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domenica 3 giugno 2012

In nomine Domini 17


Condotto in Laterano, Sofronio senza esitare, tanto bene era stato istruito da Malachia, trovò la stanza nella quale si celavano i rotoli e subito, con la piccola mappa davanti agli occhi, indicò nella parete il loro nascondiglio. Era una nicchia celata da una tela di sacco rivestita di malta che la mimetizzava completamente. Bastò un piccola pressione delle mani per sfondare l'esile paretina e strapparla. Apparvero due grossi rotoli di papiro ingialliti dal tempo ma ancora integri. Simone, in preda ad una grande emozione, li estrasse con somma cautela, conscio della loro fragilità. Nel silenzio generale dei presenti ne aprì uno a caso e vide che effettivamente, come aveva dichiarato Sofronio, era scritto in aramaico.
Marozia, avvertita subito del ritrovamento, ordinò che i rotoli venissero portati in un ex-cenobio vicino al Laterano, adibito allora ad archivio della città, e affidati a Simone perché li traducesse in latino. Al monaco fu assegnata un'ampia cella, accogliente e luminosa, dotata di una piccola raccolta di testi antichi e fornita di tutto l'occorrente per scrivere. Attigua ad essa c'era una celletta con il suo giaciglio per la notte e l'inginocchiatoio per le preghiere. Due persone furono assegnate al suo servizio: una guardia di origine longobarda, di nome Adeodato, che aveva il compito di custodirlo (ma anche di sorvegliarlo) e un chierico che doveva servire i pasti e provvedere alle altre necessità.
Simone, appena si vide sistemato nell'ex cenobio, ebbe la sensazione di trovarsi in paradiso. Poteva svolgere tutte le sue pratiche di pietà e dedicarsi anche alla lettura di antichi testi religiosi e profani, cosa che l'appassionava moltissimo. La traduzione dei due rotoli non gli procurava alcun problema perché l'aramaico era la sua lingua madre. Inoltre, su precise istruzioni di Marozia, nessuno avrebbe dovuto disturbarlo finché non avesse completato il suo lavoro e tutte le sue richieste dovevano venir soddisfatte con sollecitudine.
Impiegò pochissimi giorni ad adattarsi alla nuova situazione e a sentirsi a suo completo agio in quell'ambiente silenzioso e confortevole. In un primo tempo però si dedicò con rinnovato entusiasmo quasi esclusivamente alle sue pratiche di pietà e alle sue frequenti meditazioni e solo successivamente decise di affrontare con calma il compito che gli era stato assegnato.

Finalmente, dopo alcuni giorni, comodamente seduto al tavolo della sua accogliente stanza, Simone si mise al lavoro. Decise anzitutto di leggere completamente gli antichi rotoli prima di iniziare la loro traduzione per dare a quest'ultima una sequenza cronologica. Avrebbe senz'altro impiegato qualche mese o forse anche di più per la loro lettura perché apparivano scritti in modo fitto e minuto. Ma sapeva che aveva davanti a sé tutto il tempo necessario - nessuno, infatti, gli aveva messo fretta e nessuna scadenza era stata fissata - e quindi decise anche che avrebbe dedicato molto del suo tempo alla preghiera e alla meditazione, come soleva fare nella sua grotta. Il silenzio ovattato chel'avvolgeva notte e giorno e l'assenza di interruzioni sgradite avrebbero favorito almassimo sia il lavoro sia la preghiera.
Adeodato e il chierico si mostrarono molto discreti e appartati e accorrevano solo ad un suo cenno di richiamo. I pasti, che gli venivano serviti con estrema regolarità, erano piuttosto parchi ma al nostro monaco, abituato quasi all'indigenza, apparivano pantagruelici e non riusciva mai a consumarli interamente, con gioia del chierico che così poteva usufruire degli avanzi.
Dopo un paio di giorni, durante i quali si era limitato a leggicchiare i rotoli qua e là per orientarsi, Simone s'immerse totalmente nel suo lavoro e ben presto fu così preso da esso da dimenticare quasi le preghiere, alle quali inizialmente teneva tanto, e, con gran meraviglia dei suoi assistenti, da cambiare visibilmente il suo umore. Da sereno e sorridente com'era all'inizio, si fece gradatamente serio, accigliato e visibilmente turbato. Sembrava scosso da una sottile sofferenza. Ciò indusse Adeodato a ridurre al minimo i suoi colloqui col monaco, sempre più assorto nella lettura e nella traduzione e sempre più staccato dal mondo che lo circondava..
Mentre le settimane e i mesi trascorrevano nel silenzio più totale all'interno dell'ex cenobio, col monaco quasi inchiodato al suo tavolo di lavoro, al di fuori gli avvenimenti si succedevano, in quell'anno del Signore 932, con un ritmo sempre più vorticoso e inarrestabile.
Il giovane papa, lasciato il palazzo Teofilatto, era tornato felicemente in Laterano e la Senatrice, concluse le trattative per le sue nozze col cognato Ugo di Provenza, si apprestava a celebrare il matrimonio del secolo. Tutta Roma era in fermento. Ripulita e abbellita sembrava ritornata all'antico splendore. Castel Sant'Angelo, il vecchio Mausoleo di Adriano, trasformato nella più sicura fortezza di Roma, era stato designato, per motivi di sicurezza, a luogo in cui si sarebbero celebrate le nozze e, allo scopo, era stato liberato di tutti i condannati che gremivano le sue segrete, con gran daffare per il boia.

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Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)