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domenica 1 luglio 2012

In nomine Domini 21


Il giovane papa lo ricevette con un'aria apparentemente sorridente e festosa, com'era nel suo carattere, ma essa non riusciva a mascherare la grossa inquietudine che l'attanagliava. Era in allegra compagnia poiché tre splendide fanciulle lo vezzeggiavano con modi leziosi e un po' lascivi. Ascanio mostrò apertamente la sua contrarietà per quella presenza femminile e il papa, scoppiando in un'amara risata, lo apostrofò dicendogli: "Salomone aveva settecento concubine, io potrò permettermene almeno qualcuna". Poi con un cenno della mano licenziò le favorite ed esse uscirono prontamente dalla sala.
Non appena furono soli, con un'espressione divenuta finalmente seria, il papa, quasi parlando a se stesso, chiese: "Quant'è che non ci vediamo, diacono?"
"Circa due anni, Santità", rispose Ascanio.
"Due anni terribili per me, la Chiesa e Roma", aggiunse il papa scrollando il capo.
Seguirono alcuni momenti di silenzio.
"Da qualche giorno sono ossessionato dal ricordo del nostro ultimo incontro", riprese poi mestamente il papa. "Ogni parola pronunciata in quell'occasione mi martella il cranio. Tu mi pregavi, con ostinata insistenza, di rimanere fedele al giuramento fatto all'imperatore Ottone mentre io, sobillato dal nobile Macuto, scellerato consigliere che mi rinfacciava che mai mio padre aveva consentito ad uno straniero di calcare il suolo di Roma, non bramavo che infrangerlo, chiamando in aiuto Berengario II. Ricordo che tu dicesti queste testuali parole: Santità, Berengario sarà la vostra rovina. E lo è stato per davvero".
"Il Privilegio stipulato con l'imperatore Ottone è stato l'atto più sublime del pontificato di vostra Santità. Con esso la Chiesa avrebbe potuto raggiungere la sua massima estensione e potenza e Voi Santità sareste passato alla storia come uno dei più grandi papi di questo secolo", rispose Ascanio animandosi. "Ma ora tutto è andato irrimediabilmente perduto".
"Non soltanto per colpa mia", tentò a discolparsi il papa. "I nobili romani mi implorarono di rifiutare il Privilegium Othonis perché non volevano che l'imperatore maturasse il diritto, per sé e i suoi discendenti, di condizionare l'elezione papale".
"Volevano mantenere questa prerogativa solo per se stessi", rispose Ascanio con rinnovato vigore, "per fare e disfare i Pontefici a loro gradimento, come è accaduto fino ad oggi. Quanti sono i papuncoli rimasti in carica per pochi anni, talora anche per pochi mesi, per poi finire ignominiosamente uccisi o deposti o imprigionati, che si sono succeduti, per fortuna con qualche rara eccezione, prima dell'ascesa al potere di vostro padre? Con Ottone questo non sarebbe più potuto accadere: una volta eletto un papa col carisma imperiale, costui potrebbe governare sicuro e morire sereno nel suo letto".
Seguirono alcuni attimi di silenzio.
"Tu sai bene", riprese poi il papa "che sul letto di morte di mio padre Alberico ho giurato che mai, per nessuna causa al mondo, nemmeno se avessi scoperto una tua congiura contro di me, ti avrei torto un capello".
"Santità me l'avete già detto un'altra volta", rispose Ascanio sorpreso. "Ma io non ho nessuna intenzione di congiurare contro di voi".
"Lo so benissimo, e non te l'ho detto per questo motivo. Ti ho voluto ricordare questo mio giuramento, al quale rimarrò sempre fedele per devozione ad un padre che io ho adorato, perché ora dovrai, senza alcun timore, esporre la tua spietata e dolorosa diagnosi sulla situazione attuale. So che tu, pur isolato nel tuo orto sull'Aventino, hai sempre seguito con estrema attenzione, dati i tuoi mille tentacoli, gli ultimi catastrofici avvenimenti. Perciò emetti la tua sentenza!"
Ascanio rimase per un po' muto e perplesso.
"Allo stato attuale delle cose", disse alla fine, "neanche la fuga potrebbe salvare vostra Santità. Ottone ha circondato tutto il territorio di San Pietro e nessuno dei tanti nobilastri che vi hanno condotto alla catastrofe è disposto ad ospitarvi in qualche suo castello. Se lo facesse, lo farebbe solo per tradirvi e consegnarvi all'imperatore. Temo proprio che per vostra Santità sia giunta la fine". E si tacque.
"Che cosa mi consigli?" riprese poi il papa.
"Che vostra Santità si consegni, senza opporre alcuna resistenza, nelle mani di Ottone chiedendo la sua clemenza. In tal modo potrà risparmiare alla città immani sofferenze".
"E la mia sorte, quale sarebbe? Una morte ignominiosa?"
"Non penso che Ottone arriverebbe a tanto. In tutte le circostanze si è comportato con grande clemenza. Nel caso vostro, dopo la deposizione potrebbe rinchiudervi in qualche monastero d'Alemagna".
"Cioè, trasformarmi in un sepolto vivo", sbottò il papa con sarcasmo.

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Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)