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martedì 24 gennaio 2017

105– Il falso Jahvè. Le fonti bibliche 3

a).La fonte P
La fonte P risale al VI secolo a.C., e interessa i libri di Genesi, Esodo, Levitico e Numeri. Lo stile è frequentemente ripetitivo perché, allo scopo di dare una continuità al popolo ebraico fin dai primordi della creazione, abbonda di lunghi e puntigliosi elenchi di patriarchi e di capostipiti. L’autore, sicuramente d'origine sacerdotale o levitica, mostra un particolare interesse per il rituale religioso degli israeliti, che trova la sua massima espressione nel codice di santità del Levitico (17-26), e per gli eventi storici che egli descrive spesso in uno stile poetico, mettendo sempre in rilievo la sacralità della storia d'Israele. Possiamo attribuire a lui la descrizione della creazione del mondo in sette giorni (Genesi 1). È sua anche la geniale intuizione che nel settimo giorno Dio si riposò, dando in tal modo al mondo il riposo settimanale del Sabato. Per certi versi si rifà all'epica della creazione mesopotamica, ma a differenza di Marduk che deve lottare contro il caos creato da Tiamat, il Dio dell’autore sacerdotale non ha rivali con cui competere, e appare lontano e al di fuori del mondo naturale.
Diversamente dalle fonti J ed E, il Dio della fonte P non dà confidenza alle sue creature, e sebbene distaccato e lontano, appare soddisfatto del suo lavoro creativo. È attribuibile a questa fonte la descrizione del patto dopo il diluvio, nel quale Dio manda un arcobaleno e promette che non tenterà più di distruggere l'umanità.
Questa fonte insiste molto sulla santità di Dio e del suo popolo, e tra le regole della santità introduce anche quelle di purezza, che in fattispecie erano norme alimentari molto rigorose che dividevano gli animali in puri ed impuri. Tra gli animali impuri venivano annoverati i maiali, i conigli e tutti i molluschi. Queste norme non riguardavano regole d'igiene e nemmeno d'utilità pratica ma forse discendevano da antiche superstizioni, legate al contagio della lebbra.
Le regole di purezza riguardavano anche la macellazione degli animali e vietavano l'uccisione per soffocazione e il consumo del sangue. Si tradurranno in una vera palla al piede per gli ebrei della diaspora che non riusciranno a rispettarle vivendo tra i pagani. Una curiosa proibizione, forse determinata da qualche rito magico che la prescriveva, riguardava i cuccioli di agnello o di capra, la cui carne non poteva essere bollita nel latte della madre, per essere poi mangiata.
Appartiene a questa fonte anche la descrizione del capro espiatorio. Aronne, in qualità di sommo sacerdote, doveva ogni anno scegliere per il perdono dei peccati del popolo due capri e presentarli a Dio nel giorno dell'Espiazione. Uno di questi veniva sacrificato come offerta riparatrice; sull'altro Aronne doveva confessare i peccati del popolo e quindi lasciarlo andare libero nel deserto. In tal modo tutte le colpe venivano perdonate e di conseguenza Israele poteva rientrare nello stato di santità. Tutta la liturgia sacrificale, che interessa gran parte del Levitino e che è posta a fondamento del culto templare, deriva da questa fonte.
In seguito alla doppia conquista di Gerusalemme per opera dei romani nel 70 e nel 135 d.C., e la conseguente distruzione definitiva del Tempio, seguita dalla cacciata degli ebrei dalla Palestina, il culto sacrificale venne totalmente abolito e sostituito dal culto della parola, che si poteva celebrare in qualsiasi luogo alla presenza di almeno dieci maschi ebrei adulti. Le sinagoghe divennero così i centri del nuovo culto ebraico e in breve si diramarono in tutto il mondo antico. Ancora oggi sono l'unico luogo in cui si svolge il culto ebraico e sono diffuse in tutti gli angoli della Terra. Si differenziano tra di loro per alcuni aspetti rituali che dipendono dagli usi e costumi assimilati nei vari Paesi che accolsero gli ebrei durante la loro diaspora (rito spagnolo, rito germanico, rito levantino e così via).



venerdì 20 gennaio 2017

104– Il falso Jahvè. Le fonti bibliche 2

La fonte D
La fonte D risale all'età tardomonarchica e si fa portatrice dell'ideologia e delle esigenze del Regno di Giuda. Interessa il Deuteronomio, i libri di Giosuè, dei Giudici, di Samuele e dei Re. Ha avuto un impatto enorme su Israele perché ha determinato le rigide prescrizioni legali, attribuite retrospettivamente a Mosè, e la Storia Deuteronomistica che è la seconda grande opera letteraria sulla storia d'Israele contenuta nella Bibbia e che va dalla conquista della Terra Promessa fino all'esilio babilonese. Lo stretto collegamento sia linguistico che teologico tra il Deuteronomio e i libri storici è ammesso da tutti gli studiosi così come è accettata universalmente l'attribuzione di questa fonte a re Giosia e alla casta sacerdotale di Gerusalemme. È da ascrivere a questa fonte la conquista di Canaan, il periodo dei Giudici, e l'intero paradigma reale. Indubbiamente è la fonte più importante perché ha determinato l'assetto teologico fondamentale della Bibbia.


giovedì 19 gennaio 2017

La prima vera persecuzione fu attuata nel 250 dall'Imperatore Decio. 293

La prima persecuzione vera e propria, generalizzata e pianificata, avvenne per opera dell'imperatore Decio con l’editto del 250, che ordinava la convocazione per il sacrificio di tutti i cittadini, bambini compresi, anche se il tutto avvenne con molta moderazione. Solo in casi estremi e rari vennero eseguite sentenze di morte.

Evidentemente a Decio interessava non l’eliminazione radicale dei cristiani, ma solo contrastare la lotta religiosa da essi scatenata soprattutto sotto l'aspetto della disobbedienza civile. Ma benché le misure dell’imperatore riguardassero tutto il territorio dell’impero, il cristianesimo non ne fu indebolito. Perché?

Perché moltissimi cristiani abiurarono con grande facilità e si salvarono; poi, cessata la persecuzione, rientrarono, con altrettanta facilità, nel cristianesimo. Infatti, molti cristiani furono così spaventati dall’editto che abiurarono subito la loro fede, differenziandosi in varie categorie: i sacrificati, coloro che compirono effettivamente l’atto sacrificale, e i thurificati, coloro che si limitarono a gettare l’incenso sulle braci davanti ai simulacri degli dèi e dell’imperatore, spesso ritenuto atto sufficiente dai funzionari imperiali.

Molti cristiani, come ci informano Tertulliano e Origene, ritenevano di poter tranquillamente invocare gli dèi, purché in quel momento il loro pensiero fosse rivolto al Dio vero (conoscevano già il trucco della riserva mentale di stampo gesuitico). Altri fecero i primi passi verso il martirio, facendosi incatenare o gettare in prigione, ma trovarono poi che la vita era ancora più attraente e rinnegarono la propria fede. Infine, i libellatici ottennero con la corruzione un falso attestato di sacrificio o fecero sacrificare i propri schiavi al loro posto. Ma anche non pochi cristiani fuggirono sui monti o nel deserto, abbandonando tutti i loro beni, oppure scomparvero nella confusione delle grandi città straniere. Non appena, però, Decio cadde nella guerra contro i Goti, nel 251, i cristiani infedeli si pentirono e tornarono a schiere nel seno della Chiesa ben felice di accoglierli.

Dopo Decio, ebbe luogo una breve persecuzione, ammesso che si possa usare questo termine, sotto l’imperatore Gallo (251-253): le sue disposizioni si limitarono probabilmente a Roma, dove, in ogni caso, non vennero comminate sanzioni severe.



Più dura fu la persecuzione di Valeriano del 257/58, rivolta quasi esclusivamente contro il clero e le gerarchie superiori. Ci furono alcune sentenze capitali, specie in Africa, dove, su 87 vescovi dodici subirono il martirio, fra i quali Cipriano.

Decio imperatore


martedì 17 gennaio 2017

103– Il falso Jahvè. Le fonti bibliche 1

Diamo ora un'occhiata più approfondita alle quattro fonti bibliche.Le fonti J ed E
Va anzitutto posto in evidenza come il rapporto che s'instaura tra Dio e il suo popolo appaia molto diverso nelle due fonti J ed E.
In J, Dio parla direttamente agli uomini, quasi faccia a faccia. È un Dio a portata di mano che non disdegna i consigli delle sue creature. Quando decide di distruggere Sodoma e Gomorra si lascia a poco a poco convincere da Abramo a mansire il suo drastico provvedimento, risparmiando almeno Lot e la sua famiglia. Insomma un Dio diretto, a tu per tu, a distanza più che ravvicinata. Con Mosè diventa addirittura logorroico, gli detta con estrema pignoleria il rituale dei sacrifici, la diagnosi della lebbra, la distinzione tra animali puri e impuri, e così via. Ma parla con lui solo, il popolo viene escluso da ogni confidenza divina.
Invece, per E la distanza tra Dio e il suo popolo è piuttosto netta. Non ha contatti diretti con gli individui ma rende noti i suoi desideri tramite angeli o attraverso sogni o profezie.
Nella fonte J, che è la più antica, troviamo la storia di Adamo ed Eva e gran parte della storia di Abramo, del suo Patto dell'Alleanza e della promessa del possesso delle terra di Canaan. Dio dice ad Abramo che lo renderà padre di una grande nazione e che tutta la terra che vedeva sarebbe stata data ai suoi discendenti per sempre. L'autore di questa fonte si preoccupa di dimostrare il costante interesse e coinvolgimento di Dio nelle vicende del suo popolo eletto.
La fonte E ci narra il terrificante episodio del comando di Dio ad Abramo di sacrificare il suo amato figlio Isacco, l’erede della promessa. In questa circostanza Jahvè dice ad Abramo: “Saranno benedette per la tua discendenza tutte le nazioni della Terra, perché tu hai obbedito alla mia voce” (Genesi 22,18), e viene inserito a posteriori il rituale della circoncisione che invece diverrà d'uso comune al tempo dell'esilio, molti secoli dopo (Genesi 34,15 e 34,17). Nella lunga storia di Giuseppe le due fonti J ed E sono abilmente intrecciate. Le due fonti entrano invece in contrasto sul vero nome di Dio. Il redattore E, più tardo di circa un secolo e che operava nel Regno del Nord, afferma che il vero nome di Dio, JHWH (Jahvè), fu rivelato solo al tempo di Mosè, in contrasto con la fonte J che afferma che era noto ai primi esseri umani.


venerdì 13 gennaio 2017

102– Il falso Jahvè. Incongruenze storico-linguistiche dei testi biblici 5

Tra i libri del Pentateuco, il Deteronomio col suo messaggio e col suo stile caratteristico, non fu possibile ascriverlo né alla tradizione jahvista, né a quella eloista e si rivelò quindi un documento indipendente, chiamato "D". Furono trovati nel Pentateuco anche numerosi passaggi rituali che si riferivano al culto e alle leggi del sacrificio. Non potendo ascriverli alla fonte deuteronomica si arrivò a considerarli parte di un trattato, chiamato "P", o fonte sacerdotale. Quindi i primi cinque libri della Bibbia, come ora li conosciamo, sono il risultato di un complesso lavoro editoriale nel quale scribi, compilatori o redattori hanno combinate e messe in relazione tra loro, non troppo abilmente visti i doppioni, i triploni e le incongruenze, quattro fonti documentali principali: la javistica, la eloistica, la sacerdotale e la deuteronomica, collegandole tra loro da frasi di passaggio e digressioni redazionali che risultano evidenti. L'ultima di queste redazioni ebbe luogo in epoca postesilica.
Come abbiamo visto in precedenza il Deuteronomio presenta un messaggio e uno stile diversi rispetto alla tradizione jahvista ed eloista e, come si narra in 2 Re 22,8-23,24, fu la fonte ispiratrice della radicale riforma religiosa attuata da re Giosia. Gli studiosi hanno scoperto che i libri storici: il libro di Giosuè, il libro dei Giudici, i due libri di Samuele e i due libri dei Re, sono linguisticamente e teologicamente così legati al Deuteronomio da essere chiamati da essi "La Storia Deuteronomistica" tout court. Le più recenti scoperte archeologiche hanno fornito prove inequivocabili per affermare che l'attuale composizione della Bibbia abbia avuto luogo sotto la guida di re Giosia nel settimo secolo a.C. per poi essere ampliata durante l'esilio di Babilonia, e, infine codificata definitivamente dopo il rimpatrio a Gerusalemme e la restaurazione del secondo Tempio da Ezra.


giovedì 12 gennaio 2017

Il decreto di Traiano del 112 per regolare il rapporto tra Stato e cristianesimo. 292

Per oltre un secolo il rapporto fra lo Stato e la nuova religione fu regolato, anche se in modo poco chiaro, da un decreto di Traiano (98-117) del 112. Tale disposizione pervenne al governatore di Bitinia e Ponto sul Mar Nero, Plinio il Giovane, Legato Imperiale scrupoloso ma equanime e giusto, amico di Tacito e celebre nell'antichità per ill suo epistolario, stilisticamente pregevolissimo. Egli non sapeva come comportarsi coi cristiani, presso i quali riuscì a scoprire soltanto «una superstizione perversa e smodata».

Indeciso, Plinio chiese lumi a Traiano, che gli rispose: «Non bisogna andarli a cercare, ma bisogna punirli, se vengono denunciati e accusati apertamente. Tuttavia è necessario badare a che colui il quale nega d’essere cristiano e lo dimostri coi fatti, cioé tributando gli atti di culto ai nostri dei, quantunque per il passato possa aver suscitato dei sospetti, ottenga indulgenza grazie al suo ravvedimento. Riguardo poi alle denunce anonime, non devono dar luogo a procedere in nessuna azione giudiziaria; sarebbe, infatti, un pessimo esempio affatto adeguato ai nostri tempi» (Plin., 10, 96 sg.).

Ma per molti storici, ed anche per la Chiesa, i cristiani del Ponto non erano cristiani veri e propri ma giudei seguaci del messianismo zelota come denota il fatto che seguivano «una superstizione perversa e smodata».


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Informazioni personali

Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)