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martedì 24 maggio 2016

41– Il falso Jahvè. Il senso di colpa e il nazireato. 1

La guerra contro il politeismo egiziano, intrapresa con la massima durezza da Mosè, non riguardò soltanto il rigoroso rifiuto iconoclastico delle immagini e la negazione d'ogni altra divinità all'infuori del Dio unico, ma significò anche l'abbandono della divinizzazione del mondo, implicita nel concetto d'idolatria.
Uscendo dall'Egitto, Israele si staccava dal coinvolgimento nel mondo inteso come civiltà dedita alla felicità esteriore; rinunciava ad ogni forma di mondanità, dal possesso dei beni materiali al benessere civile, e rifiutava la realizzazione terrena. In altra parole, si avviava a diventare "un regno di sacerdoti e una nazione santa" (Esodo 19,5-6) al servizio di un Dio invisibile ed extramondano.
Così si spiegano i quarant'anni di deserto fra l'esodo dall'Egitto e la presa di possesso di una terra stillante latte e miele. Erano quarant'anni necessari, anzi indispensabili, per il cambio generazionale, per decodificare ogni attaccamento al mondo connaturato all'idolatria e per disintossicarsi dal contro-mondo dell'Egitto. In altre parole, quegli anni erano necessari per de-egitizzare gli ebrei.
Il deserto si proponeva come il luogo ideale per giungere a dimenticare la sfavillante civiltà degli egizi e per comprendere quello che effettivamente quella civiltà rappresentava per il costituendo popolo ebraico: l'allontananza da Dio, e quindi il peccato per antonomasia.
La ricaduta nell'idolatria, cioè nella mondanità, significando il rifiuto di Dio, cioè il peccato, diventò l'ossessione d'Israele. Il "senso di colpa", ovverosia della “cattiva coscienza di aver peccato contro Dio e di non cessare di peccare” (S.Freud, L'uomo Mosè, op. cit., pag. 450) svolgerà, nel monoteismo ebraico prima e in quello cristiano poi, un ruolo fondamentale lungo tutto il corso della sua storia, permeando ogni attività umana con la consapevolezza del peccato e con la brama di redenzione.

venerdì 20 maggio 2016

40– Il falso Jahvè. Il segno del Patto: la circoncisione. 2

È la circoncisione il suggello del vincolo stretto tra Dio e Abramo e la sua discendenza? Ebbene, sappiamo per certo che presso gli israeliti cominciò a diffondersi soltanto dopo l'insediamento a Canaan, per cui non la si trova nei più antichi documenti giuridici, e nel Levitico è menzionata solo una volta senza rilievo. Anche in questo caso Abramo non c'entra. C'entra invece, e non poco, Mosè.
Questa antichissima usanza, praticata per motivi igienico-sanitari, sociali e religiosi era, al tempo di Mosè, diffusa comunemente in Egitto ma sconosciuta presso i filistei, gli assiri, i babilonesi e i semiti. Già Erodoto aveva affermato nel V sec. a.C. che il popolo egizio era stato il più antico ad avere introdotto la circoncisione (Erodoto, Historiae, II, 36,3 e 37,2). I Fenici e gli ebrei riconoscevano essi stessi di aver appreso quest'uso dagli egizi (Erodoto, op.cit., II, 104), (E.Meyer, op.cit., pag. 440).
Il ricercatore di incunaboli e archeologo Willis Budge (Osiris and the Egyptian Resurrection, pagg. 219-223) scovò scolpita a rilievo su una tomba di Saqqara, risalente alla VI dinastia, circa 2500 a.C., la rappresentazione di un sacerdote nell'atto di praticare, con un coltello di pietra, la circoncisione su un giovane egiziano; e G.Elliot Smith, (Egyptian Mummies, pagg. 78 e 80) anatomista delle mummie, trovò asportazioni del prepuzio su mummie contemporanee ad Abramo. Quindi, la circoncisione era pratica comune in Egitto fin dai tempi più antichi.
Senz'altro Mosè, per il quale il suo popolo in nessun caso doveva essere inferiore agli egizi, impose nel corredo cerimoniale religioso la circoncisione, quale tipico segno distintivo. Ma forse, conformemente agli altri riti della religione egiziana che erano stati assimilati durante la loro lunga permanenza, questa era già da loro praticata da generazioni.
Freud commenta che Mosè aveva probabilmente introdotto quest'usanza tra gli ebrei in quanto ravvisava in essa un segno di superiorità, di purezza e di distinzione, e ci fa sapere che i popoli che hanno adottato la circoncisione “si sentono innalzati da essa, in un certo qual modo nobilitati, e guardano con disprezzo agli altri, che considerano impuri" (S. Freud, L'uomo Mosè, cit., pag. 357).
Il gruppo di Mosè, una volta rientrato nella terra di Canaan e unitosi alle altre tribù semitiche, etnicamente affini, diffuse tra queste tribù sia il monoteismo sia la circoncisione. Difatti, soltanto molto tardi, vale a dire dopo la caduta dei regni d'Israele e di Giuda, e soprattutto durante l'esilio tra i babilonesi che non la praticavano, la circoncisione divenne il segno religioso distintivo dell'appartenenza al popolo d'Israele, l'indelebile marchio di proprietà di Dio e segno dell'Alleanza.
Nel corso della definitiva codificazione della Bibbia tale adozione fu occultata, come tutte le altre tracce riguardanti l'identità egizia di Mosè, e attribuita ad Abramo. Infatti, per la Bibbia la circoncisione era una prescrizione giuridica già in Genesi 17.


giovedì 19 maggio 2016

I Padri della Chiesa avversari della filosofia. 261

Nel cristianesimo primitivo non esisteva una concezione unitaria per cui ai Padri della Chiesa che consideravano la filosofia greca propedeutica alla fede si contrapponevano quelli che,al contrario, consideravano le asserzioni dei filosofi «come dannose e pericolose, e tali da distogliere da Dio» (Greg. Naz., or. 43 e. 11). I primi, legati alla filosofia allettavano i colti, mentre i secondi, ad essa ostili, attiravano la massa composta da spiriti sempliciotti, che basavano la loro religiosità sulla semplicità evangelica.

Il siriano Taziano, il discepolo più eminente di Giustino esaltatore della filosofia, in pieno contrasto col suo maestro, la combatté appoggiandosi unicamente alla tradizione biblica ed evidenziando l'inconciliabilità della dottrina di Gesù con la scienza pagana. Egli irride, con sarcasmo, l'intera cultura greco-romana definendola presuntuoso chiacchiericcio, insulta i romani chiamandoli «spacconi», definisce gli ateniesi «fanfaroni»; chiama Eraclito stolto e ciarlatano, Diogene (quello della botte) un «ghiottone». Arriva, perfino, a considerare Platone,venerato da altri scrittori della Chiesa quasi come Gesù stesso, un venduto per crapula insieme a tutta la sua sapienza mondana.

Un altro nemico della cultura pagana, il vescovo Teofilo, intorno al 180, fustiga con ferce ironia i «cosiddetti sapienti, poeti o storiografi», «le ciance di sciocchi filosofi», «le fandonie menzognere degli scrittori e la falsità delle loro teorie». Oltraggia Platone, ampiamente saccheggiato dalla Chiesa antica, come «redattore di storielle bugiarde» e condanna in massa i rappresentanti della cultura greca come uomini che «non hanno trovato nemmeno la più piccola scintilla di verità e neppure unasua pur piccolissima briciola».

Secondo Eusebio di Cesarea, sesto Vescovo di Antiochia, uno degli episcopati più importanti della Chiesa antica, l'ostilità del vescovo Teofilo verso la cultura pagana giunse quasi al delirio, facendogli dire, con tutta serietà (ma per noi in totale follia), che Epicuro diffondeva l’incesto con madri e sorelle, e che Zenone e Diogene insegnavano ad ammazzare i genitori per divorarli!

Per il Dottore della Chiesa Ireneo i filosofi erano atei per definizione mentre per il Padre della Chiesa Ippolito le tendenze eretiche che si diffondevano sempre più tra i cristiani erano originate proprio dalla filosofia greca (Hippol., ref. 1, 26; 5, 14). Infine, la Didascalia siriaca raccomandava al cristiano:«Tienti lungi da tutti gli scritti dei pagani; infatti, che cosa pretenderesti di ottenere con parole estranee o con leggi e false profezie, che sono capaci di allontanare i giovani anche dalla fede? Cosa ti manca della parola di Dio per precipitarti su codeste storie dei pagani?» (Syr. Didasc.c.2).


Vescovo Teofilo


martedì 17 maggio 2016

39– Il falso Jahvè. Il segno del Patto: la circoncisione 1

Abbiamo visto che col Patto dell'Alleanza Mosè aveva posto le premesse per avviare la sua schiera a diventare un popolo e una nazione.
Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia Alleanza, voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli, perché mia è tutta la Terra. Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa. Queste parole dirai agli israeliti” (Esodo 19, 5-6).
Nella Bibbia la parola “Alleanza” (berit) compare 287 volte e diventa il concetto centrale di tutta la teologia israelitica con il significato di Patto esclusivo, indissolubile e vincolante tra Dio e il suo popolo. Con essa Israele diventa il popolo eletto, il popolo esclusivo di Dio e riceve, come ricompensa dell'assoluta fedeltà al suo unico Dio, il possesso perenne di un territorio.
Dopo la morte di Mosè, servo del Signore, il Signore disse a Giosuè, figlio di Nun, servo di Mosè: Mosè mio servo è morto; orsù, attraversa questo Giordano e tutto questo popolo, verso la terra che io do loro, agli Israeliti. Ogni luogo che calcherà la pianta dei vostri piedi ve l'ho assegnato, come ho promesso a Mosè. Dal deserto e dal Libano fino al fiume grande, il fiume Eufrate, tutto il paese degli hittiti, fino al mar Mediterraneo, dove tramonta il sole: tali saranno i vostri confini" (Giosuè I, 1-4).
Ecco quindi che per l'ebraismo il vincolo originario con la terra d'Israele "promessa in sposa" da Jahvè a Mosè e al suo popolo, diventa un fatto assolutamente essenziale. Ancora ai nostri giorni questa promessa biblica, frutto del genio politico-religioso di Mosè che, per trasmettere il monoteismo ad un popolo che lo professasse stabilmente l'aveva attribuita a Jahvè, rappresenta il principio di legittimazione religiosa della pretesa, da parte del popolo ebraico, di possedere la Palestina.


venerdì 13 maggio 2016

38– Il falso Jahvè. L'Esodo 10

Schiller, il celebre filosofo e poeta tedesco del XVIII secolo, nel suo opuscolo "La missione di Mosè" descrisse, in forma drammatica ed epica il conflitto interiore che il legislatore d'Israele dovette affrontare nel tentativo di sostituire la sua sublime idea di Dio, cioè la sua visione mistica della Natura, con la fede cieca, estorta mediante i “miracoli” e imposta con la forza, e questo per salvare quanto meno l'unità di Dio.
Nel suo opuscolo traccia un profilo nobile di Mosè, che non corrisponde affatto a quello che ci appare leggendo i passi della Bibbia che lo riguardano, nei quali si dimostra un generale preoccupato più dell'organizzazione delle truppe che del loro spirito, e un uomo autoritario, ossessionato dalla Legge divina.
I libri dell'Esodo, del Levitico, dei Numeri e del Deuteronomio, a lui attribuiti dagli ortodossi ebrei e cristiani, straripano di precetti e di disposizioni spesso irragionevoli, per non dire maniacali, che riguardano le cose più disparate: dai ruolini di marcia, alle mutande di Aronne fino all'interramento dei rifiuti organici, regolati questi ultimi da meticolose norme derivate dalla devozione egizia per lo scarabeo stercorario. Non per nulla l'entomologo francese Jean-Henri Fabre (La vita degli insetti) definì lo scarabeo "il fedele osservatore del precetto mosaico".
Ma forse gran parte di quello che noi attribuiamo a Mosè, soprattutto la pletorica emanazione di leggi, è da attribuire, come vedremo nel proseguo del libro, al re riformatore Giosia e ai suoi scribi, i quali, poco prima dell'esilio babilonese, ricostruirono a posteriori, e questo dopo molti secoli, le vicende dell'Esodo, manipolandole e interpolandole liberamente in base alla nuova teologia che si andava affermando e alle istanze politiche del panisraelismo allora emergente.


giovedì 12 maggio 2016

Origene (parte seconda) 260

Anche per Origene la Bibbia si armonizza coi pensieri più profondi della filosofia greca e la fede, senza la filosofia, era per lui inconcepibile. Secondo Adolf von Harnack, Origene riuscì a diffondere il cristianesimo fra le persone colte più di tutti gli altri cristiani messi insieme anche se, alla fine, la Chiesa lo bollò come eretico, a causa delle sue opposte credenze sull'inferno. Per Origene, come per altri Padri della Chiesa (Gregorio di Nissa, Teodoro di Mopsuestia) le pene dell'inferno non erano eterne, ma temporanee (una specie di purgatorio).

Infatti egli riteneva che alla fine dei tempi, all'arrivo cioè della parusia, tutta l’umanità si sarebbe salvata in Cristo e avrebbe avuto luogo la “restaurazione finale” (apokatàstasis) di tutti gli essere umani e del cosmo. Tale salvezza avrebbe coinvolto i condannati all’inferno e perfino i demoni (Origene, De principiis).

Ma la sua tesi non fu accettata dalla Chiesa, sempre più convinta che la minaccia del tormento eterno è l'arma più potente di cui dispone per plagiare col terrore i suoi fedeli, e così anche Origene , il più importante dottore della Chiesa antica, finì tra gli eretici. Succederà anche ad un altro grandissimo dottore della Chiesa e valente polemista, Tertulliano, di confluire, al termine della sua vita, tra gli eretici. Non per motivi dottrinari ma per reazione al dilagare dell'mmoralità tra le file di molti cristiani.

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Informazioni personali

Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)