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giovedì 28 maggio 2015

L'influsso delle religioni misteriche su Paolo di Tarso e il primo cristianesimo. 214

Paolo nacque a Tarso (oggi Turchia) in una città allora molto fiorente in cui era grande la tensione culturale e religiosa, essendo il centro di convergenza di tutte le teologie escatologiche del vicino Oriente. In essa era diffusa la tendenza sincretica che portava a fondere e a mescolare i vari culti misterici alla cui base c'era la concezione dell'immortalità dell'anima che veniva redenta dalla morte e dalla resurrezione degli dèi soterici, Mitra, Adone, Attis e Osiride, immolatisi per la salvezza dell'umanità.

È indubbio che Paolo, come ogni altro bambino nato e cresciuto a Tarso, dovette subire il fascino delle grandi cerimonie che si svolgevano in onore degli dèi misterici, considerati salvatori divini, e assimilarne inconsapevolmente i riti e i significati profondi, soprattutto i due sacramenti più importanti, che egli adotterà poi per il suo cristianesimo personale, il battesimo e l’eucaristia.

Infatti, in tutte le religioni misteriche ellenistiche esistevano due momenti cultuali dominanti: il banchetto sacro ritualizzato, durante il quale si mangiava la carne del Dio, cioè del dio-animale (agnello, toro o pesce) a lui sacrificato, e si beveva un calice di vino a simboleggiare il suo sangue, e il battesimo, inteso come cerimonia unica di affiliazione ma anche come lavacro di tutte le colpe. I banchetti sacri affondavano le loro radici negli antichissimi riti del cannibalismo rituale, praticato non per istinto ferino ma per acquistare le particolari energie fisiche e spirituali della vittima, mangiandone le carni.

Il quotidiano contatto con questi riti pagani impedì all'ebreo Paolo di crescere con l'incontrastabile certezza, comune a qualsiasi gerosolimitano di nascita, di essere il centro religioso dell'universo e di considerare i gentili (gli infedeli incirconcisi) nient'altro che rozzi e reietti peccatori e lo portò ad aprirsi alla spiritualità pagana che annoverava oltre che i riti misterici anche scuole filosofiche di altissimo livello etico. L’influenza del paganesimo sul cristianesimo, che si accentuerà sempre più nel II e nel III, appare già imponente nelle Epistole paoline con l'istituzione dei due sacramenti cristiani più importanti: il battesimo e l’eucaristia, scopiazzati dai pagani.


Mitra dio del Sole


martedì 26 maggio 2015

55 - “L'invenzione del cristianesimo” - Parte quarta -Le prime comunità cristiane 2

Vescovi, presbiteri e diaconi furono spesso accusati di avarizia, avidità di potere, ambizione arrogante e simonia. La Chiesa si era trasformata in una spelonca di lucratori senza scrupoli e si era rapidamente mondanizzata.
La situazione peggiorò quando con l'esautorarsi del prestigio e dell'importanza dei Profeti e dei Maestri, i vescovi aggiunsero alle funzioni economiche anche quelle pastorali ed eucaristiche. Alla fine del II secolo essi avevano tutto il potere nelle loro mani: economico, giuridico e pastorale (celebrare l'eucaristia, ammettere nuovi fedeli, somministrare il battesimo e così via); inoltre erano inamovibili fino alla morte e governavano la loro comunità come monarchi assoluti.
Erano eletti dal popolo e fino al 483 anche i vescovi di Roma vennero eletti dai fedeli romani. Una carica così importante suscitava sempre enormi e smodati appetiti per cui alla morte di un vescovo, l'elezione del successore spesso avveniva tra risse furibonde, come ci racconta Gregorio di Nazianzio, Padre della Chiesa.
Nel 366 quando i due candidati Damaso e Ursino si contesero il trono episcopale della Città Eterna, i partigiani delle due fazioni si massacrarono crudelmente all'interno delle chiese, disseminandole di centotrentasette cadaveri. Ci furono anche seggi episcopali ereditari. Policrates di Efeso fu l’ottavo vescovo nella sua famiglia (Eusebio di Cesarea, op. cit. 5,24). Infatti allora i vescovi, come i presbiteri, erano sposati. Nel corso del IV secolo le comunità cristiane diventarono più numerose e più ampie e s’accrebbe, di pari passo, la necessità di una più articolata gerarchia ecclesiastica. La carica di vescovo diventò sempre più importante e progressivamente fu sottratta al suffragium plebis, l’antico diritto di voto dei laici. Il vescovo venne nominato dall'alto o cooptato da altri vescovi e al posto dei diritti elettorali ai laici fu concesso quello dell'assenso a cose avvenute.
Non fu più concesso ai laici di chiamare gli ecclesiastici di più alto grado col nome di “Fratelli” ma con quello di “Signori” e il vescovo col titolo di “Santo Padre”. Nel V secolo alla presenza del vescovo furono imposti il baciamano e la prosternazione e dal VII fu introdotti l'uso dell'incensazione, come si faceva in precedenza davanti all'imperatore romano.
Nelle primitive comunità cristiane chiunque, anche uno schiavo, poteva diventare vescovo. Successivamente, sotto Papa Leone I, fu vietato a schiavi, liberti e popolani di accedere alle cariche ecclesiastiche anche inferiori.
Abbiamo visto che le primitive comunità cristiane erano autonome e indipendenti. Con il consolidarsi del potere dei vescovi si stabilì tra di loro dei legami che divennero sempre più stretti e che diedero origine ad un sistema clericale minuziosamente regolato e burocratizzato.
Era nata la Chiesa. Inventore del concetto di Chiesa fu Tertulliano. Fu lui a travasare nell'istituzione da lui concepita l’intero edificio giuridico romano. Mezzo secolo dopo, Cipriano dichiarò la Chiesa unico strumento di salvezza.
Lapidaria la sua frase che era tanto cara a papa emerito Ratzinger: «Fuori della Chiesa non c’è salvezza” (Cipriano, De unitate ecclesiae 6; epistole 55,24; 73,21).
La Chiesa ha da sempre sostenuto un'ininterrotta successione di vescovi a partire dall’epoca apostolica onde dimostrare il trasferimento da Dio a Gesù, da Gesù agli apostoli e da questi ai vescovi e ai papi delle cariche ecclesiastiche. Una successione del genere non è mai esistita. Ma la Chiesa, procedendo a falsificazioni di ogni genere, ha colmato i vuoti tra gli apostoli e i vescovi monarchi inventando tutta una serie di nomi fasulli. Il termine «apostolico» è diventato per essa un collante universale.
La dottrina, i dogmi, le forme di culto, il canone, la Chiesa stessa e quant'altro, tutto secondo essa è di origine apostolica. Ma in realtà si tratta soltanto di un cumulo di falsi.
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venerdì 22 maggio 2015

54 - “L'invenzione del cristianesimo” - Parte quarta -Le prime comunità cristiane 1

La diffusione del cristianesimo pagano-cristiano fondato da Paolo fu rapida e capillare in tutte le contrade dell'impero romano a causa di molteplici circostanze favorevoli. Anzitutto, l’unità politica della monarchia universale di Roma che ovunque offriva pace, sicurezza e garanzia della legge. Poi, un ottimo sistema di comunicazioni, con strade eccellenti dall’Eufrate alla Britannia e buoni collegamenti marittimi. Infine, una serie di altri importanti fattori: la diffusione del greco, divenuto lingua internazionale, la tolleranza religiosa accettata universalmente e la multirazzialità che favoriva i miscugli etnici.
Determinante fu anche il sincretismo religioso che fondeva armoniosamente i differenti culti orientali verso una superiore divinità universale. Così l'egiziano Serapide si fuse con Zeus, Helios, Asclepio e altri dèi; la dea Iside con Demetra, Artemide, Athena, e Afrodite.
Infine, a favorire il cristianesimo, fu la sua forte impronta sociale in quanto si rivolgeva alle classi più derelitte, ai ceti più bassi, soprattutto a schiavi e liberti, proclamando tutti gli uomini fratelli e predicava un ethos imperniato sull'amore per il prossimo.
Le prime comunità cristiano-ellenistiche che si svilupparono dapprima in Oriente (Siria e Turchia attuali) e poi nel restante impero romano, erano libere, autonome e indipendenti l'una dall'altra. Giudicando la fine del mondo ormai prossima vivevano appartate dalla società, applicando un rigoroso comunismo, basato sulla proprietà comune dei mezzi di produzione e di consumo. Tertulliano nel suo Apologo, raccontando la vita dei cristiani del suo tempo, osserva: "ogni cosa è in comune tra noi, tranne le donne; perché la comunanza da noi si ferma dove inizia presso gli altri.”
Chi guidava le prime comunità cristiane non veniva imposto dall'alto o eletto dai fedeli ma derivava la sua autorità per il carisma spirituale che sapeva emanare. Era chiamato Profeta ed era considerato in grado di avere visioni e di comunicarle alla comunità. Paolo era uno di questi e tutti i suoi seguaci credevano ciecamente ai suoi rapimenti.
Il cristianesimo più antico fu dunque carismatico e profetico. Assieme al Profeta c'era anche un altro personaggio importante nella comunità, chiamato Maestro, il cui compito consisteva nell'istruire i fedeli su Dio.
Accanto a queste due guide spirituali c'erano altre persone, incaricate di funzioni prevalentemente economico-amministrative e sociali: raccolta delle offerte, assistenza dei bisognosi, allora molto numerosi, servizio alle mense e così via. Godevano di un prestigio notevolmente inferiore rispetto ai Profeti e ai Maestri ma erano indispensabili. Ricorrendo alla terminologia pagana, erano chiamati diaconi (gli inservienti più comuni), presbiteri (quelli di rango più importante) e vescovi (i controllori).
A mano a mano che l'influenza degli spirituali (Profeti e Maestri), andò scemando in seguito al procrastinarsi della parusia, crebbe per contro, nel II secolo, l'influenza dei vescovi e dei presbiteri, i quali, essendo i dispensatori di denaro e di altri beni, acquisirono sempre più importanza e prestigio. In un tempo relativamente breve, i vescovi subordinarono i presbiteri e poterono disporre, ad libitum, di tutte le entrate e le donazioni della comunità, senza dover render conto a nessuno del loro operato, se non al buon Dio. Il Sinodo di Antiochia (nel 341), tentò, inutilmente, di mettere sotto controllo il comportamento amministrativo dei vescovi. Essi continuarono a servirsi dei capitali ecclesiastici autonomamente, soprattutto per consolidare la loro posizione personale. Per accrescere le loro entrate si dedicarono in particolar modo alla conversione dei ricchi, con la conseguente rivalutazione della ricchezza e dei ceti superiori. L'affluire di sempre maggiori ricchezze nelle mani dei vescovi determinò, come ci fa sapere Origene, gravi fenomeni di decadenza morale e religiosa.
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giovedì 21 maggio 2015

Le religioni misteriche ispiratrici del cristianesimo. 213

Le religioni misteriche, già operanti molti secoli prima del cristianesimo, erano culti di divinità straniere provenienti dalla Tracia, dall’Asia Minore, dalla Siria, dall’Egitto, che furono in un primo momento rimaneggiati, interiorizzati e moralizzati dai greci, e infine introdotti nell’Impero Romano tramite gli schiavi, i soldati e i funzionari statali. Al tempo di Paolo godevano di grandissima popolarità in ogni regione sottoposta a Roma, tanto che tutta la classe dirigente, compresi gli imperatori, vi erano iniziati; erano divenuti, insomma, forme di religiosità universale.

Queste religioni, dette anche i Misteri, presentavano tratti fondamentali comuni: garantivano il loro beneficio senza riguardo all’appartenenza sociale o nazionale, senza fare differenza tra liberi e schiavi, tra potenti e gente comune, tra ricchi ed emarginati, come avverrà poi col primo cristianesimo. Al fondamento della fede misterica si trovava la liberazione dai vincoli del male e la speranza in un destino migliore nell’Aldilà: si promette una nuova vita, la partecipazione al banchetto dei beati, la gioia dei Campi Elisi (una specie di paradiso), l’acqua viva.

L'ottenimento di tali beatitudini celesti avveniva attraverso diversi processi di divinizzazione che comprendevano la purificazione e la rinascita, la filiazione divina e l’immortalità. Strumenti indispensabili per il raggiungimento di questo scopo erano due sacramenti: il battesimo e l'eucarestia, intesa quest'ultima come agape sacra, nella quale si credeva di mangiare e di bere il Dio, e si esperimentava con una Unio Mystica, con un dolore sconvolgente e una gioia esaltante, il destino della propria morte e resurrezione. Questa prassi tendeva naturalmente a una concezione religiosa monoteistica.

Ovviamente, in contrapposizione alla speranza della beatitudine per gli eletti, i Misteri annunciavano il terrore della punizione ultraterrena per i non eletti, cioè per tutti coloro che non si purificavano delle loro colpe. Già nel V secolo a.C. Platone aveva fatta propria la dottrina dell’espiazione delle colpe nella vita ultraterrena, elaborata dall’Orfismo o dal Pitagorismo, con una prima rappresentazione dell’Inferno e degli sgherri affocati di Satana. In questo periodo erano ormai diffuse anche rappresentazioni pittoriche dei tormenti post mortem inflitti ai peccatori.

Nei Misteri svolgevano un ruolo essenziale gli effetti emozionali scatenati dai riti ai quali i Misti (così venivano chiamati i fedeli delle religioni misteriche) partecipavano mediante solenni processioni, accompagnate da musica e da giochi luminosi; tutti mezzi esteriori, dunque, tesi da un lato a soddisfare nelle masse il piacere dello spettacolo, ma anche, dall’altro, a costringere al raccoglimento interiore e ad avvincere profondamente gli animi. Una fascinazione psicologica ben calcolata, del tutto analoga a quella presente ancor oggi nelle forme del culto cattolico. A proposito dei riti che si svolgevano ad Eleusi: l’antica sacralità del luogo, l’antico rituale, la misteriosa oscurità, la luminosità improvvisa, esercitavano un’impressione simile a quella di una solenne cerimonia in S. Pietro in Vaticano al giorno d'oggi. .

Nelle confraternite misteriche non erano rari esercizi ascetici, ad esempio il digiuno, tesi al raggiungimento di una condizione visionaria o estatica. Per il raggiungimento della futura vita celeste e dell'immortalità, infatti, non era solo necessario ottenere la purificazione, la rinascita e la filiazione divina, ma si doveva, soprattutto, attuare l'ascesi tramite il dominio degli istinti e delle passioni.


Platone


martedì 19 maggio 2015

53 - “L'invenzione del cristianesimo” - Parte terza. Fine dei cristiano-giudei.

La Chiesa di Gerusalemme, dopo un lungo periodo di tranquillità, durante la quale aveva goduto dell'appoggio di molti farisei e soprattutto del popolo che la stimava per la sua alta pietà e per il suo continuo prodigarsi a favore dei poveri, ricevette nel 63 un durissimo colpo con la lapidazione di Giacomo, fratello del Signore, suo capo incontrastato fin dalla morte di Gesù, nonché nemico implacabile di Paolo. La sua morte sembrò a tutti un autentico omicidio su commissione.
Mentre, come faceva più volte al giorno, si recava al Tempio per pregare, Giacomo fu aggredito per la via, gettato dalle mura e lapidato. Il sommo sacerdote Anania ne aveva ordinato l'uccisione, tra l'indignazione popolare, poiché Giacomo aveva pubblicamente osannato al fratello crocifisso come al figlio di David. Quindi la sua fine fu ignominiosa e crudele come quella del congiunto. S. Brandon, analizzando le cause che determinarono la lapidazione di Giacomo fratello di Gesù, giunge alla conclusione che queste andavano ricercate nell'affiliazione del basso clero coi cristiano-giudei, e quindi col contagio da esso subito dallo zelotismo che alimentava le attese messianiche riguardo a Gesù (la parusia). Difatti fu proprio il basso clero a far scoppiare nel 66 d.C. la ribellione contro Roma, rifiutando di offrire nel Tempio sacrifici all'Imperatore. La lapidazione di Giacomo fu quindi voluta dall'aristocrazia sacerdotale per mantenere lo status quo, minacciato dai cristiano-giudei.
Secondo Giuseppe Flavio in quel periodo la situazione degli ebrei della Palestina peggiorava di giorno in giorno. Il paese era pieno di bande di zeloti, di ribelli e di sicari che creavano subbugli e infiammavano le moltitudini alla rivolta. Re Agrippa II e i romani non riuscivano più a controllare la situazione e c'era nell'aria sentore di catastrofe. Nel 66, infatti, in seguito ad un'ennesima ribellione e al massacro della guarnigione romana, scoppiò la Guerra Giudaica, che si concluse nel 70 con la distruzione di Gerusalemme e lo sterminio di gran parte del popolo ebraico.
Dopo l'assassinio di Giacomo a capo della Chiesa di Gerusalemme fu eletto un cugino di Gesù, Simone figlio di Cleofa. Secondo Eusebio di Cesarea questo Simone, per intervento divino, nel 70 riuscì ad abbandonare Gerusalemme poco prima della caduta della città, e a rifugiarsi a Pella in Perea. In seguito, rientrò coi pochi cristiano-giudei superstiti. Si riformò una piccola comunità cristiana che sopravvisse, in mezzo a infiniti stenti, fino al 135, quando, nella seconda e definitiva distruzione di Gerusalemme da parte dell'imperatore Adriano, anch’essa dovette fuggire dalla città.
Sotto il nome di nazirei e di ebioniti, i pochi cristiano-giudei salvatisi con la fuga continuarono a sopravvivere in piccoli gruppi sparsi in Palestina, Siria e Asia, considerati eretici dalla chiesa trionfante di Paolo, come ci attestano i Padri della Chiesa. Essi continuarono ad usare solo il Vangelo originale degli Ebrei, in lingua ebraica, e rimasero osservanti scrupolosi della Legge, rifiutando tutte le invenzioni teologiche di Paolo. Tra di loro c'erano i discendenti di Gesù. Credevano ancora che Gesù sarebbe ritornato come Messia e Re per instaurare sulla Terra un regno millenario di pace, giustizia e prosperità. L'ultima importante incarnazione del Messia nazionale d'Israele fu quella di Bar Kochba che nel 135 d.C. determinò, con la sua insurrezione, la seconda e definitiva distruzione di Gerusalemme e della Palestina. L'imperatore Adriano, di fronte a quell'ennesima rivolta, pensò bene di risolvere il problema alla radice. Ordinò di cancellare a Gerusalemme e nella Palestina ogni traccia che si riferisse all'ebraismo e al cristianesimo. Quindi fece spianare il Golgota, sconvolse radicalmente ogni aspetto della vecchia città santa e sulle rovine del Tempio fece erigere, come suprema profanazione, un tempio pagano con le statue di Giove Capitolino e di altre divinità.
Ciò determinò la cancellazione di tutti i monumenti religiosi ebraici e cristiani rimasti dopo la guerra del 70.
Quindi tutti i riferimenti attuali ai luoghi santi (ad esempio il santo sepolcro individuato da Elena, madre di Costantino, nel IV secolo) sono inattendibili sotto ogni punto di vista (alla luce anche delle successive stratificazioni apportate dai musulmani nel lungo periodo della loro dominazione). Furono i pellegrini e i crociati a inventarli nel Medioevo, assieme all'ubicazione della città di Nazareth.
Non pago degli stravolgimenti radicali operati a Gerusalemme e in Palestina, Adriano proibì agli ebrei, che si erano salvati nella fuga, di rientrare, pena la morte, nei loro territori e nella nuova Gerusalemme, ribattezzata Aelia Capitolina, e da allora iniziò la vera diaspora ebraica che durò fino alla nascita dello Stato d'Israele nel 1948.
I resti della nazione ebraica, scampati alla strage, furono costretti, di fronte ad un avvenimento così catastrofico, a riesaminare la loro storia. Allora divenne a tutti chiaro che il messianismo era stato una stolta, assurda e delirante chimera, dalla quale bisognava subito e definitivamente prendere le distanze, perché la sconfitta suonava come un giudizio inappellabile di Dio.
Le Apocalissi passarono subito di moda e Roma cessò di essere la grande Meretrice, la grande Babilonia assetata del sangue dei martiri e l'Impero non fu più considerato il regno del maligno e delle potenze sataniche ma l'espressione della volontà divina, cui tutti, anche i cristiani, dovevano sottostare.
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Informazioni personali

Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)