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domenica 19 febbraio 2012

In nomine Domini, (Parte prima) 2


"Perché questa visita inaspettata e urgente?", chiese Marozia pallida e ansiosa, non appena furono soli. "È accaduto qualcosa al mio Giovanni?"
"Non ancora mia Senatrice", rispose il capo delle milizie. "Ma ho appena scoperto una probabile congiura che potrebbe minacciare la sua vita".
"Oh, mio Dio!" esclamò Marozia con rabbia e sgomento. E chiese impaziente che Altichiero la mettesse al corrente di quanto aveva appena scoperto. Egli le rivelò che già il giorno precedente il suo aiutante Norizio, mentre ispezionava come di consueto le segrete di palazzo Laterano, aveva notato in una di esse qualcosa di strano.
"Tu sai che le segrete sono cinque", spiegò Altichiero. "Quattro sono affiancate e con la porta a grata e quindi ispezionabili dall'esterno. La quinta invece è isolata ed ha una porta corazzata con lastre di ferro, ed è chiusa da tre robusti chiavistelli e due grossi catenacci. Per ispezionarla, bisogna aprirla. Ebbene, ieri mattina all'apertura Norizio notò dei sottili calcinacci lungo una parete. Non c'erano il giorno precedente e questo lo insospettì. Non li fece ripulire e rinchiuse ben bene la porta. Poi ordinò ad alcune guardie di sorvegliarla a turno ininterrottamente notte e giorno. Stamattina, al suo ritorno, Norizio trovò la porta perfettamente chiusa all'esterno, ma all'interno della segreta i calcinacci erano stati grossolanamente ripuliti ed risultavano appena visibili. Allora comprese che c'era qualcosa di sospetto e mi mandò a chiamare. Al lume della torcia ispezionammo attentamente il muro, ai cui piedi si trovavano i calcinacci. Non tardammo a scoprire che attorno ad uno dei grossi blocchi di pietra che lo costituiscono, era stata tolta quasi completamente la malta per permettere di estrarlo e così penetrare nel palazzo dall'interno della segreta ".
"Ma questo è assurdo!" esclamò Marozia incredula. "Non vorrai farmi credere che qualcuno è potuto penetrare nella segreta, se la porta era chiusa e sorvegliata dalle guardie."
"Proprio così", fece Altichiero annuendo ripetutamente. "Tu sai bene che il sottosuolo di Roma è una groviera formata da gallerie lunghe centinaia di miglia che s'intrecciano in tutte le direzioni, sfociando alla fine nel Tevere, e che molti palazzi sono collegati ad esse con delle botole segrete, allo scopo di permettere la via di fuga in casi di grave pericolo. Durante le incursioni barbariche molti personaggi illustri si sono salvati in questo modo. In quel mondo sotterraneo vivono in permanenza molte persone e non sono infrequenti i casi di loro intrusioni nei vecchi palazzi per furti e rapine. Sapevo che anche il Laterano aveva delle botole, ma pensavo che durante il recente restauro fatta da papa Sergio III, fossero state murate. Invece no, una è rimasta operante, proprio quella nella segreta in questione. Ho parlato col vecchio diacono che era preposto al restauro e mi ha confermato la sua esistenza. Infatti l'abbiamo trovata, perfettamente mimetizzata nel pavimento. Il guaio è che nessuno sapeva che esistesse, con grave nostro rischio".
"Siete riusciti ad aprirla?"
"Come no. Appena individuata l'abbiamo aperta facilmente. Per calarci nel cunicolo sottostante che immetteva nella galleria non abbiamo avuto bisogno di corde. C'era già una scala pronta, quella usata da chi è penetrato nei gironi scorsi. Abbiamo trovato che la galleria si dirama in due direzioni. Una di queste sbocca sulle sponde del Tevere, in un punto protetto da folti cespugli che la nascondono totalmente".
"Cosa proponi di fare?" chiese Marozia sempre più preoccupata.
"Anzitutto bisognerà, prima di notte, allontanare papa Giovanni dal Laterano. Non possiamo assolutamente correre rischi fintantoché non abbiamo scoperto i congiurati. Siccome Castel Sant'Angelo racchiude ancora troppi prigionieri pericolosi lo ritengo, al presente, molto insicuro. Già il boia sta liquidando in fretta i condannati a morte e stiamo trasferendo gli altri alle Murate per rendere quella fortezza idonea alla celebrazione delle tue nozze. Ma per il momento non la si può usare in alcun modo. Penso quindi che il luogo più adatto per ospitare il papa sia il tuo palazzo, nel quale è nato e cresciuto. È impenetrabile dall'esterno e molto ben sorvegliato all'interno. Naturalmente, per maggior precauzione, aumenteremo la scorta. Il trasferimento dovrà avvenire nel più segreto dei modi, per non allarmare i congiurati".
"E re Ugo che sta diventando sempre più sospettoso e che ha riempito Roma delle sue spie", aggiunse Marozia. "E che pensi dei congiurati? continuò ansiosa. "Ti sei fatto un'idea di chi potrebbero essere?"
"Mia cara Senatrice i tuoi nemici sono troppo numerosi per elencarli tutti. Cominciamo dai molti nobili romani che vedono con astio e preoccupazione il tuo futuro matrimonio con re Ugo, paventando per Roma la fine della sua autonomia e libertà", rispose Altichiero.
"E magari tra di loro c'è anche mio figlio Alberico, che odia a morte il suo futuro patrigno", aggiunse Marozia stizzita.
"Poi aggiungiamo i Tossignanesi, che mai dimenticheranno la fine ignominiosa di papa Giovanni X e che aspirano alla vendetta più crudele".
"E tra di essi potrebbe esserci anche mia sorella Teodora II, che è stata convinta, non si sa da chi, di essere la figlia di quel papa".
"Purtroppo, la relazione tra tua madre e papa Giovanni X è stata di dominio pubblico e quindi è comprensibile che Teodora sia venuta a saperlo".
"Ciò non toglie che le vipere che mi minacciano potrebbero essere nella mia stessa famiglia", sbottò Marozia.
"Certo, l'uccisione di tuo figlio papa segnerebbe per i tuoi nemici, e aggiungo anche i miei, un colpo maestro. Il tuo matrimonio andrebbe in fumo, con gran gioia della nobiltà romana, e i Tossignanesi, forti come sono ancora dell'appoggio di molti loro partigiani disseminati nel territorio, potrebbero, con un colpo di mano, eleggere un loro papa e annientare la casata degli Spoletini, dei quali sei il capo. Ma io incorrerei nello stesso pericolo perché, come ben ricordi, sono stato io col tuo secondo marito, il marchese Guido di Toscana, a sconfiggere e a condurre a morte Pietro, il fratello del papa, capo delle milizie, e a segnare la fine ignominiosa di Giovanni X".
"Quello, purtroppo, è stato un mio grave errore", ammise amaramente Marozia. "Ero gelosa dell'accordo del papa con re Ugo, mio cognato, che pensavo fosse stato architettato per eliminarmi. Ma non era così, come ho scoperto in seguito. Ed ora sono in procinto di sposare proprio quello che allora consideravo un mio mortale nemico".
"Mentre papa Giovanni XI sarà al sicuro con te", proseguì Altichiero, "noi scopriremo i congiurati. Il piano è semplicissimo. Abbiamo cancellato ogni nostra traccia, lasciando i calcinacci come li abbiamo trovati e richiudendo la botola, per non creare sospetti. Stanotte, e le notti che seguiranno, presidieremo la segreta con molte guardie al suo esterno e lasceremo catenacci e chiavistelli aperti per poter irrompere dentro non appena saremmo certi della presenza di qualcuno. Non ci sfuggirà e lo prenderemo vivo in modo da scoprire i veri mandanti".
"La mia gratitudine nei tuoi confronti non ha limiti", fece Marozia commossa.
"Siamo nella stessa barca", rispose il capo delle milizie, "se cadranno gli Spoletini, Altichiero cadrà con loro. Ma questo non succederà, te lo prometto".
"Un'ultima cosa", chiese la Senatrice. "Come devo comportarmi con l'altro mio figlio Alberico che vive in questa casa? Tu sai che è un ribelle indomabile, che avversa in modo viscerale il mio matrimonio con re Ugo e che ha rapporti molto tesi con suo fratello papa. Mi consigli di rinchiuderlo a Castel Sant'Angelo fino alla conclusione delle nozze?"
"Nel modo più assoluto, no", rispose deciso Altichiero. "È sì un giovane fiero e indomabile, ma è anche coraggioso, leale e scaltrissimo e potrebbe esserti d'aiuto in molte circostanze. Cerca di prenderlo con le buone. So che aspira a rientrare in possesso dei feudi di Spoleto e Camerino, appartenuti a suo padre. Re Ugo, dopo le nozze, potrebbe assegnarglieli".
"Ottimo consiglio", concluse Marozia, sollevata. E accomiatò con una stretta di mano molto affettuosa il capo delle milizie.

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Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)