariani, e nemmeno questi libri, per altro, devono essere tradotti nella lingua nazionale» (Can, 1-14). Solo di recente la moderna teologia storico-critica protestante, non più vincolata ai dogmi, ai giuramenti e agli imprimatur, è giunta a comprendere e a dimostrare che il cristianesimo, nel suo cammino attraverso i primi secoli della nostra èra, ha subito una radicale involuzione e che i Vangeli non sono storicamente attendibili ma sono, al contrario, dei romanzi mitologici.

venerdì 20 novembre 2015

102 - “L'invenzione del cristianesimo” - Parte ottava Considerazioni finali.

Dopo aver esaminato, sia pure a grandi linee, la genesi e l'involuzione del cristianesimo, e aver dimostrato, con dovizia di riferimenti storici che esso, fin dal IV secolo, si è trasformato nell'istituzione più criminale e oppressiva della storia dell'umanità, è indispensabile trarre le giuste conclusioni riconoscendo, con lucida consapevolezza, che questa iniqua religione continua ancor oggi ad imporci il più medioevale oscurantismo in ogni campo della vita civile e sociale; cioè: nella morale, nella cultura, nella politica e nella scienza.
Infatti, millantando i suoi valori non negoziabili, dedotti non dalla più genuina essenza umana ma dal sanguinario e dispotico dio biblico Jahvè, la Chiesa, che si considera l'erede più legittima del cristianesimo, continua ad imporci, con l'appoggio dei politici più arretrati e reazionari di molti Stati, come l'Italia, mille assurdi divieti che altro non sono che violazioni di ogni diritto umano e civile e di ogni libertà personale.
Fossilizzata sul demenziale ascetismo di Paolo di Tarso, essa persiste a considerare l'uomo il più infimo, degradato e spregevole essere del pianeta, tutto peccato e malvagità, condannato a battersi il petto in un perenne mea culpa, incapace quindi di esercitare una qualsiasi forma di libertà. Per cui la libertà, il diritto più assoluto e sacrosanto dell'uomo che gli consente di decidere autonomamente dei suoi pensieri, del suo comportamento, del suo corpo, del suo destino, è per la Chiesa il più satanico dei peccati.
Quindi tutto quanto fa l'uomo dal momento della nascita fino alla morte va costantemente sottoposto alla sua etica coercitiva sennò si traduce in peccato e spesso, con l'aiuto di politici conniventi, in reato. Ma l'etica cristiana, non derivando dall'uomo ma dai precetti del crudele totem tribale Jahvè, è un'etica disumana e oppressiva. nella quale è prevalente il dovere verso il suo dio geloso e crudele che non verso l'uomo e la natura, e ciò conduce spesso a conseguenze estreme.
La storia ci insegna che per la Chiesa Cattolica è stato considerato per molti secoli etico praticare la schiavitù e l'antisemitismo, distruggere i templi pagani e le sinagoghe, mandare al rogo gli eretici, bandire crociate contro gli infedeli, costringere intere popolazioni alla conversione coatta, imprigionare e condannare a morte i liberi pensatori, contrastare con feroce oscurantismo i progressi della scienza e compiere infinite altre atrocità, sempre nel nome del suo dio buono e misericordioso.
L'etica cattolica ha sempre consentito le infamie più atroci ed è stata sempre dominata da un dettame mercantile e materialistico, riassunto nel motto: devi perseguire il bene (quello dedotto dal suo falso dio) per ricevere un premio, devi rifuggire il male (le offese a questo falso dio) per evitare un castigo. Ci può essere una morale più meschina e squallida di questa? Pensate che per la Chiesa il bene fatto per se stesso, se non produce qualche merito per il paradiso, è del tutto inutile.
E invece, no. L'essere umano non ha bisogno, per regolarsi nella sua vita morale, di alcun dio; la legge morale è una produzione umana e non dipende da alcuna legge divina. La vera etica è quindi quella senza dio. L’etica nasce con l’uomo, cresce e muore con l’uomo, è la sua inseparabile compagna: non vi è etica senza umanità. Essa deriva dalla forza incredibile della razionalità e della libertà dell’uomo in quanto essere unico ed irripetibile, e ha come caratteri principali: la solidarietà e l’empatia, che spingono gli esseri umani a sentirsi partecipi della gioia e della sofferenza dei loro simili; il profondo senso di giustizia, che fa sentire un’offesa fatta ad un altro uomo come un’offesa fatta all’intera umanità; l'esaltazione della libertà, a cui si può imporre un limite solo per salvaguardare i diritti di altri individui o gli interessi comunitari della società; l’assoluta uguaglianza degli uomini di fronte alle leggi; la ragione come faro che illumina il percorso dell’umanità.
Tutto questo descrive un’etica universale, un’etica non dogmatica, un’etica che può far sentire ogni uomo cittadino del mondo e non suddito di un dio o di suoi millantati vicari.
Immanuel Kant, il massimo filosofo tedesco, ci ha insegnato di basare la morale sul dovere per il dovere, anziché sul dovere per precetto divino. Il suo famoso imperativo categorico: «Agisci in modo che tu possa volere che la massima della tua azione divenga legge universale» ci impone di perseguire il bene per se stesso e non come mezzo per raggiungere un fine, e di considerarlo come una legge interiore all'uomo, frutto del suo retaggio evolutivo. Questo è il fondamento della vera morale.
L’uomo laico rifiuta quindi il materialismo etico. Lui dissocia morale e trascendenza e proclama che il bene non ha bisogno di dio, del cielo, di un premio, ma basta a se stesso e obbedisce alla necessità immanente all’uomo di porsi una regola del gioco, un codice di condotta che garantisca la felice convivenza tra gli uomini e ne promuova la fratellanza.
Questa è l'autentica morale che egli persegue, non quella mercantile e utilitarista delle religioni. Per lui, quindi, non vale la puerile minaccia dell'inferno o l'altrettanto puerile lusinga del paradiso. L’azione deve essere buona, retta e giusta, senza obbligazioni o sanzioni trascendenti. Se l’uomo accoglie un’etica religiosa distrugge la libertà di cui è depositario, annienta la razionalità, delega ad altri quella scelta che dovrebbe essere personale ed unica. Non solo non è vero che senza dio non può darsi l’etica, ma anzi è solo mettendo da parte dio che si può veramente avere una vita morale.
E per finire, il cristianesimo ha tolto all'uomo la gioia di vivere e di ricercare la felicità terrena . Anche se l'ascetismo, imposto da Paolo e dai Padri della Chiesa con l'attuale società sempre più secolarizzata, ha perso gran parte della sua iniziale virulenza, esso persiste ancora subdolamente, costringendo molti Stati, come l'Italia, a negare o ridurre i più elementari diritti civili (vedi, ad esempio, l'imposizione della nutrizione e idratazione forzate nel testamento biologico, il divieto assoluto al riconoscimento giuridico delle unioni di fatto sia etero che omo, l'ostruzionismo alla libertà contraccettiva e all'uso delle staminali per la sperimentazione medica, le assurde leggi sulla procreazione assistita), rendendo così grama e infelice la vita di molte persone.
Tutto ciò è un crimine mostruoso contro l'umanità che aspira ad una vita libera serena e felice su questa Terra. Infatti la vita umana ha valore non malgrado la propria finitezza, ma proprio perché essa è finita e casuale e va quindi considerata unica e irripetibile.
Perché la vita terrena è la nostra sola certezza. Qui siamo sicuri di esistere, ne abbiamo in ogni istante la consapevolezza. L'aldilà è soltanto una chimera, imposta agli uomini a caro prezzo come illusione. Solo quando avremo smesso di illuderci di essere immortali, come ci fa credere la religione, senza produrre nessuna prova al riguardo, e avremo accettato la nostra condizione di esseri provvisori su questa Terra, recupereremo la volontà di vivere nel migliore dei modi possibili, in armonia con la nostra umanità più genuina, libera e sovrana, e nella massima disponibilità alla pacifica, serena, ed empatica fratellanza universale.
Solo allora il mondo cesserà di essere una valle di lacrime, come lo vogliono le religioni oscurantiste, finiranno le continue guerre e intolleranze religiose che oggi insanguinano il pianeta, e il genere umano conoscerà finalmente un'era di maggior benessere generale e vedrà la nascita di elevate forme di autentica spiritualità. Questa nuova epoca avrà un unico principio inderogabile e non negoziabile: garantire la massima felicità possibile a tutti gli esseri umani, anche a quelli che vivono nel più sperduto angolo del nostro pianeta, o che la natura, alle volte matrigna, ha impietosamente discriminato. E la religione verrà soppiantata dalla “pietas” riportata al significato che le era proprio nella cultura classica, cioè come virtù civile e come espressione della più profonda umanità.



giovedì 19 novembre 2015

Giacomo il Giusto (Pare prima) 237

È il personaggio più enigmatico del Nuovo Testamento. Dalla Chiesa è sempre stato considerato scomodo e imbarazzante al punto da definirlo, con una certa ipocrisia, Giacomo il Minore e da relegarlo nella più completa oscurità. Fratello di Gesù, dopo la crocifissione divenne il capo indiscusso della Chiesa giudeo-cristiana di Gerusalemme dal 36 e il 62 d.C. e, quindi, di fatto il primo papa.


Nel Vangelo di Tommaso, apocrifo, vi è un loghion dal quale risulta che Gesù, prima di morire, affidò la sua Chiesa non a Cefa/Pietro ma a Giacomo, il Giusto. I discepoli dissero a Gesù: "Sappiamo che ti allontanerai da noi. Dopo di te chi ci farà da guida?" Gesù rispose loro: «Giunti a quel punto andrete da Giacomo, il Giusto, a cui spettano le cose che riguardano il cielo e la terra». E così è accaduto.


Ma, stranamente, questo primo vero capo della Chiesa cristiana, nonché primo papa, ci è stato trasmesso in forma molto ambigua ed enigmatica. Nei Vangeli, infatti, è menzionato solo come “fratello” di Gesù; nella seconda parte degli Atti degli Apostoli lo troviamo capo indiscusso della comunità cristiana di Gerusalemme e fiero avversario di Paolo; nei 27 documenti del Nuovo Testamento c'è una Lettera che porta il suo nome, dalla quale, però, non desumiamo nulla della sua vita.


La Patristica, invece, ci informa un po' meglio. Il Padre della Chiesa Egesippo, parafrasando Eusebio di Cesarea, scrive di lui nel IV secolo: "[Giacomo il Giusto]...fu santo fin dal grembo materno; non toccò vino né altre bevande alcoliche e neppure carni di animali; il rasoio non passò sulla sua testa e non si spalmò mai olio, ne fece mai uso di bagni. A lui solo era permesso entrare nel Santuario [il Sancta Sanctorum]: infatti non portava vestiti di lana ma di tessuto di lino [l'abito sacerdotale]. Entrava solo nel Tempio e lo si trovava ogni volta in ginocchio a implorare perdono per il popolo, al punto che le ginocchia gli si erano fatte dure come quelle di un cammello [...]. Per la sua straordinaria equità fu chiamato il Giusto ".


Giacomo il Giusto


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Informazioni personali

Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)