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venerdì 15 gennaio 2016

4– Il falso Jahvé. Il mitico patriarca Abramo. 3

Abramo aveva assimilato la cultura, la mitologia e le usanze sumeriche. Così, per esempio, in base al diritto civile della sua città, che contemplava la monogamia ma anche la sua deroga in caso di sterilità della coniuge, non potendo avere figli dalla moglie e sorellastra Sara, si risolse a generarne uno dalla schiava egizia Agar, con l’obiettivo di assicurarsi la discendenza. Secondo C.L. Woolley (op. cit., pagg. 151-153) quest'atto era contemplato dalle leggi sumeriche.
Quando Abramo era ancora nel fiore degli anni, una grave sciagura si abbatté sugli amorrei di Ur: morì il re Gungunum di Larsa, molto probabilmente ucciso in battaglia, e Ur-Ninurta, re d'Isin, prese il dominio sulla città. Gli amorrei, a causa di questo cambiamento politico, cominciarono a sentirsi insicuri e questo probabilmente fece decidere a Terah e ad Abramo di prendere i loro beni e abbandonare la città.
"E Terah prese Abramo suo figliuolo, e Lot figliuolo del suo figliuolo, cioè di Aran, e Sarai sua nuora, moglie di Abramo suo figliuolo; ed essi uscirono con loro fuori d'Ur dei caldei, per andar nel paese di Canaan; e giunti fino in Charan, dimorarono quivi". (Genesi 11,31).
E così la piccola tribù di Abramo – tre o quattrocento persone, compresa la numerosa servitù – si mise in movimento verso Harran o Charan. I vecchi, le donne e i bambini più piccoli viaggiavano su carri a quattro ruote trainati da manzi, mentre i folti greggi di pecore e capre brucavano l'erba lungo la strada assieme alle parecchie centinaia d'asini da soma che portavano bagagli pesanti. A quell'epoca i cammelli erano ancora sconosciuti in Mesopotamia e in Egitto.
Gli dèi sumerici erano circa cinquemila, tutti con tanto di nome proprio, e i principali anche con più nomi. Al momento della partenza da Ur il vecchio Terah e il figlio Abramo si saranno posti il problema di quali idoli dell'immenso pantheon sumerico era opportuno portare con loro. Terah li conosceva bene perché li produceva e li vendeva. Ne scelsero uno senza nome. Secondo C.L. Wooley (op. cit., pagg. 212-251 ) esisteva solo un tipo di divinità mesopotamica cui non era costume dare nome: si trattava del nume domestico delle famiglie di Ur.
E forse fu questo il Dio che Abramo mise nella sua bisaccia, escludendo tutti gli altri, per farlo oggetto delle sue preghiere e delle sue invocazioni e proclamarlo il tutore della sua piccola tribù. Un Dio del tutto privato e scevro di pompe cerimoniali. Il solitario Dio di Abramo e basta, colui che lo aveva fatto uscire da Ur per dargli in possesso la Terra di Canaan e per farlo diventare il capostipite di un grande popolo (Genesi 11,31). Per inciso va notato che accenni agli dèi tutelari del focolare, o teraphim, si colgono in Genesi 31, nell'episodio che narra di Rachele, moglie di Giacobbe, che ruba gli idoli al padre Labano e li nasconde nella sella del suo cammello per portarli con sé.

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Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)