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venerdì 12 febbraio 2016

12 – Il falso Jahvè. Gli hapiru 4

Ci dice la Genesi che la nazione d'Israele ebbe origine con Giacobbe e i suoi dodici figli, i quali si stabilirono in Egitto nella regione di Gosen, nei dintorni della città di Avari, a nordest del delta del Nilo. Siccome possiamo arguire che vi si trasferirono 470 anni prima della conquista di Gerico, avvenuta intorno al 1320 a.C., possiamo datare l'arrivo degli israeliti in Egitto intorno al 1790 a.C.
Questo periodo corrisponde storicamente alla XIV dinastia, che regnò dal 1800 al 1700 a.C. circa. Sembra molto improbabile, per non dire impossibile, che le centinaia di migliaia di schiavi ebrei, di cui parla la Bibbia al tempo dell'Esodo, discendessero tutti da un solo capostipite, Abramo, vissuto appena quattro secoli prima. Probabilmente ci troviamo di fronte ad un racconto semplificato che elenca soltanto una piccola componente della cospicua massa del popolo semitico immigrata in Egitto durante il XVIII secolo a.C. Nel 1500 a.C. Tuthmosis III, in una seconda campagna, sconfisse definitivamente gli hyksos nella battaglia di Meggiddo e li ridusse in catene (P.Clayton, op. cit., pagg. 109-111). Questo potrebbe essere il periodo cui si riferisce Esodo raccontando come gli israeliti vennero fatti schiavi: "Allora gli egiziani imposero agli israeliti alcuni capi perché li opprimessero con i lavori forzati." (Esodo 1.1).
La conferma possiamo trarla dalle pitture tombali della XVIII dinastia, che rappresentano scene in cui si vedono schiavi hyksos che fabbricano mattoni mentre vengono sorvegliati da capisquadra armati di verghe. È proprio quello che secondo l'Esodo toccò agli israeliti.

giovedì 11 febbraio 2016

Sinagoga


Il Gesù dei Sinottici fu anche sfiorato da concetti filosofici greci. 247

Gesù, stando ai Sinottici, era figlio di un artigiano di paese e quindi poteva acquisire le sue conoscenze per le strade, i mercati e attraverso la lettura del Vecchio Testamento, ma soprattutto frequentando assiduamente le sinagoghe. Tutti gli ebrei, infatti, imparavano a conoscere nelle sinagoghe i testi sacri, ma solo i pochi che frequentavano scuole di tipo teologico diventavano dottori o scribi. Costoro erano tenuti in gran considerazione dalla gente comune.

Gesù non fu mai un dottore nel vero senso della parola e gli scribi e i farisei, che lo sapevano, lo consideravano un rabbi (maestro) sprovvisto di titoli e quindo lo trattavano con supponenza, nonostante si mostrasse sempre istruito in maniera compiuta quando parlava, e possedesse una conoscenza completa della Legge, sì da poterla discutere apertamente nel Tempio, alla pari con scribi e farisei.

Come spiegare il fatto che Gesù ci appare così preparato nella cultura religiosa del suo tempo? Una possibile risposta a questa domanda possiamo darla ammettendo che egli abbia trascorso un periodo, più o meno lungo, presso gli esseni di Qumran che si dedicavano soprattutto allo studio e all'esegesi della Bibbia e che la sua attività pubblica abbia avuto inizio dopo l'incontro col Battista, che era sicuramente un esseno.

Ma forse alla formazione di Gesù contribuirono anche alcuni insegnamenti filosofici, allora patrimonio comune di molti filosofi pagani, soprattutto degli Stoici e dei Cinici. Infatti a Gadara, dove predicò più volte Gesù, esisteva una scuola filosofica cinica fin dal III secolo a.C. Questa scuola, che certamente Gesù ebbe modo di conoscere, predicava il monoteismo (cioè la condanna del culto degli dèi), il disprezzo per gli onori, il lusso e la ricchezza; l'amore per i deboli, gli umili e gli oppressi. I suoi predicatori vaganti, percorrevano le contrade e i villaggi, rivolgendosi preferibilmente ai poveri, agli schiavi, agli emarginati anche di pessimi costumi. Insomma, come Gesù, che accettava tra i suoi seguaci pubblicani e prostitute.

Se possiamo ammettere che il Gesù dei Sinottici fu sfiorato da concetti filosofici greci, dobbiamo riconoscere che non si diede affatto pena di sistematizzarli in forma di dottrina coerente. Anche perché i suoi seguaci, e perfino i suoi stretti discepoli, erano per usare le parole del Nuovo Testamento «gente ignorante e indotta» (Atti, 4, 13).


martedì 9 febbraio 2016

11 – Il falso Jahvè. Gli hapiru 3

Durante il periodo della dominazione degli hyksos, gli israeliti potrebbero benissimo avere raggiunto nella società egizia l'elevata posizione che la Bibbia attribuisce loro. Infatti, alcuni studiosi affermano che gli hyksos avrebbero riservato una buona accoglienza ai nuovi semiti arrivati, quali Giacobbe e i suoi figli, affidando loro posti di rilievo. Quando però il libro dell’Esodo afferma che sorse un re “che non conosceva Giuseppe” si riferirebbe ai faraoni di Tebe, Kamose e Ahmos, che intorno al 1550 a.C. riuscirono a ricacciare gli hyksos a Canaan e a riunificare l'Egitto, riducendo in schiavitù una parte dei vinti.
Va anche però precisato che nomadi d'origine asiatica arrivarono in Egitto per motivi commerciali, oppure come immigrati, per tutto il II millennio a.C. Specialmente nell'Egitto degli ultimi faraoni della XVIII dinastia e dei primi della XIX, accadde quello che era avvenuto nel paese dei sumeri alcuni secoli prima: gruppi di rozzi nomadi semiti, etnicamente eterogenei, socialmente poco evoluti ed economicamente poveri, entravano alla spicciolata in Egitto in cerca di fortuna, attratti dallo straordinario sviluppo tecnologico delle sue città e dalla loro organizzazione urbanistica e sociale. E naturalmente queste città erano piuttosto turbate dal continuo giungere di stranieri, rozzi e ignoranti, che venivano chiamati "i figli della sabbia". La loro presenza era mal tollerata, anche se alla fin fine sopportata, in quanto offrivano forza lavoro a basso costo (bastava un po' d'aglio, di pan secco e un tugurio per abitazione) e poteva svolgere innumerevoli compiti nella costruzione delle nuove città. Queste popolazioni semitiche erano diverse per etnia, lingua e costumi.
Non è quindi assolutamente pensabile che i semiti, stanziatisi in Egitto in quel tempo, fossero un popolo omogeneo per lingua e cultura, in grado di riconoscersi nella denominazione di ebrei e nella discendenza da Abramo, come invece vorrebbe farci credere la Bibbia. Non erano affatto un popolo che aveva già maturato una sua identità nazionale, anche se avevano un retroterra comune. Ed è per questo che il racconto biblico ci testimonia le grandi difficoltà incontrate da Mosè nel tenere unito questo miscuglio eterogeneo di genti e nell’amalgamarlo in una specie di popolo.
Ovviamente non tutti i nomadi semiti che si trovavano nella terra di Canaan immigrarono in Egitto. Alcuni tentarono di insediarsi stabilmente nella zona. Infatti, nelle tradizioni di alcune tribù israelite non esistono tracce di un soggiorno in Egitto e di un esodo.

venerdì 5 febbraio 2016

10 – Il falso Jahvè. Gli hapiru 2

Nella Bibbia ebraica originale la parola ebrei è resa col termine "habiru", che significa “popolo di là dal fiume”. Secondo l'archeologo e storico Mordechai Snyder "habiru o hapiru" era il nome con cui erano conosciuti gli israeliti agli inizi della loro storia (M. Snyder, Ancient Israel, pagg. 36-51). Nel 1978 Snyder esaminò una tavoletta d'argilla incisa, risalente 1820 a.C., trovata a Mari e conservata al Louvre, nella quale il re di Mari, Zimri-Lim, riferisce di un popolo chiamato «habiru», residente nel suo regno. (Vedi anche M. Magnusson, op. cit., pag. 37).
Anche Giuseppe Flavio, che si occupò di storia ebraica e che nel suo libello "Contra Apionem" raccolse le testimonianze di scrittori pagani sugli ebrei, parla degli hyksos. Egli ci presenta due lunghi estratti ricavati da Manetone, il sacerdote egizio che compilò la storia dell'Egitto sotto i Tolomei, la cui opera, purtroppo, è andata perduta. Nel primo estratto (Contra Apionem I, 73-105) per dimostrare l'antichità del popolo ebraico Giuseppe Flavio si occupa degli hyksos, dei quali dice che avrebbero sopraffatto l'Egitto del delta senza colpo ferire e che avrebbero trattato la popolazione locale con estrema crudeltà.
Gli hyksos avrebbero dominato l'Egitto del nord per oltre un secolo e mezzo, fino a quando i re di Tebe si sarebbero ribellati contro di loro e li avrebbero assediati nella loro capitale Avari. Gli hyksos sarebbero allora emigrati in Siria, si sarebbero stabiliti nella terra poi chiamata Giudea e avrebbero fondato la città di Gerusalemme. Quindi, per Giuseppe Flavio, sarebbero gli antenati degli ebrei.
Il più antico riferimento agli hapiru riscontrabile in Egitto risale al 1500 circa a.C. e si trova in una scena della tomba del grande araldo di Tuthmosis III, Antef, che li elenca tra i prigionieri di guerra catturati durante le campagne del faraone. Altre testimonianze importanti le troviamo nel 1475 a.C. circa, in una scena nella tomba del nobile “Puyemre” a Tebe, risalente al regno di Tuthmosis III: mostra quattro uomini che lavorano su una pressa da vino definiti dai geroglifici: “hapiru che spremono l'uva nel vigneto di Wad-Hor”. Si tratta della terra di Gosen, dove la Bibbia dice che gli israeliti erano tenuti in schiavitù.
Altre testimonianze provengono da una pietra del 1430 a.C. circa, scoperta a Menfi, e dal Papiro di Leyda del 1270 a.C. In questi documenti si spiega che gli hapiru venivano impiegati nella ricostruzione di templi e nella fabbricazione di mattoni. Grazie agli studi testuali dello storico Maurice Bucaille dell'Università di Parigi (Moses and Pharaoh: The Hebrews in Egypt, pagg. 55-56), che negli anni Ottanta del secolo scorso esaminò ulteriori riferimenti sugli hapiru, oggi molti biblisti e antropologi accettano l'ipotesi che gli hapiru fossero gli ebrei che si trovavano in Egitto nei due secoli che precedettero la conquista israelita di Canaan.

giovedì 4 febbraio 2016

Il cristianesimo primitivo fu indifferente alla cultura, all’arte e alla scienza. 246

La Chiesa, fin dalla fine del Medioevo, ha marcato il legame fra servizio divino e arte, fra teologia e scienza, e ha riconosciuto la sua piena disponibilità verso alcune forme di cultura, anche profane. Ma è stata costretta ad ammettere il totale disinteresse del protocristianesimo verso ogni forma d'arte e di cultura.
In effetti, i cristiani dei primordi attendevano parossisticamente l'mmediato avvento della fine del mondo e non si preoccupavano affatto né dell’istruzione, né della cultura, e tanto meno dell'arte. Non si preoccupavano nemmeno di tralasciare ai posteri quanto potesse attestare la loro storia. Solo quando cessò la fede cieca nella parusia e la fine del mondo fu procrastinata a tempio indefiniti, che a poco a poco, lungo un lasso di tempo piuttosto ampio, la cristianità passò dal disprezzo escatologico del mondo a un atteggiamento positivo sempre più deciso verso i valori mondani e la cultura. In origine, quindi, il cristianesimo primitivo era privo di ogni forma di intellettualismo, di un canone di valori e di una teologia morale.

Esso non conteneva neppure in nuce qualcosa che presupponesse il sistema della scolastica o anche soltanto la teologia dei «Padri della Chiesa». Neppure Paolo, d’altra parte, conosceva una speculazione filosofica intorno a Dio: Cristo lo aveva inviato - com’egli ammette - a predicare la buona novella «e non con alta eloquenza, affinché la croce di Cristo non venga impoverita» (1 Cor. 1, 17).

E’ significativo che i primi scrittori cristiani di professione che si avvicinano alla cultura, Giustino e Melitone di Sardi, iniziano a scrivere intorno alla seconda metà del Il secolo, e che al principio del III secolo per Tertulliano l'arte non è altro che figlia del demonio.

D'altra parte il Gesù evangelico, è assolutamente privo di qualsiasi sensibilità verso la vita culturale, la scienza e l’arte, come fu osservato da molti studiosi. Quando alcuni discepoli esaltarono il tempio di Gerusalemme splendido di alabastri, ori e marmi, costruito da Erode il Grande, Gesù, per nulla esaltato dalla munificenza dell'edificio, si limitò a rispondere: non rimarrà pietra su pietra (Lc. 21, 5; Mc. 13, 1 sg.; Mt. 24, 1 sg.). Una vera e propria bestemmia, raccontata da tutti i Sinottici, giacché il Tempio era pur sempre considerato la dimora di Dio, come oggi le chiese cattoliche.

Ma il«Regno di Dio» per Gesù avrebbe avuto inizio proprio con una catastrofe cosmica che avrebbe annientato anche i templi divini. Infatti il Nuovo Testamento insegna che «L’altissimo non abita in una costruzione opera delle mani dell’uomo» (Atti, 7, 48), Ecco perché per lungo tempo la comunità cristiana si raccolse dentro case private e la più antica chiesa cristiana è attestata in Edessa alla fine del l secolo.






Melitone di Sardi


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Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)