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venerdì 6 marzo 2015

32 -“L'invenzione del cristianesimo” - Parte prima. Considerazioni finali su Gesù.

Nelle pagine precedenti abbiamo delineato la figura e l'opera del Gesù storico, mettendo in evidenza le sue aspirazioni regali e messianiche e i suoi stretti legami con gli esseni di Qumran.
Abbiamo denunciato le grossolane manipolazioni che sono state operate sulla sua nascita, sul suo luogo di provenienza, sulla sua famiglia. Abbiamo dimostrato l'appartenenza degli apostoli alla setta degli zeloti. Infine, abbiamo chiarito che la condanna a morte per crocifissione non dipese da motivi religiosi ma squisitamente politici.
Contro queste conclusioni, basate su dimostrazioni chiare ed evidenti, derivate dagli stessi testi canonici, la Chiesa si è sempre battuta, usando ogni mezzo a sua disposizione per depistare la verità storica e sostituirla con la sua verità di regime.
La messianicità di Gesù e dei suoi discepoli, però, come abbiamo visto, è documentata nei Vangeli in modo schiacciante, nonostante i molteplici tentativi per occultarla.
A conclusione del presente capitolo la vogliamo rapidamente riepilogare:
1. l'annunciazione e la genealogia di Gesù in Matteo nelle quali viene proclamato il suo ruolo davidico e regale;
2. la mitica strage degli innocenti ordinata da Erode per eliminare l'annunciato concorrente al trono d'Israele e la conseguente fuga di Gesù in Egitto per sfuggire alla morte;
3. il battesimo di iniziazione essena, somministrato da Giovanni Battista, durante il quale Gesù viene proclamato il Messia che doveva venire per raccogliere il grano e bruciare la pula, cioè a restaurare il Regno di Dio e a dare inizio all’èra messianica.
4. l'ingresso trionfale a Gerusalemme, alcuni giorni prima del suo arresto, durante il quale Gesù viene osannato come il figlio di David e il nuovo re d'Israele;
5. la cacciata dei mercanti del Tempio come profanatori, vero atto di guerriglia di stampo esseno-zelota;
6. l’unzione di Gesù come Messia per opera di Maria di Magdala nella casa di Betania;
7. le parole del sommo sacerdote Caifa sul coinvolgimento politico di Gesù;
8. l'invito di Gesù agli apostoli, alla fine dell'ultima cena, di procurarsi delle armi;
9. il tentativo di opporsi all'arresto con l'uso delle armi da parte di Pietro;
10. l'arresto di Gesù per mano di una coorte romana di 600 soldati;
11.le ammissioni esplicite dello stesso Gesù, in risposta alle domande di Caifa, di essere il Messia e il re d'Israele;
12. le accuse a Gesù dei giudei davanti a Pilato di istigazione alla ribellione, del rifiuto di pagare i tributi a Cesare e di essersi proclamato re d'Israele;
13 la toga rossa e la corona di spine fatta indossare dai soldati a Gesù per irridere la sua pretesa regalità;
14. la condanna alla crocifissione, pena riservata ai ribelli politici;
15. la scritta sulla croce "Gesù, re dei Giudei" fatta mettere da Pilato, come causa della condanna;
16. la concomitante condanna, accanto a Gesù, di due personaggi, quasi sicuramente coinvolti nella guerriglia antiromana, perché crocifissi per ribellione politica;
17. l'esecuzione di Giuda, karakirizzato secondo la prassi degli zeloti;
18. le ripetute attribuzioni della regalità di Gesù nei Vangeli (sei in Marco, cinque in Matteo, due in Luca e otto in Giovanni) e quelle della sua discendenza davidica (una in Marco, sette in Matteo e una in Luca);
19. la lapidazione di Giacomo, fratello di Gesù, perché lo aveva osannato come figlio di David e re d'Israele.
Nei prossimi capitoli vedremo la trasformazione del Gesù storico (il “Jeoshua ha Nozri”), da fallito Messia d'Israele, a risorto Messia Martirizzato, assiso alla destra del Padre e destinato, secondo la profezia di Daniele, a tornare quasi subito dal cielo per riscattare definitivamente Israele.
Esamineremo così la seconda metamorfosi di Gesù che fu all'origine dei cristiano-giudei della Chiesa di Gerusalemme, guidati da Giacomo, fratello del Signore, e dei cristiano-ellenisti del primo Paolo.
La definitiva trasformazione teologica di Gesù in “Nostro Signor Gesù Cristo”, Figlio di Dio, immolatosi per la salvezza spirituale dell'intera umanità, come oggi è ritenuto dall'intero mondo cristiano, e attuata da Paolo e i suoi seguaci, sarà esaminata nella terza parte.    

giovedì 5 marzo 2015

Anche sommi Padri della Chiesa come Ambrogio e Agostino negarono il primato di Pietro. 202

Fu solo nel Medioevo che il papato riuscì a imporre definitivamente il primato della Chiesa di Roma su tutta la cristianità approvando la propria sanzione nei Canones del Vaticano e del Codex juris canonici, il Codice Giuridico della Chiesa romana, entrato in vigore nel 1918.

Il Concilio Vaticano del 1870 definì l’istituzione del primato dottrinale e giuridico del Papa, basandosi in Mt. 16, 18 " E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa", considerato «un insegnamento evidente della Sacra Scrittura», condannando come «opinioni insensate» tutte le altre concezioni, anche quelle della Chiesa antica, compresa quella di Sant’Agostino. Furono dichiarate opinioni perverse anche quelle dei Padri della Chiesa fino al V secolo che conoscevano chiaramente gli insegnamenti della Sacra Scrittura senza mai riconoscere quella supremazia giurisdizionale di Pietro, attribuitagli poi dalla Chiesa.

Anche Paolo ignora questo primato: egli nelle sue Lettere parla di Giacomo, Cefa (Pietro) e Giovanni, limitandosi a definirli «colonne», e come si vede Cefa non viene citato neppure al primo posto! Intorno al 150 Giustino, il più eminente apologeta del Il secolo, che oltretutto allora viveva a Roma, non aveva nessuna idea del primato petrino, tanto che nomina solo due volte l'apostolo Pietro chiamandolo «uno dei discepoli» e «uno degli apostoli».
Nella mole immensa dei suoi scritti Origene non parla mai di un primato del vescovo romano, neppure quando commenta dettagliatamente il passo cruciale contenuto in Matteo (16, 18).

E Cipriano, Padre della Chiesa, non riconobbe mai Ie pretese di primato dei vescovi romani. A suo parere tutti i vescovi erano successori di Pietro e portatori di un’eguale dignità nel senso pieno del termine: «Da noi- scrive Cipriano - non esiste un vescovo dei vescovi, poiché nessuno costringe all’obbedienza con autorità tirannica i propri confratelli». Vescovo, Padre e Santo della Chiesa Cattolica, Cipriano seppe opporsi con durezza al vescovo di Roma durante la polemica sul battesimo degli eretici scoppiata tra Roma e Cartagine dal 255 al 257. Insieme a 86 vescovi nordafricani, nonché a Tertulliano e a Clemente Alessandrino, Cipriano si oppose con estrema decisione al vescovo di Roma Stefano I, che rifiutava l'obbligo di ribattezzare gli «eretici» disposti a rientrare nel cattolicesimo.

Durante questa diatriba il più prestigioso vescovo d’Asia Minore, Firmiliano di Cesarea, evidentemente anche a nome dei colleghi, accusò il vescovo di Roma non solo di «insolenza», «impudenza» , «stoltezza», ma lo definì anche «presuntuoso» «ignorante» e «bugiardo»; e, dulcis in fundo, lo paragonò addirittura a Giuda Iscariota.
Dopo che la posizione di Cipriano, circa la sua approvazione del primato di Pietro, fu definitivamente chiarita, dimostrando che le sue affermazioni in proposito erano un falso aggiunto a posteriori, la fazione cattolica, che fino ad allora lo aveva sempre tirato in ballo quale testimone importante del primato papale, cambiò spudoratamente parere affermando che l'atteggiamento contrario del Padre della Chiesa non inficiava affatto il dogma cattolico del suddetto primato del Papa. Anche il Dottore della Chiesa Ambrogio fu sostenitore dell’uguaglianza di tutti i vescovi. Infatti egli non riconobbe alla Cathedra Petri né un primato onorifico né quello giurisdizionale.
Ma Agostino, considerato il massimo dottore della Chiesa, che agli inizi del V secolo aveva commentato correttamente il passo di Matteo negando il primato papale, fu per questo tacciato di eresia. Il Concilio Vaticano I infatti lo accusò di aver professato «opinioni maligne» (pravae sententiae). Quindi, in base al Sinodo dei vescovi di Spagna, che alla fine del VII secolo riconobbe le pene dell'inferno a chi professava opinioni maligne riguardo alla fede, tutti i Padri della Chiesa contrari al primato papale, nonostante proclamati santi, secondo questo concilio non godrebbero le gioie del paradiso.



martedì 3 marzo 2015

31 - “L'invenzione del cristianesimo” - Parte prima. La crocifissione

Sulla "via crucis" non c'è accordo tra i quattro Vangeli. I tre Sinottici ci dicono che Gesù era talmente provato dai maltrattamenti subiti dai soldati da essere incapace di portare il "patibulum", cioè l'asse sul quale doveva essere inchiodato. Fu necessario ricorrere all'aiuto di un tal Simone di Cirene.
Il quarto evangelista ci dice al contrario che fu Gesù a portare il patibulum. Luca, sempre il più fantasioso degli evangelisti, racconta che, strada facendo, Gesù si rivolse alle pie donne che lo seguivano affrante, per profetizzare loro la fine di Gerusalemme e le immani sciagure che avrebbero colpito Israele.
Questo brano, conosciuto come "la piccola apocalisse" è una "prophetia post eventum" (aggiunta cioè a posteriori) in quanto allude chiaramente alla guerra combattuta nel 70 d.C. quando l'esercito di Tito, figlio dell'imperatore Vespasiano, attuò la distruzione di Gerusalemme. Una riconferma che i Vangeli cominciarono ad essere scritti dopo quel terribile evento. Giunto sul Golgota, Gesù fu spogliato e inchiodato alla croce, pena riservata ai ribelli politici, assieme ad altri due che la tradizione ci tramanda come dei ladroni, cioè dei mascalzoni comuni.
È l'ennesima frottola. Il testo greco li definisce " (dio lestas)" termine che Giuseppe Flavio usa per indicare gli zeloti, cioè i ribelli politici (i terroristi d'oggi). Erano quindi due correi rivoltosi, quasi sicuramente coinvolti in un atto di guerriglia anti-romana, e quindi crocifissi per ribellione politica.
Probabilmente erano i responsabili della sommossa e dell'omicidio raccontati dagli evangelisti a proposito dell'arresto di Barabba. Il comportamento verso Gesù di questi due ribelli crocifissi viene descritto in modo contraddittorio da Marco e da Luca. Per Marco entrambi lo insultarono. "E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano" (Marco 15,32). Per Luca, invece, uno di essi invitò sarcasticamente Gesù a salvare se stesso e loro, mentre l'altro si raccomandò a lui quando fosse entrato nel suo regno (Luca 13,39-43). Come si vede, le contraddizioni sono continue tra gli evangelisti.
A questo punto i romani, su ordine di Pilato, appongono sulla croce di Gesù il “titulum”, cioè la targa che doveva specificare il motivo della sua condanna. Svetonio e Dione Cassio ci hanno tramandato che il titulum era obbligatorio in ogni condanna a morte. In quello posto sulle croce di Gesù era scritto in tre lingue: aramaico, greco e latino (perché fosse alla portata di tutti): "Questo è il re dei giudei" (Luca 23,38). Prova inconfutabile che Gesù veniva condannato per un reato esclusivamente politico, confermata anche dalle frasi di scherno pronunciate dai presenti all'indirizzo di Gesù morente: "Il re d'Israele scenda ora dalla croce perché vediamo e crediamo" (Marco 15,32).
Prima del sopraggiungere della morte, secondo Marco e Matteo, Gesù ebbe un attimo di smarrimento e pronunciò il grido di terrore e solitudine: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (Marco 15,34), inconcepibile se Cristo fosse stato il Figlio di Dio che s'immolava per la salvezza dell'umanità, ma chiarissimo per un aspirante Messia che, avendo fermamente creduto nell'intervento di Jahvè in suo aiuto, constatava con disperazione l'abbandono divino e il fallimento della sua missione.
I Sinottici raccontano che al momento della morte di Gesù accaddero degli eventi soprannaturali, quali: eclissi, terremoti, frane, resurrezioni e lo squarciamento nel Tempio del velo che nascondeva la Sancta Sanctorum, Questi accadimenti straordinari furono totalmente ignorati dai cronisti del tempo e rientrano quindi chiaramente nella pura mitologia.
La morte di Gesù fu molto rapida. Di solito i crocifissi, specie se di costituzione robusta, potevano sopravvivere per molte ore e talora anche per alcuni giorni, soffrendo un'atroce agonia. Ma Gesù, stando ai Sinottici, già dopo poche ore dalla crocifissione era entrato in deliquio e nel primo pomeriggio emise il suo ultimo respiro.
Ormai si avvicinava la sera di quel venerdì, vigilia della Pasqua, e bisognava affrettarsi a procedere alla deposizione perché la solenne festività del giorno dopo non consentiva che fossero ancora esposti i cadaveri dei suppliziati.
E, a questo punto, troviamo l'ennesima conferma che Gesù era stato giustiziato per aver tentato un complotto messianico.
Chi infatti procedette alla sua deposizione e alla sua sepoltura non furono gli apostoli, datisi ignominiosamente alla macchia, e nemmeno i membri della sua famiglia (inspiegabilmente assenti), ad eccezione della presunta consorte Maria di Magdala e della zia Maria Cleofe, ma due importanti esponenti del sinedrio: Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo, che condividevano il suo ideale jahvista. Se Gesù fosse stato condannato dal sinedrio per bestemmia, mai questi due importanti personaggi, definiti capi dei Giudei, avrebbero potuto prendersi cura del suo corpo e dargli sepoltura onorata, in un sepolcro di loro proprietà. Sarebbero stati accusati di disprezzo per il Tempio e di empietà (W. Fricke, Il caso Gesù," Rusconi, Milano, 1988). Il fatto che poterono prendersi cura del corpo di Gesù, senza incorrere nella scomunica del sinedrio, cioè del tribunale religioso, è la prova che Gesù non fu giustiziato per blasfemia ma per ribellione armata. Con l'aiuto delle tre Marie (tra le quali i Sinottici annoverano Maddalena ma non la madre di Gesù) i due sinedriti provvidero alla sepoltura del suppliziato in una tomba di proprietà di Giuseppe d'Arimatea.
Secondo i Sinottici Gesù fu deposto nella tomba avvolto in un lenzuolo funebre (sindone); secondo Giovanni, invece, avvolto in bende intrise di aromi. (Se Giovanni ha ragione allora la Sindone di Torino è un falso conclamato).
Alle prime ombre del crepuscolo di quel fatidico venerdì, il dramma iniziato appena diciotto ore prima, era definitivamente concluso. La rivolta, soffocata ancor prima di nascere, e il mancato intervento delle schiere celesti di Jahvè, avevano fatto fallire l'ennesimo tentativo messianico.
Il disperato grido del Messia fallito, morente sulla croce: "Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato!" era la tragica ammissione di una sconfitta irreparabile. Anche se Gesù, per il fatto di essere stato crocifisso dall'oppressore Pilato, era per l'opinione pubblica (esclusi i grandi sacerdoti e gli erodiani) un patriota martire, per i suoi seguaci la sua crocifissione si trasformò nella fine di ogni speranza. Si erano illusi di sedere alla destra e alla sinistra del trono del nuovo re d'Israele e si trovavano rintanati nei pressi della piscina di Siloe, tremanti d'orrore e di paura perché complici di un criminale giustiziato.
Qui finisce la vicenda terrena di Gesù, uno dei tanti Messia falliti che il clima fanatico dell'epoca faceva nascere e tramontare con una certa frequenza. Di lì a qualche decennio dalla sua morte, il crescente e sempre più esasperato delirio messianico avrebbe portato alla distruzione totale di Gerusalemme e alla cacciata di tutti gli ebrei dalla Palestina, cioè alla fine dello Stato d'Israele.


venerdì 27 febbraio 2015

30 - “L'invenzione del cristianesimo” - Parte prima. La Passione. 6

Prima di concludere il nostro discorso sulla condanna a morte di Gesù, dobbiamo affrontare un'altra mostruosa assurdità sostenuta dai Vangeli e avvallata dalla Chiesa. Riguarda il ballottaggio tra Gesù e Barabba.
Se, a proposito di Barabba, chiedessimo ad un qualsiasi ecclesiastico chi era questo personaggio, ci sentiremmo rispondere, senza la minima esitazione: un brigante assassino.
Niente di più falso e lo dimostreremo con chiarezza. Le false notizie a proposito di costui riguardano tre aspetti: il suo vero nome, il motivo del suo arrestato e il motivo per cui fu liberato.
Cominciamo dal nome. Nella traduzione corrente del Vangelo di Matteo troviamo: "Avevano in quel tempo un prigioniero famoso… detto Barabba" (Matteo 27,16).
Ma è una traduzione che omette una parola importante. Il testo greco antico infatti recita: "" (Novum Testamentum Grece et Latine, E. Nestle, Stuttgart, 1957) che tradotto significa: "Avevano in quel tempo un prigioniero famoso, Gesù Barabba".
Ecco che scopriamo il primo altarino: il cosiddetto Barabba si chiamava Gesù. Ma le traduzioni attuali ne censurano il nome. Come mai? Non è forse perché anche Gesù era chiamato nei Vangeli Jeshu bar Abbà cioè "Gesù il figlio del Padre" (sinonimo in ebraico di Dio) esattamente come Barabba? Data questa omonimia ci chiediamo perplessi: i Gesù erano veramente due o si trattava di una sola persona, sdoppiata in base al meccanismo di censura?
Chiarito il nome, cerchiamo ora il motivo per cui era stato arrestato. La solita traduzione fuorviante ci dice: "(Barabba)...era in prigione perché aveva preso parte ad una sommossa del popolo in città ed aveva ucciso un uomo" (Parola del Signore, Editrice LDC-ABU, Leumann, Torino, pag. 206).
A sbugiardare questa plateale manomissione ci pensa il testo originale di Matteo, già citato in precedenza (e confermato pure da Marco):
"", che va tradotto così: "Avevano in quel tempo un prigioniero famoso, Gesù Barabba, il quale era stato messo in carcere in occasione di una sommossa scoppiata in città e di un omicidio" (Matteo 27, 16).
Marco è dello stesso parere: "Un tale chiamato Barabba si trovava in carcere insieme ai ribelli che nel tumulto avevano commesso un omicidio" (Marco 15,7). Quindi, entrambi questi evangelisti non dicono che Barabba fosse uno dei rivoltosi e un omicida, ci dicono soltanto che era stato arrestato in coincidenza di un tumulto, durante il quale era avvenuto un omicidio.
Ma ci fanno capire, tra le righe, che era totalmente estraneo ai disordini nei quali era stato coinvolto.
Esaminiamo ora il comportamento di Pilato.
Dopo aver condannati a morte sia Barabba che Gesù, sotto la pressione popolare, libera il primo, condannato a morte per un reato politico di sua pertinenza, e manda alla crocifissione (pena riservata ai ribelli politici) Gesù per un reato religioso di pertinenza esclusiva del sinedrio. Come possiamo spiegare un fatto così apertamente assurdo e contraddittorio?
Con l'ammettere che tutto si è svolto all'incontrario di quanto affermano i Vangeli. Barabba, prosciolto dall'accusa politica, ritenuta inconsistente anche dagli stessi Vangeli, viene liberato; Gesù, riconosciuto colpevole di insurrezione armata, reato politico gravissimo, viene condannato alla crocifissione.
A detta dei Vangeli la condanna a morte fu richiesta a furor di popolo. Le sorprese in questo processo non finiscono mai. Com'era possibile che la stessa gente che una settimana prima aveva acclamato esultante Gesù che entrava a Gerusalemme, col grido di "Osanna al di figlio di David, al re d'Israele", ora, la stessa folla, ne richiedesse con urla feroci la condanna a morte?
E che di fronte a Pilato che si lavava le mani per affermare, simbolicamente, la sua innocenza, gridasse imbestialita: "Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli" (Matteo 25,25), invocando su di sé e i suoi discendenti la più spietata automaledizione della storia?
È chiaro che una simile cosa non è mai potuta accadere e che questi avvenimenti sono stati inventati per la necessità ideologica dei Vangeli di far ricadere la colpa della condanna di Gesù esclusivamente su chi quella colpa non l'ha mai avuta, cioè il popolo ebraico.
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giovedì 26 febbraio 2015

Il primato papale contraddice le concezioni di tutti gli antichi Padri della Chiesa. 201

Il più antico elenco a noi noto dei vescovi romani, l’annuario ufficiale dei Papi,
riporta quale primo vescovo della città un certo Lino che avrebbe ricevuto l’incarico dell’ufficio episcopale addirittura da Pietro e Paolo. Successivamente Lino venne retrocesso al secondo posto per consentire all'apostolo Pietro di essere considerato il primo vescovo di Roma. Ma questo elenco papale, il celebre Liber Pontifìcalis,
messo insieme intorno al 160 da uno straniero, il cristiano d’oriente Egesippo, sulla cui vera identità si nutrono pesanti dubbi, secondo molti storici sarebbe del tutto inattendibile.

Persino taluni dotti cattolici devono ammettere che nella prima parte, quella più antica, il libro pontificale è una contraffazione che non offre nulla all’attenzione dello storiografo. Anche gli anni dei singoli episcopati calcolati fino al 235 sono arbitrai e del tutto approssimativi. A ciò si aggiunga che i vescovi di Roma per più di due secoli non si interessarono mai della presunta introduzione del primato ad opera di Gesù. Anzi tutta quanta la Chiesa antica nulla sapeva di un primato onorifico e giurisdizionale del vescovo di Roma. Insomma, i più antichi vescovi di Roma non furono «Papi» e nemmeno vollero esserlo; fu solo nel corso di un lungo periodo storico che crebbero le pretese egemoniche dei loro successori, e trascorsero secoli prima che avanzassero la pretesa alla guida universale della Chiesa.

Su imitazione dell’amministrazione imperiale romana, nel corso del III secolo ai vescovi delle capitali delle provincie, i Metropoliti, venne riconosciuto il predominio sugli altri vescovi, per cui singole sedi episcopali guadagnarono via via un’importanza particolare. In tal modo, ad esempio, il vescovo di Alessandria godeva di un’autorità superiore sui circa cento vescovi d’Egitto, quello di Cartagine su quelli africani, quello di Antiochia su gran parte dell’episcopato siriaco, quello di Roma sulla Chiesa italiana, ma non sul resto dell’Occidente.

Ma poiché Roma era da secoli considerata la capitale del mondo, nel IV secolo tale privilegio onorifico cominciò ad essere attribuito anche alla Chiesa romana. Ma ancora agli inizi del V secolo il Papa Anastasio si considerava capo
solo dell’Occidente, e fino a Leone I (440-461) i vescovi romani perseguirono il consolidamento del loro Patriarcato sull’Occidente piuttosto che il primato sull’intera
comunità. Leone I , per primo elaborò la teoria del primato papale basandosi sul Canone VI di Nicea, che in una traduzione latina, risalente agli anni successivi al 445, reca l’intitolazione "De primatu ecclesiae Romanae" e sostiene già nella prima frase che la Chiesa romana possedeva da sempre il primato (primatum) su tutti i vescovi cristiani. Ma questo canone è considerato un falso
.
Però, proprio durante il pontificato di Leone I, il Concilio di Calcedonia del 451 - con
circa seicento vescovi il più grande della Chiesa antica - stabilì nel Canone 28
l'equiparazione dei vescovi romani e di quelli costantinopolitani. Infatti, dopo il trasferimento a Costantinopoli della residenza imperiale, il Patriarca della nuova capitale divenne un pericoloso avversario del vescovo di Roma, anche perché la Chiesa d’Oriente non pensò mai di riconoscere la superiorità di quella romana.







Liber pontificalis


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Informazioni personali

Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)