Visualizzazioni totali

venerdì 24 aprile 2015

46- “L'invenzione del cristianesimo” - Parte terza. Paolo di Tarso. Le Lettere. 2

La prima Lettera ai Corinzi assume inoltre un'importanza fondamentale laddove ci illustra la nascita del sacramento dell'eucaristia, che è senz'altro l'invenzione più significativa che contraddistingue la teologia paolina. Paolo, che mai aveva conosciuto personalmente Gesù e che quindi non aveva potuto partecipare all'ultima cena, ci spiega in questa Lettera come egli ricevesse direttamente dal Signore, durante una visione celeste, l'istituzione di questo sacramento, inteso come momento mistico della nuova alleanza di salvezza, come memoria della morte e resurrezione del Cristo.
Quindi è Paolo il vero inventore della Comunione sacramentale. Come leggiamo nelle sue Lettere, egli istituì nella comunità di Corinto la tradizione di un pasto comune serale per i poveri, cui ciascuno contribuiva a seconda delle proprie possibilità.
Ma queste agapi degenerarono ben presto in abbuffate e Paolo allora le trasformò. I fedeli dovevano mangiare a casa loro e celebrare negli abituali incontri serali un pasto puramente simbolico (1 Corinzi 11,21 sgg.). Fu l'inizio dell'eucaristia. Paolo aveva trasformato l'agape fraterna, nata come servizio sociale per i bisognosi, in un rito salvifico soprannaturale di tipo pagano.
Naturalmente le comunità, costituite per lo più di poveri e in parte di schiavi, non furono molto entusiaste di trovare al posto di una cena, sia pure imbandita parcamente, un cibo puramente simbolico. Successivamente, come vedremo in seguito, la comunione fu separata dalle agapi, cioè dai pasti serali comunitari, spostata ad ora antimeridiana e celebrata unitamente al rito della Messa.
La Lettera ai Corinzi contiene anche un inno appassionato alla carità, cioè all'amore verso il prossimo. In quest'inno l'amore, che dona se stesso senza contropartita, è proclamato l'essenza dell'opera di Dio in Cristo.
Senza l'amore, dice Paolo con lirismo ardente, i doni dello spirito sono vuoti e futili, perché è la carità la virtù più grande del cristiano (1 Corinzi 13,1-8).
Peccato che in tutte le altre Lettere le sue proclamazioni di amore per il prossimo vengano ampiamente contraddette da invettive, minacce e anatemi contro quanti lo contrastavano, e le maledizioni e l'incitamento all'odio siano ripetuti con frequenza.
Infatti l'amore per il prossimo, per Paolo e ancor più che per Gesù, fu circoscritto e riferito ai confratelli. Verso gli altri, anche verso gli stessi cristiano-giudei che lo contrastavano, Paolo fu intollerante e autoritario, un autentico zelota confessionale.
In Galati scrive: “Dio voglia che siano annichiliti coloro che vi recano turbamento!” (cioè gli emissari degli apostoli). E subito dopo, incoerentemente: ”Perché tutta la Legge trova il compimento in un unico comandamento: amerai il prossimo tuo come te stesso” (Galati 1,8 sgg.; 5,12 sgg.).
Nella prima Lettera ai Corinzi tuona: “Sia anatema (maledizione) per chi non ama il Signore”, e prosegue: “Ma se voi non siete obbedienti e non mi date ascolto, possa trapassarvi la spada!”, per concludere alla fine: “La grazia del Signore Gesù sia con voi! Il mio amore è con voi tutti in Gesù Cristo!”(1 Corinzi 16,22 sgg.).
Per il Cristo dell'evangelista Giovanni, modellato su quello di Paolo, l’amore per il nemico non esiste già più. E la Chiesa, sulla falsariga di Paolo, legittimerà vendetta, odio e sterminio per i suoi nemici, sempre nel nome del suo dio buono e misericordioso.


giovedì 23 aprile 2015

Ogni fazione cristiana aveva un suo testo sacro, fatto su misura, e considerava eretiche le altre. 209

Ogni fazione di una certa consistenza aveva almeno un Vangelo, nel quale Gesù
compariva come megafono delle tendenze specifiche di quella comunità. I pagano-cristiani d’Egitto disponevano d’un Vangelo Egizio, per molto tempo unica loro autorità evangelica.

Gli «eretici» siriaci si rifacevano al Vangelo di Pietro, che raccontava in
prima persona la storia evangelica; le comunità di Basilide avevano il Vangelo di
Basilide; i barbelo-gnostici, l’Apocrifo di Giovanni; i Valentiniani, il Vangelo della Verità.

Il giudaismo cristiano, conformemente alle sue diversificazioni interne, riconosceva un Vangelo dei Nazarei, uno degli Ebioniti e uno degli Ebrei. Con tutto ciò, naturalmente, anche le idee intorno a Gesù erano estremamente contraddittorie, addirittura caotiche fino al Il secolo inoltrato perché ogni missionario predicava e pensava seguendo l'illuminazione dello suo spirito, e ogni partito lottava
per il proprio Cristo contro quello degli altri.

Fino al 200 non è assolutamente possibile operai una distinzione precisa fra opere cristiane ortodosse ed eretiche. Sempre Celso ci illumina in proposito spiegando che il Vangelo era soggetto a redazioni: «triplici, quadruplici e plurime» (Orig., Cels. 2, 27). Certo, erano gli eretici a passare come «i falsari più impudenti» ma gli «eretici», naturalmente, non si ritenevano tali, e pretendevano d’essere loro i soli predicatori del cristianesimo autentico e, come i cattolici d'oggi, definivano «eresia» tutto ciò che era in contrasto con la loro fede, richiamandosi a una norma di fede e al Canone della Scrittura, la cui redazione era uscita proprio dalle loro file.

Dapprima tutti gli eretici si chiamavano semplicemente «cristiani», poi, all'inizio del II secolo furono etichettati come eretici a scopo puramente diffamatorio. Quando, ad esempio, il marcionita Megezio chiese a un cattolico se gli fosse almeno consentito di definirsi «cristiano», costui rispose che non poteva fregiarsi di quel nome, perché era solo un «marcionita»; ma quel cattolico si sentì ribattere: «Allora anche voi, che chiamate cattolica la vostra chiesa, non siete cristiani» .

Alla fine del II secolo Ireneo contò 20 «confessioni» cristiane, Ippolito, all’inizio del III secolo, 32; alla fine del V secolo il Padre della Chiesa Epifanio nel suo  Panarion adversus omnes haereses combatteva ormai contro 60 sette cristiane eretiche e rivali, e il Vescovo Pilastro di Brescia, nello stesso secolo, addirittura contro 131.




Epifanio di Salamina


martedì 21 aprile 2015

45- “L'invenzione del cristianesimo” - Parte terza. Paolo di Tarso. Le Lettere. 1

Intanto a Gerusalemme Sila aveva informato prontamente la comunità cristiana, diretta da Giacomo, circa gli stravolgimenti che Paolo stava attuando e questa era subito corsa ai ripari inviando in Asia e in Grecia messi incaricati di visitare i cristiano-ellenisti e gli ebrei della diaspora che avevano aderito alla parusia. Costoro, approfittando delle assenze dovute ai suoi frequenti viaggi missionari, si insinuarono nelle comunità paoline con lettere degli apostoli, per «arginare la dottrina fuorviante di Paolo». Tra i Galati si precipitarono «quelli di Giacomo»; a Corinto, i seguaci di Pietro.
Paolo reagì con estrema durezza a questa invasione di campo e accusò gli inviati degli apostoli di predicare un Vangelo falso, mossi dall'invidia, dall'odio e dalla discordia e li maledisse ripetutamente. Nella seconda Lettera ai Corinzi scrive sarcastico: «Genti di tale conio sono falsi apostoli, operai imbroglioni, che di Apostoli del Cristo hanno soltanto la maschera. E non c’è da meravigliarsi: infatti, lo stesso Satana assume la maschera di Angelo della Luce» (2 Corinzi 11,13 e sgg.). Per contrastare più efficacemente l'offensiva di Gerusalemme e per consolidare nella sua fede le comunità cristiane da lui costituite ricorse allora alla sua proficua produzione epistolare, che tanto influenzerà i futuri Vangeli canonici.
Le Lettere furono per lui un potente mezzo di evangelizzazione. Gliene sono attribuite tredici ma alcune sono considerate falsi o manipolazioni di discepoli, come vedremo nell'ultima parte del libro. Costituirono i primi documenti del Nuovo Testamento ed esercitarono una grande influenza sulle comunità cristiane da lui fondate.
Esse trasudano di formule dedotte dal lessico religioso pagano e denotano una fortissima influenza dell’Ellenismo, del Platonismo, della Stoa e perfino dall'Epicureismo, oltre che dei culti misterici. A dimostrazione che Paolo aveva assimilato molti concetti della filosofia greca.
La prima Lettera scritta verso gli anni 49-51 a Corinto, quando Paolo era ancora convinto che il ritorno di Cristo risorto fosse imminente, fu indirizzata ai Tessalonicesi che attraversavano particolari momenti di difficoltà, soprattutto sotto il profilo morale e della parusia. Dopo averli spronati ad un maggior rigore etico, specie nel campo sessuale, egli affrontò la grave questione dell'attesa apocalittica del ritorno del Risorto, da tutti ritenuto imminente.
Quell'attesa spasmodica aveva creato delle situazioni paradossali; molti, infatti, avevano venduto tutti i loro averi per essere liberi da preoccupazioni materiali, e abbandonata ogni tipo di attività, erano scivolati in un ozio pernicioso nell’attesa del ritorno imminente di Gesù dal cielo.
Paolo cercò di superare queste preoccupazioni (ingenerate da lui stesso con la sua predicazione), spiegando che la parusia poteva anche tardare, secondo i piani imperscrutabili del Signore, e invitando tutti ad attendere alle normali occupazioni della vita, rifuggendo dall'ozio malefico. Si intravvedono, però, le sue prime preoccupazioni per questo inspiegabile ritardo e il dubbio che la parusia potesse essere procrastinata all'infinito e ingenerare la sfiducia dei suoi seguaci, portandoli all'abbandono della fede.
Durante un viaggio missionario ad Efeso, la città più importante dell'Asia, Paolo venne a sapere che a Corinto i fedeli si erano abbandonati al vizio della fornicazione e in più si erano divisi in gruppi contrapposti su istigazione dei messi degli apostoli.
Corse subito ai ripari inviando una lettera, conosciuta come la prima Lettera ai Corinzi, nella quale ribadisce con fermezza che il suo insegnamento, derivando direttamente da Dio (tramite le sue rivelazioni celesti), era l'unico che tutti dovevano seguire. Affermazione che egli ribadirà in più occasioni per sancire il principio della sua indiscutibile autorità, derivata per investitura divina.
Questa Lettera è importante perché ci illumina sul suo concetto di morale sessuale, argomento fondamentale della nuova teologia paolina e tema ricorrente della sua predicazione. Scopriamo così che per Paolo la trasgressione sessuale, che Gesù aveva sempre trattato con indulgenza - vedi il suo incontro con la Samaritana (Giovanni 4,17-18)) e la difesa dell'adultera (Giovanni 8,3-11)) - si avvia a diventare il peccato per antonomasia. "Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Prenderò io dunque le membra di Cristo per farne membra di una meretrice? Non sia mai!…Fuggite la fornicazione" (1 Corinzi 6,15).
Addirittura per Paolo la lussuria precede ogni altro vizio. Tutti gli altri: idolatria, inimicizia, discordia, ostilità e via discorrendo, vengono dopo (Galati 5,19 e sgg,). Nel suo delirio contro il corpo, da lui chiamato la “carne”, considerato la sede del peccato, egli afferma che il cristiano deve «spossare e asservire il corpo», «ucciderlo» (1 Corinzi 9,27; Galati, 5,24; Romani, 8,13; Colossesi 3,5), in quanto esso è un «corpo di morte» e tutto ciò che vuole «significa morte» e «odio contro Dio» (Romani, 7,18; 7,24; 8,6 sgg.). Quindi la vita del cristiano deve incentrarsi nell'ascesi e nella mortificazione delle passioni. Conseguentemente il sesso viene aborrito e la donna, con marcato disprezzo, considerata soltanto un'entità sessuale, ignorando la grande considerazione che Gesù aveva nutrito per le molte discepole che lo accompagnavano nei villaggi della Galilea. Anche il matrimonio viene disprezzato da Paolo che lo considera una concessione alla carne peccaminosa, un male necessario, consentito solo «onde evitare di cadere in preda alla concupiscenza» (1 Corinzi 7,1 sgg. - 7,8 sgg.).
Per lui sarebbe proferibile rimanere scapoli giacché il matrimonio non reca con sé nulla di buono (1 Corinzi 7,28 sgg.) e condurre una vita casta come la sua. Solo che giustifica la sua castità non per virtù propria ma come conseguenza di una menomazione fisica. “Vorrei che tutti voi conduciate una vita casta come me, ma non tutti hanno il dono dell’impotenza”(1 Corinzi 7,1 sgg.).

"L'invenzione del cristianesimo " ebook € 1,99 (store: Amazon, LaFeltrinelli, Kobo, Internet Bookshop Italia, Bookrepublic Store, etc...)

venerdì 17 aprile 2015

44 - “L'invenzione del cristianesimo” - Parte terza. La nuova dottrina di Paolo. 2

Per la nuova teologia paolina, Cristo si era incarnato per redimere l’umanità peccatrice e donarle il dono dell'immortalità. "Vi sia dunque noto, fratelli, che per opera di lui (Cristo) vi viene annunziata la remissione dei peccati e che per lui chiunque crede riceve giustificazione (perdono) da tutto ciò da cui non fu possibile essere giustificati mediante le Legge di Mosè (Atti 13,38-39).
Ma, associata all'immortalità c'è l'idea terrificante del giudizio di Dio al momento della morte per stabilire se, in base alla nostra condotta, meritiamo il premio o il castigo nell'aldilà eterno. Secondo Paolo, per il superamento positivo di questa prova e meritare la felicità eterna, il cristiano aveva l'obbligo di praticare, durante il suo soggiorno terreno, una vita virtuosa. Purtroppo, però, essendo la natura umana estremamente corrotta, a causa del peccato originale, ciò era estremamente difficile da raggiungere.
L’universalità della corruzione umana è un punto focale della teoria paolina secondo cui gli uomini, sia ebrei che pagani, erano cattivi per natura, scellerati, schiavi del peccato, immersi fino al collo nella «sporcizia della lussuria», nelle «passioni nefande» (Efesini 2,3; Romani 6,17).
Essi, infatti, sono «ricolmi di ogni ingiustizia, malvagità, cupidigia e malizia, pieni d’invidia, di istinti assassini, di discordia, di perfidia e abiezione; denigratori, calunniatori, nemici di Dio, gente violenta e altezzosa, millantatori, ingegnosi nel male, insensati, sleali, privi d’amore e di misericordia» (Romani 1,29 e sgg.). Una “summa” di empietà e nequizie, quindi. Predicando il suo Vangelo tra i giudei della diaspora e i pagani, aveva maturato la disperata convinzione che l'umanità viveva in un mondo in cui operavano potenze demoniache che scatenavano nell'uomo follie, malvagità, violenze, sfrenata lussuria e infermità di ogni genere. Israele, il popolo eletto, per la sua salvezza aveva ricevuto la Torah, la Legge di Mosè, ma l'aveva sistematicamente disattesa, trasformandola in una condanna.
I pagani, nella loro peccaminosa perversione, s'erano illusi di lavare i loro peccati con il sangue di Mitra o di Eracle, cospargendoselo durante i riti sacrificali, e di sconfiggere la morte eterna mediante la discesa di questi semidei agli inferi. Follie, insensatezze, che impedivano all'uomo di vedere che la sua vita era breve, ripugnante e brutale.
Di fronte a questa generale ignominia c'era per Paolo una sola via d'uscita a rappresentare la vera salvezza per l'intero genere umano: il Cristo mistico che si era immolato sulla croce non più, come credevano i cristiano-giudei di Gerusalemme, per tornare da Risorto dal cielo e, cacciate le legioni romane, instaurare il Regno di Jahvè sulla Terra, ma per redimere l'intera umanità dal peccato e portarla nel regno dei Santi.
Il termine "Cristo" perde per lui ogni riferimento all'Unto del Signore, al Messia liberatore e si trasforma in una possessione totale, in un Dio conosciuto in maniera interiore, in un Redentore celato, in un Santissimo Sacramento. Tutte le Scritture, per chi sapeva coglierne il significato interiore e le implicazioni spirituali, prevedevano da sempre, secondo lui, la venuta nel mondo del Salvatore. Questo Salvatore era il Cristo.
La fede nel Cristo mistico, che gli era stato rivelata nella sua apocalisse o epifania sulla via di Damasco, diventa l'ossessione di Paolo, la forza propulsiva che lo spinge ad un apostolato frenetico e pronto a sfidare ogni pericolo personale. Intanto ad Antiochia i cristiani ellenisti, sempre più trascinati dalla nuova teologia paolina, avevano preso ad invocare Cristo con l'appellativo di Kyrios, cioè Signore in senso divino, e ciò diede iniziò a quel processo di deificazione del Cristo che avrebbe lentamente trasformato Gesù, da Messia escatologico e apocalittico, in "Nostro Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio” e lo avrebbe fatto assurgere lentamente alla parità col Padre. Se Paolo fu l'iniziatore di questo processo di deificazione, penseranno poi i suoi seguaci, seguiti dai discepoli di Marcione, dai Padri dalla Chiesa e soprattutto dall'imperatore Costantino nel Concilio di Nicea del 325, a codificare questa sua divinità consustanziale al Padre e a imporla anche a quanti non la condividevano.
A completamento della sua nuova teologia Paolo inserì anche, con l'istituzione dell'eucaristia, la teofagia, così profondamente sentita da tutto il mondo gentile, che vedeva in essa l'unione amorosa del Dio salvifico con l'uomo. Infine, volendo dare al neocristianesimo un rito iniziatico che sostituisse la circoncisione, ritenuta da Paolo un serio ostacolo per chi voleva abbracciare la fede in Cristo, sancì il rito del battesimo, già in uso tra i pagani.
Questo in sintesi il corpus paolino dal quale nasce gran parte del cristianesimo.
Non elaborò il culto di Maria e la nascita verginale, che fu in gran parte opera dei suoi seguaci e dei Padri della Chiesa, i quali, per convalidare la deificazione di Cristo, si trovarono nella necessità di dargli un seme divino. Infatti, nelle tredici Lettere paoline, Maria non viene mai nominata e di lei c'è solo un cenno indiretto, laddove dichiara Gesù " nato da donna" (Galati 4,4), senza aggiungere altro.
"L'invenzione del cristianesimo " ebook € 1,99 (store: Amazon, LaFeltrinelli, Kobo, Internet Bookshop Italia, Bookrepublic Store, etc...)

giovedì 16 aprile 2015

Il cristianesimo primitivo, non avendo una concezione unitaria di fede, fu continuamente scosso da eresie e scismi. 208

Fin dai primi tempi il cristianesimo ebbe due opposte configurazioni: i
giudeo-cristiani della Chiesa di Gerusalemme legata agli apostoli, e i pagano-cristiani o cristiani ellenistici seguaci di Paolo. Ma questi ultimi, almeno a Corinto e in altre grandi comunità, erano a loro volta divisi in fazioni, che si richiamavano rispettivamente a Pietro, a Paolo, ad Apollo e a Cristo, ciascuna delle quali era tutta intesa a «scomunicare» le altre.

Con la fine rapida del giudaismo cristiano in seguito alle Guerre Giudaiche e l'affermarsi delle comunità cristiani pagane in rapida espansione nelle varie contrade dell'Impero, le divisioni dottrinali crebbero sempre più perché ogni comunità pretendeva di imporre le sue direttive di fede a tutte le altre. Lo stesso Tertulliano prese atto del fatto che già fra i cristiani d’epoca apostolica circolava un gran numero di «eresie» (Tert., praescr. Iwer. 34); e una moderna storia dei dogmi individua otto gruppi di credenti, ciascuno con differenti concezioni di fede.

Era allora considerata anomala quella comunità che non avesse conosciuto al suo interno differenziazioni dottrinali. D’altra parte, anche il Nuovo Testamento, che inizia con le Lettere di Paolo, rispecchia un coacervo di tradizioni molteplici e spesso assolutamente contraddittorie, ragion per cui anche la Sacra Scrittura fonda - secondo la formulazione calzante del teologo Ernest Kasemann - non l’unità della Chiesa, ma, al contrario, una molteplicità di confessioni.

Persino numerose tesi teologiche del primo cristianesimo si contraddicono grossolanamente, come, ad esempio Paolo in Romani 3, 28 scrive: «Riteniamo che l’uomo riceva la giustificazione dalla fede senza le opere della Legge», mentre Giacomo il Minore, fratello di Gesù, scrive nella sua Lettera «Vedete che l’uomo viene giustificato dalle opere e non dalla fede soltanto». . Non c’è da meravigliarsi, dunque, se Origene ammette «che fin dall’inizio regnarono fra i credenti opinioni diverse sul significato dei libri sacri» (Orig., Cels. 2, 11).

Nel tardo Il secolo Celso scriveva: «Da quando i cristiani sono diventati una massa, nascono continuamente fra loro fazioni e fratture, e ognuno vuol procurarsi un seguito personale. E a causa del numero si dividono di nuovo, scagliandosi reciproche condanne» (ibi Cfr , 3, 12. Cfr. Anche 5, 64).

Questo filosofo pagano, feroce polemista anticristiano, vedeva il cristianesimo come una «tragica commedia di continue scissioni». Naturalmente egli non faceva distinzioni fra le singole correnti né, tanto meno, fra «Chiesa» ed «Eretici». Evidentemente ai suoi tempi, intorno al 180, non si era ancora costituito un cristianesimo ecclesiastico, cioè un protocattolicesimo. Secondo Clemente Alessandrino, uno dei massimi Padri della Chiesa, i pagani e gli Ebrei rifiutavano l’accettazione del cristianesimo perché, data la molteplicità delle correnti, non erano in grado di discernere la Comunità autentica (Clem. Al., strom. 7,89,2 sg.).




Celso


Benvenuti nel mio blog

Questo blog non è una testata giornalistica, per cui lo aggiorno quando mi è possibile. I testi sono in regime di COPYLEFT e la loro pubblicazioni e riproduzioni è libera purché mantengano lo stesso titolo e venga citando il nome dell'autore.

I commenti possono essere critici, ma mai offensivi o denigratori verso terzi, altrimenti li cancello. Le immagini le pesco da internet. Qualche volta possono essere mie manipolazioni.

Se volete in qualche modo parlare con me, lasciate la richiesta nei commenti, vi contatterò per e-mail. Dato che il blog mi occupa parecchio tempo, sarò laconico nelle risposte.

Se gli argomenti trattati sono di vostro interesse, passate parola; e, se site studenti, proponeteli al vostro insegnante di religione. In tal caso fatemi sapere le risposte che avete ottenuto. Grazie.

Lettori fissi

Archivio blog

Informazioni personali

Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)