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mercoledì 4 agosto 2010

Le comunità cristiane delle origini (“L'invenzione del cristianesimo”) 147

Le prime comunità cristiano-ellenistiche, di derivazione paolina. che si svilupparono dapprima in Oriente (Siria e Turchia attuali), e poi nel restante impero romano, erano libere, autonome e indipendenti l’una dall’altra.

Non esisteva una funzione direttiva centrale e chi le guidava non veniva imposto dall’alto o eletto dai fedeli, ma derivava la sua autorità per il carisma spirituale che sapeva emanare. Era chiamato Profeta ed era considerato in grado di avere visioni e di comunicarle alla comunità, come Paolo, i cui rapimenti venivano creduti ciecamente dai suoi seguaci.

Il cristianesimo più antico fu, dunque, carismatico e profetico. Assieme al Profeta c’era anche un altro personaggio importante nella comunità, chiamato Maestro, il cui compito consisteva nell’istruire i fedeli su dio. Accanto a queste due guide spirituali c’erano altre persone incaricate di funzioni prevalentemente economico-amministrative e sociali: raccolta delle offerte, assistenza dei bisognosi, allora molto numerosi, servizio alle mense e così via.

Godevano di un prestigio notevolmente inferiore rispetto ai Profeti e ai Maestri ma erano indispensabili. Ricorrendo alla terminologia pagana, erano chiamati: diaconi (gli inservienti più comuni), presbiteri (quelli di rango più importante) e vescovi (i controllori).

Col procrastinarsi della parusia, l’afflato divino che ispirava gli spirituali (Profeti e Maestri), andò scemando e contemporaneamente crebbe, per contro, l’influenza dei vescovi e dei presbiteri, i quali, essendo i dispensatori di denaro e di altri beni, acquisirono sempre più importanza e prestigio. Ben presto i vescovi subordinarono i presbiteri e poterono disporre, ad libitum, di tutte le entrate e le donazioni della comunità, senza dover render conto a nessuno del loro operato, se non al buon dio.

Il Sinodo di Antiochia (nel 341), tentò, inutilmente, di mettere sotto controllo il comportamento amministrativo dei vescovi. Essi continuarono a servirsi dei capitali ecclesiastici autonomamente, soprattutto per consolidare la loro posizione personale.

Il loro potere diventò assoluto quando, emarginati del tutto Profeti e Maestri, aggiunsero alle funzioni economiche anche quelle pastorali. Alla fine del II secolo essi avevano tutto il potere nelle loro mani: economico, religioso e giuridico; inoltre erano inamovibili fino alla morte e governavano la loro comunità come monarchi assoluti. Erano eletti dal popolo e fino al 483 anche i vescovi di Roma vennero eletti dai fedeli romani.

Una carica così importante suscitava sempre enormi e smodati appetiti per cui alla morte di un vescovo, l’elezione del successore spesso avveniva tra risse furibonde, come ci racconta Gregorio di Nazianzio, Padre della Chiesa.
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Nel 366, quando i due candidati Damaso e Ursino si contesero il trono episcopale della Città Eterna, i partigiani delle due fazioni si massacrarono crudelmente all’interno delle chiese, disseminandole di centotrentasette cadaveri.

Ci furono anche seggi episcopali ereditari. Policrates di Efeso fu l’ottavo vescovo nella sua famiglia (Eusebio di Cesarea, Storia Ecclesiastica, 5.24, Rusconi, Milano, 1979). Infatti allora i vescovi, come i presbiteri, erano sposat

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Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)