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martedì 14 giugno 2011

La teocon del cilicio, Paola Binetti, querelata per le sue infelici dichiarazione sul suicidio del regista Mario Monicelli.

Avevo scritto nel post del 2 dicembre scorso che per evitare la Tortura Obbligatoria di Fine Vita, voluta da un clero cattolico sadico e dai suoi chierichetti politici, il grande laico Mario Monicelli a 95 anni si era suicidato, buttandosi dal quinto piano dell’ospedale San Giovanni di Roma.

Il celebre regista, sofferente e senza speranza di una vita decente e con la certezza assoluta di dover subire le più inaudite torture previste dall'accanimento terapeutico imposto in Italia per ordine del Vaticano e vedersi il corpo seviziato da cannule, siringhe, sonde, tubicini, e altri infernali aggeggi allo scopo di protrarre senza fine la sua agonia, non aveva esitato a compiere un gesto estremo e violento per chiudere al più presto la partita.

Solo questo è possibile in Italia dove non si può ricorrere all'eutanasia, cioè ad una morte indolore e dignitosa, consentita nei Paesi dove esiste la libertà di decidere con autodeterminazione laica, del nostro corpo, della nostra salute e della nostra vita.

Solo a questo deve ricorrere per por fine alla sua desolazione chi, come Monicelli, riteneva che “La vita non è sempre degna di essere vissuta; se smette di essere vera e dignitosa non ne vale la pena”.

In seguito al grande scalpore suscitato dal suicidio di Monicelli la nostra teocon del cilicio, Paola Binetti, deputata Udc e zuava vaticana, che considera la libertà personale, il principio di autodeterminazione e il rifiuto dell’accanimento terapeutico principi satanici, e la sofferenza di vivere nelle condizioni più degradanti, un dono di dio, aveva giustificato in pieno Parlamento il gesto estremo del regista come «una scelta di fronte ad un abbandono da parte di tutti».

Una dichiarazione totalmente falsa che aveva scatenato forti polemiche a cominciare dalla moglie del regista, dal regista Ettore Scola, grande amico di Monicelli, da quasi tutto il mondo del cinema e perfino da tutto il rione Monti in cui risiedeva il regista e che considerava con grande affetto il «sor Mario» uno di loro.

Tanta indignazione per queste infelici dichiarazioni della teocon è sfociata in una querela per ribadire che Mario non era stato mai abbandonato, era stato l'uomo meno abbandonato di tutto il mondo. Gli erano stati vicini i familiari, gli amici e i colleghi e soprattutto il rione Monti.

Così la querela contro la Binetti è stata firmata da mezzo cinema italiano. «Volevano tutti partecipare alla querela - ricorda la Rapaccini - ma era impossibile portare le 900 persone del rione in uno studio legale».

La querela però è rimasta sulla carta. «La commissione parlamentare l'ha respinta in virtù dell'impunità parlamentare goduta dalla Binetti». In Italia un membro della casta politica è intoccabile come un bramino indiano. Può commettere qualsiasi nefandezza. Rimarrà sempre impunito.

Ma dopo il no del Parlamento, la Rapaccini, il regista Scola e gli altri firmatari non si sono dati per vinti e hanno fatto ricorso. «Sappiamo che sarà difficile arrivare al nostro obiettivo, ma è una battaglia che deve essere combattuta in nome di Mario, che non sopportava le ingiustizie».

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Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)