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giovedì 23 settembre 2010

“Se l’è cercata”

La battuta-aforisma pronunciata alla TV qualche settimana fa dal senatore a vita Giulio Andreotti sull’uccisione di Giorgio Ambrosoli (su mandato di Michele Sindona, stimato amico dello stesso Andreotti), è la spia di una cultura tipica della nostra classe politica, rotta ad ogni cinismo perché da sempre collusa da una parte col male endemico delle varie attività mafiose e dall'altra con lo sterminato serbatoio dell’illegalità che succhia al nostro Paese ben 60 miliardi ogni anno in tangenti.

Chiunque in Italia si batte con determinazione e coraggio alla difesa della legalità (parola oramai quasi oscena nel mondo politico bipartisan) viene equiparato al povero Donchisciotte che si batteva contro i mulini a vento e anziché venir onorato come un martire, può al massimo essere considerato un povero sprovveduto. Ma il peggio è che anche molti benpensanti di ogni strato sociale condividono la stessa opinione.

Certo, ufficialmente il martirio di chi cade vittima del crimine organizzato viene riconosciuto, non siamo ancora arrivati al cinismo assoluto. Ma basta un lapsus freudiano, come quello accaduto ad Andreotti, per far cadere la maschera.

Anche don Pino Puglisi, il prete ucciso a Brancaccio dalla mafia palermitana: “se l’è cercata”, perché era sì un buon prete amato dai fedeli per la sua attività pastorale, ma si impicciava di cose che andavano oltre il perimetro della chiesa parrocchiale e della sacrestia.

Non si era adeguato al cardinale Ernesto Ruffini, che considerava “la mafia un’invenzione dei continentali per diffamare la Sicilia”, né al cardinale Pappalardo che raccomandava al clero siciliano di non coinvolgersi in nessuna forma pubblica di “lotta alla mafia”, di non negare i funerali e i sacramenti a noti boss mafiosi che li chiedevano, di non consentire che spesso le sacrestie ospitassero i convegni della cupola.

D'altra parte la mafia non è atea, anzi osserva le pratiche religiose e si vanta di difendere la religione dal comunismo ateo e, “cristianamente”, si è sempre impegnata in politica ad elargire benefici pubblici a favore della Chiesa e delle sue strutture.

Quindi i mafiosi di Brancaccio non hanno ucciso don Pino in odio alla loro stessa fede, ma solo perché questo prete impiccione ostacolava le loro imprese. Insomma, davvero don Pino “se l’era andata a cercare”.

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Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)