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martedì 22 luglio 2014

Blaise Pascal


venerdì 18 luglio 2014

La dottrina cristiana della redenzione non deriva da Gesù ma da Paolo. 158

Secondo il teologo F. Overbeck: tutti gli aspetti più belli del Cristianesimo sono legali a Gesù, tutti quelli deteriori a Paolo. Da una attenta lettura dei Vangeli e basandoci su tutto ciò che è stato tramandato su Gesù si può affermare con certezza che la dottrina paolina della redenzione fu completamente estranea al Maestro.
Infatti, Gesù predica un «Padre» che non perdona il peccatore pentito mediante una mediazione espiatoria ma un «Padre» che, come nella parabola del figliol prodigo, va egli stesso alla ricerca del peccatore. Gesù non fa dipendere la remissione dei peccati dalla sua morte, bensì, come insegna nel Pater Noster e in altri luoghi, unicamente dalla disponibilità degli uomini a perdonare il prossimo (Mt. 6, 12; 6, 14 sg.; Mc. 11,25 sg.).

Se la sua morte fosse stata da lui ritenuta necessaria per la redenzione e per la remissione dei peccati, come avrebbe potuto dire a Dio che il calice amaro della crocifissione gli venisse allontanato «Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice!» (Mt 26,39) e al peccatore «i tuoi peccati ti sono perdonati»? (Mc. 2, 9 sgg.).

Con la teoria della redenzione l’insegnamento originario del Vangelo non venne solo modificato, ma anche svuotato di significato. È significativo il fatto che per gli Ebioniti, gli immediati eredi della Chiesa dei giudei cristiani, la morte di Gesù sulla croce non ebbe alcun carattere conciliatorio né alcun significato salvifico, e perciò essi non usavano calici durante la loro agape fraterna, celebrata significativamente con estrema semplicità con pane e acqua come leggiamo negli Atti.

Quest'agape non aveva niente a che vedere con la cerimonia eucaristica di invenzione paolina. Ai cristiano-giudei sarebbe sembrato, infatti, sacrilego ed empio collegare questo pasto comunitario al corpo e al sangue di Cristo, in una specie di cannibalismo rituale. Com’é noto, i discendenti degli Apostoli negavano anche la divinità di Gesù e la sua nascita da una vergine.

E allora, da dove trasse Paolo la propria teoria della salvazione? La purificazione dai peccati mediante il sangue era praticata da molti popoli primitivi, ed era anche antichissima la credenza nella salvazione dell’umanità mediante il sacrificio del «figlio».

Nell’antica religione babilonese Marduk venne inviato sulla terra dal padre Ea per salvare gli uomini; Eracle e Dioniso discesero anch’essi sulla terra come divinità redentrici, Nel culto di Mitra il sangue di un toro ucciso, versato sul peccatore, lo purificava dalle colpe; in sanscrito era molto usata la parola significante «riconciliare», «placare la collera divina»

.Nell’antichità era altresì diffusissima l’idea del re, che soffre e muore per il suo popolo. Un’opera cristiana del primo secolo ricorda i numerosi monarchi pagani, che in circostanze critiche, in seguito a un responso oracolare, avevano sacrificato la vita «per salvare i concittadini col proprio sangue». Anche il Sommo Sacerdote Caifa allude a tale concezione, quando consiglia ai Giudei ch’era meglio per loro «che un singolo perisse per il popolo, e non che un intero popolo precipitasse nella rovina». Tertulliano, Padre della Chiesa, intorno al 200 scriveva:«Nel mondo pagano era consentito riconciliarsi mediante sacrifici umani con la Diana degli Sciti, col Mercurio dei Galli e col Saturno degli Africani; ancor oggi, proprio a Roma, viene versato sangue umano in onore di Giove Latino».

Verso la metà del III secolo anche Origene fa un chiaro riferimento a questa
usanza specifica del Re e del Giusto, che patisce e muore per le colpe del suo popolo, parlando dei «numerosi racconti di Greci e Barbari, che trattano della morte di pochi in nome del bene comune, per liberare le loro città e i loro popoli dalle disgrazie che li opprimevano. In occasione di questi atti di riconciliazione, spesso venivano uccisi anche dei malfattori, come avveniva ancora in epoca tarda nella greca Rodi e a Marsiglia.

Gli Ebrei d’età più antica condividevano con Cananei, Moabiti e Cartaginesi
l’usanza di uccidere dei bambini per riconciliarsi con la divinità. In seguito al posto
dei bambini subentrarono i delinquenti. Anche l’agnello pasquale, arrostito a forma
di croce (simbolo religioso presente già in epoca precristiana), era un surrogato
dell’uccisione del primogenito.

Simili usanze erano note a Paolo, che una volta vi allude nelle sue Lettere e che probabilmente lo spinsero a considerare il fatto che anche Gesù era stato giustiziato come malfattore per redimere l'umanità come tutti gli uomini immolati prima di lui. Paolo nelle sue Lettere predica continuamente la riconciliazione e la redenzione , l’espiazione «nel suo sangue», la redenzione «mediante il suo sangue», la pacificazione «attraverso il sangue versato sulla croce». Evidentemente non fu nemmeno sfiorato dal pensiero che Dio potrebbe, perdonare una colpa anche senza una riparazione «ufficiale».

A qualsiasi uomo d'oggi che usi almeno qualcuno dei trilioni di neuroni che possiede il suo cervello risulta lapalissiana l'assurdità che il buon Dio abbia creato il mondo per darlo in preda al demonio che incita al male, come ci ricorda Arthur Schopenhauer, e poi sia stato costretto a sacrificare suo figlio per redimere le colpe degli uomini da lui creati peccatori incalliti. Ma purtroppo, pochi colgono questa ovvietà che nega ogni validità alla redenzione e ad ogni altra assurdità religiosa.


Franz Overbeck


martedì 15 luglio 2014

Già nel XIX secolo filosofi e letterati consideravano la religione cristiana come una creazione paolina. 157

Fin dal XIX secolo filosofi e letterati riconobbero apertamente il fatto che per opera di Paolo il cristianesimo originario fu totalmente stravolto per cui, da un vivente disegno di Gesù per il bene dell’uomo scaturì una progressiva adorazione della sua persona e l'istituzione di una entità religiosa totalmente estranea alla predicazione evangelica.

Il filosofo inglese Lord Bolingbroke fu il primo ad individuare nel Nuovo Testamento due religioni, quella di Gesù e quella di Paolo. Analogamente Kant distinse acutamente fra la dottrina di Gesù e quel che di essa fecero, a suo avviso, gli apostoli, da una parte e Paolo dall'altra, in quanto «in luogo del concreto insegnamento religioso del santo Maestro, esaltarono la venerazione del Maestro stesso».

Altrettanto decisamente Lessing separò la religione del Cristo, cioè «quella religione ch’egli stesso conobbe e praticò come persona umana, e che ogni uomo potrebbe condividere», dalla religione cristiana «che presuppone come vero ch’egli fu più che uomo,facendone come tale un oggetto di venerazione».
Anche Fichte e Schelling riconobbero che, per usare le parole di quest’ultimo, «già nella spiritualità di Paolo, l’apostolo delle Genti, il cristianesimo divenne altra cosa da quel che fu negli intenti del Suo fondatore».

Paolo diede inizio, dunque, a questo mutamento radicale, decisivo per la Chiesa.
Con lui cominciò il trapasso dall’originario Cristianesimo escatologico a quello sa-
cramentale; al posto del prossimo avvento del messianico Regno sulla terra, ansiosamente atteso dagli Apostoli e dai giudeo-cristiani, subentrò il concetto greco di immortalità e il profeta ebreo divenne il cristiano Figlio di Dio. In altri termini: la
delusione dell’attesa (Parusia) venne compensata con la fede nell’Aldilà. Senza questa trasformazione, la mancata realizzazione del Regno avrebbe segnato il destino finale della giovane setta di Gesù e il cristianesimo attuale non sarebbe mai nato.

Pur essendo Paolo il vero ideatore della divinizzazione di Gesù, tuttavia per lui Gesù non si identifica con Dio, come insegna la Chiesa. Ancor meno Paolo giunse ad ipotizzare una qualsiasi traccia di dottrina trinitaria. Furono tutte cose inventate dalla Chiesa nel IV secolo sotto l'influenza dell'imperatore Costantino. Ma fu Paolo a stravolgere la dottrina del Maestro e indurre la Chiesa a collocare in second’ordine l’etica dell’amore, che fu al centro della predicazione di Gesù. Metafisica invece di ethos, fede invece di amore, cristologia invece di discorsi della montagna; questo è stato, grosso modo, il suo cammino. La dogmatica diventò più importante dell’etica, la retta fede più importante dell’agire rettamente.

Come attesta significativamente il presunto credo «apostolico», che non contiene una sola parola dell’insegnamento di Gesù, ma solo le dottrine della Chiesa posteriore, Gesù fu innalzato al cielo perché non desse più fastidio in terra e consentisse la creazione della Chiesa, cioè di una poderosa istituzione pseudoreligiosa, oscurantista ed oppressiva, perdurante nei secoli. Il tutto riassunto nella memorabile frase del Padre della Chiesa Ippolito: «Il Verbo balzò dal cielo nel corpo della Vergine, dal corpo della Vergine sulla croce, dalla croce nell’Ade; poi saltò nuovamente sulla terra - oh! la nuova resurrezione! - e dalla terra in cielo. E così si assise alla destra del Padre».

I nobili ideali di Gesù furono rimossi dallo pseudoideale di una fede e di una ecclesiasticità, che la massa scambiò per il valore originario. Naturalmente fu necessario lasciare in vigore i comandamenti biblici, tuttavia sviliti nella loro importanza e deprivati della loro radicalità. Nel Medio Evo, poi, il sommo teologo ufficiale della Chiesa, Tommaso d’Aquino, sostituì i principi del Discorso della Montagna con l’Etica del pagano Aristotele, togliendo definitivamente alla Chiesa ogni riferimento evangelico.



Friedrich Schelling



venerdì 11 luglio 2014

La teologia paolina si basò su una persona storica ben diversa da Gesù. 156

Come la maggior parte degli studiosi ammettono, la teologia paolina non si basò sull'opera e la figura umana di Gesù, bensì su una persona storica ben diversa. Paolo, infatti,non conobbe il Gesù storico, e in ogni caso non fu mal suo discepolo.
Dopo la conversione, attese tre anni prima di presentarsi per la prima volta a Gerusalemme dagli apostoli, e la visita non solo fu breve ma altamente burrascosa.

La Comunità primitiva fu concorde nel sostenere che Paolo predicava un suo vangelo personale, oscuro e falso, e per di più riferito esclusivamente a una rivelazione celeste. In tutto il corpus Paulinum, infatti, Gesù viene menzionato solo 15 volte, mentre la definizione di «Cristo» ricorre ben 378 volte: Negli scritti paolini, inoltre, non c'è traccia di una tradizione palestinese di Gesù e solo incidentalmente vengono riferite autentiche parole del Maestro; solo tre volte Paolo raccomanda l’imitazione di Cristo, pensando però non a Gesù, ma alla sua preesistenza divina. È singolare il fatto che il titolo messianico di « Cristo» (che è la traduzione dell’ebraico l’Unto re di Israele) solo nella Lettera ai Romani ricorre due volte, di più che in tutti i Vangeli sinottici.

L’indagine critica riconosce unanimemente che il Cristo paolino non è definito né dalla personalità di Gesù né dal complesso della sua predicazione etico-religiosa, ma che, anzi, è Paolo l'esclusivo inventore del tutto. Il grande filosofo tedesco F. Nietzsche rimarca ironicamente la libertà con la quale Paolo «ha affrontato, quasi evitandolo, il problema della persona di Gesù: uno che è morto, che sarebbe stato veduto dopo il decesso; un tizio mandato a morte dai Giudei» Concludendo con l'affermare che per lui, Gesù rappresentò un puro e semplice motivetto conduttore, al quale egli aggiunse la propria musica. Anche per Arthur Drews, uno dei massimi contestatori della storicità di Gesù, Paolo di Gesù non sapeva nulla, non aveva con lui alcuna relazione storica ma soltanto una vaga affinità interiore derivante della comune tradizione giudaica. Ma, a parte questo, Paolo, secondo Drews, non si preoccupa né del carattere e della condotta di Gesù né tanto meno della sua dottrina morale. Della vita di Gesù gli sta a cuore soltanto un aspetto: la sua morte, e definisce apertamente il proprio Vangelo come «la parola della croce» quando scrive: «Mi sono proposto di non mostrarvi altra scienza se non quella di Gesù il Cristo, cioè del Crocifisso» (1 Cor. 1, 18; 2, 2).

Quindi Paolo mentre ignora e misconosce la realtà vera del Gesù storico, si dedica a creare con delirante fanatismo la sua fede nel Cristo mitico. «Io dimentico tutto ciò che è alle mie spalle e mi protendo a ciò che mi è innanzi, e vado verso la meta prefissata, verso il gioiello» (Phil. 3, 13 sg.), confessione più volte ripetuta da Paolo, che caratterizza la sua evoluzione. Egli proietta Gesù sempre più decisamente in ambito mitico e metafisico, facendolo diventare alla fine da individuo umano, una figura cosmica, un’entità spirituale ultraterrena: il Cristo mistico appunto, attribuendogli qualsiasi contenuto religioso, qualsiasi cosa volesse.


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Informazioni personali

Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)