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domenica 4 novembre 2012

In nomine Domini 37


"Buone nuove?", chiese ansioso il papa, appena furono soli.
"La cosa comincia a prendere corpo, Santità", rispose Cassio con un bel sorriso.
"La servitù è tutta disposta a collaborare e pare che la giovine Stefanetta sia lusingata delle attenzioni di vostra Santità. C'è un solo ostacolo: il marito o fratello, ancora non abbiamo chiarito la cosa, si assenta da casa raramente ma quando lo fa non rientra per più giorni".
"Meraviglioso!", esclamò il papa con un ampio sorriso. Si sentiva pieno di gioia perché aveva maturato la certezza che Stefanetta fosse ormai alla portata di mano.
"Sarà la mia ultima scappatella", confidò il papa al devoto Cassio. " Se, come spero, aggiusterò le cose con Ottone, dovrò mettere la testa a partito e non mi potrò più permettermi certe licenze. Allora forse ricorderò col rimpianto nel cuore questa mia ultima avventura assieme a quella che ho avuto con la perfida Eulalia. Ricordi? Quella fanciulla che sembrava sparuta, disperata, scontrosa e che a Tivoli mi oppose una feroce resistenza e mi ha perfino morso e graffiato il viso. Mi aveva dato ad intendere di essere un'indomabile e selvaggia guardiana della sua virtù; invece, quando finalmente si è abbandonata, ho capito che aveva recitato una allegra commedia allo scopo di rendere il nostro incontro amoroso il più eccitante possibile. La puttanella!".
"Trovo molto saggi i propositi di vostra Santità di diventare più oculato nella vita privata" rispose Cassio con convinzione. "Comunque, per quanto riguarda Stefanetta, siamo in continuo contatto con la servitù e appena ci saranno delle novità, saremo subito informati. Pare che la partenza del marito sia imminente".
"Il nobile Teobaldo, vostro cugino, insiste per vedervi Santità", riprese con un tono seccato. "Ho fatto il possibile per metterlo al corrente che Vostra Santità è occupatissima in questi giorni, ma non sono riuscito a convincerlo".
"Me la sbroglierò da solo", rispose il papa. Era seccato per quella visita inopportuna ma il suo buonumore non ne fu intaccato.
"Mio caro Ottaviano", gridò Teobaldo, apostrofando il papa col suo nome di battesimo e abbracciandolo con calore, "son quasi due settimane che cerco in tutti i modi di contattarti! So bene che i tempi sono duri e che hai molte preoccupazioni, ma un po' di svago ti ci vuole! La nostra allegra brigata ti aspetta con impazienza e senza di te siamo tutti tristi".
"Sta tutto cambiando in fretta, mio caro cugino", rispose il papa fattosi serio. "L'imperatore è arrivato a Rieti e sta aspettando rinforzi dal nord per attaccare Roma. Se non riuscirò a fermarlo in tempo, sarà la fine della nostra casata e i Teofilatto perderanno ogni potere. Aspetto da Ottone una risposta di conciliazione e se questa arriverà, addio allegra brigata! Dovrò rinunciare alle battute di caccia, al gioco dei dadi, agli incontri galanti e al santuario", concluse sconsolato.
"Peggio della morte!", esclamò Teobaldo inorridito.
"E se la riconciliazione fallirà?", riprese il cugino con timore.
"Ho già predisposto un'imbarcazione ad Ostia, per scappare in Corsica col tesoro di San Pietro", rispose il papa. "Non intendo marcire sepolto vivo in un monastero d'Alemagna. Nella nave c'è posto anche per te e la tua famiglia".
Teobaldo voleva che quella notte il papa partecipasse ad una festa con l'allegra brigata, ma Giovanni XII declinò l'invito, con rammarico. Non se la sentiva di tornare in mezzo ai suoi amici. Voleva prima essere certo della conciliazione con Ottone.


L'indomani, poco dopo il suo risveglio, il giovane papa fu informato dal fedele Cassio che proprio quel pomeriggio il marito o fratello di Stefanetta sarebbe partito per un viaggio della durata di un paio di giorni e che quindi l'incontro con la giovane si sarebbe reso possibile.
"C'è soltanto un piccolo problema", precisò il fedele servitore, "Stefanetta non vuole lasciare la sua casa, non sappiamo per quale recondito motivo. Sarà quindi giocoforza che vostra Santità si rechi da lei. Questo m'inquieta non poco perché potrebbe nascondere qualche pericolo".
"Darai ordine alle mie guardie più fidate di mascherarsi da pellegrini e sorvegliare il palazzo con accorta discrezione per impedire qualche indesiderata sorpresa durante la mia permanenza", rispose il papa, per nulla allarmato dalle parole di Cassio, anzi eccitato all'idea di un'avventura più ricca di suspense. Era accaduto altre volte, infatti, che si era dovuto recare nella casa di donne compiacenti, obbligate alla clausura. Una volta si era addirittura dovuto travestire da mercante di stoffe, durante una di queste avventure.
"Fin dal primo pomeriggio farò controllare accortamente il palazzo per avere la certezza assoluta della partenza del padrone", concluse Cassio, "così vostra Santità potrà agire con la massima sicurezza". Quindi ricordò al pontefice gl'impegni della giornata, il più importante dei quali era la visita, accompagnato dal diacono Ascanio, all'ex cenobio di Simone.
Mentre aspettava l'arrivo del diacono ecco giungere, stravolto dalla stanchezza, il corriere Rotario. Proveniva da Rieti e portava un messaggio segreto di Ademaro, abate di Fulda, molto legato alla casa Teofilatto. Giovanni XII aveva al suo servizio molte spie, perfino annidate nella corte di Ottone, e dei veloci corrieri che potevano, cambiando spesso cavallo e percorrendo sentieri poco battuti, consegnargli con rapidità i messaggi inviati dai suoi informatori.
Il papa aprì con grande apprensione la lettera di Ademaro. L'abate riferiva che l'imperatore e la sua augusta consorte Adelaide avevano saputo del suo pontificale celebrato in San Pietro per impetrare da Dio la grazia della riconciliazione e ne erano rimasti molto favorevolmente impressionati. Aggiungeva che la risposta di Ottone era già stata consegnata al vescovo di Spira, in partenza per Roma. Si scusava di non essere riuscito a contattare l'amanuense per conoscere il contenuto della risposta ma era voce comune che questa fosse favorevole al papa.
"Ci siamo!", gridò Giovanni XII, esternando con grida il suo giubilo. E ad Ascanio, che nel frattempo era arrivato, mostrò trionfante il messaggio ricevuto.

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Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)