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martedì 5 giugno 2012

Per la Chiesa sessuofoba la pedofilia pretesca è soltanto un peccato (un atto impuro) non una violenza alla persona.


L’attenzione dell’opinione pubblica è oramai da tempo puntata, giustamente, sulla impressionante serie di crimini pedofili compiuti da persone appartenenti al clero cattolico. Crimini che la Chiesa ha gestito in modo disastroso. Vediamo perché.
L'ossessione maniacale nei confronti del piacere sessuale, considerato come il peggiore dei peccati in quanto esprime al massimo la libertà di disporre del proprio corpo, ha portato la Chiesa sessuofoba a trattare allo stesso modo, cioè come semplice offesa a dio, inteso come guardone ossessivo e maniacale, sia le pratiche sessuali assolutamente legittime e gratificanti fra adulti consenzienti, sia lo stupro e la pedofilia, cioè atti che si configurano prima di tutto come «violenza» verso persone non consenzienti e per di più indifese.

Tutti i documenti ecclesiastici concordano nel giudicare l’abuso di un religioso su un minore «delitto contro il sesto comandamento del Decalogo». Una volta che la Chiesa ha ridotto l’abuso su minori a semplice «lussuria», alla stregua della masturbazione o della fornicazione , è logico che questo delitto è stato derubricato dal clero come un problema da confessionale e non da tribunale, aggiustabile con l'assoluzione e una giaculatoria come qualsiasi altro «atto impuro», senza conseguenze penali per chi lo commetteva. La devastazione fisico-morale della vittima è stata quindi, totalmente esclusa. Purtroppo, una simile mancanza assoluta del senso di responsabilità umana e civile è stata tipica del papato e della Chiesa in tutti i tempi.

Infatti il Vaticano non ha mai sottoscritto le dichiarazioni dei diritti umani, politici, sociali e civili (ONU 1948 e UE 2000), né le Convenzioni internazionali sulla parità uomo-donna, sulla protezione dell’infanzia ecc. (chi vuole approfondire il punto, può leggere il libro del teologo spagnolo José Maria Castillo, La Chiesa e i diritti umani, 2009). Nel Codice di Diritto canonico (1983) e nel Catechismo (2003) manca persino l’espressione «diritti umani o civili».

Ecco spiegata la copertura data per anni, dalla Congregazione per la fede, agli abusi commessi dal clero in tutti i Paesi del mondo. Il 18 maggio 2001, infatti, la Congregazione emanò, con la firma di Ratzinger e del segretario Tarcisio Bertone, una Lettera indirizzata ai vescovi di tutta la Chiesa cattolica e agli altri ordinari e prelati interessati, circa i delitti più gravi riservati alla medesima Congregazione per la dottrina della fede. In essa si ordinava di condurre sui delitti in questione (quasi sempre di carattere sessuale) inchieste  riservate, col vincolo del segreto (Secretum pontificium) e quindi l’obbligo di non darne informazione alle autorità civili.

La direttiva fu approvata anche dal papa allora in carica, Giovanni Paolo II e orientò il comportamento delle autorità ecclesiastiche fino alla messa in discussione dei giorni nostri. Perciò tutte le dichiarazioni fatte da Benedetto XVI, e da qualsiasi altro esponente del clero cattolico, intese a dimostrare che la Chiesa si è prodigata per combattere la pedofilia pretesca sono delle assolute, spudorate menzogne, avvalorate anche, in questi giorni, dai documenti emersi contro il cardinale Timothy Dolan, primate degli Usa, durante la causa per la bancarotta dell'arcidiocesi di Milwaukee .

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Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)