Visualizzazioni totali

venerdì 27 marzo 2015

38 - “L'invenzione del cristianesimo” - Parte seconda. Paolo di Tarso 1

Finora abbiamo accennato più volte, ma sempre di sfuggita, a Paolo di Tarso, meglio conosciuto nel mondo cattolico come l'apostolo San Paolo. Ora è giunto il momento di parlare diffusamente di questo personaggio straordinario che è ritenuto da molti studiosi, e giustamente, uno dei più grandi geni religiosi dell'umanità e il vero inventore del cristianesimo.
In questi ultimi capitoli della seconda parte tratteremo il periodo in cui Paolo, dopo aver perseguitato ferocemente i primi seguaci della "Via", subì una folgorante conversione che lo portò, almeno in un primo tempo, a condividere tutte le aspettative messianiche della Chiesa di Gerusalemme. Nella terza parte del presente libro, che lo vede protagonista assoluto, delineeremo invece il suo distacco dall'ebraismo a la creazione del suo cristianesimo personale.
Chi era Paolo di Tarso e quali prove storiche abbiamo della sua esistenza? Nessun documento storico di fonte non cristiana parla di lui e noi lo conosciamo soltanto attraverso le sue Lettere e gli Atti degli Apostoli.
È molto significativo il fatto che di lui non venga fatta menzione non solo da parte degli storici ebrei suoi contemporanei, come Giuseppe Flavio, Filone Alessandrino e Giusto di Tiberiade, ma neppure nelle Lettere degli apostoli Giuda, Giacomo il Minore e Giovanni, i quali, in base agli Atti, lo conobbero.
Solo la Seconda Lettera di Pietro ne parla esplicitamente, ma questa lettera è universalmente ritenuta un falso, e la stessa CEI, nella versione della Bibbia del 1989, la riconosce come tale.
Paolo è totalmente ignorato anche dai primi apologeti e scrittori cristiani, come Giustino, morto a Roma nel 165, che attribuisce la conversione dei pagani esclusivamente ai dodici apostoli (Apologia I,39-45), e Papia, vescovo di Geropoli (Asia Minore), vissuto nella prima metà del II secolo, che scrisse un'apologia sulle “Sentenze del Signore.”
Il primo a farci conoscere Paolo fu Marcione, filosofo di Sinope sul Mar Nero. Costui nel 140 presentò alla comunità cristiana di Roma il suo vangelo gnostico assieme ad alcune Lettere affermando che erano state scritte da un certo predicatore siriano di nome Paolo che aveva conosciuto gli apostoli di Cristo.
Nonostante queste grosse lacune storiche sulla persona di Paolo, gli studiosi, attraverso un'attenta lettura delle sue Lettere e degli Atti, hanno ricostruito la sua vita. Paolo nacque a Tarso (attuale Turchia) fra il 5 e il 10 d.C. da una famiglia di ebrei collaborazionisti dei romani e ciò spiega perché, ancor giovanissimo, si sia messo al soldo dei sacerdoti del Tempio per dare la caccia ai seguaci di Gesù, da lui ritenuto un messianista jahvista fatto crocifiggere da Pilato come un pericoloso ribelle. Di famiglia sicuramente benestante e che godeva della cittadinanza romana, Paolo probabilmente fin da piccolo portò un duplice nome: quello ebraico di Saul e quello romano di Paolo.
Di professione forniva tende agli accampamenti delle legioni romane per cui fu costretto a viaggiare spesso e a tenere frequenti contatti in ambienti sia ebraici sia greco-romani.
Ancor giovane sviluppò una coscienza ostile al messianismo, radicalmente interpretato, ma aperta ai contributi teologici delle spiritualità gentili. Per lui fu di importanza fondamentale nascere e trascorrere gran parte della sua giovinezza lontano dalla Palestina, fra i gentili, in una città come Tarso, in cui era grande la tensione culturale e religiosa, essendo il centro di convergenza di tutte le teologie escatologiche del vicino Oriente.
In questa città, infatti, era diffusa la tendenza sincretica che portava a fondere e a mescolare i vari culti misterici alla cui base c'era la concezione dell'immortalità dell'anima che veniva redenta dalla morte e dalla resurrezione degli dèi soterici, Mitra, Adone, Attis e Osiride, immolatisi per la salvezza dell'umanità.
"L'invenzione del cristianesimo " ebook € 1,99 (store: Amazon, LaFeltrinelli, Kobo, Internet Bookshop Italia, Bookrepublic Store, etc...)


giovedì 26 marzo 2015

La Chiesa Cattolica per giustificare il primato petrino creò tutta una messe sterminata di documenti falsi. 205

La Chiesa Cattolica, di fronte alle numerosissime contestazioni riguardanti il primato petrino e la sua poliitca imperialistica, non si limitò a giustificare le sue pretese servendosi del passo spurio di Mt. (16, 18), ma creò tutta una messe sterminata di documenti falsi, come le Decretali pseudocirilliche e
pseudoisidoriane, centinaia di epistole papali fasulle e falsi decreti conciliari.

Raggiunse il culmine col Constitutum Silvestri contenente la falsa donazione di Costantino. Questo libercolo, considerato il falso dei falsi, la madre di tutti i falsi secondi tutti gli storici, fu per il papato più utile di dieci diplomi imperiali. Costituisce una delle pagine più ignobili della Chiesa perché utilizzato senza scrupoli per secoli nonostante fosse chiaro a tutto il mondo, non escluso quello cattolico, che si trattava di una assoluta falsificazione. Questo documento afferma di riprodurre un editto emesso da Costantino I con il quale l'imperatore donava a papa Silvestro e ai suoi successori le seguenti concessioni:
Questa falsa donazione venne utilizzata dalla Chiesa nel medioevo per avvalorare i propri diritti sui vasti possedimenti territoriali in Occidente e per legittimare le proprie mire di carattere temporale e universalistico.

La proclamazione del primato del vescovo di Roma sull'intera cristianità fu pagato a caro prezzo, però, dalla Chiesa cattolica; infatti dopo una prima scissione temporanea (484-519), nel 1054 tutta la Chiesa cristiana d’Oriente si separò definitivamente da Roma.



Papa Silvestro I


martedì 24 marzo 2015

37 - “L'invenzione del cristianesimo” - Parte seconda. La Parusia e la nascita del cristianesimo giudaico. 3

Nel 44, quando Agrippa I, nipote di Erode il Grande, fu nominato dall'imperatore Claudio re della Giudea e del territorio dello zio, il tetrarca Filippo, avvenne una dura repressione nei loro confronti. Appena insediatosi come re di Gerusalemme, costui, già intimo amico di Caligola, si alleò coi sacerdoti del Tempio nell'intento di reprimere con durezza ogni gesto d'insofferenza del popolo contro i romani.
Così, si diede ad arrestare e a uccidere zeloti e messianisti ed anche i seguaci di Gesù, equiparati a questi ultimi e sempre odiatissimi dai grandi sacerdoti e dagli erodiani.
Si riteneva, infatti, che il loro movimento predicasse la rivolta contro la casta sacerdotale e il disprezzo verso le autorità costituite, in quanto affermava che lo stato di cose di allora sarebbe presto finito per far posto alla realizzazione messianica in cui Gesù sarebbe tornato come re per governare lo Stato dei Santi.
Tra i molti arrestati ci furono Simon Pietro e Giacomo, figlio di Zebedeo e il fratello di costui Giovanni. Giacomo, e forse anche Giovanni, furono giustiziati di spada (condanna che presupponeva un'accusa politica) per ordine del re, mentre Pietro riuscì a fuggire dal carcere.
Il re non osò toccare l'altro Giacomo, il fratello del Signore, perché da tutti troppo stimato e considerato un santo. Sia negli Atti sia nelle Lettere di Paolo, Giacomo fu considerato il principale esponente della Chiesa di Gerusalemme. Da come ci viene descritto da Eusebio di Cesarea era senz'altro un esseno ed anche uno che aveva fatto voto di nazireato.
"Costui (Giacomo) era santo fin dal grembo materno. Non beveva vino né altre bevande inebrianti e non mangiava assolutamente carne. Mai forbice toccò la sua testa; non si spalmava di olio e non prendeva il bagno. Non indossava abiti di lana, ma solo di lino. Era solito recarsi da solo nel Tempio. Lì stava in ginocchio implorando perdono per il popolo talché le sue ginocchia erano diventate callose come quelle di un cammello, perché stava continuamente genuflesso a pregare Dio." (Eusebio di Cesarea, Storia ecclesiastica, op. cit., II, 23, 4-18). La persecuzione non durò molto perché Agrippa I morì poco dopo e Simon Pietro poté rientrare a Gerusalemme. Da allora i cristiano-giudei non furono più molestati.
Dobbiamo tener presente, però, che il cristianesimo in questa prima fase del suo processo evolutivo, era tutt'altra cosa da quello pacifista, degiudeizzato, spoliticizzato e salvifico che conosciamo oggi, dopo la trasformazione teologica operata da Paolo e divenuta definitiva in seguito alla distruzione della Chiesa di Gerusalemme nelle guerre giudaiche del 70 e del 135. Esso era ancora strettamente legato al messianismo jahvista e in stretta relazione con la setta degli zeloti e l'essenismo.
Prima di affrontare l'irruzione di Paolo nel cristianesimo giudaico e la sua creazione del neocristianesimo, ci soffermiamo brevemente ad esaminare l'origine dei due nomi coi quali venivano chiamati i cristiano-giudei: nazirei ed ebioniti. Il termine "nazireo" deriva dal titolo col quale nei Vangeli è chiamato Gesù: "Iesous o Nazoraios" in greco, “Jeoshua ha Nozri" in ebraico, che non significa, come abbiamo già spiegato: "Gesù di Nazareth o Gesù il Nazareno o il Nazaretano" ma "Gesù che aveva fatto voto di Nazireato." Sulla nascita del nazireato rimandiamo il lettore al capitolo su Nazareth.
L'altro termine: "ebioniti" deriva da "ebionim" i "poveri", uno dei nomi che si davano gli esseni di Qumran (L.Moraldi, I Manoscritti del Mar Morto, Utet, Torino, 1975, pag. 49).. Secondo le informazioni dateci da Giuseppe Flavio e Filone Alessandrino e confermate dai Rotoli del Mar Morto, essi rifiutavano la proprietà privata e la ricchezza e donavano agli altri i loro beni terreni quando diventavano membri della comunità.
Nella letteratura qumraniana spesso i membri della setta sono chiamati così: "i poveri". Leggiamo nel Documento di Damasco: "allorché Dio visiterà la terra… quelli che gli prestano attenzione sono i poveri (Ebionim) del gregge; questi saranno risparmiati nell'epoca della visita, mentre i restanti saranno dati alla spada, quando verrà il Messia" (Documento di Damasco 19,5-10). Anche nel Commentario ad Abacuc, altro testo esseno, i seguaci del Maestro di Giustizia sono definiti "ebionim" (i poveri). Questo termine non era riferito tanto agli indigenti, a coloro cioè che dovevano vivere in povertà per mala sorte o per un rovescio di fortuna, ma piuttosto a quelli che avevano scelto la povertà come libera elezione, come dispregio della ricchezza, e che ritenevano la frugalità un sovrabbondante benessere. Come appunto gli esseni (Filone, Quod omnis probus sit liber, Utet, Torino, 1998). Eusebio di Cesarea ci conferma che gli "ebioniti" erano una setta che derivava direttamente dagli insegnamenti dell'apostolo Giacomo a Gerusalemme (M.Black, The Scrolls and Christian Origins, Nelson, London, 1961 (ristampa 1983).


venerdì 20 marzo 2015

36 - “L'invenzione del cristianesimo” - Parte seconda. La Parusia e la nascite del cristianesimo giudaico. 2

Col passare del tempo i cristiano-giudei si divisero in due schieramenti: i nazirei giudei e quelli ellenisti. Il primo gruppo era costituito da ebrei nati e residenti in Palestina; il secondo dagli ebrei della diaspora, fortemente ellenizzati, rientrati a Gerusalemme.
Pur nella comunanza della stessa religione, erano diversi per la lingua usata (aramaico per i primi, greco per i secondi). Uno dei capi degli ellenisti era Stefano, giovane dotato di un'oratoria straordinariamente efficace. Costui, sfoggiando una gran dottrina ricca di citazioni e reminiscenze bibliche, attaccò ripetutamente i sadducei e i farisei con l'accusa di aver tradito Gesù, consegnandolo ai romani. Ritenuto blasfemo per le sue accuse, e per aver dichiarato di aver visto, in una visione celeste, il Messia Martirizzato assiso alla destra di Dio Padre in attesa di ritornare sulla Terra per dare inizio al nuovo Regno d’Israele, fu lapidato dalla folla inferocita (senza che i romani intervenissero minimamente ad impedirlo, a dimostrazione che gli ebrei erano liberi di eseguire sentenze di morte per motivi religiosi e non dovevano ricorrere al prefetto romano).
I cristiano-ellenisti subirono allora una dura persecuzione, soprattutto per opera di un giovane fariseo della diaspora, chiamato Shaul, poi conosciuto come Paolo di Tarso (il San Paolo della Chiesa). Molti furono arrestati e condannati a morte, altri si salvarono rifugiandosi in Asia ove crearono nuove comunità ad Antiochia, a Damasco e a Cipro. Così il cristianesimo cominciò a diffondersi anche tra gli ebrei della diaspora che erano circa tre milioni sparsi nelle varie contrade dell'impero romano ed erano rimasti, più o meno, fedeli all'osservanza della legge ebraica. Il cristianesimo era considerato da costoro un completamento della legge mosaica e nessuno di essi ventilava l'ipotesi che fosse una nuova religione. Saranno questi cristiani ellenisti, fuoriusciti dalla Palestina, che, come vedremo nel proseguo del libro, daranno origine al nostro cristianesimo quando Paolo ne diverrà il capo indiscusso.
Da Antiochia alcuni ebrei cristiani si trasferirono a Roma, che allora annoverava una grossa comunità ebraica, concentrata soprattutto nei quartieri più disagiati di Trastevere, ove svolgeva i commerci minuti e l'artigianato minore.
A dar credito ad Orazio e a Giovenale, importanti poeti latini, questa comunità era piuttosto detestata dalla maggioranza dei romani. I nuovi arrivati non furono bene accetti dai loro connazionali che mal sopportavano il nuovo movimento messianico da loro propagandato.
Gli ebrei della diaspora, infatti, più o meno integrati coi gentili, non condividevano le deliranti aspettative messianiche dei correligionari rimasti in Palestina, anzi le rigettavano con fastidio, consapevoli della loro pericolosità politica. Essi avevano accettato l'impero romano come un dato di fatto e il messianismo era chiaramente incompatibile con questa loro accettazione e con l'esenzione, loro concessa dai romani, di quanto potesse essere contrario alla loro fede.
Vedremo in seguito che questo gruppo, pur esiguo di cristiani, darà luogo a grossi disordini nella capitale e costringerà l'imperatore Claudio a cacciarli da Roma nel 41. Infatti, il partito nazireo di Gerusalemme veniva considerato sovversivo dai romani, come dalla gerarchia sadducea ufficiale di Gerusalemme.
I pagani non furono toccati da quella prima fase evangelizzatrice che si svolgeva esclusivamente nell'interno delle sinagoghe, finché avvenne che alcuni ebrei ellenisti di Antiochia, accanto ai correligionari, inserirono nel loro gruppo anche alcuni pagani, chiamati "timorati di Dio", che frequentavano le sinagoghe come uditori, essendo attratti dal monoteismo e dalla profonda eticità dell’ebraismo, e questi nuovi fedeli furono chiamati per la prima volta cristiani. Questa parola greca significava messianisti. Cristo (Christòs), infatti, era la traduzione in greco di Unto, Liberatore d'Israele, in altre parole, Messia.
La Chiesa di Gerusalemme, temendo che il coinvolgimento dei pagani potesse creare delle deviazioni nell'osservanza della Legge, inviò il levita Barnaba a studiare la situazione. Questi non riscontrò alcuna irregolarità e tranquillizzò Gerusalemme. Avvenne così la prima cauta apertura verso il mondo dei gentili, vista però con un certo fastidio dalla maggior parte dei cristiano-giudei di Gerusalemme, convinti che l'aspettativa messianica riguardasse esclusivamente il popolo eletto. I cristiano-giudei, dopo l'allontanamento dei cristiano-ellenisti più radicali guidati da Stefano, vissero indisturbati a Gerusalemme, protetti dai farisei e dal loro capo Gamaliele, che li stimava per la loro ligia osservanza della Legge, e durante questo periodo di tranquillità poterono incrementare i loro i proseliti fino a raggiungere alcune migliaia.
"L'invenzione del cristianesimo " ebook € 1,99 (store: Amazon, LaFeltrinelli, Kobo, Internet Bookshop Italia, Bookrepublic Store, etc...)


giovedì 19 marzo 2015

L'evoluzione storico-linguistica del titolo di Papa nega validità al primato petrino. 204

L’evoluzione linguistica del titolo papale ci mostra come il Vescovo di Roma, da primus inter pares qual era considerato nei primi secoli del cristianesimo, assunse a poco a poco la pretesa di avere la sovranità assoluta sull'intera cristianità.
Il termine Papa (papa = padre), a partire dal III secolo era diventato il titolo onorifico riservato a tutti i vescovi e ciò rimase in vigore fino alla fine del primo millennio.

Per distinguere il «Papa di Roma» dagli altri «Papi vescovi» fin dal V secolo si usò solitamente l’espressione «Papa della città di Roma» oppure «Papa della Città Eterna» o ancora «Papa romano». Poi, dal V al VII secolo si i cominciò talvolta ad attribuire al «luogotenente di Pietro» - locuzione coniata soltanto nel V secolo - il predicato di Papa senz’altri attributi.


Ma nel 1080 Gregorio VII, nel suo Dictatus Papae, proclamò, con parole altisonanti il primato papale su tutto e su tutti per cui il titolo di Papa era unico e perciò doveva essere esclusivo del Pontefice romano. Questo Papa nel suo Dictatus decretò, in pieno delirio di onnipotenza, "Che solo al Papa tutti i Principi debbano baciare i piedi"; "Che ad Egli é permesso di deporre gli Imperatori"; "Che una Sua sentenza non possa essere riformata da alcuno; al contrario Egli può riformare qualsiasi sentenza emanata da altri"; "Che Egli non possa essere giudicato da alcuno"; "Che la Chiesa Romana non ha mai errato; né, secondo la testimonianza delle Scritture, mai errerà per l'eternità". Quindi con l’inizio del secondo millennio il termine «Papa» diventò prerogativa esclusiva del Vescovo di Roma. Ma, in base all'antica tradizione, il Patriarca di Alessandria d'Egitto ancor oggi si fregia del titolo ufficiale di «Papa».

Papa Gregorio VII


Benvenuti nel mio blog

Questo blog non è una testata giornalistica, per cui lo aggiorno quando mi è possibile. I testi sono in regime di COPYLEFT e la loro pubblicazioni e riproduzioni è libera purché mantengano lo stesso titolo e venga citando il nome dell'autore.

I commenti possono essere critici, ma mai offensivi o denigratori verso terzi, altrimenti li cancello. Le immagini le pesco da internet. Qualche volta possono essere mie manipolazioni.

Se volete in qualche modo parlare con me, lasciate la richiesta nei commenti, vi contatterò per e-mail. Dato che il blog mi occupa parecchio tempo, sarò laconico nelle risposte.

Se gli argomenti trattati sono di vostro interesse, passate parola; e, se site studenti, proponeteli al vostro insegnante di religione. In tal caso fatemi sapere le risposte che avete ottenuto. Grazie.

Lettori fissi

Archivio blog

Informazioni personali

Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)