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venerdì 19 dicembre 2014

10 “L'invenzione del cristianesimo” - Parte prima. Ipotesi sulla nascita ( Parte quarta)

L'istituzione del nazireato nacque durante l’esodo dall’Egitto, che costrinse gli ebrei a peregrinare per decenni nel deserto.
Il termine nazireo, derivato dalla radice ebraica N+Z+R, significava santità, purezza, voto a Dio. In pratica chi faceva voto di nazireato, doveva, per tutto il tempo per il quale si era votato al Signore, astenersi da ogni tipo di bevande alcoliche e non passare mai rasoio sul suo capo. (Vedi la Bibbia: Numeri 6,2-5).
Nel caso di Gesù il termine nazireo è stato mutato dagli evangelisti in nazareno, termine riferito alla presunta città di Nazareth, adducendo a pretesto l'adempimento delle profezie. “Perché si adempisse ciò che era stato detto dai profeti: Sarà chiamato Nazareno” (Matteo 2,23).
Ma nel Vecchio Testamento non esistono profezie che abbiano un qualsiasi riferimento a Nazareno ma soltanto il termine nazireo, titolo riferito al voto di cui abbiamo accennato sopra. Si tratta quindi di un titolo religioso o settario. L'analisi linguistica ce lo conferma: il greco "Iesous o Nazoraios" deriva dall'ebraico "Jeoshua ha Nozrì" e dall'aramaico "Jeshu Nazorai", cioè dalla radice NZR, che non ha niente a che vedere con la radice NZRT della città di Nazareth che è tarda, perché affermatasi alcuni secoli dopo Cristo.
Perché allora gli evangelisti, o quelli che hanno manipolato i Vangeli, hanno fatto questa assurda sostituzione di significato? La risposta è semplice: per spoliticizzare la storia, per eliminare cioè col meccanismo di censura ogni riferimento di tipo messianico-escatologico a Gesù, coinvolto nella lotta rivoluzionaria antiromana, e per nascondere la sua vera città d’origine che probabilmente era Gamala o Gamla, molto legata al messianismo jahvista. In quella città aveva avuto origine il movimento zelota per opera di due falsi Messia: Ezechia e suo figlio Giuda il Galileo. Il primo giustiziato da Erode e il secondo, nel 7 d.C., dai romani, al comando di Quintilio Varo, assieme ai suoi duemila seguaci. Benché la setta fosse originaria di Gamala nel Golan, i suoi seguaci venivano definiti "Galilei", in quanto il loro teatro di operazioni era soprattutto la Galilea.
Giuseppe Flavio nelle sue opere chiama i seguaci di Giuda, anche “sicarii”, perché uccidevano furtivamente con un pugnale nascosto (sica), e "zeloti“ (briganti) in quanto perturbatori dell’ordine. In pratica, quello zelota era un movimento clandestino di resistenza anti-romana e anti-collaborazionista. Quindi Gamala, patria di Giuda il Galileo, era la città più malfamata della Palestina, sinonimo di ribellione e brigantaggio, al punto che ai tempi di Gesù, “Galileo” significava ribelle, sovversivo (oggi diremmo: terrorista).
Che Gamala fosse il quartier generale dei messianisti più irriducibili lo deduciamo anche dalla storia. Durante la prima guerra giudaica oppose a Vespasiano una resistenza disperata al punto da essere paragonata a Masada, distrutta nel 73. Fu infatti espugnata dal futuro imperatore dopo un lungo e duro assedio e i suoi difensori, piuttosto di arrendersi, si suicidarono in massa, proprio come quelli di Masada.
Il meccanismo di censura in questo caso ha origine nella predicazione di Paolo, che escludeva a priori che Gesù potesse essere un nazireo e tanto meno che fosse nato a Gamala e magari fosse collegato a Giuda il Galileo o imparentato con lui, come alcuni studiosi suppongono.
Per Paolo e i suoi seguaci collegare Cristo a Gamala e a Giuda il Galileo avrebbe annullato ogni tentativo di far di lui il Salvatore universale. Ad ulteriore riprova di questa sostituzione di significato ricordiamo che è esistito il Vangelo dei nazirei (fatto sparire dalla Chiesa) che non significava Vangelo dei cittadini di Nazareth ma dei cristiano-giudei che erano chiamati così. Concludendo: “” significa “Gesù della setta dei nazirei” non Gesù di Nazareth o Gesù nazaretano.
Qualcuno potrebbe obiettare, però, che oggi il villaggio di Nazareth esiste ed è meta di continui pellegrinaggi. Ad una attenta analisi archeologica, storica, letteraria e geografica, niente ci fa ritenere che esso corrisponda a quello descritto dai Vangeli ma che, al contrario, fu inventato, forse nel IX secolo, e codificato durante le Crociate per gli ingenui pellegrini cristiani (che ancora oggi vi possono ammirare la fucina di Giuseppe). Se noi lo confrontiamo con quello in cui, secondo i Vangeli, visse Gesù, scopriamo che non ha nessuna corrispondenza.
Vediamo cosa scrive Luca: “(Gesù) Si recò a Nazareth, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere...allora cominciò a dire: «oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi»...all’udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio” (Luca 4,16-30). Di che monte e precipizio si trattava, visto che l'attuale Nazareth di essi non presenta alcuna traccia?
Scrive Marco: “ Salì (Gesù) poi sul monte, chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono da lui [...] Entrò in una casa e si radunò di nuovo intorno a lui molta folla [...] allora i suoi (familiari), sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; poiché dicevano: «è fuori di sé» (Marco 3,20-21) …e di nuovo si mise ad insegnare lungo il mare” (Marco 4,1). È evidente che qui ci troviamo nella sua città natale perché i suoi parenti, preoccupati del suo comportamento anomalo, cercano di dissuaderlo. Ma qui c’è un monte con uno spaventoso precipizio, che nella Nazareth attuale, come abbiamo già detto, non c’è, e c’è un mare vicino (cioè il lago di Tiberiade) che invece dista decine di miglia.
La descrizione di questo luogo calza perfettamente invece con la città di Gamala, scoperta dagli Israeliani in occasione della cosiddetta Guerra dei Sei Giorni nel 1967, che corrisponde a quella descritta da Giuseppe Flavio, nella quale troviamo il monte, il precipizio e il mare poco lontano. “..(Gamala) si affacciava a mezzogiorno, e la sua sommità meridionale, elevandosi a smisurata altezza, formava la rocca della città, sotto cui un dirupo privo di mura piombava in un profondissimo burrone” (Giuseppe Flavio, La Guerra Giudaica, Mondatori, Milano. 1982).
Concludendo, la Nazareth attuale non presentando testimonianze archeologiche di nessun tipo, così frequenti invece in tutti gli altri siti antichi vicini ad essa (basti citare Sefforis e Iotapata, a pochi passi da Nazareth), priva inoltre di riferimenti storici e letterari del tempo e per di più con una configurazione geografica totalmente diversa da quella descritta dai Vangeli, sicuramente al tempo di Gesù non esisteva proprio e sarebbe stata creata successivamente dai pellegrini cristiani.
Eliminando Gamala, per far posto a Nazareth, i Vangeli paolini hanno tolto ogni riferimento tra Gesù e la città malfamata che era divenuta il simbolo della ribellione politica della Palestina, hanno sostituito il significato settario del titolo Nozri (ebraico), Nazorai (aramaico), Nazoraios (greco) con quello inventato di nazareno; hanno trasformato l'aggettivo Galileo, che indicava una militanza rivoluzionaria ed era sinonimo di ribelle e brigante, in un semplice appellativo geografico.
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giovedì 18 dicembre 2014

La mondanizzazione del clero (Parte prima) 191

Nel IV secolo l'alto clero si era già completamente mondanizzato. I vescovi diventavano spesso impiegati e dignitari dello Stato, strumenti del governo sempre più determinanti. Anche se il Nuovo Testamento vietava di andare alla caccia di onori mondani, nel cristianesimo esplose in questo secolo una straordinaria pulsione a raggiungere posizioni di prestigio.

Già il germe del potere aveva contagiato gli apostoli perchè nei Vangeli leggiamo che discussero su chi di loro fosse il più grande e si contesero ripetutamente i posti migliori nel «Regno di Dio». In epoca postapostolica i sacerdoti cristiani acquisirono ben presto la spocchia propria dei sacerdoti pagani nei confronti del prossimo e bramarono,senza pudore, ogni tipo di onore e di magnificenza. Verso la metà del Il secolo i chierici di più alto grado pretesero che ci si rivolgesse a loro non più chiamandoli «fratelli», ma «signori».

A partire dal III secolo, allorché si impose la fatidica separazione fra chierici e
laici, i preti si attribuirono reciprocamente il titolo di «signore»: nelle lettere al ve-
scovo ci si rivolse chiamandolo «santo padre», e che un prete chiamasse un laico
«fratello», era sentito come un onore del tutto particolare. Il Padre della Chiesa Clemente Alessandrino si prendeva gioco degli abiti scadenti e dell’aspetto esteriore assai trascurato dei sacerdoti di Attis; e il vescovo Cipriano, discendente da una famiglia agiata, affermò per la prima volta la pretesa che davanti al vescovo «si stesse in piedi, come un tempo davanti alle statue degli dei».

La Vita Cypriani, prima biografia cristiana composta dal chierico cartaginese

Ponzio, mostra quanto profonda fosse la mondanizzazione del clero già nel III secolo e nella cerchia più stretta di Cipriano.

S.Cipriano


martedì 16 dicembre 2014

9 “L'invenzione del cristianesimo” - Parte prima. Ipotesi sulla nascita (Parte terza)

C’è poi il discorso sul censimento. Luca sostiene che la nascita di Gesù a Betlemme fu dovuta al censimento di Quirinio che obbligava tutti gli ebrei a farsi registrare nel luogo di nascita. Una cosa totalmente inverosimile. Il censimento, per i romani, aveva uno scopo fiscale, serviva cioè a stabilire il censo di ciascuna famiglia per farle pagare i tributi adeguati. Come prescriveva la legge romana, l’istituzione di una nuova provincia (come quella di Giuda istituita nel 6 d.C. in seguito alla deposizione di Archelao), comportava il censimento della popolazione ai fini fiscali. Questo censimento doveva essere fatto nel luogo di residenza dove il censito possedeva il patrimonio o svolgeva la sua attività e dove, soprattutto, i gabellieri (i pubblicani) potevano riscuotere le gabelle.
Che senso aveva censirsi a decine di chilometri di distanza dall'abituale residenza dove non si possedeva nulla e nessuno ti conosceva?
Quindi il censimento per Luca è un pretesto irrazionale per far nascere Gesù a Betlemme, in ottemperanza alle profezie messianiche.
A questo punto possiamo delineare un quadro d’insieme sulla presunta natività di Gesù per stabilire le concordanze e le discordanze riferite alla stessa. Le concordanze (che sono, però, totalmente false) sono tre: 1.Betlemme, la città di nascita, considerata dagli stessi teologi cattolici un semplice requisito messianico, privo di ogni attendibilità; 2.la discendenza davidica (anche questa considerata un requisito messianico senza attendibilità e in più in contrasto con la paternità divina); 3.la verginità di Maria (di cui abbiamo dimostrato la falsità).
Per quanto riguarda le discordanze, a prescindere da quella teologica che porta Matteo a privilegiare la genealogia tutta messianica e regale e Luca quella spirituale e sacerdotale (con ammessa anche la predestinazione regale), esse, in sintesi, sono sette e tutte, da una parte e dall’altra, in odore di falsità.
Riguardano: 1.la genealogia di Gesù con ventisette antenati prima di lui di stirpe regale, per Matteo, con quarantadue antenati di stirpe natanico-sacerdotale per Luca; 2.il periodo della nascita che differisce di circa quattordici anni tra i due evangelisti; 3. la residenza della famiglia prima della nascita: Betlemme per Matteo, Nazareth per Luca; 4.il luogo della nascita: una casa per Matteo, una stalla con mangiatoia per Luca; 5. l’adorazione di Gesù appena dopo la sua nascita: i magi per Matteo, i pastori e i cori angelici per Luca; 6.la persecuzione di Erode e la conseguente strage degli innocenti in Matteo e la totale assenza del fatto in Luca; 7.la fuga in Egitto per Matteo e dopo alcuni anni il ritorno a Nazareth; il rientro subito dopo la nascita a Nazareth per Luca. Insomma sono due natività così discordanti che sembrano riferite a due personaggi diversi. E come la mettiamo con l'enciclica di papa Leone XIII “Providentissimus Deus” che afferma che gli evangelisti «esprimono con infallibile veridicità tutto ciò che Dio ha ordinato loro di scrivere e soltanto quello»?
Per quanto riguarda la città di Nazareth, anche qui le sorprese non mancano. Gesù di Nazareth o Gesù nazareno o il nazareno sono appellativi familiari ad ogni cristiano. Il significato di queste espressioni è evidente a tutti: Gesù di Nazareth significa che Gesù è vissuto per gran parte della sua vita in quella località dell’alta Galilea che va sotto il nome di Nazareth. Chiaro? Chiarissimo.
Eppure ha tutta l'aria di essere una frottola. Diciamo subito, a scanso di equivoci, che molti studiosi, anche cristiani e cattolici, hanno raggiunto la certezza che Nazareth ai tempi di Gesù non esistesse nemmeno. Scrive M. Craveri nel suo libro “La vita di Gesù” (Feltrinelli. Milano, 1974): “El-Nasirah è un villaggio della Galilea, posto a circa quattrocento metri di altezza, nel quale la tradizione cristiana riconosce l’antica Nazareth, patria di Gesù. Secondo vari studiosi, tuttavia, Nazareth - meglio Natzrath o Notzereth - non è mai esistita e l’appellativo Nazareno che accompagna il nome di Gesù negli scritti neotestamentari non indica affatto il suo paese di origine, ma è da ricollegare al vocabolo aramaico Nazirâ con cui a quei tempi erano chiamati coloro che avessero fatto voto, perenne o temporaneo, di castità e di astinenza, tenendo le chiome intonse per tutta la durata del voto.”
A dimostrazione di ciò va detto che Giuseppe Flavio, storico ebreo di poco posteriore a Gesù, che nelle sue opere fece una pignola descrizione topografica della Galilea, regione da lui conosciuta palmo a palmo mentre era comandante delle truppe ebraiche stanziate nell'alta Palestina durante la guerra giudaica del 66-70, nominò di essa ogni singola cittadina, senza mai accennare all'esistenza di Nazareth.
Cerchiamo allora di capire come nasce l’aggettivo, apparentemente geografico, “nazareno”. Cominciamo dai Vangeli scritti originariamente in lingua greca. In essi l’aggettivo in questione è  (nazoraios)  (Matteo 2,23; 26,71; Luca 18,37; Giovanni 18,5; 19,19), e  (nazarenos) (Marco 1,24; 1,47; 14,67; 16,6; Luca 4, 34; 24, 19), che non significa cittadino di Nazareth o nazaretano ma appartenente alla setta dei nazirei. Cioè di quelli, come dice Craveri, che avevano fatto voto di nazireato.

venerdì 12 dicembre 2014

8 “L'invenzione del cristianesimo” - Parte prima. Ipotesi sulla nascita (Parte seconda)

Riguardo alla datazione della nascita di Gesù, altro contrasto insanabile tra i due evangelisti. Matteo fa nascere Gesù sotto Erode il Grande, verosimilmente verso il 7 a.C. (come concordano la maggior parte degli storici). Luca, invece, collegandosi al censimento del governatore Publio Sulpicio Quirinio, avvenuto nel 7 d.C., quando la Giudea era diventata provincia romana in seguito alla cacciata di Erode Archelao, figlio di Erode il Grande, e retta dal procuratore Coponio, fa nascere Gesù quattordici anni dopo.
Naturalmente nella Chiesa queste contraddizioni sono state rilevate e qualcuno, arrampicandosi sugli specchi, ha cercato di superarle inventando soluzioni acrobatiche.
Ad esempio, Eusebio di Cesarea, uno dei Padri della Chiesa, a proposito delle due diverse datazioni sulla natività, ipotizzò l’esistenza di un altro censimento effettuato al tempo di re Erode il Grande.
Ma l’ipotesi è fasulla per due motivi: primo, perché nessun documento storico latino o ebraico nomina questo censimento; secondo, perché l’evangelista Luca, presunto autore anche degli Atti, scrive testualmente: " [...] si sollevò Giuda il Galileo, al tempo del censimento, e indusse molta gente a seguirlo” (Atti 5,37). Ora questa sollevazione avvenne esattamente nel 7 d.C. come ci conferma lo storico ebreo Giuseppe Flavio.
Le contraddizioni sulla natività di Gesù non si fermano qui. Matteo e Luca dopo averci elencata tutta la genealogia di Gesù fino a Giuseppe, dimenticano il fatto più importante: che il padre di Gesù non era Giuseppe, ma lo Spirito Santo, per cui Gesù non poteva avere nessuna relazione con la stirpe di David.
La divinità di Gesù, quando venne imposta dai Padri della Chiesa nel III-IV secolo, comportò la necessità di disconoscere il suo concepimento sessuale e di inventarne uno teogamico, cioè dovuto ad un seme divino e non umano, e conseguentemente determinò il mito della verginità di Maria, totalmente ignorato dai cristiano-giudei di Gerusalemme come ci attesta Ireneo, importante padre della Chiesa, secondo il quale gli Ebioniti (appunto i cristiano-giudei di Gerusalemme) affermavano nel loro Vangelo (fatto sparire dalla Chiesa) che Gesù era stato concepito da Giuseppe (Ireneo, Contro gli eretici, III, 21,1).
Anche Paolo rinnega apertamente la verginità di Maria perché nelle sue Lettere, i documenti più antichi del Nuovo Testamento, proclama Gesù “nato dal seme di David secondo la carne” e attesta che fu «il primo di numerosi fratelli» (Romani 8,29).
I Vangeli confermano unanimi quanto dichiarato da Paolo e riconoscono espressamente che Gesù aveva quattro fratelli: Giacomo, Giuda, Giuseppe e Simone e diverse sorelle.
“Non è costui (Gesù) il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?” (Marco 6,3). E Paolo scrive in una sua Lettera: "Non abbiamo diritto di portare con noi una donna credente, come fanno anche gli altri apostoli e i fratelli del Signore e Cefa [Pietro]?" (1 Corinzi 9,5).
Gli arrampicatori sugli specchi, sempre in vena di invenzioni, hanno cercato di negare il fatto che Gesù avesse dei fratelli, adducendo il pretesto che in ebraico i termini fratello e cugino spesso si confondono, quindi si tratta di cugini e non di fratelli. Ennesima bubbola perché tutti i documenti del Nuovo Testamento sono scritti in greco (nessuno di essi è in ebraico) e in questa lingua non c’è possibilità di confusione tra i due vocaboli; cugino e fratello sono due termini nettamente distinti. Il termine greco “adelfos” usato nei Vangeli e nelle Lettere di Paolo, significa soltanto fratello carnale. Paolo in Colossesi (4,10) quando accenna ai cugini usa il termine appropriato “anepsioi”.
Si è ricorso allora all’ipotesi che Giuseppe si sia sposato due volte e che i cosiddetti fratelli di Gesù siano i figli di primo letto. Ma non c’è nessuna documentazione che lo dimostri, tanto più che questi fratelli risultano di minore età rispetto a Gesù. Quindi, le pretese giustificazioni della verginità di Maria sono del tutto fasulle, oltre che assurde, come ci viene confermato anche da Giovanni quando scrive: "Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre" (Giovanni 6,42), in cui mostra di ignorare del tutto il parto verginale e il seme divino. Ma c'è un'altra contraddizione nel Vangelo di Luca che smentisce la verginità di Maria. Quaranta giorni dopo il parto, come tutte le donne d'Israele, Maria si recò al Tempio per esservi purificata (festa, fino a qualche anno fa, celebrata dalla Chiesa il 2 febbraio ed ora cancellata). Che bisogno aveva Maria di essere purificata se il suo era stato un parto virginale (cioè senza spargimento di sangue)? Come fa Luca, nel suo Vangelo, a conciliare il parto verginale e la purificazione di Maria?
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giovedì 11 dicembre 2014

La successiva costruzione della gerarchia ecclesiastica. 190

Nel corso del III secolo le comunità cristiane divennero più numerose e più ampie e così si accrebbe la necessità di una più articolata gerarchia ecclesiastica.
Sotto il vescovo romano Fabiano (236-250), al diacono fu assegnato un suddiacono, e si aggiunsero altri quattro uffici, detti ordines minores, cioè l'accolito, l’esorcista, il lettore e l’ostiario, tutti ricalcati su modelli pagani. L’accolito era una sorta di attendente d'ordinanza, un cameriere personale del vescovo. L’esorcista era preposto alla cacciata dei demoni (a quei tempi ritenuti dal popolino onnipresenti) (Tert., apol. 23). Il lettore leggeva la Bibbia durante il servizio divino e l’ostiario era il portinaio, il custode degli edifici ecclesiastici. Tutte queste funzioni esistevano solo in Occidente mentre in Oriente erano ignorate.

All’interno del clero ( «gli eletti da Dio») c’era poi una rigida distinzione fra i funzionari più elevati, vescovi, presbiteri, diaconi, e i clerici minores, provenienti dal popolo. I laici (gr. laos, «il popolo») vennero progressivamente esautorati da ogni funzione e al posto del sacerdozio universale subentrò la gerarchizzazione teocratica della Chiesa. La predicazione e l’amministrazione dei sacramenti (battesimo ed eucaristia) divennero privilegio assoluto del clero, e alla fine decadde anche il suffragium plebis, l’antico diritto di voto dei laici in ogni decisione ecclesiastica.



Questa evoluzione fu progressiva e quasi naturale, ma in aperto contrasto con gli intendimenti del cristianesimo primitivo, che ignorava la distinzione fra laici e sacerdoti. Con l'invenzione successiva del sacramento dell'ordine, nella Chiesa si determinò una radicale differenza ontologica tra il sacerdote e il laico. in quanto il sacerdozio si rivestì di una accentuata sacralizzazione che produsse un solco incolmabile tra i membri del clero (ontologicamente sacralizzati rispetto ai laici e quindi rivestiti di una natura divina) e i fedeli.

Papa Fabiano


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