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giovedì 18 novembre 2010

Il divorzio sacrarotario, un obbrobrio concordatario

La Chiesa ha sempre negato il diritto al divorzio. Se i radicali non avessero proposto il referendum per consentirlo e il popolo non lo avesse approvato, la nostra classe politica, sempre genuflessa al Vaticano, col cavolo che ce lo avrebbe concesso. Saremmo ancora al medioevale matrimonio indissolubile.

Appena il divorzio è stato approvato la Chiesa ha imposto ai nostri politici, che si sono subito adeguati, di frapporre tutti gli ostacoli possibili perché non venisse applicato. Quindi è stato reso complicato, irto di ostacoli, costoso e vincolato da lunghe cadenze.

Tutti i tentativi in campo parlamentare per arrivare a un divorzio più breve e meno costoso sono stati inesorabilmente impediti dalle lobby politiche manovrate dal Vaticano per cui, in via giudiziale, se le cose vanno bene per un divorzio civile ci vuole quasi un lustro per venirne a capo; se al contrario si complicano si può arrivare persino a più di dieci anni con una spesa che si aggira sui 12 mila euro. Quindi un diritto riservato soltanto ai ricchi.

La Chiesa, però, nemica acerrima del divorzio civile, una forma traversale di divorzio pseudoreligioso lo ha sempre consentito. È quello che essa concede tramite il suo tribunale della Sacra Rota. In base al nostro assurdo concordato col Vaticano, stipulato da Mussolini nel 1929, i divorzi concessi dalla Chiesa con questo tribunale, da essa eufemisticamente camuffati come annullamenti del matrimonio per motivi religiosi, vengono, ipso facto, obbligatoriamente recepiti dallo Stato italiano.

È una delle più madornali assurdità giuridiche che di fatto sottomette il nostro Stato alla Chiesa. Ma purtroppo è così e chissà per quanto tempo ancora dovremo tenercelo sul groppone.

Per contrastare il divorzio di Stato, da essa non riconosciuto, la Chiesa ha allargato a dismisura le maglie di quello che essa concede con al Sacra Rota. Lo ha reso rapido, poco costoso e senza effetti secondari, per cui sta diventando il nuovo divorzio all'italiana. I numeri parlano chiaro: nel 2009 ci sono stati quasi 6000 annullamenti.

Questi matrimoni “davanti a Dio” che i tribunali ecclesiastici sparsi per il Paese dichiarano “nulli”. come se non fossero mai esistiti, aumentano di anno in anno e vengono concessi con le motivazioni più stravaganti. È di questi giorni un caso eclatante ma anche scandaloso e immorale.

Il tribunale regionale ecclesiastico di Modena (Sacra Rota) ha emesso un verdetto di nullità di un matrimonio per il futile motivo che la coniuge aveva dichiarato al futuro marito di ritenere la fedeltà un elemento non importante per l'indissolubilità del legame.

Il marito l'aveva sposata ugualmente, salvo poi a invocare questa scusa per chiedere l'annullamento nonostante non siano mai emerse responsabilità a carico della donna ( i giudici, infatti, non hanno riscontrato nemmeno una "frequentazione" di altri uomini in costanza di vincolo),

Così la malcapitata, forse per aver fatto una dichiarazione avventata, anche se in linea con la laicità del tempo (ma in contrasto coi cardini della religione cattolica), si è ritrovata sola, dopo anni di matrimonio consumato, e per di più nel lastrico.

Perché, codice alla mano, ha perduto per sempre anche il diritto all'eventuale assegno di mantenimento che il divorzio civile invece riconosce. Ci si chiede come uno Stato civile può consentire simili ingiustizie imposte da una religione oppressiva.  

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Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)