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giovedì 9 settembre 2010

Il sacramento della penitenza (“L'invenzione del cristianesimo”) 164

Il sacramento della confessione, o penitenza, è invece di esclusiva invenzione della Chiesa ed è nato con lo scopo di consentire al fedele di ottenere da dio la remissione dei peccati e quindi la salvezza nell’aldilà.

Nel cristianesimo primitivo la remissione delle colpe avveniva solo con una penitenza unica e irripetibile: il battesimo. Solo questo sacramento lavava ogni macchia e dava la purificazione che consentiva l’accesso al paradiso. Tutte le colpe successive rimanevano indelebili e non c’era modo di toglierle. Ecco perché molti dei primi cristiani rimandavano il battesimo per molto tempo, spesso fino agli ultimi istanti della vita, come abbiamo visto in Costantino.

Con una sola penitenza durante l’intera vita, nessun cristiano si sarebbe potuto salvare e la Chiesa avrebbe dovuto chiudere bottega. Così nel II secolo, il papa Callisto concesse la possibilità di una seconda penitenza, ma per una volta soltanto, soprattutto per i peccati di lussuria, omicidio e apostasia, allora i più frequenti.

L’apostasia era considerato il peccato più grave perché riportava il penitente alla stregua di un pagano e lo escludeva dalla Chiesa Durante le persecuzioni erano numerose le abiure, non solo dei semplici fedeli ma anche dei vescovi, tanto che sotto Diocleziano abiurò anche papa Marcellino.

Per ricondurre nella Chiesa tutti questi peccatori i papi successivi estesero la penitenza per tre volte, ma siccome anche queste erano insufficienti, concessero ai sacerdoti di rimettere i peccati in qualsiasi occasione. Era nata la confessione. Non senza aspre polemiche, però, perché fu vista da molti come un incoraggiamento al peccato. Ma la Chiesa era salva e per di più con la confessione prendeva due piccioni con una fava: controllava capillarmente i suoi fedeli e li ricattava con la minaccia dell’inferno se negava loro l’assoluzione.

Nel IV Concilio Laterano del 1215, la confessione divenne obbligatoria per i cattolici, almeno una volta all’anno. Lo stato di penitente era all’inizio molto gravoso. Doveva confessare il suo peccato pubblicamente e sottoporsi a dure penitenze che implicavano: severi digiuni, rigorose astinenze e lunghe pratiche di pietà.

Nell’VIII secolo, fu introdotta la “Penitenza tariffata” in basa alla quale per ogni peccato da espiare occorreva pagare un “prezzo” o “tariffa” penitenziale. Gli abusi che ne seguirono furono enormi, per cui dovette essere abolita. Nel XII secolo la situazione peggiorò perché fu introdotto l’uso della “Compositio”, cioè il riscatto della penitenza con il versamento di una somma in denaro.

Questa istituzione si trasformò ben presto per la Chiesa in un affare colossale perché consentì ai ricchi, elargendo terre e somme di denaro, di cancellare in tal modo i loro peccati, e alla Chiesa di arricchirsi e aumentare il suo potere. La penitenza diventò un autentico mercato.

Nel 1477 le indulgenze a pagamento furono estese persino ai defunti. Così, la Chiesa poté lucrare anche sui morti. Lo scandalo della vendita delle indulgenze fu la scintilla che diede origine alla Riforma Protestante che staccò gran parte della cristianità dalla Chiesa Cattolica.

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Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)