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venerdì 24 marzo 2017

122– Il falso Jahvè. La dominazione romana e le due guerre giudaiche .1

Nel 37 a.C. Erode il Grande fu nominato dai romani re dell'intera Palestina. Godeva di una certa autonomia ma era pur sempre un re delegato perché Roma col suo esercito manteneva il controllo dell'intera regione. Durante il suo regno il malcontento degli ebrei verso il re e il dominio dei romani crebbe a dismisura, provocando frequenti rivolte da parte dei messianici. Questi ultimi erano in continuo aumento, ed essendo fanaticamente convinti che l'arrivo del Messia liberatore fosse imminente, avevano dato vita alla setta degli zeloti o sicari, pronti a uccidere senza pietà i romani e gli ebrei collaborazionisti. Dopo la morte di Erode il Grande, nel 4 a.C., la situazione peggiorò perché il figlio Archelao, divenuto re della Giudea, fu deposto dai romani per inettitudine, e il regno diventò una provincia romana retta da procuratori incapaci di capire le esigenze della religione monoteistica ebraica.

giovedì 23 marzo 2017

Il dogma mariano della perpetua verginità di Maria, assente nella Historia di Eusebio. 302

Molto importanti furono le conseguenze del dogma mariano riguardante la perpetua verginità di Maria, riconosciuta come madre di Gesù Cristo unigenito, decretato nel Concilio di Costantinopoli del 381 d.C. il cui dettato entrava in contrasto con i vangeli preesitenti in uso fino al allora ma del tutto privi della "Natività" e relativa "Teotòkos" (Madre di Dio) e che documentavano l'esistenza di fratelli carnali di Gesù in base alla dottrina cristiana ariana, dichiarata eretica dopo quella data.

Quindi un secolo dopo la morte di Eusebio la Chiesa operò una successiva evoluzione teologica della “SS. Beata Maria”, dichiarata Madre di Gesù Christo unigenito nel Concilio di Costantinopoli del 381 e poi Madre di Dio - super vergine prima, durante e dopo il parto, nel Concilio di Efeso del 431 d.C. Dopo tali Concili gli evangelisti Matteo e Luca dovettero rivedere i loro vangeli inserendovi la "Natività" e il neonato dogma della "Theotókos" (Θεοτόκος) "Madre di Dio" (Lc 1,43), in modo che la "volontà dell'Altissimo" venisse riconosciuta a Efeso. Fu così che ebbe inizio il culto mariano della nuova divinità, opportunamente mutuato dalla Dea Iside egiziana, dalla Dea Cibele e dalla Dea Artemide,chiamata "Mater Magna" dai Romani, quindi adattato al nuovo Credo. In particolare il culto popolare di Artemide era rappresentato ad Efeso da un imponente Tempio dedicato alla Dea, e in tal modo fu soppresso definitivamente e dedicato a Maria.

Perché il Concilio fu convocato proprio ad Efeso? Perché secondo la tradizione allora diffusissima ed accettata unanimamente da tutti i cristiani Maria, "Mater Dei", andò ad abitare ad Efeso assieme a Giovanni, l'apostolo "prediletto del Signore". La qual cosa, però, stando alle Lettere di Paolo, risulta del tutto infondata. Nella sua lunga Lettera "Agli Efesini", Paolo di Tarso non fa alcun cenno della residenza, in quella città, del “discepolo che Gesù amava” e della “Madre di Gesù unigenito”, pur essendosi egli recato personalmente ad Efeso nel 53 d.C. assieme ai giudei convertiti, Aquila e Priscilla. In Efeso, una città di 250.000 abitanti, capitale romana della Provincia d’Asia, il super apostolo Paolo si era trattenuto due anni e, secondo gli Atti degli Apostoli che hanno un po' troppo esagerato la cosa, vi fondò la Chiesa di Cristo convertendo tutti gli abitanti, nessuno escluso (At 19,11-12).

Ma a lui, l'apostolo dei Gentili, la nuova super Dea cristiana, Maria Vergine, in quei due anni, gli è rimasta totalmente sconosciuta e altrettanto sconosciuto gli è risultato Giovanni, l'apostolo "prediletto del Signore" che ivi dimorava con Maria. Questo per dimostrare come tutto quanto ci viene tramandato dai documenti del cristianesimo primitivo sia del tutto privo di congrui riscontri e di palese discordanze.

Quattro secoli dopo il Concilio di Efeso del 431, il Patriarca di Costantinopoli, Niceforo I (758-828), possedeva ancora la copia di un vangelo di Matteo in aramaico e ne confrontò la lunghezza con il Matteo canonico, constatando che nel primo risultavano 300 righe in meno. L'osservazione fatta dal Metropolita nella sua "Sticometria", denunciava l'assenza della “nascita verginale” nel vangelo primitivo di Matteo, non ancora inventata ma successivamente “introdotta” insieme alla Eucaristia (in quanto entrambi culti pagani e quindi esclusi dal Vangelo ebraico). Ciò spiega perchèé gli Ebrei cristiani (messianisti), e le rispettive sette dei Nazirei e degli Ebioniti (i Poveri) non riconoscevano i vangeli canonici .



Artemide - Diana


martedì 21 marzo 2017

121– Il falso Jahvè. Fine d'Israele 4

La fede nella resurrezione dei morti poneva in maniera più radicale il problema della giusta retribuzione. Di fronte al sacrificio di tanti ebrei martiri uccisi dai seleucidi, Jahvè, il Dio della giustizia, sarebbe intervenuto nel giorno finale dell'apocalisse, facendoli risorgere dalla polvere come uomini integri (carne ed ossa) e non soltanto come anime, e li avrebbe restituiti a una nuova esistenza terrena, questa volta eterna. I giusti sarebbero risorti nello splendore del firmamento, i loro persecutori nella vergogna eterna (Daniele 12,2/3).
Questo Libro di Daniele è l'unico documento incontestato relativo a una resurrezione dei morti nell'intera Bibbia ebraica. Così, nel secolo e mezzo che precede la nascita di Cristo, la fede nella resurrezione prese a diffondersi nell'ebraismo. Questa teoria , accettata dai cristiani, nel mondo ebraico fu accolta con favore soltanto dai farisei e recisamente negata dai sadducei, cioè dalla casta sacerdotale.


venerdì 17 marzo 2017

120– Il falso Jahvè. Fine d'Israele. 3

Sotto i Seleucidi e gli Asmonei si formò una nuova interpretazione della storia legata a una nuova speranza escatologica della fine dei tempi. Gli apocalittici, i nuovi interpreti del tempo, presero il posto dei profeti e dei saggi (Paul D. Hanson, Old Testament Apocalyptic). Fu nel libro di Daniele che la nuova teologia apocalittica ricevette la sua piena configurazione. La sua tardiva angelologia e la sua composizione non unitaria escludono con certezza che il libro sia opera del veggente attivo alla corte di Babilonia nel VI secolo a.C. Il suo autore è probabilmente del II secolo a.C., e scrive all'epoca del brutale Antioco IV Epifane.
Il Libro di Daniele espresse una forma teologica di reazione sia alla repressione dei seleucidi sia alla seduzione della civiltà ellenistica che aveva coinvolto clero e aristocrazia, provocando forme di apostasia e di abbandono della Torah. La teologia apocalittica formulata nel Libro di Daniele, s'imperniò nell'attesa di una vicina catastrofe cosmica finale, che sarebbe stata il preludio dell'avvento perenne del regno di Dio in Terra. Essa determinò due conseguenze importanti: la fede nella resurrezione individuale dei morti, formulata per la prima volta nella storia del popolo ebraico, e la sostituzione del tradizionale Messia davidico, preannunciato da Isaia, con un altro Messia inviato da Dio direttamente dal cielo, una sorta di salvatore preesistente e trascendente, nascosto presso Dio e chiamato il Figlio dell'Uomo (H. Kung, op. cit., pag.147).

giovedì 16 marzo 2017

Ma chi era Eugenio di Cesarea? 301

Di lui conosciamo il nome Eusebio, senza alcun cenno del cognome; sappiamo che era vescovo di Cesarea di Palestina e che visse a lungo a Nicomedia, alla corte di Costantino il Grande di cui era parente. Queste notizie sono “apparse” all'improvviso in epoca rinascimentale ma data l'importanza della carica da lui rivestita, e per il suo importante ruolo avuto nel Concilio di Nicea, è impossibile che non ci abbia tramandato nelle sue opere notizie certe su dove sia nato e chi fossero i suoi genitori, anche allo scopo di distinguersi da un altro Vescovo cristiano, suo omonimo e suo contemporaneo, frequentatore abituale della corte imperiale di Costantino il Grande: Eusebio di Nicomedia, vescovi di Nicomedia e anche lui accreditato come parente dell'Imperatore.

Allora ci nasce il dubbio che i due Eusebi in realtà fossero uno solo sdoppiato dagli amanuensi che trascrissero e manipolarono la sua opera, per separare i contenuti teologici originali, dissimili nella dottrina, accreditandoli a due persone diverse. Del suo omonimo: Eusebio di Nicomedia sappiamo con certezza dallo storico Ammiano Marcellino (Res Gestae XXII 9,4) che nacque effettivamente in quella città, che era parente di Costantino il Grande e che aveva un grande ascendente alla corte imperiale. Pertanto le similitudini biografiche, religiose, politiche, storiche e geografiche tra i due Eusebi sono così impressionanti da sovrapporli.

Dopo il Concilio di Costantinopoli del 381 d.C., il cui dettato entrava in contrasto con i vangeli preesitenti in uso fino ad allora, che ignoravano la "Natività" e la relativa "Teotòkos" (Madre di Dio) e riconoscevano l'esistenza di fratelli carnali di Gesù, la Chiesa Cattolica fu costretta a trascrivere ex novo le opere del Vescovo Eusebio al fine di nascondere una importante e compromettente variante ariana della dottrina cristiana da lui sostenuta prima della convocazione dei successivi Concili destinati a stabilire l'Essenza della divinità di Cristo, per attribuirla al suo omologo di Nicomedia.

In conseguenza del Concilio di Costantinopoli del 381 d.C., gli scribi cristiani, non potendo ammettere che siano esistiti altri figli della “Madre di Gesù Cristo unigenito”, sempre immacolata anche dopo il parto, furono quindi costretti a clonare "Maria" sei volte nei vangeli e in "Atti". Cinque di queste "Marie" (tranne la "Maddalena") sono parenti di "Maria" (una addirittura sua sorella) e madri di figli i cui nomi, di volta in volta, sono sempre gli stessi e di stretta osservanza giudaica: Giacomo, Simone, Giovanni, Giuda e Giuseppe. Tutto ciò è del tutto assente nell'”Historia Ecclesiastica” del nostro così come il numero con i nominativi degli apostoli, riferiti nella sua "Historia Ecclesiastica", non corrispondono a quelli degli attuali vangeli.


Ciò porta a concludere che Eusebio possedesse un altro codice biblico conosciuto col nome di "Atti di Gesù", a tutti però sconosciuto, contenente documenti neotestamentari diversi da quelli attuali. Stando al vangelo letto da Eusebio lo storico Vescovo ci informa nella sua "Historia Ecclesiastica" (III 20) che Cristo venne crocefisso sotto Valerio Grato, il Prefetto antecedente a Ponzio Pilato, e che Giuda, era detto fratello del Signore secondo la carne. Dichiarazione confermata da san Girolamo nel 392 d.C. in "De viris illustribus" cap. IV dedicato all'apostolo "Giuda, fratello di Giacomo..." aggiunta a "Giacomo, soprannominato il Giusto, detto fratello del Signore secondo la carne".

Ammiano Marcellino


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Informazioni personali

Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)