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venerdì 9 settembre 2011

In un modo o nell'altro, l' otto per mille degli italiani finisce quasi tutto alla Chiesa Cattolica.

Se non bastasse il sistema proporzionale di distribuzione dei fondi, che finisce per dirottare quasi il 90 per cento del gettito dell'otto per mille direttamente nelle casse della Conferenza episcopale italiana (anche se quelli che scelgono la Chiesa sono il 34,5%) ci pensa poi lo Stato a girare un'altra fetta cospicua alla Cei, prelevandolo direttamente dalla sua quota.

Basta infatti andare a guardare la destinazione dei fondi percepiti dallo Stato con l'otto per mille per accorgersi che almeno un terzo della torta finisce comunque per avvantaggiare il Vaticano.

Questo finanziamento aggiuntivo viene destinato al restauro e alla conservazione di chiese, monasteri e basiliche. La fatica di firmare per lo Stato Italiano perché assegni il suo tesoretto per combattere le calamità naturali (vedi il terremoto all'Aquila) o per la conservazione e il restauro del patrimonio artistico del nostro Paese (in perenne pericolo di crolli come a Pompei), è del tutto ignorato in quanto assegnato per restauri di parrocchie e chiese della provincia italiana che con le opere d'arte non hanno niente da spartire.

Andando a sfogliare il Decreto della Presidenza del Consiglio pubblicato lo scorso dicembre si possono notare degli interventi incredibili che dovrebbero essere a carico della Cei o coperti con gli importi riscossi con la “Legge Bucalossi” (la n.10 del 1997 e successive modifiche) che obbliga i Comuni a destinare dal 7 al 9% degli oneri di urbanizzazione secondaria (pagati da chi effettua interventi di costruzione o trasformazione edilizia) per finanziare la costruzione o il riammodernamento di immobili ecclesiastici.

L'otto per mille frutta alla Chiesa quest'anno ben un miliardo e duecento milioni di euro dei quali appena il venti per cento viene destinato ad opere assistenziali (in barba alla falsa pubblicità televisiva che dimostra i soliti barboni assistiti dalla Cei) e il rimanente ottanta per cento viene utilizzato per il sostentamento del clero (in sensibile calo di anno in anno) e per l'edilizia ecclesiastica. Con la legge Bucalossi la Chiesa riscuote una cifra ingente (che il governo si guarda bene dal far conoscere), comunque più che adeguata alle sue esigenze edilizie.

Perché allora scorrendo l'elenco del Decreto del Presidente del Consiglio vediamo un milione e mezzo di euro speso per la Basilica di Sant'Andrea a Mantova, un milione e 800mila euro per il restauro della Chiesa dei santi Vittore e Carlo a Genova, un milione e 200mila euro per san Raffaele a Pozzuoli e un milione e 400mila euro per le suore Benedettine di Lecce, e una pletora di interventi da 100mila e persino 50mila euro a seguire?

Una lista lunga 52 pagine, in gran parte con nomi di parrocchie e chiese della provincia italiana beneficiate dall'otto per mille destinato allo Stato.

A questo punto una domanda è d'obbligo: perché la Cei col suo otto per mille più che abbondante e con quanto riscuote con gli oneri di urbanizzazione secondaria, altrettanto cospicui, anziché sobbarcarsi per intero il costo delle ristrutturazioni dei suoi beni, continua a mungere pesantemente dalle casse esauste dello Stato? Non vi dà l'idea di una piovra insaziabile?

martedì 6 settembre 2011

L'Avvenire perde le staffe e anziché rispondere tira in ballo laicismo e anticlericalismo.

La Chiesa italiana di fronte alla richiesta di partecipare in prima persona ai sacrifici richiesti per evitare il crac dell’Italia proclama bugiardamente di pagare il dovuto per gli immobili di sua proprietà in cui si praticano attività commerciali di tutti i generi, ma non esibisce nemmeno una prova dell'ICI che avrebbe pagato.

E piglia per il culo gli italiani dicendo che è compito dei comuni fare accertamenti. Ma quale comune di sua iniziativa può osare di ficcare il naso nei misteriosi e lucrosissimi affari ecclesiastici senza rischiare il linciaggio morale e l'ostracismo politico?

L'Avvenire, il giornale sempre all'insegna dell'ipocrisia, nel tentativo di presentare come sprovveduti coloro che pongono domande imbarazzanti li addita come nemici della Chiesa tirando in ballo il laicismo o l’anticlericalismo e si sente forte dell'appoggio di tutti i partiti di destra e sinistra, codardi e felloni, che si guardano bene dall’entrare nel merito, terrorizzati che in campagna elettorale la gerarchia ecclesiastica possa vendicarsi.

Il giornale dei vescovi, anziché perdere le staffe attaccando radicali e giornalisti, colpevoli di “spacciare leggende nere e cifrati anatemi contro la Chiesa” ed evocando il “mobbing mediatico”, dovrebbe avere il pudore di rispondere alle molte domande che la stampa non appecorata al Vaticano ha il coraggio di fare.

La più importante delle quali è: perché la Conferenza episcopale, che riceve finanziamenti statali pari quest'anno a un miliardo e duecento milioni di euro (attraverso l’8 per mille) ora che il bilancio statale è sull’orlo del tracollo, non è disposta a rinunciare a una quota del finanziamento pubblico?

E ancora, perché non è disponibile a ricalcolare – in base allo stesso accordo che istituì l’8 per mille – il gettito percepito che è cresciuto in maniera sproporzionata rispetto alla somma iniziale della “congrua” abolita nel 1989? Se allora corrispondeva a 406 miliardi di lire all’anno, l’attuale miliardo e duecento milioni di euro equivale a quasi 2400 miliardi di lire.

Quindi il gettito dell’8 per mille è aumentato esponenzialmente a un ritmo tale che ha non più nessuna relazione con la struttura della Chiesa cattolica. Il numero dei sacerdoti in Italia va infatti sistematicamente calando. Nel 1978, al momento dell’elezione di papa Wojtyla, erano oltre quarantunmila, oggi sono scesi a trentaduemila e nel 2013 dovrebbero ridursi a ventottomila secondo uno studio del sociologo cattolico Diotallevi.

Insomma la Chiesa italiana più si riduce e più incassa in finanziamenti statali. Senza contare la stortura del doppio conteggio dell’8 per mille, che utilizza anche le “quote” del sessanta per cento di contribuenti che non vogliono dare soldi alle confessioni religiose per versarle assurdamente alla Cei.

Ma un'altra domanda importante riguarda l’obbligo imposto a Stato ed enti locali di pagare due volte la missione dei sacerdoti: una volta con l’8 per mille e un’altra volta ancora con convenzioni per stipendiare il clero in scuole, ospedali, case di cura, esercito e carceri. Per non parlare del terzo stipendio pagato dai fedeli per i servizi religiosi (matrimoni, battezzi, funerali e così via).

Infine, perché le diocesi, che percepiscono il contributo statale, non presentano un bilancio pubblico dei propri beni mobili e immobili come avviene in altri paesi europei? Il vicepresidente del Senato Emma Bonino dichiara che gli atti della commissione parlamentare, incaricata di supervisionare la revisione triennale del gettito dell’8 per mille, sono coperti dal segreto.

Mente il vicepresidente del Senato? E se non mente, Avvenire concorda sull’urgenza di rendere pubblici i dati? Ma non illudiamoci. Nessuna delle domande formulate sopra riceverà una risposta e alla Chiesa e al Vaticano non verrà mai tolto un copeco. Chi osasse farlo, oltre la scomunica, in nome del dio Mammona, riceverebbe l'ostracismo politico vita natural durante.

venerdì 2 settembre 2011

Don Gallo, rispondendo all'Avvenire: “La Chiesa paghi le tasse e sia povera”.

La Chiesa italiana di fronte alla richiesta di partecipare in prima persona ai sacrifici richiesti per evitare il crac dell’Italia proclama bugiardamente di pagare il dovuto per gli immobili di sua proprietà in cui si praticano attività commerciali di tutti i generi, ma non esibisce nemmeno una prova dell'ICI che avrebbe pagato. E piglia per il culo gli italiani dicendo che è compito dei comuni fare accertamenti.

Ma quale comune di sua iniziativa può osare di ficcare il naso nei misteriosi e lucrosissimi affari ecclesiastici senza rischiare il linciaggio morale e l'ostracismo politico?

L'Avvenire, il giornale sempre all'insegna dell'ipocrisia, nel tentativo di presentare come sprovveduti coloro che pongono domande imbarazzanti li addita come nemici della Chiesa tirando in ballo il laicismo o l’anticlericalismo e si sente forte dell'appoggio di tutti i partiti di destra e sinistra, codardi e felloni, che si guardano bene dall’entrare nel merito, terrorizzati che in campagna elettorale la gerarchia ecclesiastica possa vendicarsi.

Il giornale dei vescovi, anziché perdere le staffe attaccando radicali e giornalisti, colpevoli di “spacciare leggende nere e cifrati anatemi contro la Chiesa” ed evocando il “mobbing mediatico”, dovrebbe avere il pudore di rispondere alle molte domande che la stampa non appecorata al Vaticano ha il coraggio di fare.

La più importante delle quali è: perché la Conferenza episcopale, che riceve finanziamenti statali pari quest'anno a un miliardo e duecento milioni di euro (attraverso l’8 per mille) ora che il bilancio statale è sull’orlo del tracollo, non è disposta a rinunciare a una quota del finanziamento pubblico?

E ancora, perché non è disponibile a ricalcolare – in base allo stesso accordo che istituì l’8 per mille – il gettito percepito che è cresciuto in maniera sproporzionata rispetto alla somma iniziale della “congrua” abolita nel 1989? Se allora corrispondeva a 406 miliardi di lire all’anno, l’attuale miliardo e duecento milioni di euro equivale a quasi 2400 miliardi di lire.

Quindi il gettito dell’8 per mille è aumentato esponenzialmente a un ritmo tale che ha non più nessuna relazione con la struttura della Chiesa cattolica. Il numero dei sacerdoti in Italia va infatti sistematicamente calando. Nel 1978, al momento dell’elezione di papa Wojtyla, erano oltre quarantunmila, oggi sono scesi a trentaduemila e nel 2013 dovrebbero ridursi a ventottomila secondo uno studio del sociologo cattolico Diotallevi. Insomma la Chiesa italiana più si riduce e più incassa in finanziamenti statali.

Senza contare la stortura del doppio conteggio dell’8 per mille, che utilizza anche le “quote” del sessanta per cento di contribuenti che non vogliono dare soldi alle confessioni religiose per versarle quasi interamente alla Cei.

Ma un'altra domanda importante riguarda l’obbligo imposto a Stato ed enti locali di pagare due volte la missione dei sacerdoti: una volta con l’8 per mille e un’altra volta ancora con convenzioni per stipendiare il clero in scuole, ospedali, case di cura, esercito e carceri. Per non parlare del terzo stipendio pagato dai fedeli per i servizi religiosi (matrimoni, battezzi, funerali e così via).

Infine, perché le diocesi, che percepiscono il contributo statale, non presentano un bilancio pubblico dei propri beni mobili e immobili come avviene in altri paesi europei? Qualche sacerdote, particolarmente sensibile ai problemi sociali, ha osato mettersi contro l'Avvenire.

“L’emendamento dei radicali sulla richiesta di contribuzione del Vaticano all’economia del Paese”, non solo è “giusto”, ma rappresenta anche “un’occasione per la Chiesa stessa per recuperare la strada maestra della sobrietà e della vicinanza con gli ultimi” ha detto don Andrea Gallo, intervenendo alla festa dell’Anpi a Toirano, in occasione della presentazione del suo libro “Di sana e robusta Costituzione”.

Richiamando la platea ai valori fondanti del testo costituzionale, don Gallo non ha risparmiato critiche a un governo che “colpisce sistematicamente il bene pubblico in tutte le sue forme” (a partire dalla scuola) e nei confronti di “soggetti che ne distorcono il significato”. L’attacco era rivolto soprattutto a Comunione e Liberazione, ribattezzata per l’occasione “Comunione e Lottizzazione”.

Ma Il fondatore della comunità per tossicodipendenti “San Benedetto al Porto”è una delle poche mosche bianche nel mondo conformista e piatto del clero italiano.

mercoledì 20 luglio 2011

L'inghippo dell'otto per mille.

La distribuzione dei fondi dell’otto per mille, scelta dai cittadini all’atto della dichiarazione dei redditi, allo Stato e a varie chiese, nasconde una forma di truffa a vantaggio della Chiesa Cattolica, che quasi nessuno conosce.

I cittadini che scelgono di dare l’otto per mille alla Chiesa cattolica sono, mediamente, il 35 % degli italiani. Ma in base al perverso meccanismo per cui vengono distribuite in proporzione alle scelte espresse anche quelle di coloro che non fanno alcuna scelta (come i cittadini che non devono fare la dichiarazione dei redditi perché possiedono solo la pensione e lo stipendio), alla Chiesa cattolica va circa l’88% dei fondi.

Ma non basta, perché ogni anno la Presidenza del Consiglio dei ministri può decidere come assegnare i fondi arrivati allo Stato. Così nel 2009, ad esempio, il governo Berlusconi decise che l'ammontare dell'otto per mille di spettanza dello Stato, anziché devolverlo ai Beni culturali (come Pompei che sta andando in rovina) e all’Abruzzo devastato dal terremoto, fosse dirottato, sottobanco, alla Chiesa per restauri di chiese ed affini. A questo punto possiamo fare due conti: la Chiesa cattolica riceve direttamente l’88% dei fondi.

Lo Stato italiano circa l'11%. Siccome però il nostro Stato rigira alla Chiesa cattolica il 70% di quanto raccoglie, quest'ultima incassa da sola quasi il 95% dell’otto per mille, pur essendo stata “scelta” dal 35% degli italiani. Ecco svelato uno dei tanti rivoli dai quali la grande piovra, la cui voracità non ha limiti, succhia enormi quantità di denaro pubblico in barba alla nostra Costituzione che lo vieta e a danno del nostro Paese.

Quest'anno l'otto per mille frutterà alla Cei ben un miliardo e duecento milioni che essa userà, quasi esclusivamente, a foraggiare lautamente il suo clero. Per la beneficenza, tanto da essa reclamizzata in TV, solo qualche spicciolo.

lunedì 31 gennaio 2011

I borbottii della Cei

Finalmente la montagna ha partorito il topolino, cioè la Cei, dopo i suoi assordanti silenzi, ha emesso qualche borbottio. Bertone ha confessato un cero turbamento, Bagnasco, invece, ha optato per lo sgomento. Un buffetto al premier e un contentino ai cattolici più esasperati.

Tutto qui? Tutto qui. È inutile sperare in qualcosa di meglio. Al massimo potremo aspettarci dure reprimenda per la giustizia italiana, rea di indagare troppo, con troppe spese per il contribuente. Ora la Cei si aspetta la giusta ricompensa per cotanta sua morigeratezza.

Il premier non la deluderà. Un precedente istruttivo ci spiega come. Per perdonare i casi di Letizia Noemi e di Patrizia D'Adario e giustificare il diritto, sancito da mons.Fisichella, di smoccolare in pace e di comunicarsi dopo una nottata di bunga bunga e in deroga alle norme canoniche, era bastato una campagna contro la pillola Ru486, promettere un testamento biologico alla vaticana, offrire più soldi ai preti.

Che Berlusconi frequentasse escort e minorenni in dosi industriali, che gettasse i ponti d’oro agli evasori fiscali, che fingesse di non vedere la corruzione che coinvolge politici, imprenditori e “gentiluomini” di sua santità, era più che noto al trio Ratzinger, Bertone, Bagnasco, perché la stampa non appecorata lo andava sciorinando ogni giorno.

Eppure alle elezioni regionali, la Cei invitò a votare per la destra e chi si era illuso della sua imparzialità ebbe il danno e le beffe. Ora la manfrina si sta ripetendo con un centro-sinistra che plaude alla presunta svolta della Chiesa, attribuendola a considerazioni etiche, a un soprassalto di coscienza. Ohibò, i Sacri palazzi non soffrono di queste debolezze.

Per salvare la faccia davanti al gregge disorientato, bastano e avanzano generici predicozzi che sfiorino appena le nottate di Arcore. La sua complicità col governo amico, pronto a cederle tutto, non si è interrotta ed è sempre solidissima.

A meno che, il Rubygate, l'accusa di concussione, le difficoltà economico-sociali che incombono sempre più gravi, la paralisi del governo, costretto a comprarsi una maggioranza giorno per giorno, il rilancio dell’economia chiesto da Confindustria, il federalismo chiesto da Bossi per dar qualcosa in pasto alla sua base leghista e, perfino, un flebile risveglio dell'opposizione, non inducano la Chiesa a scaricare Berlusconi.

Queste sole ragioni, e non certo i motivi “etico-religiosi“ o il timore di scandalizzare il gregge col proprio berlusconismo, potrebbero spingerla a cambiare cavallo.

Ma prima dovrà predisporre una successione che le consenta di consolidare tutto quanto ha già acquisito i e, magari, ottenere qualcosa di più. Non si devono por limiti alla Divina Provvidenza, dato che in Italia, con una classe politica bypartisan, in gran parte atea ma sempre cattolicissima, i favori divini arridono sempre ad Oltretevere.

mercoledì 22 settembre 2010

Il papa in arrivo a Palermo. Che dirà della mafia?

Dopo la visita di Stato in Inghilterra e Scozia, papa Benedetto XVI si accinge a recarsi a Palermo per una visita pastorale.

Gli inglesi hanno dimostrato un certo disappunto a scialacquare in tempi di crisi, per la sicurezza di Ratzinger durante i quattro giorni di visita papale, la cifra di oltre 14 milioni di euro.

Così anche la Regione Sicilia, constatato che lo Stato non verserà un quattrino, sta mostrando un certo disappunto a dover grattare il fondo delle sue casse vuote per stanziare gli oltre due milioni e mezzo di euro (cinque miliardi delle vecchie lire) per supportare questo “grande evento”.

Oltre al dispiegamento delle forze dell'ordine e dei molteplici servizi richiesti, una cospicua fetta delle spese riguarderà i 600 pullmann ingaggiati per il trasporto dei pellegrini da tutta l'isola.

Mi chiedo, perché la Cei che riceve,ogni anno, dal nostro Stato la bella cifra di un miliardo di euro con l'otto per mille (senza contare le altre prebende), non scuce un copeco in una circostanza come questa?

Ma la preoccupazione non è solo per quei due milioni e mezzo di euro che costerà la visita papale. Il programma infatti prevede la celebrazione della messa sul prato del Foro Italico e gli agronomi e i paesaggisti già avvertono che sarà la morte sicura per quell’area verde che già è costata tanto alla città. Insomma, la visita papale, determinerà un certo aggravio ai contribuenti siciliani e palermitani.

Che dirà il papa a Palermo del male endemico della mafia che infetta ancora la cultura popolare, la politica e le istituzioni della Sicilia?

Avrà il coraggio di denunciare le infiltrazioni mafiose in ogni angolo della vita sociale dell'isola e smentire categoricamente le gravi affermazioni che l’arcivescovo di Palermo, il “continentale” lombardo Ernesto Ruffini, gridava ai quattro venti negli anni della “transustanziazione” tra Cosa Nostra e la democrazia cristiana, che “la mafia è un’invenzione dei continentali per diffamare la Sicilia”?

Riuscirà a spingere il clero siciliano a rompere definitivamente la riprovevole compromissione della cupola ecclesiastica con la cupola mafiosa la quale, tramite il potere politico ad essa connesso, è sempre stata disponibile ad elargire benefici pubblici a favore della Chiesa e delle sue strutture?

O don Pino Puglisi che nel suo quartiere Brancaccio è stato brutalmente assassinato per essersi ribellato alla mafia, la morte “ se l'è solo cercata”?

venerdì 18 giugno 2010

L'otto per mille in dettaglio

In questi giorni ci imbattiamo spesso negli spot televisivi con cui la Chiesa chiede l'otto per mille agli italiani. Sono brevi filmati che mostrano come essa, con quel miliardo di euro che riceve dallo Stato, dà assistenza ai disabili e agli anziani, sostegno ai Paesi in via di sviluppo, accoglienza dei senza tetto e via discorrendo: cioè, in estrema sintesi, svolge tutte le attività che nel linguaggio corrente vengono chiamate "opere di carità".

Ma ciò corrisponde al vero? Assolutamente no. All’indirizzo internet della CEI è possibile consultare il rendiconto di spesa dei fondi assegnati alla Chiesa con l’otto per mille che ci riserva alcune sorprese. Ecco come, ad esempio, sono stati spesi i fondi assegnati nell'anno 2005:

Sacerdoti € 315.000.000
Culto e pastorale € 271.000.000
Edilizia di culto € 130.000.000
Carità € 115.000.000
Terzo mondo € 80.000.000
Beni culturali € 70.000.000
Fondo di riserva € 3.000.000
Totale dei fondi € 984.000.000

Come si vede l'importo più significativo si riferisce al sostentamento dei sacerdoti, che attraverso questo meccanismo ricevono il 57% del loro stipendio. Se poi prendiamo in considerazione che un ulteriore 22% del fabbisogno per il mantenimento del clero viene finanziato attraverso gli stipendi dei sacerdoti che lavorano -come ad esempio gli insegnanti di religione-,arriviamo alla conclusione che, in un modo o nell’altro, lo Stato mantiene i sacerdoti per una cifra che sfiora il 70%. Si tratta di una quota decisamente sostanziosa.

La seconda voce di spesa (circa il 28% del totale), è denominata “Culto e Pastorale” e comprende il finanziamento di opere pastorali, quali famiglie religiose, tribunali ecclesiastici regionali, formazione del clero, catechesi, facoltà teologiche e istituti religiosi e così via.

Tirando le somme i risultati sono decisamente sorprendenti, perché oltre il 70% dei fondi ricevuti con l’otto per mille sono stati destinati a utilizzi che non corrispondono affatto a quelli reclamizzati negli spot televisivi, ma al mantenimento dell’apparato della Chiesa Cattolica, dei suoi dipendenti e dei suoi fabbricati.

Solo una piccola percentuale perciò va in beneficenza vera e propria. Quindi per ogni dieci euro di IRPEF che il contribuente decide di versare nelle casse della Chiesa Cattolica, solo un paio vengono effettivamente destinati alle lodevoli finalità proclamate negli spot televisivi.

Se a ciò aggiungiamo che più della metà dei soldi che la Chiesa riceve provengono da persone che neanche sanno di averglieli dati, in quanto non hanno indicato alcuna scelta, vi rendete conto di che sorta di inghippo è questo otto per mille.

sabato 12 giugno 2010

Avviso ai laici: non date l'8 per 1000 allo Stato ma alla Chiesa Valdese.

È tempo della dichiarazione dei redditi. La Chiesa non perde tempo e spendendo circa nove milioni in pubblicità per accaparrarsi l'intero malloppo dell'8 per 1000. trasmette sui nostri teleschermi scenette molto patetiche di bisognosi da essa soccorsi. È una pubblicità falsa e ingannevole.

Dell'oltre un miliardo che con questa ignobile tassa percepisce dallo Stato italiano, la Chiesa ne spende in beneficenza appena duecento milioni, il resto lo usa per se stessa. Dovete sapere che il Vaticano possiede un quinto del patrimonio immobiliare italiano e che una casa su quattro a Roma è sua? Ma che ciononostante il nostro Stato, violando totalmente il principio di laicità stabilito dalla nostra Costituzione, destina alla Cei – Conferenza Episcopale Italiana – quasi l'intero 8 per 1000 delle sua entrate tributarie mentre nel resto d'Europa le varie Chiese, compresa la cattolica, vengono mantenute esclusivamente dai contributi volontari dei fedeli, senza oneri da parte dello Stato, cioè senza spremere i contribuenti.

L’otto per mille, dato alla Chiesa che sguazza nell'oro, è una vergogna italiana e andrebbe quindi abrogato, se fossimo coerenti col dettato costituzionale, come, del resto, andrebbe abrogato il Concordato che è un sacrilego insulto alla memoria dei patrioti che hanno fatto l’Italia, cominciando da Garibaldi, Mazzini e Cavour, nemici irriducibili dello Stato della Chiesa.

Oggi, per nostra mala sorte, non c’è nessuna forza politica disposta a prendere neppure lontanamente in considerazione l’abrogazione dell’otto per mille e ancor meno del Concordato. Al cittadino laico sembra non resti nulla da fare se non rodersi il fegato in isolata e impotente indignazione.

E invece no, qualcosa si può fare, e anche di notevole e materialissima efficacia, contro questa prepotenza clericale. Consapevoli che firmare per lo Stato anziché per la Cei è come cadere dalla padella nella brace, visto che questo, sottobanco, assegna anche la sua quota alla Chiesa, non ci resta che firmare compatti per la Chiesa Valdese, dalle nobilissime origini eretiche, aperta ai diritti civili e impegnata a utilizzare la sua quota di otto per mille esclusivamente per opere di beneficenza o promozione culturale, puntualmente documentate, e di non spendere neppure un euro per i propri pastori d’anime o per le strutture materiali delle proprie chiese.

Con ciò facciamo la scelta più radicalmente laica che si possa fare in questo momento. Un piccolo contributo, ma importante. Se poi sul Web scatenassimo una campagna "dal basso" per invitare tutti i democratici a firmare per i valdesi, sarebbe per gli italiani un bel segnale di alta civiltà e di riscatto morale.

mercoledì 2 giugno 2010

Nella Cei prevale la paura di scoperchiare il vaso delle violenze sessuali del clero.

La Chiesa italiana, sapendosi ben coperta da un'opinione pubblica più che buonista verso il clero pedofilo (quando un prete viene accusato, i parrocchiani insorgono a difenderlo e stampa e politici inveiscono contro i giudici) si guarda bene dallo scoperchiare il vaso delle violenze dei preti pedofili nel nostro Paese.

Secondo il segretario generale della Cei, monsignor Mariano Crociata, i casi di abuso presi in considerazione dalla Chiesa superano di poco il centinaio per cui “non è necessario né opportuno” prendere provvedimenti particolari ma basta lasciare tutto al “discernimento” dei singoli vescovi. Cioè ai consueti insabbiamenti accompagnati da continui spostamenti dei preti colpevoli da una parrocchia all'altra.

Negli altri Paesi, dove l'opinione pubblica e i governi sono più severi, la Chiesa è stata costretta, suo malgrado, a prendere provvedimenti molto più severi: “tolleranza zero” negli Usa, linee guida in Germania che autorizzano a chiamare a rapporto il singolo presule disattento, commissione d’inchiesta in Austria, numeri verdi cui possa rivolgersi la vittima, in altri Paesi, una task force in ogni parrocchia nel Regno Unito, e così via.

In Italia l'unica scelta della Chiesa: azione zero. Di fronte ad un atteggiamento così omertoso, le persone oneste si chiedono stupite oltre che indignate: chi sono e che fine hanno fatto i cento preti delinquenti (numero fornito dalla Cei) già coinvolti in un procedimento? Sono stati allontanati dalla Chiesa? Sono stati denunciati alla giustizia? È stato concesso un risarcimento morale e materiale alle numerose vittime dei loro soprusi?

Domande soltanto retoriche perché la Cei si guarderà bene di dar loro una risposta. Per la Cei tutto lo scandalo della pedofilia in Italia si riduce al classico “chiacchiericcio” del cardinal Sodano e a nulla più.

Naturalmente anche i più sprovveduti sanno che i cento casi denunciati sono soltanto la punta, appena visibile, di un enorme iceberg che nasconde migliaia di abusi che per vergogna, intimidazioni, minacce e pressioni di ogni genere, vengono taciuti.

mercoledì 17 marzo 2010

L'ora di religione nella scuola italiana

Il Concordato tra l’Italia e la Santa Sede, ratificato nel 1984, che tanti benefici economici ha riconosciuto alla Cei, tra i quali l'otto per mille, ha anche trasformato l'ora di religione nelle scuole statali da obbligatoria a facoltativa, e ha stabilito l'istituzione di un'attività’ alternative alla religione cattolica per gli studenti che ne rifiutano l'insegnamento.

Questa attività alternativa può essere espletata in vari modi: con attività didattiche e formative nuove (ad esempio, studio della cultura civica); con attività di studio e / o di ricerca individuali, sotto assistenza di personale docente; con libera attività di studio e / o di ricerca, previa garanzia della vigilanza.

Ma tutto ciò è rimasto lettera morta perché lo Stato italiano, unico tra i Paesi liberali d’Occidente, se è riescito a trovare la bellezza di oltre un miliardo di euro per l'insegnamento di una disciplina opinabile ed evanescente come la religione, il cui esoterismo è pari ad un improbabile e assurdo « Seminario sull'Ippogrifo », non ha trovato il becco di un quattrino per garantire l'ora alternativa determinando un ingiusto e anticostituzionale sopruso agli studenti italiani costretti, loro malgrado, a rimanere ugualmente nelle classi ad ascoltarne la lezione rifiutata. E ciò in aperto contrasto con le sentenze della Corte Costituzionale 203\1989,13\1991 e la circolare 9\1991, applicativa della sentenza 13\9.

Ma perchè uno Stato laico come l'Italia deve insegnare, a sue spese (e che spese!) questo insegnamento, abolito in Francia, a Berlino ed in altri Paesi europei? Un insegnamento che pretende di trasmette, come verità assoluta, una conoscenza non oggettiva e non suffragata da alcuna prova, ma inventata da individui che hanno scambiato le loro allucinazioni per visioni celesti, per messaggi divini, e fanno affidamento sulla credulità delle masse facilmente plagiabili.

Il celebre biologo Richard Dawkins, nel libro «L'illusione di Dio», sostiene che l'insegnamento scolastico, oggi impartito nelle scuole occidentali, non trasmettendo una conoscenza oggettiva e provabile ma mitica, come per esempio la creazione biblica, rappresenta una violazione dei diritti dell'infanzia, un vero abuso. Un autentico stupro intellettuale, aggiungo io.

Bisogna, invece, educare i giovani, fin dalla prima infanzia, con metodi scientifici e razionali, rigettando, o evidenziando come tale, tutto quanto sa di mitico, fabuloso e irrazionale. Questo, non per trasformare ognuno di noi in uno scienziato, ma semplicemente in un uomo normalmente razionale, che utilizza alla meglio il cervello che la natura gli ha dato.

Perché un'educazione, basata sulla razionalità, sviluppa la creatività e la democrazia in quanto apre la mente allo studio oggettivo, rigoroso e scientifico della realtà che ci circonda, e porta chi la coltiva a prendere decisioni informate, dedotte dall'osservazione dei fatti esaminati, e n

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Informazioni personali

Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)