Visualizzazioni totali

venerdì 30 gennaio 2015

22- “L'invenzione del cristianesimo” - Parte prima. I due errori fatali di Gesù. 1

Finché Gesù perseguì il suo apostolato politico-religioso nella Galilea, lontano da Gerusalemme, nella città santa era poco noto e forse considerato uno dei tanti rabbi improvvisati che sorgevano e tramontavano con una certa frequenza e che la gerarchia templare sopportava con malcelato fastidio. Ma quando calò a Gerusalemme e intensificò il suo ruolo messianico, suscitò ben presto l'attenzione delle alte classi del clero e degli erodiani, fortemente antimessianici, e verosimilmente degli stessi romani i quali, preoccupati dai continui disordini provocati da zeloti e sicari, controllavano capillarmente la città, specie durante le frequenti feste religiose che attiravano molti pellegrini da tutta la Palestina. La permanenza di Gesù a Gerusalemme non fu lunga ma subito suscitò un'ostilità potente e durissima che lo incupì e amareggiò.
L'atmosfera gioiosa, che lo aveva circondato nei villaggi della Galilea, veri e propri bagni di folla allegra e festante, si trasformò in aride e pedisseque dispute sotto i portici del Tempio con scribi e farisei arroganti e sprezzanti, che lo trattavano con supponenza e apertamente lo minacciavano.
L'amarezza di Gesù risulta in tutta la sua evidenza nell'accorata apostrofe a Gerusalemme: "Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto!" (Matteo 23,37).
Nonostante l'appoggio, più sotterraneo che esplicito, di alcuni importanti sinedriti, come i già accennati Nicodemo e Giuseppe d'Arimatea e di altri personaggi molto in vista come Lazzaro (ricordiamo che all'annuncio della sua morte erano giunti nella sua casa di Betània molti scribi e farisei di Gerusalemme), non pare, stando ai Vangeli, che Gesù fosse riuscito a raccogliere nella città santa un consistente gruppo di seguaci.
I gerosolimitani non erano così facili da conquistare come le semplici popolazioni rurali della Galilea.
Avvezzi ad assistere ad un flusso costante di pellegrini e di stranieri, si erano fatti più smaliziati e non si lasciavano facilmente incantare dal primo rabbi che giungeva dalla provincia. Soltanto scribi e farisei sembravano interessati al nuovo arrivato, ma unicamente per contestarlo e irriderlo. Di fronte ad una così palese ostilità, ad un così deliberato ostruzionismo, Gesù reagì con due gesti clamorosi che, se da una parte gli procurarono notorietà, ponendolo al centro dell'attenzione generale in quanto sfidava l’aristocrazia sacerdotale e il potere politico-militare romano, dall'altra portarono inesorabilmente al suo arresto fatale e alla sua condanna a morte. Il primo eclatante episodio, che maggiormente impressionò il Tempio e destò l'attenzione delle stesse autorità romane, fu l'ingresso messianico di Gesù a Gerusalemme, acclamato trionfalmente dalla popolazione come figlio di David e re d'Israele. Avvenne, secondo Giovanni (12,12-15), poco dopo la resurrezione di Lazzaro, e verosimilmente ebbe come punto di partenza Betània.
Durante il suo soggiorno a Gerusalemme Gesù, come abbiamo visto in precedenza, soggiornò frequentemente in questo piccolo villaggio che distava appena qualche chilometro dalla città santa, pernottando nella casa di Lazzaro assieme a Marta e alla Maddalena, sorelle di quest'ultimo. In quell'ambiente rurale, popolato da gente semplice, Gesù dopo gli aspri e continui scontri con gli scribi e i farisei sotto i portici del Tempio, che tanto lo amareggiavano, trascorse ore serene che gli ricordavano la gioiosa permanenza in Galilea.
Lì, dove era avvenuta, secondo Giovanni, la resurrezione del discepolo più amato e forse più vicino al suo ideale messianico, Gesù fu acclamato festosamente dalla gente del posto, che ben lo conosceva a causa delle sue frequenti visite nella casa di Lazzaro e della probabile parentela con lui, e condotto trionfalmente nella vicina Gerusalemme a cavallo di un asinello. La scena sembra ricalcata da una profezia di Zaccaria.

"Esulta grandemente….
Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re.
Egli è giusto e vittorioso,
umile, cavalca un asino,
un puledro figlio d'asina” (Zaccaria 9, 9).
Secondo Marco, i gerosolimitani lo accolsero in un tripudio di canti e di rami di palma, al grido: “Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Benedetto il regno che viene, il regno di David, nostro padre. Osanna negli altissimi!” (Marco 11,9-10).
Questa entrata trionfale nella città santa, intesa come clamorosa rivendicazione di messianicità regale, era un chiaro atto di deliberata provocazione politica e di piena sfida a Roma, perché inteso a conquistare i favori popolari nell'imminenza dell'insurrezione messianica. Che l'ingresso a Gerusalemme fosse intriso di implicazioni politiche divenne evidente, quando, pochi giorni dopo, Gesù entrò nel Tempio per scacciarne i mercanti che l'avevano trasformato in una "spelonca di ladroni" (Marco 11,17).
Questo secondo gesto fu un vero atto di guerriglia di stampo zelota, attuato con deliberata violenza etico-politica. L'immagine di Gesù che da solo si avventa tra i mercanti del sacro edificio, fustigandoli e rovesciando i loro banchi, appare inverosimile. È molto più verosimile che il suo intervento sia stato una vera e propria azione di massa e il mancato pronto intervento dei romani sia stato dovuto al fatto che i dimostranti erano così soverchianti di numero da costringere i romani ad asserragliarsi nella Torre Antonia, situata in linea d'aria, a pochi metri dal Tempio, senza osare di intervenire.

giovedì 29 gennaio 2015

La tendenza universalistica e totalitaria della Chiesa è perdurata nei secoli.

Il papa che nella storia esercitò la massima pienezza di poteri fu Innocenzo III che al principio del XIII secolo, il in una lettera diretta sia al Patriarca di Costantinopoli che al Principe di Bulgaria Kalojoannes, (che lui aveva elevato
al trono), sostenne che il Signore aveva «lasciato a Pietro non solo la guida di tutta la Chiesa, ma anche il governo del mondo intero» (Petro non solum universam ecclesiam, sed totum reliquit saeculum gubemandum). Quindi al papa era conferita la potestà non solo del mondo cristiano ma dell'intero pianeta.

Questo papa crudelissimo e spietato, che avrà come suo degno emulo Pio V di pari efferatezza, assieme al re di Francia Filippo Augusto, preparò l’invasione dell’Inghilterra, promettendo a tutti i partecipanti un’indulgenza plenaria. Dopo la sottomissione di Giovanni senza Terra, che inviò in ostaggio al Santo Padre sedici dei suoi Baroni, questo papa proclamò l’Inghilterra semplice feudo pontificio. Dio aveva deciso - dichiarò al re -«che l’Inghilterra, cui la Chiesa di Roma aveva un tempo recato la fede cristiana, diventandone ipso facto madre spirituale, le era sottomessa anche nella storia terrena».

Durante i suoi diciott'anni di pontificato Innocenzo III ( bel nome per un massacratore) si abbandonò a tutte le efferatezze: scomunicò i re di Francia e d’Inghilterra nonché l’imperatore tedesco Ottone V e scatenò due crociate sanguinosissime contro gli «eretici» Valdesi e Albigesi. A Simone di Montfort, condottiero della crociata contro gli Albigesi, che gli faceva osservare che non tutti gli abitanti del luogo erano eretici, anzi tra loro erano numerosi i cattolici ferventi, ordinò, senza esitazione, di uccidere tutti indistintamente, tanto Dio nell’aldilà, da padre buono e misericordioso, avrebbe saputo distinguere i suoi. Così solo a Béziers, nel luglio del 1209, furono massacrati circa 60.000 abitanti e la città fu data alle fiamme.
Dopo di lui il papato non avrà mai più la pienezza di poteri goduti da questo papa anche se le medievali pretese papaline non svanirono mai del tutto.
Ma la tendenza universalistica e totalitaria guida ancor oggi i capi della Chiesa: il
fine, ora come allora, è esercitare la sua forte influenza sui governi del mondo. Soltanto con questa finalità la Chiesa poteva, fin dalla fine dell’età antica, continuare l’Impero romano. Infatti, essà fu dapprima una sorta di Stato nello Stato, poi si fece Stato essa stessa, come mostra chiaramente il trapasso al Papa della denominazione di Vicarius Christi, cioè «Rappresentante» di Cristo in terra, attributo in un primo tempo solo dell’imperatore, mentre il papa aveva quello di Vicarius Petri. Ma quando l’impero crollò e la Chiesa subentrò al suo posto, il papa divenne, come già l’imperatore, Vicarius Christi. La Chiesa di Roma, come afferma Nietzsche, fu «l’ultima costruzione dei Romani».

Molti cattolici, specie italiani, hanno sempre sostenuto le pretese dominatrici della Chiesa facendo strame del versetto evangelico «Il mio Regno non è di questo mondo»! (Giovanni 18, 36) e hanno accettato senza remore che i millantati " Vicarii Christi" vivessero, come gli antichi sovrani orientali, in lussuose dimore satrapesche, in barba alle precise parole di Cristo: «Le volpi hanno le tane e gli uccelli del cielo il loro nido; e il Figlio dell’uomo non ha nemmeno dove posare il suo capo» (Mt. 8, 20). Ma soprattutto hanno tollerato la secolare cupidigia di ricchezza della Chiesa, considerata unanimemente dagli esponenti dell'alta finanza mondiale, una delle maggiori potenze economiche del pianeta, in pieno e totale contrasto con l'esortazione gesuana «Va’, vendi ciò che possiedi e dallo ai poveri» (Mc. 10, 21).






martedì 27 gennaio 2015

21- “L'invenzione del cristianesimo” - Parte prima. I nemici di Gesù e il complotto antimessianico.

Se Gesù fosse stato il pacifista descritto dai Vangeli, il Cristo che predicava la non-violenza e l'amore per i nemici, non avrebbe dovuto incontrare oppositori di sorta, perché un personaggio del genere non poteva ingenerare che rispetto e ammirazione e le autorità ebraiche e romane non avrebbero avuto alcun motivo per incriminarlo.
Avrebbe sicuramente incontrato il sarcasmo e il disprezzo degli zeloti che propugnavano l'odio e la vendetta contro gli oppressori romani, ritenuti i veri nemici d'Israele, e contro quanti degli ebrei li appoggiavano o non intendevano combatterli. Questi ultimi non avrebbero tollerato la sua predicazione pacifista che avallava il dominio romano in Giudea, e lo avrebbero sicuramente ucciso, vista la loro ferocia.
Ma il Cristo storico, zelota e circondato da zeloti, non era quello che ci presentano i Vangeli, riscritti dopo la seconda e definitiva distruzione di Gerusalemme e della Palestina nel 135 d.C.
Il Messia descritto in questi Vangeli, infatti, non ha niente a che vedere col vero Gesù storico, ne è invece la negazione perché costruito secondo le idee di Paolo e dei suoi seguaci.
Il vero Cristo mirava, come ben sappiamo, alla liberazione politica d'Israele, attraverso una lotta cruenta e risolutiva, e alla costituzione di un nuovo Regno di Dio, fondato sull'ascetismo esseno e su una comunità terrena di uguali nella quale: "Colui che vorrà diventare grande sarà servo, e colui che vorrà essere il primo, sarà lo schiavo di tutti" (Marco 10,42).
Un regno in cui il Messia inviato dall'Onnipotente " ha rovesciato i potenti dai loro troni e ha esaltato gli umili. Ha saziato di beni gli affamati e rimandato a mani vuote i ricchi" (Luca 1,52), e così imminente che molti dei presenti non sarebbero morti prima di averlo visto realizzare (Marco 1,15; Luca 10,10-11). Molti ebrei, specie di condizione sociale più elevata, come i grandi sacerdoti, gli erodiani filoromani e la maggior parte dei farisei, non condividevano l'ideale messianico perché consapevoli della sua irrealizzabilità e delle feroci repressioni che avrebbe determinato ed erano apertamente contrari a Gesù e lo osteggiavano in tutti i modi, arrivando perfino di tentare più volte di lapidarlo.
Naturalmente Gesù ricambiava questi suoi avversari di un uguale se non di un maggiore disprezzo. Ecco spiegato il motivo per cui nei Vangeli non vengono mai attaccati zeloti e sicari che imperversavano a quel tempo con inaudita ferocia (“argumentum ex silentio” per S. Brandon), e vengono bersagliati con ingiuriosi epiteti come: ipocriti, sepolcri imbiancati, insensati, ciechi e razza di vipere, i rappresentanti del Tempio e i farisei.
Non tutti costoro, a dire il vero, erano estranei al messianismo. Alcuni, anche molto importanti, come Nicodemo e Giuseppe d'Arimatea, che provvidero alla sepoltura di Gesù dopo la sua crocifissione, ne condividevano le aspettative, a dimostrazione che il complotto messianico era diramato a tutti i livelli, anche se per opportunismo costoro preferivano rimanere ai margini della lotta armata.
I grandi sacerdoti e i più in vista degli scribi e dei farisei costituivano il sinedrio, cioè il consiglio supremo d'Israele, creato per giudicare e dirimere le controversie religiose e per controllare l'ordine pubblico. Sarà questo supremo tribunale a decretare la condanna a morte di Gesù, non per motivi religiosi (blasfemia) come vogliono farci credere i Vangeli, ma per motivi politici, denunciando a Pilato il tentativo di insurrezione armata contro Roma, ancor prima che Gesù e i suoi seguaci lo mettessero in atto.
"L'invenzione del cristianesimo " ebook € 1,99 (store: Amazon, LaFeltrinelli, Kobo, Internet Bookshop Italia, Bookrepublic Store, etc...)



venerdì 23 gennaio 2015

20 - “L'invenzione del cristianesimo” - Parte prima. Il discepolo che Gesù amava.

Nei Vangeli Sinottici, Lazzaro, personaggio importantissimo per il Vangelo giovanneo, è totalmente assente e le sue sorelle, Maria di Magdala e Marta, sono avvolte in una specie di anonimato che le rende prive di una identità precisa. L'evangelista Giovanni, invece, caratterizza molto bene questi personaggi specie in due episodi: la resurrezione di Lazzaro e la cena dell'unzione. Ci dobbiamo chiedere perché i Sinottici hanno cancellato Lazzaro e dato alle sue sorelle un profilo così basso.
Nel Vangelo di Giovanni c'è un personaggio anonimo e misterioso caratterizzato dall'espressione "il discepolo che Gesù amava". Lo troviamo in più occasioni.
1.Nell'ultima cena si reclina sul petto di Gesù per chiedergli il nome del traditore: "Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù… Ed egli reclinandosi così sul petto di Gesù, gli disse: "Signore, chi è [il traditore]?" (Giovanni 13,21-25).
2.Sotto la croce Gesù gli affida la madre Maria. "Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: "Donna, ecco il tuo figlio!". Poi disse al discepolo: "Ecco tua madre!". E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa" (Giovanni 19,25-27).
3.Maria di Magdala si reca da lui quando scopre che Gesù non è più nel sepolcro. "Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand'era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: "Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!" (Giovanni 20,1-2).
Chi era questo personaggio e perché, pur rivestendo un ruolo di grande importanza, è stato reso anonimo? Senz'altro. ci troviamo di fronte all'ennesimo meccanismo di censura finalizzato a nascondere la vera identità di chi, avendo magari svolto un ruolo messianico di rilievo, avrebbe potuto risultare pericoloso se conosciuto con la sua vera identità. Ecco perché, non tanto forse l'evangelista stesso, quanto piuttosto coloro che manipolarono successivamente il testo, si preoccuparono di censurarne il nome. Ed allora di chi si trattava? Forse la soluzione è già inclusa nello stesso Vangelo di Giovanni, ma bisogna saperla leggere tra le righe e facendo riferimento alle versioni più antiche del testo greco e latino, non alla traduzione attuale, ancora una volta fuorviante.
Leggiamo infatti nella traduzione del Vangelo di Giovanni, attuata dalla Conferenza Episcopale Italiana (Edizioni Paoline, 1982), che le sorelle Maria e Marta mandano a dire a Gesù: "Signore, ecco, il tuo amico (Lazzaro) è malato" (Giovanni 11,1-3). Ma vediamo che cosa recitano i testi antichi in versione greca e latina: "" (Kirie, ide, on fileis asthenei), "Domine, ecce quem amas infirmatur" che tradotti testualmente dicono: "Signore, ecco, colui che ami è malato". Vi pare la stessa cosa? "Colui che ami" lo si può tradurre come "il tuo amico"? Perché allora questa traduzione fuorviante? Semplice: si vuole impedire l'associazione tra Lazzaro e il discepolo amato da Gesù. Non si vuol far conoscere il nome dell'uomo verso cui egli nutre questo profondo affetto, l'unico in tutto il Nuovo Testamento designato con l'espressione "il discepolo che Gesù amava".
Ma ancora una volta: perché il quarto Vangelo censura quel nome? Perché i Sinottici hanno eliminato il miracolo della resurrezione di Lazzaro e ogni accenno alla sua famiglia, quando Giovanni ci dice senza ambiguità: "Gesù amava () (egapa) molto Marta, sua sorella e Lazzaro (Giovanni 11,5), e a proposito della morte di Lazzaro scrive: "Dissero allora i Giudei [a proposito di Lazzaro]: "Vedi come (Gesù) lo amava!" (Giovanni 11,36).
Ancor più significativo è l'episodio della cena dell'unzione avvenuta a Betania, in casa di Lazzaro, pochi giorni prima della passione. In quell'occasione Maria di Magdala, sorella di Lazzaro, ruppe un costosissimo vaso di alabastro pieno d'essenza di nardo, per eseguire l'unzione di Gesù come Messia e nuovo re d'Israele, suscitando con quel gesto la disapprovazione di Giuda Iscariota e di altri apostoli. Ebbene, solo Giovanni dichiara i nomi dei protagonisti dell'episodio mentre Marco e Matteo attribuiscono l'unzione ad una generica "donna".
Torniamo alla domanda fondamentale: perché i Sinottici attuarono una censura così sistematica di Lazzaro e delle sue sorelle? Le risposte possibili possono essere due: una certa e l'altra molto attendibile.
La prima è che, come in tutti gli altri casi di censura, anche in questo c'era la necessità da parte degli evangelisti, ormai definitivamente staccati dalla matrice ebraica, di ripulire i loro testi da ogni possibile collegamento con personaggi implicati nella lotta messianica che potessero offuscare il ruolo esclusivamente spirituale e salvifico di Gesù, come delineato dalla teologia paolina.
Si trattava di personaggi di alto livello sociale, legati alle istituzioni e al Tempio, ma anche molto vicini ai gruppi più intransigenti del messianismo jahvista e alla setta zelota. Essi si battevano con ogni mezzo per la liberazione d'Israele dal dominio romano e senz'altro Lazzaro avrebbe potuto essere uno di questi.
Prima di dare la seconda risposta, che secondo alcuni studiosi offre una valenza molto attendibile, bisogna premettere che nei Vangeli è nominata spesso Betània.
"...uscì (Gesù) fuori dalla città (Gerusalemme), verso Betània, e là trascorse la notte. La mattina dopo, mentre rientrava in città..."(Matteo 21,17-18) "...ed entrò a Gerusalemme, nel Tempio. E dopo aver guardato ogni cosa attorno, essendo ormai l'ora tarda, uscì con i Dodici diretto a Betània. La mattina seguente, mentre uscivano da Betània..." (Marco 11,11-12).
Quindi Gesù frequentava abitualmente questo villaggio, molto prossimo a Gerusalemme, e trascorreva la notte in casa di Lazzaro e delle sue sorelle. Non è che quella di Lazzaro era la sua famiglia acquisita? Leggiamo cosa scrive un Vangelo apocrifo di tendenza gnostica, risalente al secondo secolo e conosciuto come il Vangelo di Filippo: "Erano tre le donne che andavano sempre con il Signore: sua madre Maria, sua sorella e la Maddalena che è detta sua consorte. Infatti si chiamavano Maria sua sorella, sua madre e la sua consorte" (Vangelo di Filippo, versetto 32). Nello stesso Vangelo, come ulteriore conferma, leggiamo: "...la consorte di Cristo è Maria Maddalena..." (Ivi, 55). Ci sono altri testi apocrifi che confermano il legame tra Gesù e Maria di Magdala, come il Vangelo di Pietro e il Vangelo di Tommaso. Una prova, sia pure indiretta, del fatto che anche Gesù dovesse essere sposato, come in realtà lo erano i suoi fratelli e gli apostoli, la deduciamo dalla norma ebraica che imponeva al maschio, come dovere religioso e come completamento della persona, l'obbligo del matrimonio. Questo dovere era ancora più indispensabile per uno che impersonava il ruolo di rabbi o Maestro, e noi vediamo che Gesù è chiamato rabbi o Maestro molte volte nei Vangeli sia canonici, sia gnostici ed apocrifi. "E subito si avvicinò a Gesù e disse: "Salve, Rabbi!" (Matteo 26,49). “Gli replicò Natanaèle: «Rabbi, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d'Israele!»" (Giovanni 1,49). Quindi Gesù, come tutti i rabbi ebrei, secondo la legge Mishnaica del suo tempo, molto esplicita a questo proposito: "un uomo non sposato non può essere un Maestro", non poteva essere celibe (Massimo Bontempelli, Costanzo Preve. Gesù uomo nella storia, Dio nel pensiero, Petite Plaisance Editrice, Pistoia, 1997).
D'altra parte quando mai nei Vangeli troviamo che Gesù abbia predicato in favore del celibato? Una dichiarazione in questo senso avrebbe sollevato enormi perplessità, se non un proprio e vero scandalo. Al contrario, Gesù dichiarò esplicitamente: «Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina, e disse: Per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola?" (Matteo 19,4).
Paolo e suoi scribi, volendo trasformare Gesù, da Messia jahvista qual era stato nella realtà, nel Cristo "Figlio di Dio" quale doveva divenire nella loro costruzione teologica, dovettero avvolgerlo in un alone di misticismo incompatibile con il ruolo, troppo terreno, del matrimonio, e quindi cancellare ogni traccia della sua famiglia acquisita. o creare delle controfigure per mascherarla. Ma Giovanni, a leggerlo tra le righe, parla chiaro e ci fa capire che Gesù dalla croce affidò la madre a Lazzaro, che era contemporaneamente il discepolo ch'egli amava ed anche suo cognato (Giovanni 19,26-27).

giovedì 22 gennaio 2015

La Chiesa fece interamante proprie le istituzioni statuali dell'impero romano e legittimò un’illimitata bramosia di potere. 196

La Chiesa postcostantiniana adottò subito parecchie istituzioni statuali dell'impero romano e quasi tutti i principi giuridici. Sul modello delle assemblee provinciali romane la Chiesa sviluppò i Sinodi Provinciali e le Metropoli delle Provincie, nelle quali risiedeva il Metropolita, in qualità di Arcivescovo. Successivamente i Sinodi Provinciali si ampliarono diventando Concili,
cioè Assemblee di Vescovi di più Provincie. Ben presto assunse da Roma anche l’organizzazione centrale e periferica, il titolo di Pontifer Maximus per il Papa, e adottò dai sacerdoti pagani la stola. Infine, costruì il diritto canonico secondo il modello romano e ricalcò l’assoluzione nella confessione sul linguaggio delle formule tribunalizie. Insomma tutta la costituzione statuale romana ormai in decadimento si trasferì nella Chiesa.

Ma la Chiesa non si limitò a questo perché legittimò al proprio interno un’illimitata bramosia di potere per cui tutte le lotte della Curia con gli Imperatori non vertevano su questioni di fede, bensì di potere. Soltanto così poté soggiogare nel Medioevo l’intero Occidente, ottenendo quindi forti e oppressivi poteri mondani totalmente estranei allo spirito evangelico. In più di dieci i casi i papi comminarono l’interdetto a imperatori e re, e non meno di sei monarchi furono deposti o minacciati di deposizione.

Sotto Nicola I (856-867),che, secondo gli storici, comandava a re e tiranni «come se fosse il padrone dell’orbe terracqueo», il papato divenne un potentato mondiale. Gregorio VII, verso la fine deIl’XI secolo nel suo Dictatus Papae proclamò che «unicamente il Papa era in grado di confermare o di contestare imperi, regni, ducati, contee e in genere i possedimenti di tutti gli uomini, di darli e di toglierli, e il tutto sulla base dei meriti di ciascuno. Che solo al Papa tutti i Principi debbano baciare i piedi; che ad Egli é permesso di deporre gli Imperatori; che una Sua sentenza non possa essere riformata da alcuno; al contrario Egli può riformare qualsiasi sentenza emanata da altri; che Egli non possa essere giudicato da alcuno; che la Chiesa Romana non ha mai errato; né, secondo la testimonianza delle Scritture, mai errerà per l'eternità».



Papa Nicola I


Benvenuti nel mio blog

Questo blog non è una testata giornalistica, per cui lo aggiorno quando mi è possibile. I testi sono in regime di COPYLEFT e la loro pubblicazioni e riproduzioni è libera purché mantengano lo stesso titolo e venga citando il nome dell'autore.

I commenti possono essere critici, ma mai offensivi o denigratori verso terzi, altrimenti li cancello. Le immagini le pesco da internet. Qualche volta possono essere mie manipolazioni.

Se volete in qualche modo parlare con me, lasciate la richiesta nei commenti, vi contatterò per e-mail. Dato che il blog mi occupa parecchio tempo, sarò laconico nelle risposte.

Se gli argomenti trattati sono di vostro interesse, passate parola; e, se site studenti, proponeteli al vostro insegnante di religione. In tal caso fatemi sapere le risposte che avete ottenuto. Grazie.

Lettori fissi

Archivio blog

Informazioni personali

Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)