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lunedì 28 maggio 2012

Il falso Jahvè. Rivalità Tempio di Gerusalemme e Santuario Bethel. 113


Ma chi era questo Dio venerato nel Regno d'Israele col nome di Baal? In base all'iscrizione che leggiamo sulla Pietra Moabita (John Rogerson in Chronicle, pagg. 101-102) possiamo dedurre che Baal era il nome israelita che corrispondeva a Jahvè. Quindi Baal e Jahvè erano lo stesso Dio con due nomi diversi.

Secondo l'iscrizione della Pietra di Moab, il re Mesa saccheggiò il tempio di Nebo e "ne prese le pietre dall'altare di Jahvè". Monte Nebo era uno dei siti religiosi più importanti d'Israele dove si venerava Baal e il re contro il quale Mesa condusse la sua campagna militare intorno all'853 a.C., era il re d'Israele Ioram, nipote di Omri. Secondo la Bibbia Ioram “rimase legato alla colpa del re Geroboamo, figlio di Nebat, che aveva fatto peccare Israele" (2 Re 3,14).

Se ne desume che in un'epoca in cui il Dio d'Israele sarebbe stato Baal, Mesa saccheggiò uno dei templi più importanti d'Israele che secondo l'iscrizione era invece dedicato a Jahvè. La stessa Bibbia conferma che i razziatori di Mesa portarono via idoli di Baal dal tempio di Nebo: “II Dio Bei [altra forma della parola Baal usata in più occasioni] è sconfitto, Nebo abbattuto, i loro idoli sono portati via su bestie da soma” (Isaia 46,1). Poiché l'iscrizione di Mesa identifica questi stessi «idoli» con le pietre dell'altare di Jahvè, allora Jahvè e Baal erano evidentemente la medesima divinità.


Paolo, mistificatore o genio religioso? (“L'invenzione del cristianesimo”) 123


Nelle pagine precedenti abbiamo dimostrato che fu Paolo il vero e unico inventore del cristianesimo quale noi oggi conosciamo. È indubbio che senza il suo geniale intervento il cristianesimo giudeo sarebbe rimasto una piccola setta fondamentalista, ancorata all'aspettativa apocalittica del ritorno di Gesù dal cielo, destinata, già con la guerra giudaica del 70, a svanire nel nulla, per cui noi oggi ignoreremo la sua esistenza e quella del suo fondatore.

Irrompendo nel cristianesimo giudaico con la sua duplice risoluzione di reinterpretare la tradizione religiosa ebraica da un lato e di aprirsi coraggiosamente verso le aspirazioni religiose del mondo pagano dall'altro, Paolo trasformò il Messia da fallito liberatore politico-nazionale d'Israele a salvatore dell'intera umanità.

Fondendo in un sincretismo geniale la religiosità ebraica con quella salvifica dei gentili, interpretò quel vago sentimento escatologico che era diffuso, trasversalmente, in tutto l'Impero, come in un immaginario collettivo.

 Questo sentimento aspirava alla trasformazione radicale del mondo sotto il livello politico, sociale e spirituale, e si rifaceva ad un Dio unico e giusto, che amasse i suoi figli senza distinzione di casta; che s'incarnasse tra gli uomini per un puro gesto d'amore, allo scopo di consentire a ciascuno di loro la salvezza; che unisse il genere umano sotto il segno della fratellanza; che restituisse dignità umana a quanti, vittime di una società schiavista, avevano dimenticato di possederne una, e che esaltasse gli umili e i mansueti.

L'aver colto questa aspirazione fu il merito supremo di Paolo, e, al di là delle sue innumerevoli mistificazioni, che hanno dato origine all'incarnazione divina di Gesù e alle sue mitologiche presunte rivelazioni, fanno di lui uno dei più grandi geni religiosi dell'umanità, al cui confronto il Gesù della storia scompare e il Cristo, quale noi oggi conosciamo dai Vangeli, è soltanto una sua creatura, il frutto del suo geniale assemblaggio teologico.

San Paolo


domenica 27 maggio 2012

Peccato e Redenzione. Gli eccessi dell'ascetismo 76


Il disprezzo del corpo, «considerao un immondezzaio, qualcosa che ti fa schifo al solo pensarci» secondo Giovanni d’Avila, dottore e santo della Chiesa, era tale che innumerevoli monaci lo trascuravano completamente, lasciandolo denutrito, sporco e irsuto. San Francesco addirittura considerava come fratelli i pidocchi, compiacendosi di averne in grande abbondanza per il corpo.

Dalle cronache del tempo sappiamo che nel Medioevo tutti si lavavano poco, ma che gli asceti erano inavvicinabili per il fetore che emanavano. Non solo loro, ma anche i grandi ecclesiastici, non si lavavano mai per non toccare le loro parti intime, da loro dette le “pudenda”, durante il bagno, e cadere in tentazione. Santa Caterina da Siena insegnava, infatti, che i lavamenti del corpo non erano propri della sposa di Cristo (il quale, durante gli amplessi mistici, doveva forse turarsi il naso). Naturalmente usavano anche poco forbici e rasoi per cui avevano l'aspetto dei nostri barboni. Tanto erano puliti e curati i pagani antichi, tanto erano sporchi e irsuti i cristiani di tendenza ascetica.

Gli storici ci raccontano che, nei primi secoli del cristianesimo, molti monaci ed eremiti che vivevano in Siria e in Mesopotamia, erano nudi o vestiti di stacci e si nutrivano esclusivamente brucando l’erba, come ci racconta lo storico Sozomeno (Storia della Chiesa 7,15). Ma ci sono testimonianze di un ascetismo inimmaginabile che ci riempiono di orrore e di ribrezzo. Ecco alcuni esempi.

Santa Margherita Alacoque, vissuta nel XVII secolo, nella sua autobiografia ci narra che, per penitenza, beveva con somma sua delizia soltanto l’acqua usata nel lavaggio dei panni sporchi, mangiava pane ammuffito e non disdegnava le feci degli ammalati di diarrea. Fu fatta santa da papa Pio IX, forse come protettrice dei coprofagi. Un’altra santa, Sant’Angela di Foligno (XIII secolo) beveva l’acqua con la quale aveva lavato i lebbrosi. Santa Caterina da Genova (XVI secolo) leccava con la sua lingua la sporcizia dagli abiti dei poveri, inghiottendo sterco e pidocchi. Più che di asceti, qui siamo di fronte a degli psicotici demenziali.


L'enigma svelato 119


Il viaggio di Paolo si protrasse più a lungo del previsto ma, di tanto in tanto, egli, tramite Rufo, riuscì a mandare anche a Giuda della scarne informazioni. Poco dopo il suo rientro ad Antiochia, però, si precipitò a Damasco. Aveva urgenza di incontrare Rufo, col quale manteneva stretti rapporti commerciai, ma soprattutto riferire a Giuda e Davide le sue nuove esperienze missionarie.
"È stato un viaggio lungo, estenuante, pieno di peripezie, di pericoli e di scontri" esordì davanti a Giuda e Davide che l'ascoltavano col massimo interesse. "Ho rivisitato le vecchie chiese, istituite durante il primo viaggio, rinsaldando la loro fede, poi, seguendo le mie ispirazioni divine ho raggiunto la Macedonia e la Grecia, soggiornando a Filippi, Tessalonica, Atene e Corinto. Ovunque, appena giunto, mi presentavo nelle sinagoghe ad annunciare il ritorno del Risorto e l'inizio della nuova era messianica ma ero sempre respinto dai miei correligionari con l'accusa di seminare discordie e di contravvenire agli editti dell'Imperatore. Per salvarmi sono stato costretto a fughe precipitose. Sono stato anche imprigionato per lunghi periodi. Alla fine, stanco di subire continue contestazioni e improperi dai giudei, scuotendomi le vesti ho gridato loro: Il vostro sangue ricada sul vostro capo: io sono innocente. Da ora in poi mi rivolgerò soltanto ai gentili. E così ho fatto, trovandoli molto più disponibili e ricettivi ad accogliere la parusia. Con loro ho creato molte comunità di credenti a capo delle quali ho posto dei diaconi, che sovrintendano all'assistenza dei bisognosi, dei presbiteri e dei vescovi per il controllo della condotta morale e dell'ortodossia dei credenti".
"E l'osservanza della Legge e la circoncisione imposte da Gerusalemme?" chiese Davide.
"Seguendo il tuo consiglio, le ho buttate alle ortiche".
"E il messianismo?"
"Altrettanto. Il mio Gesù è un Cristo demessianizzato e degiudeizzato".
"Una gran bella rivoluzione!" esclamò Davide.
"Per i gentili che vogliono farsi cristiani due sono i requisiti fondamentali che io impongo: una rigida condotta morale e la fede cieca in Gesù Cristo" spiegò Paolo. "Il resto: la circoncisione, l'osservanza della Legge e delle sue prescrizioni non servono a niente".

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Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)